Autobiografia di un diverso
Inviato da autonomix | 24 Set, 2007da oggi, per 1 mese a questa parte, pubblicheremo un romanzo contro, un romanzo di un compagno, che prova a raccontare la vita di un semplice ragazzo che cerca di combattera questa società..
BUONA LETTURA A TUTTI e A TUTTE!!
Autobiografia di un diverso
di .............
Zero
Credeva di volare, di sognare e di reagire così alle batoste prese fino ad allora, e invece si scopriva solo, inutile come un colore senza la carta su cui disegnare, come uno scrittore senza mani.
Pioveva a dirotto quel giorno, il cielo era scuro e inquietante, le nuvole grosse come elefanti, e tirava un vento che ti risucchiava l’anima. In giro non c’era nessuno, i vicoli della città deserti, e gli alberi mugugnavano un lamento che sapeva di grido d’allarme. Un grosso cane, sporco e nero, era disteso sulla strada, incurante delle urla del cielo, quasi per niente spaventato dai lampi che ogni tanto illuminavano la cittadina e straziavano quel silenzio assordante che riempiva l’aria; mezzo addormentato, osservava le foglie ormai morte e giallastre che danzavano sospinte dal vento davanti ai suoi occhi.
La gente era tutta rinchiusa in casa, assopita dalle voci rassicuranti delle televisioni e riscaldate dai camini accesi e dai termosifoni bollenti. Sud era una città molto piccola, contava appena 60000 abitanti, divisa quasi a metà: da una parte c’era la cittadella antica, con monumenti, resti d’altri tempi e chiese storiche, alta,fredda, posizionata su un colle dalla quale si scorgevano i monti che la circondavano e la vallata che le stava ai piedi; e poi c’era la parte bassa, Sud Scalo, dove c’era la stazione, dove erano sorti i grandi centri commerciali, dove c’era il polo universitario, i pub e i locali, negozi scintillanti e poca cultura, sorta e cresciuta da pochi decenni laddove prima non esisteva assolutamente nulla,lì crebbero le fabbriche, le prime aziende multinazionali.
Erano le undici di sera del 5 Settembre 2000, ed Alex era appena uscito di casa per farsi due passi e fumarsi una sigaretta. Abitava in centro, a poche centinaia di metri dal corso principale di Sud, in una casa grande e molto accogliente. Con lui vivevano i nonni, la madre e il suo gatto. Il padre abitava invece a Sud Scalo, insieme all’altra sua mamma e i suoi due fratelli, Lilly e Manu.
Alex aveva 18 anni, era alto, magro, con i capelli corti di un biondo scuro particolare, un viso molto espressivo, e degli occhi grandi e colorati tipo cartone animato giapponese, di un verde acqua splendente. Portava con sé sempre uno zainetto dietro le spalle, pronto ad essere riempito di cianfrusaglie all’occasione, dei grossi e larghi pantaloni verdi, un maglione colorato di lana, un giubbotto rosso e una kefia al collo che non lo abbandonava mai, neppure d’estate sotto il sole cocente. Ma quella sera era particolarmente fredda e più che altro la utilizzava come sciarpa con la quale coprirsi fino all’altezza degli occhi; in testa aveva il suo solito cappellino militare, alle mani i guanti che le aveva regalato sua nonna. Così coperto camminava con calma e senza fretta per la città, sotto la pioggia battente e senza un ombrello che lo riparasse. Passeggiava senza meta, sotto i portici del corso, per via Gramsci, via Pollione. E pensava. Pensava alla sua vita e a come si stava evolvendo ultimamente.
Mentre camminava e con gli occhi bassi continuava il suo minuzioso lavoro di scervellamento personale sui dubbi esistenziali, si rese conto che si era del tutto infradiciato e decise di ripararsi sotto i portici di San Giustino.
Si sedette sulla scalinata e si accese la sua prima sigaretta della serata.
