LIVORNO, OCCUPATA LA GRAN GUARDIA!

Inviato da autonomix | 22 Feb, 2008


22 febbraio 2008 - Era nell'aria da parecchi giorni e c'erano volantini su tutti i muri della città ma forse nessuno si aspettava che l'occupazione rivendicativa del Movimento Antagonista Livornese colpisse lo storico teatro della Gran Guardia, ex fiore all'occhiello della città e in procinto di diventare una galleria di negozi (almeno così dicono....).


Un'occupazione che gli "organizzatori" chiamano rivendicativa perchè pensata e portata avanti per fare luce sul problema più devastante che sta colpendo i livornesi, in particolare le giovani generazioni: l'accesso alla casa e a una vita indipendente.

La data non è casuale perchè proprio in questi giorni è stato riaperto il bando per la graduatoria delle case popolari ma, come fanno capire anche negli uffici preposti, non ci sarà molto da distribuire perchè di case popolari da riassegnare ce ne sono poche, forse nessuna.

Proprio per questo gli occupanti lanciano dal palco, reale e mediatico, della Gran Guardia un appello/rivendicazione al Sindaco chiedendo di destinare gli immobili (ex caserme) che presto passeranno dal Ministero della Difesa agli enti locali, all'edilizia popolare dando il via a delle vere politiche abitative che allentino il giogo dei mutui, degli affitti inaccessibili e dei 3000 euro il metro quadro sulle fasce medio-basse della popolazione. (red)

 

Valerio Vive- a 28 anni dalla morte di Valerio Verbano, per mano fascista

Inviato da autonomix | 22 Feb, 2008

"Siamo amici di suo figlio e vorremmo parlargli". Il 22 febbraio del 1980 a Roma tre ragazzi armati e con il volto coperto fanno irruzione in casa Verbano, al quarto piano di Via Montebianco 114 al quartiere Montesacro. Legano e imbavagliano il padre e la madre e attendono l’arrivo del loro unico figlio Valerio, 18 anni, attivista di Autonomia Operaia, che in quel momento è ancora a scuola. Ai genitori dicono che devono solo fare delle domande a Valerio, vogliono sapere dei nomi. Sono le ore 13 circa.
Passano 50 minuti, durante i quali gli assassini rovistano nella camera da letto di Valerio, 50 minuti in cui la madre spera che il figlio faccia un incidente con la vespetta e non rientri a casa. Ma Valerio torna. Appena apre la porta i genitori sentono i rumori di una colluttazione, le grida del figlio e uno sparo soffocato. I tre assassini scappano di corsa per le scale, quasi subito accorrono i vicini che slegano i genitori e soccorrono Valerio, ma ormai non c’e’ più niente da fare, l’unico proiettile e’ entrato nella spalla sinistra, dall’alto verso il basso e ha reciso l’aorta uccidendo il ragazzo. Nella fuga i banditi lasciano un paio d’occhiali da sole, un bottone, una pistola con silenziatore e quasi inspiegabilmente un guinzaglio per cani.

L’omicidio di Valerio Verbano è uno dei grandi enigmi degli anni di piombo. Un assassinio dalle mille ipotesi rivendicato sia da destra che da sinistra, che apre squarci improvvisi su anni inquieti  e che rimane ancora oggi insoluto. “ Molti sono stati i pentiti di destra e di sinistra che hanno cercato di ricostruire le dinamiche che avvenivano in quegli anni. Solo alcuni omicidi non hanno trovato una paternità nonostante le numerose confessioni rese da moltissime persone e tra i pochissimi quello di Valerio Verbano” (Antonio Capaldo, magistrato).
 
Le rivendicazioni
Lo stesso giorno dell’omicidio arrivano due rivendicazioni la prima è di una formazione di sinistra “Gruppo Proletario Rivoluzionario Armato” che afferma di aver ucciso Verbano perchè è una spia, un delatore, un “servo della polizia” anche se dicono “è stato un errore, volevamo solo gambizzarlo”. Un’ora dopo verso le 21 arriva una seconda rivendicazione dei “Nuclei Armati Rivoluzionari, avanguardia di fuoco” (NAR), la sigla di punta dell’estrema destra:

“Abbiamo giustiziato Valerio Verbano mandante dell’omicidio Cecchetti. Il colpo che l’ha ucciso è un calibro 38. Abbiamo lasciato nell’appartamento una calibro 7.65. La polizia l’ha nascosta”. In tarda serata arriva un'altra telefonata del Movimento Popolare Rivoluzionario, una formazione di destra.

