Autobiografia di un diverso( parte prima)

Inviato da autonomix | 29 Set, 2007

Pubblichiamo come promesso la seconda parte del romanzo...

da leggere con attenzione..

 

Uno

 

 

La mattina si svegliò di soprassalto, investito da una voglia irrefrenabile, una voglia quasi disumana. Ma di che voglia si trattasse, non lo aveva capito. Si guardava attorno spaurito, quasi a dire: ma che ci sto a fare qui? La camera era vuota, le valigie pronte. Quel pomeriggio la madre lo avrebbe accompagnato in macchina a Terra,dove lo aspettava una casa nuova, un ambiente diverso, un posto certamente differente. Erano mezzogiorno, ma prima di partire voleva salutare i suoi amici, almeno quelli che erano rimasti ancora a Sud. Si vestì velocemente e uscì di corsa.

Alex era un tipo strano, differiva molto dai ragazzi della sua età. Pensava con la sua testa e criticava qualsiasi cosa che non lo convinceva. Parlava spesso con i professori di temi d’attualità e a volte i docenti si spaventavano del suo immenso bagaglio culturale.Aveva una sensibilità acuta ma non ancora ideologizzata. Non era di destra, quello solo diceva, e aggiungeva che nemmeno la sinistra gli andava a genio. Ma non si capiva bene cosa volesse dire. Quando gli amici lo sfottevano, perché si vestiva strano o faceva discorsi sulla politica, lo etichettavano: ecco, ora inizia a fare il comunista. Ma lui rispondeva che non era comunista, ma che non era di destra. Un giorno era alla Trinità, la piazza dove si incontrava sempre con i suoi amici, a parlottare con Stefano e Mary. Si avvicinò a lui un ragazzo di colore che vendeva accendini.

-Tre accendini, un euro, compra amico-.

 Stefano lo guardò con disprezzo e lo mandò a quel paese. Alex, aveva solo 16 anni, rimase fermo un attimo, esaminò nella sua testa la questione. Il marocchino si allontanò,coperto dagli insulti di Stefano; Alex, dopo un minuto, lo inseguì e rimase a parlottare con lui. Tornò dopo parecchi minuti da Mary e Stefano. Aveva in mano una ventina di accendini,ne aveva comprati il più possibile. Stefano lo guardò perplesso.

- Ma sei scemo? Ma lo sai che questi qui ci rubano il lavoro a noi italiani, spacciano e rubano, so’ delinquenti!-.

Ad Alex si infiammò il cuore.

-Ma ti sei mai chiesto perché lo fanno? Ma lo sai da dove vengono? In che condizioni vivevano nel loro Paese? Credi che si divertano a vendere accendini, credi che se loro potessero non farebbero altro, credi che sia facile per un ragazzo di venti anni abbandonare la propria terra, la propria famiglia e venire in un altro Stato dove neanche parlano e conoscono la lingua, credi che sia facile vivere vendendo accendini?eh? pezzo di cretino, non pensi che bisognerebbe aiutarli?tuo nonno sessanta anni fa per sopravvivere dove pensi che fu costretto ad andare? In America. Altrimenti qui con la miseria e la povertà sarebbe crepato. Ora però tu ci mangi, grazie ai sacrifici di tuo nonno. Hanno bisogno di venire in Italia, sai, hanno bisogno di vivere anche loro!-Stefano era allibito. Mentre Alex parlava gli brillavano gli occhi, era come se avesse accumulato anni di collera e fosse esploso.

-Oh, scusa Alex, io stavo solo a scherzà un po’-

-Eh, vedi di non scherzare su stè cose, che mi girano i coglioni, sté!-.

Diede un bacio a Mary e se ne andò da solo per il Corso a riprendere quel ragazzo di colore. Poi con Bambah sarebbe diventato amico.

Quella tarda mattinata arrivò alla Trinità con il cuore angosciato, un po’ perché aveva paura di non trovarsi bene a Terra un po’ perché in fondo gli dispiaceva di lasciare la città in cui era nato e cresciuto, gli amici, i posti dell’infanzia. C’erano tutti in piazza, Sara, Mary, Stefano, Mauro. Tutti sapevano che Alex stava partendo.

-Oh, però il fine settimana torni qui vero? Mica mo’ fai come gli altri che non torni più?- facevano in coro i ragazzi.

-Ma smettetela, dai, che domenica sono gia qui-.

Poi si prese sotto braccio Sara e si aqquattò con lei. Sara era la sua migliore amica. Quattro anni fa ci si era mezzo fidanzato, erano stati assieme per un po’, ma poi avevano capito che la loro era una amicizia troppo bella per andarsi a rovinare con un classico fidanzamento. Sara era bellissima, corteggiatissima da tutti, alta, capelli scuri lunghissimi, sorriso da favola, corpo mozzafiato. E poi era come lui: una sognatrice,amava la natura, i prati, leggeva tantissimo, ascoltava la musica a go go, era impegnata politicamente e socialmente, disegnava e faceva teatro. Si era segnata a lettere e filosofia. Rimase a chiacchierare con lei con un magone enorme in gola. Sara cercava di tranquillizzarlo che sarebbe venuta a trovarlo spessissimo, che tanto si vedevano a Sud quando tornava. Dopo un ora di abbracci e qualche lacrimuccia sparsa qua e là, salutò tutti e si diresse verso casa.