Guardava la pioggia scendere giù con veemenza. Pensava che sarebbe stato bello essere una goccia di pioggia, così piccola e indifesa, ma così importante ed egocentrica; erano a migliaia le gocce che scendevano ogni secondo, avevano durata breve, ma in quelle frazioni di attimi, tutte, collettivamente, scendevano con un unico scopo, con una unica direzione, e tutti se ne accorgevano; mai le gocce di pioggia passavano inosservate,tutti, animali e uomini, oggetti e piante, sentivano la loro presenza, e nessuno poteva fermarle. Quando la pioggia voleva scendere giù dal cielo, niente e nessuno poteva contrastarle, nemmeno le creature più potenti e ricche e forti dell’universo potevano impedire alla pioggia di scendere; ci si poteva solo riparare. Erano minuscole prese una per una, queste goccioline di acqua, ma insieme, erano belle forti ed uniche nella loro maestosità. A volte potevano essere danno per la natura e per l’uomo, altre volte erano semplicemente vitali, ma sempre e comunque le misere e piccole goccioline di pioggia avevano uno scopo ben preciso che portavano sempre a termine e soprattutto chiunque non poteva che fare a meno di accorgersi del proprio passaggio. E di Alex? Qualcuno si era accorto della sua vita? O stava passando inosservato? Questo si chiedeva il ragazzo ,tra un tiro e un altro di fumo. E mentre era rapito dai suoi pensieri, vide da lontano un omone che si dirigeva correndo verso di lui. Alex alzò lo sguardo, e sussultò quasi dallo spavento quando si accorse che l’uomo correva proprio velocemente verso di lui. Forse qualcuno allora si era accorto di lui. Forse qualcuno sentiva il bisogno di correre da lui per dirgli:” Alex, guarda che io ti ho notato, non sei affatto inutile”. Ma si, sicuramente era così. Certamente qualcuno aveva sentito, percepito da lontano le sue riflessioni, le sue paure e stava accorrendo da lui a dirgli che non era una persona inutile, insignificante , ma che era importante, fondamentale; e i suoi occhi si accesero di un bagliore fluorescente, buttò via la sigaretta e mentre pensava a quello che doveva rispondere al gentile uomo, qualora gli avesse detto quello che si immaginava, un sorriso di gioia purissima cominciò a scardinarli il viso. Era tutto ad un tratto diventato felice; il cupo e la tristezza erano scivolati via con l’acqua piovana e si preparava ad accogliere l’uomo con una fierezza degna di un leone. L’uomo arrivò sotto i portici, si levò il cappuccio che lo copriva dalla pioggia e si avvicinò ad Alex.
-Mi fai accendere per favore?-chiese al ragazzo e prese una sigaretta dalla tasca mettendola con calma in bocca.
Alex morì dentro; pensava chissà cosa, fantasticava nel suo mondo ideale chissà quali magiche parole l’uomo gli avesse rivolto, già pregustava un discorso mistico da intraprendere con l’omone, e invece, nulla, il nulla, assolutamente nulla di tutto ciò.
- Ah si, tenga- rispose Alex con tiepida freddezza, sconsolato e immediatamente tornato nello status in cui prima era immerso. E mentre l’uomo si allontanava con la sua cicca in bocca, il giovane ragazzo abbassava gli occhi, metteva le mani in tasca e prendeva un pennarello nero, di quelli che servono a scrivere su tutte le superfici. Si girò e sul muro scrisse: MI SENTO SOLO, FORSE LO SONO, MA PRIMA O POI, ANCHE DA SOLO, CAMBIERO’ IL MONDO.
Si alzò, si risistemò i pantaloni, il cappello e si riavviò con calma verso casa, non prima di aver acceso la sua seconda sigaretta.
Rientrato a casa, si diede una asciugata veloce, si infilò il pigiama e si mise sotto la coperta. Prima di addormentarsi, accese lo stereo, infilò dentro un cd della 99posse, prese il portatile, lo mise sulle sue gambe e scrisse per un po’. Amava scrivere, o meglio così Alex diceva. Ogni volta che si metteva a scrivere qualcosa, metteva su delle frasi, delle belle idee, poi si stufava e lasciava tutto li. Diciamo che amava pensare, ecco. Pensava tantissimo, si faceva viaggi lunghissimi di pensieri, quando parlava con gli amici spiegava i suoi pensieri, ma quando si trattava di scriverli, non gli piaceva più. Si definiva uno scrittore, ma non lo era. Era un pensatore, era un parolaio. Avrebbe detto a voce il suo libro, ma non lo avrebbe scritto. Lo avrebbe pensato, ideato, ma si annoiava a dover stare le ore a trascriverlo su carta o davanti al pc. Le frasi in testa, invece, scivolavano via rapide e sinuose, senza tempo, senza censure, senza errori di grammatica o di sintassi, senza star li a ricontrollare tutto. Per questo si era comprato un registratore vocale: quando gli veniva una bella cosa in mente, schiacciava rec e la diceva al microfono del registratore. Il fatto è che poi le frasi che registrava, non le trascriveva mai, non ne aveva proprio voglia.