Il giorno dopo arrivano le smentite la prima è del “Gruppo Proletario Rivoluzionario Armato” con un volantino, poi quella dei NAR: “Non avevamo nessun interesse a suscitare una guerra tra movimenti rivoluzionari”. Un altro volantino recapitato verso mezzogiorno, sempre dei NAR (“comandi Thor, Balder e Tir”), non parla esplicitamente di Verbano ma del “martello di Thor che ha colpito a Montesacro”. Dieci giorni dopo compare un altro volantino a Padova ancora a firma NAR che smentisce categoricamente qualsiasi coinvolgimento nel delitto Verbano. Ma per gli inquirenti la rivendicazione più probabile è la prima telefonata dei NAR, che fa a riferimento al calibro 38. Quando arrivò quella telefonata infatti non c’era ancora la conferma del medico legale sul calibro che aveva ucciso Valerio. Come potevano saperlo?

Valerio

Valerio era figlio unico, si interessava di politica, ma in casa, ricorda la mamma Carla , non se ne parlava mai. I genitori non erano dunque a conoscenza del coinvolgimento e del grado d’impegno di Valerio. Il rapporto in casa era comunque tranquillo Valerio studiava, usciva con gli amici, aveva la sua fidanzata: un ragazzo normale come tanti.

La militanza politica di Valerio Verbano comincia nel 1975 al liceo scientifico Archimede sezione D. Una militanza attiva che non evita lo scontro fisico e diretto con l’avversario. Valerio va in palestra pratica il judo e il karate dall’età di otto anni. I suoi interessi comprendono anche la musica: i Beatles i Pink Floyd e la Roma, la sua squadra, una vera fissazione. La fotografia è una sua altra grande passione che metterà presto al servizio del suo impegno politico.

Ma il 20 aprile 1979 lo arrestano, viene sorpreso in un casolare abbandonato insieme a quattro amici mentre fabbricano ordigni incendiari. Le istruzioni sono contenute nel libro Il sangue dei Leoni edito da Feltrinelli nel 1969, un manuale di guerriglia urbana molto diffuso all’epoca. Nella perquisizione della sua stanza gli agenti trovano anche una pistola: una berretta 765 con la matricola limata. I genitori cascano dalle nuvole quando vedono la pistola. "Le armi all’epoca giravano, ne giravano parecchie, era facile procurarsele. Era difficile non accorgersene" ricorda un amico. Valerio sconta sette mesi a Regina Coeli. Quando entra in carcere ha diciotto anni e due mesi, è forse il detenuto più giovane di tutto il carcere romano.

Il Dossier di Valerio
Durante la perquisizione gli agenti trovano infatti anche una grande quantità di materiale, un archivio con centinaia di foto e nomi di militanti dell’estrema destra romana. Un lavoro iniziato nel 1977 quando Valerio aveva soltanto sedici anni. Valerio aveva formato il collettivo autonomo dell’Archimede, un gruppo che si specializza, ricorda un amico : “ nella controinformazione, documentavamo, fotografavamo..…eravamo organizzati come un piccolo servizio segreto, nel nostro piccolo estremamente efficiente. Ci avvicinavamo a manifestazioni dell’estrema destra o ai loro luoghi di ritrovo. Scattavamo foto e poi cercavamo d’identificarli…veniva fatta la raccolta di tutti gli articoli di giornale che parlavano dell’estrema destra, degli arresti. Avevamo un archivio fotografico e uno storico con tutti i fatti dell’estrema destra e degli informatori infiltrati negli ambienti dell’estrema destra. Tutto finiva in un quaderno in cui venivano catalogate tutte queste persone…in quel momento c’era la sensazione che ci potesse essere da un momento all’altro un colpo di stato della destra in Italia. Quindi ci si doveva preparare a contrastarlo in qualche maniera. Avevamo l’esempio del Cile, dell’Argentina. I dati servivano se succedeva qualcosa”.