Dopo pranzo la madre e il nonno lo aiutarono a caricare le valigie in macchina e si partì. La madre di Alex si chiamava Franca, era una donna molto giovane, di appena 38 anni. Era infermiera a Sud. Con Alex aveva un rapporto strano, a volte distaccato a volte presentissima. Fino a 14 anni, Alex la amava alla follia, le ubbidiva sempre e la seguiva in ogni suo ragionamento. Franca lo aveva abituato a sentirsi indipendente, lo faceva tornare tardi la sera, le aveva insegnato ad andare solo a scuola fin da piccolo col bus, a cucinare ogni tanto. Era sempre molto presente come mamma, ma incentrava la sua educazione rivolta al futuro. Per questo gia a 13 anni, parlava di sesso con il figlio, di precauzioni. Poi crescendo Alex si era allontanato da lei. E la frattura si consumò per anni e anni.

In macchina quel giorno nessuno dei due parlava. Alex era emozionatissimo e scalpitava pensando alla sue nuova vita. La casa che aveva affittato era carinissima, al centro di Terra, una cittadina piccola come Sud, accogliente e molto nuova. Aveva in precedenza gia conosciuto i suoi inquilini. Fabio, Riccardo e Remo. Tre ragazzi di Leccare, paesino in Toscana, che erano già amici ed erano iscritti al secondo anno di Scienze politiche. Fabio gli era parso un ragazzo molto allegro, spigliato, capelli lunghissimi, grosso e tozzo. Quando lo conobbe aveva una maglietta a maniche corte con lo stemmino dei Gechi, il piccolo partito della sinistra ecologista, e gia gli era simpatico. Aveva la camera tappezzata di poster e fotografie sul ’68, sul Pci. Remo era uno sportivo; altissimo, quasi 1, 95 cm, grande e corpulento. Giocava a basket, come Alex, era un professionista e militava in B2. Nella sua camera aveva raffigurazioni dei più grandi cestisti della storia. E Riccardo era il più misterioso. Aveva 20 anni, barba incolta, occhi grandi e neri, basso e bruttino. Quando lo conobbe non ci scambiò nessuna parola; era vestito di nero, con una felpa strana, con una scritta bianca che recitava: ACAB. Jeans neri e scarpette da ginnastica rosse. La sua camera non l’aveva vista. Ma ad Alex gli era apparso un poco antipatico, asociale.

Finalmente arrivò a Terra.

La madre lo aiutò a scaricare le innumerevoli valigie che si era portato e insieme suonarono all’uscio di casa. Nessuno rispose. Aprirono allora con le chiavi che in precedenza il proprietario dell’abitazione aveva dato ad Alex e assieme portarono dentro i bagagli. La madre lo salutò frettolosamente avvertendolo che lo avrebbe richiamato la sera.

Si ritrovò solo in quella casa sconosciuta.

Entrò nella sua camera:era tutta bianca, vuota, sapeva di uno struggente odore di intonaco andato a male. Ma era felice, si sentiva sollevato da quella strana sensazione di stordimento. Per anni aveva cercato conforto in un mondo che desiderava creare, ma che ancora esisteva, e quella camera vuota e silenziosa gli suggeriva un punto ottimo d’inizio. Stranamente non aveva più timore, tutti i suoi dubbi sulla sua nuova esistenza sparirono. Credeva che era più facile cambiare le cose laddove c’era una spianata di nulla davanti a sé. E quella camera così fatiscentemente vuota, era per lui un mondo da riempire. Alex sognava e si arrabbiava. Non capiva come gli altri ragazzi della sua età si accontentavano di una vita così piatta, ripetitiva, noiosa. Voleva rompere le catene di quella particolare omologazione all’esistenza, voleva strappare dal grembo di quella società un fiore di speranza nuovo e duraturo. E la sua arma era la scrittura. Teneva sempre appresso carta e penna, ma dall’altra sera aveva cominciato finalmente ad utilizzare il suo portatile. E senza pensarci troppo, con ancora le valigie piene da sistemare, seduto sul suo letto ancora da rifare, iniziò a scrivere frasi su frasi sulla sua nuova vita. Penso e ripenso al flusso continuo delle onde, al fruscio degli alberi sospinti dal vento, al crepitio della pioggia che cade sul terreno arso. Mi immagino una società senza classi, senza odio, senza guerre, senza porte alle case, senza armi e senza televisioni, senza divise. Mi immagino una società con una fratellanza di fondo, che tenga uniti gli animi diversi delle persone, con i pensieri liberi delle genti, con la possibilità di scegliere il proprio futuro, senza costrizioni ne barriere ne limiti di alcun genere. Vorrei volare per il mondo e vedere con i miei occhi che tutti gli esseri di questo pianeta collaborino assieme per principi come equità, solidarietà e benessere sociale. Ecco, osservo gli occhi dei bambini in questo mondo. Gli vedo felicemente innocenti,gli vedo avvicinarsi ad un barbone con faccia stupita e regalargli un sorriso sincero, gli vedo ammirare le stelle e chiedersi” Cosa sono quelle lucine?”, gli vedo correre dietro un uccellino per poterlo afferrare, per poter volare con lui, forse, gli vedo chiedersi perché si fa la guerra, gli vedo innamorarsi dei prati, buttarsi per terra nel fango e divertirsi da matti sporcandosi a più non posso, gli vedo sempre più spesso disubbidire agli ordini, quasi se seguissero una legge morale interna che tiene conto della felicità e ignorare le imposizioni che provengono dalla società, dalla famiglia, dai grandi, gli vedo piangere disperarsi da matti e poco dopo, per una semplice caramella tornare a sorridere, trovare la pace interiore. E volo a pensare a quanto sarebbe bello vivere in un mondo fatto di soli bimbi, dove qualora nascano delle controversie, delle guerre, e si iniziasse a piangere, ad arrabbiarsi, a gridare, basterebbe una caramella alla fragola a riportare la pace. Si, in un mondo di bambini, la pace si farebbe con una caramella alla fragola.