Aveva un diario, rosso, bellissimo, che gli aveva regalato la sorella al compleanno. Aveva iniziato a scrivere li i suoi pensieri, all’inizio con una frequenza di tre volte al giorno, poi solo una al giorno, infine scriveva appena 2 paginette a settimana.
Insomma era un gran sognatore, ma svogliato. Non aveva voglia di scrivere, solo di pensare e parlare.
Quella sera decise un cambiamento drastico: prese il diario e lo mise nel cassetto ripromettendosi di non riprenderlo più. Era capitolo chiuso. Ora era maggiorenne, stava per trasferirsi a Terra, dove si era iscritto alla facoltà di scienze politiche, e quindi doveva assolutamente iniziare a scrivere un libro. Il suo sogno era sempre stato quello di provare a cambiare le cose con le parole, con la scrittura. Allora prese il suo pc nero e iniziò di getto a scrivere, come solitamente di far suo.
CREDO NEI SOGNI, SONO UN SOGNATORE. O FORSE SONO SEMPLICEMENTE UN SOGNO. GUARDO QUESTO MONDO E MI CHIEDO: PERCHè? PERCHè IL CIELO è BLU? PERCHè SONO NATO BIANCO E NON NERO? PERCHE’ LA TERRA è MARRONE E IL SOLE GIALLO? PERCHè IL FUOCO è ROSSO? CREDO CHE DIO SIA UN PITTORE, UN PITTORE CHE SI è DIVERTITO A DIPINGERE IL MONDO COME LUI DESIDERAVA, COME A LUI GARBAVA. MICA HA CHIESTO CONSIGLIO A QUALCUNO? NO. HA DECISO LUI E BASTA. E SE DIO FOSSE MORTO, PERCHE’ ALLORA NOI DOBBIAMO CONTINUARE AD AVERE IL CIELO BLU, IL SOLE GIALLO, IL FUOCO ROSSO? SE QUALCUNO DOMANI SI SVEGLIASSE CON LA VOGLIA DI AVERE UN CIELO VERDE, UNA TERRA BLU E UN FUOCO NERO? NON LO POTREBBE AVERE.
POI TORNO A PENSARE CHE TANTO IO NON CREDO IN DIO E QUINDI IL MONDO ME LO DIPINGO COME VOGLIO IO.
SONO UN RIVOLUZIONARIO E CREDO CHE LA PRIMA COSA DA RIVOLUZIONARE SIANO I COLORI.
VORREI CHE GLI AFRICANI AVESSERO LA PELLE BIANCHISSIMA, NOI NERISSIMA. POI VORREI CHE IL COMUNISMO SIA GIALLO, L’ANARCHIA ROSSA, IL LIBERALISMO MARRONE, IL FASCISMO MI VA BENE NERO. MI PIACEREBBE AVERE UN BABBO NATALE VESTITO DI BLU E UNA COCA COLA TUTTA VIOLA. ANZI, MI CORREGGO. VORREI CHE LA COCA COLA NON ESISTESSE PROPRIO..
Alex così scriveva l’inizio del suo libro; certo era strano, ma in lui si prospettava gia un futuro, si vedeva che aveva la stoffa dello scrittore , era palpabile la sua diversità intensa. Alternava semplicità a profondità. E poi, in quello che scriveva ci credeva. Ci credeva fino alla morte. E questa è la prima cosa che serve ad un vero rivoluzionario.
Ma mentre scriveva e pensava queste cose, si addormentò davanti al computer.
fine primo capitolo..
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