Dell'esistenza di questo "dossier" è a conoscenza, e probabilmente lo ha tra le mani, anche un giudice che indaga sull'eversione nera, Mario Amato. Il giudice Amato morirà per mano dei NAR il 24 giugno 1980 a Roma in Viale Jonio a pochi passi dall’abitazione di Valerio Verbano. 

Roma: i quartieri  Montesacro e Trieste
La Roma di quegli anni è una città dura e violenta dove ogni giorno si scontrano ragazzi di destra e di sinistra armati e pronti allo scontro. I quartieri su cui ruota questa storia e anche molte altre di quel tragico periodo sono due: Montesacro, zona rossa per eccellenza e Trieste roccaforte dei giovani di destra di Terza Posizione, nel mezzo quasi a segnare una divisione ideologica e geografica scorre un piccolo fiume l’Aniene, affluente del grande Tevere.

Ci si accanisce contro le sezione dei rispettivi partiti di riferimento: PCI e MSI. Centinaia di azioni intimidatorie da l’una e l’altra parte per il controllo del territorio, per non permettere al nemico di prevalere.

All’interno di questi confini dal 1976 al 1983 si consumano ben nove omicidi a sfondo politico: Vittorio Occorsio magistrato, 45 anni, 10 luglio 1976, ore 8.15, via Mogadiscio; Stefano Cecchetti, studente, 19 anni, 10 gennaio 1979, ore 19.30, Largo Rovani ; Francesco Cecchin, 17 anni, studente, 28 maggio 1979, ore 24, Via Montebuono ; Valerio Verbano studente, 18 anni, 22 febbraio 1980 ore 14.00, via Montebianco; Angelo Mancia, fattorino, 27 anni, 12 marzo 1980, ore 8, Via Federico Tozzi; Franco Evangelista, appuntato di Polizia, 37 anni, 28 maggio 1980 ore 8.10, Corso Trieste; Mario Amato, 42 anni, magistrato, 23 giugno 1980, ore 8.00, Viale Jonio; Luca Perucci, studente, 18 anni, 6 gennaio 1981 ore 17.15, Via Lucrino; Paolo di Nella, studente, 20 anni, 2 febbraio 1983, ore 22.45, Viale Libia.

Le indagini
Gli inquirenti sembrano partire con il piede giusto. Un vicino di casa ha visto quei ragazzi, viene costruito un identikit. Afferma anche di aver visto Valerio parlare proprio a quei ragazzi il giorno prima dell’omicidio davanti alla sala giochi. Ma questa preziosa testimonianza verrà poi ritrattata, l’uomo telefona al padre di Valerio e si scusa: “Mi dispiace, ho un figlio di quindici anni…”, forse è stato minacciato. Dopo poco tempo comunque cambia casa e se ne va dal quartiere.

Il padre di Valerio Sardo Verbano, comunque non ha intenzione di aspettare gli eventi: è un assistente sociale che lavora per il Ministero degli Interni e pochi mesi dopo la morte del figlio decide di svolgere delle indagini in proprio. Nasce così una sorta di memoriale in cui fa tre ipotesi precise sulla morte di suo figlio Valerio.

La prima ipotesi
Un primo possibile movente, scrive Sardo, potrebbe essere legato allo scontro avvenuto il 19 settembre 1978 a Piazza Annibaliano al quartiere Trieste tra quattro autonomi e un gruppo di Terza Posizione facente parte dei Nar e della cosiddetta “Legione”. Valerio per difendere un compagno aggredito ferisce con una coltellata un ragazzo di destra Nanni De Angelis . Valerio riceve una martellata nel petto. Dopo la colluttazione tutti fuggono, ma rimane a terra la borsa di tolfa di Valerio. Secondo Marcello de Angelis, il fratello di Nanni, in quella borsa non c’era nulla che potesse far risalire al proprietario: solo un goniometro e una penna. Secondo la madre di Valerio c’erano i documenti del figlio e così gli aggressori hanno potuto sapere chi era e dove abitava.