E mentre era assolto nelle sue riflessioni, sulle su scritture, gli balenò improvvisamente nella testa il bisogno di vedere la camera di Riccardo. Infatti era l’unica cosa della casa che non conosceva, che non aveva visto. Ora lì con lui non c’era nessuno e quale occasione migliore poteva avere di ficcanasare nella camera del suo inquilino. Si alzò di scatto dal letto e si diresse verso quella stanza. Sulla porta c’era un poster di un metro e mezzo nero, con una poesia lunga lunga. Rimase minuti a leggerla, a osservarla. Era quasi impietrito di fronte a quella scritta.

Il campanello della porta suonò d’improvviso e riportò sulla Terra Alex.

Remo e Fabio erano tornati a casa.

Corse di fretta verso l’entrata della casa; con un respiro graffiante e roco, si fermò di scatto facendo finta di sistemare ancora le ultime cose in cucina, e attese l’entrata dei due.

-Ehi, ma dove siete stati?- esclamò Alex, con un finto sorriso che gli si stendeva sul viso, un po’ come un ombrellone da mare sta sul cucuzzolo di una montagna abruzzese.

Riccardo accennò un saluto e si diresse subito in camera, rinchiudendo lentamente la porta.

-Beh, compà che hai fatto fino a mo’? Dove sei stato? Non mi dire che tutto ‘sto tempo l’hai passato in camera?-

Alex abbassò la testa.

-Si, perché?-

-Ma compà è pieno di fighe in giro a st’ora, potevi farti una passeggiata no?-

-Vado in camera a fumare- rispose scocciato Alex.

Remo tolse delicatamente le valigie e le borse di Alex che erano ancora rimaste in soggiorno e le riportò nella sua camera.

-Oh, compà sicuro che non vuoi farti due passi?Dai che io sto a riusci! Dai vie’ co me.-

-Grazie Remo, ma sono stanco e ho da sistemare ancora tutte queste cose qui, ci metterò un’eternità. Magari domani andiamo.-

Remo diede una pacca sulla spalla ad Alex ed uscì sorridendo. E così il ragazzo rimase solo soletto nella sua camera. Con calma mise tutto a posto, appese poster, piegò per bene tutti i vestiti, spolverò le mensole e ripose tutti i ricordi e gli oggetti a lui tanto cari, scopò a terra e in poco più di due ore la camera era perfetta, pulita e pronta per la vita. Come diceva lui. Quella era la camera della vita. Aveva il pensatoio: una poltroncina girata in un angolo verso il muro, dove c’erano scritte con una matita le seguenti parole: “al’interno di ogni uomo si nasconde una potenza enorme, un temporale di istinti, una tempesta di sensazioni, un uragano di emozioni, turbinii di pensieri.. e i cambiamenti nel mondo, avvengono solo grazie a questi misteriosi pensieri nascosti dentro ogni persona. E soltanto i pensieri di un grande uomo possono cambiare il mondo, a patto che questo grande uomo un giorno smetta di pensare e agisca.” Questa frase l’aveva scritta lui, e imprimendola sul muro, l’aiutava a riflettere. Lui diceva che quando era in difficoltà, che aveva paura, che non sapeva come risolvere una situazione, si sedeva sul pensatoio e, puff, come per magia, poco dopo stava meglio. Non aveva risolto il problema, ma tornava allegro. Oltre al pensatoio, i muri erano tappezzati di scritte di Gabriel Garcia Marquez, di Voltaire, di Gandhi, Prhoudon. Poi c’era l’angolo della rivolta. Uno spazio su una mensola dove aveva una candela accesa e dietro una pergamena con incise in lettere antiche delle date: 12-12-1969. Le lenzuola e le coperte del letto erano nere, il suo colore preferito. Per terra c’erano cataste di libri e cd, ordinatamente riposti per autore. Al fianco del letto aveva sistemato un’arazzo regalatoli da una sua amica, disposto dei cuscini per terra. E questa era la camera di Alex, appena arredata, il giorno del suo arrivo a Terra. Era certamente incompleta, ma agli occhi di una persona normale destava certamente curiosità.