Il padre di Valerio dopo l’assassinio chiede un incontro con Nanni De Angelis, che accetta, dal dialogo i genitori si convincono che De Angelis non abbia nulla a che fare con la morte di Valerio.

La seconda ipotesi
Un altro movente che ipotizza il padre Sardo è legato a quel dossier che Valerio stava preparando sui NAR, Terza Posizione e sull’estrema destra romana. Forse vennero a sapere del dossier dopo l’arresto di Valerio nel 1979. Riapparso e poi scomparso, che cosa ci fosse in quel dossier e che importanza avesse per la destra eversiva non è ancora chiaro. Degli appunti di Valerio Verbano restano solo delle fotocopie, l’originale è stato sequestrato dagli inquirenti nel 1979 al momento dell’arresto, poi è scomparso.
Dalle poche fotocopie fatte dalla Digos è possibile comunque ricostruire una mappa della Destra a Roma. Un materiale prezioso che avrebbe potuto portare gli inquirenti sulla pista giusta.

Nel 1981 nell’ambito delle indagini sulla strage di Bologna vengono fuori quasi per caso delle informazioni interessanti anche per il caso Verbano. A parlare è Laura Lauricella, compagna di un personaggio di spicco dell’estrema destra di quel periodo Egidio Giuliani. La Lauricella decide di parlare tra le cose che racconta fa riferimento a un silenziatore che il Giuliani avrebbe dato all’assassino di Verbano. Lo scambio avvenne al poligono di Tor di Quinto a Roma, dove molti neofascisti si incontrano. La Lauricella racconta che Giuliani le avrebbe confidato che lui stesso aveva costruito quel silenziatore e che lo avrebbe dato a un ragazzo che quel giorno sparava vicino a lui . Quel ragazzo è Roberto Nistri membro di spicco di Terza Posizione.

Il giudice Claudio d’Angelo che indaga sull’omicidio Verbano interroga sia Nistri che Giuliani entrambi negano ogni addebito e chiedono un confronto con la Lauricella, ma quel confronto non ci sarà mai. Il 30 settembre 1982 Walter Sordi, ex terrorista dei Nar pentito, fa nuove rivelazioni sul delitto Verbano dice di aver raccolte le confidenze di un altro esponente dei Nar Pasquale Belsito : “ fu Belsito a dirmi che a suo avviso gli autori dell’omicidio Verbano erano da identificarsi nei fratelli Claudio e Stefano Bracci e in Carminati Massimo. Il 25 gennaio 1984 nell’unico interrogatorio a cui è sottoposto Claudio Bracci nega ogni addebito e smentisce di conoscere Pasquale Belsito. In ottobre Massimo Carminati rilascia identiche risposte.

Ai pentiti e ai collaboratori si unisce anche Angelo Izzo, detenuto dal 1975, per i fatti del Circeo. Izzo afferma di aver raccolto in carcere le confidenze di Luigi Ciavardini, militante di terza Posizione poi passato a i Nar. “Luigi Ciavardini mi disse che l’omicidio era da far risalire a militanti di Terza Posizione, mi disse che il mandante era sicuramente Nanni de Angelis, per quanto riguarda gli esecutori mi disse che sicuramente si trattava di componenti del gruppo capeggiati da Fabrizio Zani. Solo un pasticcione come Zani poteva perdere la pistola durante la colluttazione con Verbano”.

Ma anche le parole di Izzo non trovano nessun riscontro. Da tutta questa serie di pentiti non uscirà nessun elemento concreto tutti gli indiziati verranno prosciolti nel 1989, l’inchiesta è chiusa.
 
La terza ipotesi
Il padre di Verbano indica anche un altro possibile movente : “ nei giorni precedenti al suo assassinio, mio figlio Valerio, potrebbe essere venuto a conoscenza di un gruppo composto da autonomi e neofascisti che svolgevano traffici di armi e droga. Questo gruppo venuto a conoscenza che Valerio indagava su di loro avrebbe inviato i tre assassini per interrogare Valerio e sapere quali nomi e fatti conoscesse”. Nel memoriale Sardo Verbano scrive un nome che è la perfetta sintesi di questa alleanza criminale tra rossi e neri, si tratta di Marco Guerra , un informatore di Valerio.

Sentito dal giudice il 20 marzo del 1987, Marco Guerra dichiara: “All’epoca dl delitto Verbano facevo parte di un gruppo di giovani che si riconoscevano nel Movimento Comunista rivoluzionario, fino al 1978 avevo militato nella destra extraparlamentare, ma poi confluimmo nel movimento comunista rivoluzionario”. Prima di aderire all’estrema sinistra Marco Guerra frequenta il gruppo di estrema destra capeggiato da Egidio Giuliani e Armando Colantoni. Secondo gli investigatori questo gruppo avrebbe tentato un approccio con formazioni del terrorismo rosso per esaminare la possibilità di una strategia comune.

Questa terza ipotesi non è stata mai presa in considerazione e non c’è comunque nessuna prova che Valerio Verbano sia stato ucciso da un gruppo misto rosso e nero, uniti per eliminare un ragazzo troppo curioso che forse aveva scoperto troppo.

Un altro elemento…trascurato dagli inquirenti.
Il 28 maggio del 1980 tre mesi dopo l’omicidio Verbano un commando dei NAR uccide Franco Evangelista, detto "Serpico", agente di guardia davanti al liceo Giulio Cesare. Da queste indagini esce un elemento che potrebbe essere significativo anche per l’omicidio Verbano . Durante le indagini finisce nella rete un ragazzino di sedici anni Elio De Scala, soprannominato “Kapplerino”, nella sua abitazione viene trovato un vero e proprio arsenale: tre pistole , dieci silenziatori centinaia di pallottole, sul comodino le chiavi di un auto rubata usata per due sanguinose rapine.
Ma c’è un elemento che non quadra: la rivendicazione di quelle due rapine sono firmate dai NAR, ma la rivendicazione del furto di quell’automobile era stata firmata dalla sigla “Proletari Organizzati. Gruppo Valerio Verbano” in un linguaggio intriso del linguaggio dell’estrema sinistra. Il gruppo “Proletarii organizzati” scrivono i giornali è una sigla per depistare le indagini. E’ una novità che potrebbe gettare luce sul delitto di Via Montebianco. Eppure non si muove nulla, non ci sono indagini mirate, interrogatori nel fascicolo dell’istruttoria non c’è alcun riferimento.

La lettera della madre di Valerio a Pasquale Belsito
Ma la madre di Valerio non si arrende ancora, ha deciso di scrivere all’ultimo irriducibile dei Nar Pasquale Belsito, arrestato nel 2001 in Spagna e estradato in Italia nel 2005, per chiedergli aiuto:

Durante questi anni non ho mai perso la speranza di poter conoscere la verità sull’omicidio di mio figlio, mi rivolgo a lei Pasquale Belsito perché ha conosciuto e frequentato gli ambienti di estrema destra: Nar, Terza Posizione. Chi meglio di lei conosce la storia di quel particolare momento. Lei ha oggi quarantaquattro anni, gli stessi che avrebbe il mio Valerio, è in carcere da quasi quattro anni e mezzo, non so quanta pena debba scontare complessivamente, credo però che ne passeranno molti prima che possa riprendere la sua vita. Spero che lei sappia qualcosa e che abbia voglia di raccontarlo a una madre in cerca della verità. Non voglio vendetta ma solo giustizia, quella che è stata negata fino ad ora dal silenzio assordante che ha coperto l’assassinio di mio figlio. Credo che la decisione di raccontare le cose come stanno potrebbe portare sollievo anche a lei”. (Pina Carla Verbano).

Tratto da www.lastoriasiamonoi.rai.it 

La Camera rifinanzia la guerra in Afghanistan: che tristezza!