Appena finito di sistemare il tutto si guardò attorno con aria soddisfatta, si mise per terra con il computer sulle gambe, si accese una sigaretta e cominciò a scrivere,preso come da un raptus sessuale e maniacale con le emozioni. Le parole scivolavano sinuose sulla tastiera del notebook, sospinte da un qualcosa di magico, di misterioso. Pigiava forte i tasti, come se sentisse dentro il cuore quello che stava scrivendo, come se quelle frasi sgorgassero fuori in tumulto perpetuo. Se la stava prendendo contro i ritmi frenetici della vita, contro le tradizioni perse, contro le tecnologiche esistenze futuristiche. Così, da un momento all’altro aveva cambiato espressione. Prima tutto felice per la camera appena riordinata, un attimo dopo cupo e arrabbiato per come si stava evolvendo l’universo. Era fatto così quel ragazzo. “E’ un attimo, un batter di ciglia.. Nessuno qui si rende conto che, risparmiando tempo, in realtà risparmia tutt'altro. Nessuno vuole ammettere che la sua vita diventava sempre più povera, sempre più monotona e sempre più fredda.
Se ne rendono conto i bambini, invece, perché nessuno ha più tempo per loro. Se ne rendono conto invece i fratelli migranti, perché nessuno tende più loro una mano mentre vengono rinchiusi nei Cpt. Se ne rendono conto i cortili e i parchi, perché nessuno più trova il tempo di correre tra l’erba e sentire il profumo inebriante degli alberi in autunno. Se ne rendono conto le nostre emozioni, che vengono paralizzate, freddate e spazzate via dalla logica dell’immediatezza e della frenetica ricerca del risparmio temporale.
Ma il tempo è vita. E la vita risiede nel cuore. E quanto più ne risparmiamo, tanto meno ne abbiamo.

Corriamo come dannati per la città, stressandoci e innervosendoci se il semaforo rosso ci ingabbia per un minuto in più sulla strada,fissiamo appuntamenti ore dopo ore e, per rispettarli, facciamo salti mortali, limitando il tempo che dovremmo passare con i nostri figli, ci strozziamo per ingurgitare un tramezzino sotto il bar del nostro ufficio, pronti subito a scattare per riprendere il posto di lavoro puntuali e precisi, pur di risparmiare tempo siamo disposti a fare acquisti su internet, pagare le bollette su internet, innamorarci su internet, fare amicizie su internet, fare sesso su internet.. Abbiamo perso completamente la testa stando dietro a questa società che ci impone ritmi sferzanti di tempi lampo. Questa società classista e capitalista che ci abbandona come relitti in un oceano e che è manovrata da soli pochi grandi potenti.