Inviato da autonomix | 22 Feb, 2008
La Camera rifinanzia la guerra in Afghanistan
Sinistra Arcobaleno già divisa: Prc e Comunisti Italiani votano ‘no’; Verdi e Sd si astengono
Il rifinanziamento 2008 della missione militare italiana in Afghanistan è stato approvato giovedì pomeriggio dalla Camera dei Deputati e ora passerà al vaglio del Senato.
Hanno votato ‘sì’ alla conversione in legge del decreto governativo 340 deputati di Partito Democratico, Radicali, Socialisti, Italia dei Valori, Udeur, Udc, Forza Italia, Alleanza Nazionale, Lega Nord e Destra.
 
Italiani in AfghanistanSinistra divisa sul ‘no’. Solo 50 i voti contrari: quelli dei parlamentari di Rifondazione e Comunisti Italiani. I deputati di Sinistra Democratica e Verdi sono invece usciti dall'aula al momento della votazione, creando una prima divisione all'interno della neonata Sinistra Arcobaleno che invece, nelle commissioni Difesa ed Esteri della Camera, aveva votato compattamente ‘no’.
Angelo Bonelli, Verdi, invitando a non drammatizzare le modalità diverse di voto, spiega che “comunque il giudizio di tutti noi della Sinistra Arcobaleno è contro la missione in Afghanistan”. Arturo Scotto, Sinistra Democratica, durante le dichiarazioni di voto aveva detto: “Noi della Sinistra Democratica non possiamo votare questo decreto sulle missioni all'estero. Ciascun deputato e ciascuna deputata valuterà come esprimersi al momento del voto”.
Il leader del Pdci, Oliviero Diliberto, si limita a parlare per il proprio partito: “Abbiamo votato risolutamente e coerentemente contro dopo aver votato per due anni a favore per lealtà verso Prodi”.
 
Carro armato italiano in AfghanistanMaquillage elettorale. Per distinguersi dalle destre, il Partito Democratico ha presentato un ordine del giorno che impegna il governo (Prodi?) a cercare “un mandato internazionale che unifichi le due missioni attualmente in Afghanistan (Isaf a guida Nato ed Enduring freedom a guida Usa) e abbia come obiettivo primario la protezione dei civili, con un maggior controllo internazionale sulla pianificazione delle azioni militari”. L’odg approvato dall’esecutivo uscente prevede anche il rilancio dell’impegno dell’Italia per arrivare a “una conferenza di pace regionale” e il sostegno a “una strategia politica in Afghanistan volta al coinvolgimento in un processo di riconciliazione nazionale di tutti coloro che si mostrano disponibili ad accettare la democrazia, lo Stato di diritto e il rispetto dei diritti umani”.
Soddisfatto il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, ideatore della proposta di unificare Isaf ed Enduring Freedom (che è esattamente quello che vuole il Pentagono): “Sono lieto che la Camera abbia approvato il decreto che finanzia i nostri militari impegnati in missione di pace nel mondo”.
I nostri incursori e le nostre truppe impegnate a ‘pacificare’ i talebani ringraziano sentitamente.

INDETTO PRESIDIO ANTIRAZZISTA

Inviato da autonomix | 22 Feb, 2008

Domenica 17 febbraio, piazza Rebaudengo. Alcuni antirazzisti decidono di salutare – a modo loro – un gruppo di leghisti in partenza per una manifestazione. Al primo momento di tensione, la polizia di scorta salta addosso agli antirazzisti e ne arresta tre. Ad una settimana di distanza, uno è ancora in carcere e gli altri liberi, ma costretti a firmare tutti i giorni in questura.