Abbiamo fame, dobbiamo lavorare per mangiare. Abbiamo bisogno di muoverci, dobbiamo pagare per farlo. Vogliamo una casa, dobbiamo  lavorare per affittarla/comprarla. Vogliamo cultura, leggere, ascoltare musica, vedere mostre, dobbiamo pagare e andare a lavorare per avere ciò. Vogliamo studiare, dobbiamo pagare. Viaggiare e pagare. Leggere e pagare. Bere e pagare. Avere luce gas e acqua e pagare. Respirare e pagare. E il lavoro?A volte precario, a volte in nero, a volte continuativo, a volte massacrante, demoralizzante, RIPETITIVO, pericoloso ci prende ore ed ore interminabili nella giornata. Così facendo ci costringono a lavorare, ci tengono buoni con il lavoro, ci estraniano dalla vita sociale, ci lobotomizzano il cervello con facili guadagni ed incentivano chi lavora di più, ci controllano facilmente e ci tengono sott’occhio e soprattutto riescono così a farci fare quello che loro vogliono, per i loro sporchi profitti. Ci rubano i nostri respiri, le nostre passioni, i nostri sogni. Ci tagliano le ali per volare, ci frammentano le nostre sensazioni e ci rendono impauriti e tremanti davanti al futuro. Questo tempo, per il quale siamo sempre di fretta, per il quale non riusciamo a stare tranquilli, lo rivogliamo! Basta con questa frenetica vita impazzita, dove tutto corre e sfreccia. Basta. Sapete, nella Lucania del secolo scorso, uomini come noi, italiani, contadini, celebravano il rito del capro espiatorio, per allontanare – all’inizio dell’inverno – il timore del “vuoto vegetale”, ossia di quel deserto che rimaneva dopo i raccolti, dopo il fuoco del Sole sulla terra riarsa dell’estate. Folli.
Oggi siamo così sicuri del ritorno della primavera e abbiamo così poco tempo  da spendere che non sentiamo il bisogno di corteggiarla con un rito, non avvertiamo la necessità d’evocarla per tacitare la nostra paura del vuoto e del buio invernale, del tetro avanzare del freddo che ci ricaccerà nei nostri cubicoli superbamente arredati – CD, DVD, CCD, DVX, DDT, ADSL, USB, DS, AIDS – con tutto quel che serve per fare spallucce al gelo dell’inverno. Non abbiamo più tempo per l’amore. Gli italiani non trombano quasi più, non ne hanno tempo: almeno, lo fanno più “correttamente”, “coscienziosamente”, “responsabilmente” e “consapevolmente”. Per meglio dire, con troppa “mente” e poco corpo, meno sudore e più docce, poca passione e tanto calcolo. “Posso invitarti a cena” è diventato quasi sinonimo di “forse, possiamo farci una scopata”: un tempo, queste cose si lasciavano al linguaggio non scritto dei corpi aggrappati nel ballo, attratti, sfregati dalla voglia e sfrenati nella passione.                                                                                          «Ciò che è vuoto è destinato inevitabilmente a riempirsi, e ciò che è pieno a vuotarsi» affermava nella notte dei tempi Lao-Tze, forse mentre osservava l’acqua scorrere nelle risaie a terrazza dell’antica Cina, oppure mentre ascoltava fremere il corpo dell’amata.
Con la perdita del valore temporale ci siamo riempiti le case di cazzate e le abbiamo svuotate di figli, di parenti, d’amici, di discorsi, di emozioni, di intelligenza. Non sappiamo più vivere nelle vecchie case a ballatoio, con il cortile a fare da teatro per tutte le passioni e le miserie del caseggiato: avremmo paura. Svuotati di passioni, privati di sentimenti, annegate persino le idee nel nome del “politically correct”, ci coaguliamo – statici – di fronte ad uno schermo di vetro dove scorrono gli stereotipi della nostra vita, l’ammaestramento che ci è necessario per continuare a morire di noia. Senza tempo.                                                                                                   “La demografia italiana ne soffre” sussurrano dal più alto Colle fino all’ultima sacrestia dello Stivale: non ci sono più stuoli di ragazzini che riempiono gli oratori ed i campi di calcio – quelli “liberi”, ovviamente – perché quelli “targati” qualcosa – fosse anche la squadra del Ranuncolo Rampante – diventano subito il sogno dei genitori, quello di vedere trasformati i polpacci del proprio figlio in dobloni. Con i quali comprare subito l’ultimo modello di cellulare che invia nell’etere anche frecce, chewing-gum e pannolini. Cellulari e viaggi “last minute”, portatili dei quali useremo il 5% delle risorse e televisori in ogni angolo della casa: soldi, servono soldi, lavorare, mungere, sfruttare, vincere per avere altri cellulari, altri viaggi…
A questo ci siamo ridotti. A questo ci hanno portato. E continuano a manovrarci come burattini. Senza tempo.

Addirittura non facciamo più figli; non ne abbiamo tempo. La natalità in questo Paese è ai limiti storici.

I consumi, per Dio! Non sia mai che crollino i consumi, altrimenti l’anno prossimo mi potrò solo sognare il trekking sulle Ande ed il safari fotografico in Kenya! La produzione, per Dio! Se non c’è nessuno che lavora, come produciamo per consumare?
E poi noi saremmo dei folli, soltanto perché predichiamo da anni che l’economia liberista non solo conduce al collasso ecologico del pianeta, ma ci sta uccidendo nella psiche e nel corpo? Quale segnale attendere ancora, quale messaggio è più forte di una specie che non si riproduce più? Non basta riflettere che metà della popolazione – chi più e chi meno – fa uso di psicofarmaci? Senza Tempo. Ci hanno rubato tutto. Persino i figli.

Come delle serpi, ipnotizziamo le future prede che attraversano il mare su malferme barchette dopo aver morso l’esca fatta di talk-show e telefonini, oppure sospinte come branchi d’acciughe verso la rete dagli squadroni della morte che seminiamo nel mondo, dal Kurdistan al Sudan, dalla Colombia alla Cecenia, dall’Iraq all’Aghanistan.

Abbiamo bisogno di calma, di respirare con attenzione, di meno lavoro, di più vita sociale. Di parlare di più, di fare più sesso, di usare meno la macchina, di passeggiare di più, di vedere meno Tv e usare meno il telefono, di abbandonare per un pò Internet, di viaggiare di più, di ascoltare di più, di comandare di meno, di amare di più. E magari di farci più canne. Si. Magari lavoriamo e amiamo con lentezza. Magari.