Negli ultimi mesi si sono moltiplicati gli attacchi a sfondo razziale. Insulti e aggressioni ai danni di stranieri stanno diventando episodi comuni nel paesaggio cittadino. Un giorno semplici minacce, il giorno dopo una testa rotta, e poi ancora il rogo di un campo Rom: così, come se fosse normale.
La propaganda dei gruppi leghisti o fascisti – ritenuta da molti marginale e folkloristica – sta facendo presa, trasformandosi in pratica diffusa e pericolosa.
Il tumore razzista produce metastasi, che rischiano di divenire incontrollabili.
Del resto, quando si fatica ad arrivare alla fine del mese, quando non ci si sente più a casa da nessuna parte, quando non si capisce bene cosa ci possa riservare il futuro, la propaganda razzista fornisce rassicurazioni a buon prezzo: la colpa di tutto è sempre degli ultimi arrivati, «che rubano donne, lavoro e sicurezza».
E mentre si scalda la guerra tra i poveri, i padroni ingrassano. Perché le paranoie razziste e quelle securitarie rimettono in riga tutti quegli stranieri – clandestini o regolari che siano – costretti a lavorare in condizioni di semi-schiavitù nei cantieri, nelle fabbriche, nelle case e per le strade della città. Le aggressioni di questi mesi, unite alle continue retate, allo spettro della clandestinità, ai titoli isterici dei giornali, alle politiche repressive degli amministratori comunali, convincono anche i più riottosi a lavorare duro e, soprattutto, in silenzio.
In tanti si dividono la responsabilità di questa situazione, oppure ne approfittano: politici di destra e di sinistra, questori e prefetti, industriali, malavitosi e piccoli imprenditori – italiani e stranieri.

Fermare il tumore razzista in città è urgente e necessario. E la prima cosa da fare per fermarlo è tappare la bocca a tutti quei gruppi che hanno fatto del razzismo il proprio cavallo di battaglia, il centro della propria propaganda.
Se i discorsi razzisti non sono più solo parole al vento, neanche i sinceri antirazzisti possono più limitarsi alle chiacchiere.

Sabato 23 febbraio dalle 11,30
Piazza Borgo Dora - Torino

Riflessioni: Torino--Post-Olimpico Inferiore

Inviato da autonomix | 22 Feb, 2008

Succede, in una cascina alle porte di Torino, che intere famiglie vengano sgomberate e arrestate per furto di corrente. Avevano in fondo, anche loro, come tante altre, un problema di carovita. Ma stiamo parlando di famiglie Rom, si capisce.

Succede poi, alle porte del carcere di Torino, che un carabiniere in vena di quelle che per lui sono spiritosaggini, commenti: "Le carceri scoppiano? Altro che indulto, bisognerebbe riaprire i forni". Si parla ovviamente di Rom, quelli della cascina, si capisce.

Così come succede, nelle periferie di Torino, che alcuni giovani tirino tardi la sera (e cosa tirino, non è difficile immaginarlo…) per sprangare stranieri e… tossicodipendenti, e per incendiarli davvero quei maledetti campi Rom. Fedeli interpreti del nostro tempo, combattono la guerra civile tra poveri che tanto piace ai gendarmi dell'ordine sociale, e tanto giova ai loro padroni.

Ogni tanto, succede anche che altri giovani si organizzino per contestare i razzisti: nelle redazioni dei loro giornali, sotto un gazebo al mercato, in partenza per un viaggetto organizzato. Alla guerra civile tra poveri, preferiscono combattere adesso la guerra sociale contro i responsabili del disastro in cui stiamo precipitando, disposti anche a correre il remoto rischio di una rivoluzione, un giorno…

Succede, una volta tanto, che la polizia faccia il suo dovere, e di questi sfacciati antirazzisti cinque vengono denunciati, due vengono arrestati e rilasciati con obbligo di firma quotidiana e uno si trova tuttora detenuto in carcere. I razzisti, commossi, ringraziano.

Dice un mediocre sindaco: "Chi agisce e pensa così è indegno di far parte di una comunità" ed è "contrario alle più elementari norme di rispetto e civiltà". Così dice, e non si capisce di cosa stia parlando.

Scrive poi, un mediocre giudice della procura di Torino, che questi giovani "dimostrano una totale influenzabilità e soggezione rispetto a un malinterpretato senso di appartenenza, all'interno del quale si inseriscono azioni delittuose". Così scrive il giudice, e non si capisce di cosa stia parlando.

E scrive ancora, lo stesso giudice, che "un continuo contatto con le forze dell'ordine può costituire un adeguato monito dal ricadere nel reato". Così scrive il giudice, e non si capisce di cosa stia parlando. Ma le sue carte, questo lo si capisce fin troppo bene, cominciano ad accendere quei forni che tanto piacciono ai suoi gendarmi, e tanto giovano ai suoi padroni.

da www.autistici.org/macerie