Riappropriamoci del nostro tempo, rigettiamo questa società malata e iniziamo a curare di più il nostro cuore e la nostra anima. Perché se davvero non abbiamo più tempo da dedicare ai nostri bimbi, vuol dire che stiamo andando verso la distruzione totale delle nostre vite, delle nostre anime, perché se davvero non abbiamo più tempo per i nostri figli vuol certamente dire che siamo diventati una specie di cyborg omologalizzati a questa società che ci vuole tutti uguali senza diritti, ne poteri, ne emozioni. Badiamo bene, che questo siamo diventati e che i nostri figli crescono senza più l’odore dei campi sotto il naso. E noi abbiamo bisogno dei nostri figli. I figli, più che il prodotto del denaro, sono il frutto dei nostri sogni, oramai azzerati. “ E mentre scriveva queste parole, Riccardo entrò improvvisamente in camera.

-Che stai a fa, Alex?- disse con quella sua voce dolce e misteriosa.

-Oh, niente niente, cazzate,scrivevo- rispose il ragazzo, balbettando e chiudendo repentinamente il computer. Non fece a tempo a nascondere il pc dietro di sé che Riccardo l’aveva gia in mano che leggeva quello che aveva appena scritto. Stette in silenzio per qualche minuto, mentre Alex lo fissava stupito ma bloccato e impotente. Non voleva assolutamente che qualcuno leggesse le cose che scriveva. La scrittura, le sue riflessioni, quelle sue parole erano soltanto di Alex, a lui appartenevano e mai nessuno aveva la possibilità di leggerle. Soltanto quando avrebbe riposto tutto in un libro, finito e pubblicato, allora si che si sarebbe affidato alla critica e ai pensieri della gente. Ma non prima. Mai nessuno prima ad allora era riuscito a strappare un pezzo di carta dove aveva scritto, o sbirciato nel suo computer. E si stava chiedendo perché proprio ora aveva dato il suo notebook a Riccardo,uno sconosciuto. E mentre era lì che cercava di capire il senso della sua immobilità, Riccardo gli ripose il pc sulle gambe.

-Hai stoffa ragazzo- esclamò e uscì velocemente dalla camera. Scese le scale in fretta e furia, salutò Fabio e Remo e uscì di casa.

Alex rimase impietrito da quelle parole, rimase esterrefatto dalla sua voce sinuosa e melodiosa. Era attratto da quel ragazzo, non sapeva perché ma era come se la sua anima lo spingesse verso di lui. Attorno alla sua voce, ai suoi movimenti, al suo modo di gesticolare, a come si vestiva, c’era un alone strano che strappava letteralmente il fiato ad Alex, che lo incuriosiva a tal punto da rimanerne trafitto. Doveva seguirlo, voleva vedere come si muoveva a Terra, dove andava, con chi si vedeva, cosa faceva in giro.

Autobiografia di un diverso

Inviato da autonomix | 24 Set, 2007

da oggi, per 1 mese a questa parte, pubblicheremo un romanzo contro, un romanzo di un compagno, che prova a raccontare la vita di un semplice ragazzo che cerca di combattera questa società..

 

BUONA LETTURA A TUTTI e A TUTTE!!

 

Autobiografia di un diverso

 

di .............

 

 

Zero

 

 

Credeva di volare, di sognare e di reagire così alle batoste prese fino ad allora, e invece si scopriva solo, inutile come un colore senza la carta su cui disegnare, come uno scrittore senza mani.

Pioveva a dirotto quel giorno, il cielo era scuro e inquietante, le nuvole grosse come elefanti, e tirava un vento che ti risucchiava l’anima. In giro non c’era nessuno, i vicoli della città deserti, e gli alberi mugugnavano un lamento che sapeva di grido d’allarme. Un grosso cane, sporco e nero, era disteso sulla strada, incurante delle urla del cielo, quasi per niente spaventato dai lampi che ogni tanto illuminavano la cittadina e straziavano quel silenzio assordante che riempiva l’aria; mezzo addormentato, osservava le foglie ormai morte e giallastre che danzavano sospinte dal vento davanti ai suoi occhi.

La gente era tutta rinchiusa in casa, assopita dalle voci rassicuranti delle televisioni e riscaldate dai camini accesi e dai termosifoni bollenti. Sud era una città molto piccola, contava appena 60000 abitanti, divisa quasi a metà: da una parte c’era la cittadella antica, con monumenti, resti d’altri tempi e chiese storiche, alta,fredda, posizionata su un colle dalla quale si scorgevano i monti che la circondavano e la vallata che le stava ai piedi; e poi c’era la parte bassa, Sud Scalo, dove c’era la stazione, dove erano sorti i grandi centri commerciali, dove c’era il polo universitario, i pub e  i locali, negozi scintillanti e poca cultura, sorta e cresciuta da pochi decenni laddove prima non esisteva assolutamente nulla,lì crebbero le fabbriche, le prime aziende multinazionali.

Erano le undici di sera del 5 Settembre 2000, ed Alex era appena uscito di casa per farsi due passi e fumarsi una sigaretta. Abitava in centro, a poche centinaia di metri dal corso principale di Sud, in una casa grande e molto accogliente. Con lui vivevano i nonni, la madre e il suo gatto. Il padre abitava invece a Sud Scalo, insieme all’altra sua mamma e i suoi due fratelli, Lilly e Manu.

Alex aveva 18 anni, era alto, magro, con i capelli corti di un biondo scuro particolare, un viso molto espressivo, e degli occhi grandi e colorati tipo cartone animato giapponese, di un verde acqua splendente. Portava con sé sempre uno zainetto dietro le spalle, pronto ad essere riempito di cianfrusaglie all’occasione, dei grossi e larghi pantaloni verdi, un maglione colorato di lana, un giubbotto rosso e una kefia al collo che non lo abbandonava mai, neppure d’estate sotto il sole cocente. Ma quella sera era particolarmente fredda e più che altro la utilizzava come sciarpa con la quale coprirsi fino all’altezza degli occhi; in testa aveva il suo solito cappellino militare, alle mani i guanti che le aveva regalato sua nonna. Così coperto camminava con calma e senza fretta per la città, sotto la pioggia battente e senza un ombrello che lo riparasse. Passeggiava senza meta, sotto i portici del corso, per via Gramsci, via Pollione. E pensava. Pensava alla sua vita e a come si stava evolvendo ultimamente.

Mentre camminava e con gli occhi bassi continuava il suo minuzioso lavoro di scervellamento personale sui dubbi esistenziali, si rese conto che si era del tutto infradiciato e decise di ripararsi  sotto i portici di San Giustino.

Si sedette sulla scalinata e si accese la sua prima sigaretta della serata.

Guardava la pioggia scendere giù con veemenza. Pensava che sarebbe stato bello essere una goccia di pioggia, così piccola e indifesa, ma così importante ed egocentrica; erano a migliaia le gocce che scendevano ogni secondo, avevano durata breve, ma in quelle frazioni di attimi, tutte, collettivamente, scendevano con un unico scopo, con una unica direzione, e tutti se ne accorgevano; mai le gocce di pioggia passavano inosservate,tutti, animali e uomini, oggetti e piante, sentivano la loro presenza, e nessuno poteva fermarle. Quando la pioggia voleva scendere giù dal cielo, niente e nessuno poteva contrastarle, nemmeno le creature più potenti e ricche e forti dell’universo potevano impedire alla pioggia di scendere; ci si poteva solo riparare. Erano minuscole prese una per una, queste goccioline di acqua, ma insieme, erano belle forti ed uniche nella loro maestosità. A volte potevano essere danno per la natura e per l’uomo, altre volte erano semplicemente vitali, ma sempre e comunque le misere e piccole goccioline di pioggia avevano uno scopo ben preciso che portavano sempre a termine e soprattutto chiunque non poteva che fare a meno di accorgersi del proprio passaggio. E di Alex? Qualcuno si era accorto della sua vita? O stava passando inosservato? Questo si chiedeva il ragazzo ,tra un tiro e un altro di fumo. E mentre era rapito dai suoi pensieri, vide da lontano un omone che si dirigeva correndo verso di lui. Alex alzò lo sguardo, e sussultò quasi dallo spavento quando si accorse che l’uomo correva proprio velocemente verso di lui. Forse qualcuno allora si era accorto di lui. Forse qualcuno sentiva il bisogno di correre da lui per dirgli:” Alex, guarda che io ti ho notato, non sei affatto inutile”. Ma si, sicuramente era così. Certamente qualcuno aveva sentito, percepito da lontano le sue riflessioni, le sue paure e stava accorrendo da lui a dirgli che non era una persona inutile, insignificante , ma che era importante, fondamentale; e i suoi occhi si accesero di un bagliore fluorescente, buttò via la sigaretta e mentre pensava a quello che doveva rispondere al gentile uomo, qualora gli avesse detto quello che si immaginava, un sorriso di gioia purissima cominciò a scardinarli il viso. Era tutto ad un tratto diventato felice; il cupo e la tristezza erano scivolati via con l’acqua piovana e si preparava ad accogliere l’uomo con una fierezza degna di un leone. L’uomo arrivò sotto i portici, si levò il cappuccio che lo copriva dalla pioggia e si avvicinò ad Alex.

 -Mi fai accendere per favore?-chiese al ragazzo e  prese una sigaretta dalla tasca mettendola con calma in bocca.

Alex morì dentro; pensava chissà cosa, fantasticava nel suo mondo ideale chissà quali magiche parole l’uomo gli avesse rivolto, già pregustava un discorso mistico da intraprendere con l’omone, e invece, nulla, il nulla, assolutamente nulla di tutto ciò.

 - Ah si, tenga- rispose Alex con tiepida freddezza, sconsolato e immediatamente tornato nello status in cui prima era immerso. E mentre l’uomo si allontanava con la sua cicca in bocca, il giovane ragazzo abbassava gli occhi, metteva le mani in tasca e prendeva un pennarello nero, di quelli che servono a scrivere su tutte le superfici. Si girò e sul muro scrisse: MI SENTO SOLO, FORSE LO SONO, MA PRIMA O POI, ANCHE DA SOLO, CAMBIERO’ IL MONDO.

Si alzò, si risistemò i pantaloni, il cappello e si riavviò con calma verso casa, non prima di aver acceso la sua seconda sigaretta.

Rientrato a casa, si diede una asciugata veloce, si infilò il pigiama e si mise sotto la coperta. Prima di addormentarsi, accese lo stereo, infilò dentro un cd della 99posse, prese il portatile, lo mise sulle sue gambe e scrisse per un po’. Amava scrivere, o meglio così Alex diceva. Ogni volta che si metteva a scrivere qualcosa, metteva su delle frasi, delle belle idee, poi si stufava e lasciava tutto li. Diciamo che amava pensare, ecco. Pensava tantissimo, si faceva viaggi lunghissimi di pensieri, quando parlava con gli amici spiegava i suoi pensieri, ma quando si trattava di scriverli, non gli piaceva più. Si definiva uno scrittore, ma non lo era. Era un pensatore, era un parolaio. Avrebbe detto a voce il suo libro, ma non lo avrebbe scritto. Lo avrebbe pensato, ideato, ma si annoiava a dover stare le ore a trascriverlo su carta o davanti al pc. Le frasi in testa, invece, scivolavano via rapide e sinuose, senza tempo, senza censure, senza errori di grammatica o di sintassi, senza star li a ricontrollare tutto. Per questo si era comprato un registratore vocale: quando gli veniva una bella cosa in mente, schiacciava rec e la diceva al microfono del registratore. Il fatto è che poi le frasi che registrava, non le trascriveva mai, non ne aveva proprio voglia.

Aveva un diario, rosso, bellissimo, che gli aveva regalato la sorella al compleanno. Aveva iniziato a scrivere li i suoi pensieri, all’inizio con una frequenza di tre volte al giorno, poi solo una al giorno, infine scriveva appena 2 paginette a settimana.

Insomma era un gran sognatore, ma svogliato. Non aveva voglia di scrivere, solo di pensare e parlare.

Quella sera decise un cambiamento drastico: prese il diario e lo mise nel cassetto ripromettendosi di non riprenderlo più. Era capitolo chiuso. Ora era maggiorenne, stava per trasferirsi a Terra, dove si era iscritto alla facoltà di scienze politiche, e quindi doveva assolutamente iniziare a scrivere un libro. Il suo sogno era sempre stato quello di provare a cambiare le cose con le parole, con la scrittura. Allora prese il  suo pc nero e iniziò di getto a scrivere, come solitamente di far suo.

CREDO NEI SOGNI, SONO UN SOGNATORE. O FORSE SONO SEMPLICEMENTE UN SOGNO. GUARDO QUESTO MONDO E MI CHIEDO: PERCHè? PERCHè IL CIELO è BLU? PERCHè SONO NATO BIANCO E NON NERO? PERCHE’ LA TERRA è MARRONE E IL SOLE GIALLO? PERCHè IL FUOCO è ROSSO? CREDO CHE DIO SIA UN PITTORE, UN PITTORE CHE SI è DIVERTITO A DIPINGERE IL MONDO COME LUI DESIDERAVA, COME A LUI GARBAVA. MICA HA CHIESTO CONSIGLIO A QUALCUNO? NO. HA DECISO LUI E BASTA. E SE DIO FOSSE MORTO, PERCHE’ ALLORA NOI DOBBIAMO CONTINUARE AD AVERE IL CIELO BLU, IL SOLE GIALLO, IL FUOCO ROSSO? SE QUALCUNO DOMANI SI SVEGLIASSE CON LA VOGLIA DI AVERE UN CIELO VERDE, UNA TERRA BLU E UN FUOCO NERO? NON LO POTREBBE AVERE.

POI TORNO A PENSARE CHE TANTO IO NON CREDO IN DIO E QUINDI IL MONDO ME LO DIPINGO COME VOGLIO IO.

SONO UN RIVOLUZIONARIO E CREDO CHE LA PRIMA COSA DA RIVOLUZIONARE SIANO I COLORI.

VORREI CHE GLI AFRICANI AVESSERO LA PELLE BIANCHISSIMA, NOI NERISSIMA. POI VORREI CHE IL COMUNISMO SIA GIALLO, L’ANARCHIA ROSSA, IL LIBERALISMO MARRONE, IL FASCISMO MI VA BENE NERO. MI PIACEREBBE AVERE UN BABBO NATALE VESTITO DI BLU E UNA COCA COLA TUTTA VIOLA. ANZI, MI CORREGGO. VORREI CHE LA COCA COLA NON ESISTESSE PROPRIO..

Alex così scriveva l’inizio del suo libro; certo era strano, ma in lui si prospettava gia un futuro, si vedeva che aveva la stoffa dello scrittore , era palpabile la sua diversità intensa. Alternava semplicità a profondità. E poi, in quello che scriveva ci credeva. Ci credeva fino alla morte. E questa è la prima cosa che serve ad un vero rivoluzionario.

Ma mentre scriveva e pensava queste cose, si addormentò davanti al computer.

 

fine primo capitolo..