Green scare: condanne e nuove inchieste

Inviato da autonomix | 13 Mar, 2008

ImageBRIANNA WATERS, accusata di diversi incendi rivendicati dall'ELF, e' stata in questi giorni condannata. La pena verra' annunciata il 30 maggio, rischia da 5 fino a 20 anni di carcere.
Incredibilmente il giudice ha deciso la sua immediata carcerazione per il pericolo di fuga e di reitarazione dei reati.
E' importante sostenere Brianna in questo momento particolarmente difficile:

Briana Waters 36432-086
FDC - Seatac
Federal Detention Center
P.O. Box 13900
Seattle, WA 98198
USA



Si apre in Michigan un nuovo procedimento di accusa per incendi targati ELF.
Ad essere accusate quattro persone: Marie Jeanette Mason, Frank Brian Ambrose, Aren Bernard Burthwick e Stephanie Lynne Fultz.
Sono accusati di cospirazione, incendio aggravato ed incendio in relazione ad un rogo vvenuto il 31 dicembre 1999 al padiglione di agricoltura del campus dell'Universita' del Michigan (MSU) e a quello del 1 gennaio 2000 riguardante attrezzature per l'abbattimento di alberi a fini commerciali presso Mesick in Michigan.
Secondo gli investigatori i quattro avrebbero cospirato per commettere l'incendio alla MSU, che poi Mason ed Ambrose avrebbero portato a termine, con il fine di distruggere le ricerche su piante geneticamente modificate finanziate dal governo federale e svolte da alcuni ricercatori della MSU. Inoltre i quattro avvrebbero pianificato la distruzione di attrezzature utilizzate per l'abbattimento di alberi (destinati al commercio di legname).
Soddisfazione viene espressa da dirigenti dell'universita' che ritengono le azioni dell'ELF un attacco diretto alla liberta' di ricerca nelle universita'.


Jeff free Luers e' stato trasferito:
Jeff Luers #13797671
CCCI
PO Box 9000
Wilsonville, OR 97070
USA

 

info su

http://veganlink.antifa.net/hp/

COSTRUIAMO UN PONTE PER LA SOLIDARIETA'

Inviato da autonomix | 13 Mar, 2008

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www.csoacartella.org

www.mdtcalabria.org

www.ccaaugusto.org 

Bolzaneto: un processo nato morto

Inviato da autonomix | 13 Mar, 2008

La storia siamo noi. Questo era scritto sullo striscione che apriva l’imponente manifestazione del 17 novembre scorso a Genova. Quella di Bolzaneto è un’altra storia, una storia già finita. Anche se la sua conclusione formale si colloca nel 2009, con la prescrizione di tutti i reati grazie ai termini di modifica previsti dalla legge "ex Cirielli".
La richiesta di 76 anni di carcere per i 44 imputati - poliziotti, agenti penitenziari, medici, infermieri - attiene ai reati di abuso di ufficio, lesioni personali, falso, abuso di autorità. La nostra storia parla di torture. Il loro sistema normativo fa riferimento a trattamenti inumani e degradanti: il reato di tortura nel nostro sistema penale non esiste (e non solo nel nostro: Abu Ghrahib docet). La nostra storia ci dice che la tortura contro i prigionieri è sempre esistita, che è stata praticata negli anni ’80 nella stagione del conflitto più radicale, che verosimilmente la moltitudine di Genova metteva ancora più paura. Ci dice che lo è tuttora (qualche nome recente: Aldrovandi, Brianzino…), che è pratica periodica nelle caserme e nelle camere di sicurezza. La loro logica presuppone che si debba sapere: solo così può dispiegare sino in fondo la sua valenza deterrente. La nostra storia ci dice che sappiamo bene che mai nessun torturatore o assassino al servizio del potere ha pagato.
La loro strategia di sperimentazione della violenza a Genova - tutta Genova, non solo Bolzaneto - fu parte di una sorta di prova di guerra interna e in guerra, si sa, lo stato di diritto viene sospeso. La nostra storia ci ha lasciato la percezione che quel diritto di resistenza a nostra volta sperimentato resta paradigma ineludibile in ordine al sistematico trascinamento del conflitto sociale dentro la normativa penale.

La nostra storia è rispondere con determinazione al tentativo di paralizzare il dissenso attraverso uno strumento penale che vale secoli di galera per una manciata di manifestanti sotto processo a Genova e Cosenza mentre concede l’impunità ai veri responsabili degli orrori che hanno caratterizzato quelle giornate. Dove per responsabili non si intende qualche decina di seviziatori sadici, ma una catena di comando mai nemmeno sfiorata dalle inchieste giudiziarie: fu il ministro della giustizia Castelli a ispezionare Bolzaneto, non l’ultimo dei funzionari dell’amministrazione penitenziaria. Per tutti i nomi conosciuti la promozione a più alti incarichi, a cominciare dal capo della polizia De Gennaro, per i manifestanti che a Firenze furono caricati violentemente mentre sfioravano l’ambasciata americana sette anni di reclusione ciascuno.
La nostra storia ci dice che a poco serve inseguire una giustizia che dopo aver consentito che si facesse di noi carne da macello su di noi continua ad accanirsi quali unici responsabili di quanto avvenne nel luglio 2001. Ci dice che molto c’è da fare invece per sottrarre centinaia di noi agli effetti di questa stessa giustizia. Ci dice che dobbiamo lavorare perché niente di simile accada più. Ci dice che nel lavoro da fare c’è anche la necessità di imporre soglie certe al diritto di manifestare, di pretendere la riconoscibilità di chi effettua servizio di ordine pubblico, di continuare a ridisegnare quell’incerto confine che divide legalità e legittimità.
La storia siamo noi. La nostra storia è ancora continuare a pensare che un altro mondo è possibile.

Liberitutti

I centri sociali occupano la sede del Pd

Inviato da autonomix | 13 Mar, 2008

Fonte: Corriere on line 12.03.08

I centri sociali occupano la sede del Pd

All’esterno del loft esposto uno striscione: «Tortura al G8. Yes we can».


È durata una quarantina di minuti l’occupazione della sede del Pd a Roma da parte di una trentina di appartenenti ai centri sociali della capitale per protestare contro, ha detto un loro portavoce, la mancata presa di posizione del Partito democratico sui fatti avvenuti nella caserma di Bolzaneto nel corso del G8 del 2001 dopo le richieste di condanna avanzate dai pm di Genova. Dopo una quarantina di minuti, in seguito a un incontro con il responsabile della comunicazione del Pd Ermete Realacci, i giovani sono usciti dal loft.

Alla protesta, a quanto si è appreso dalla polizia, hanno partecipato in tutto una ventina di persone. Sette sono entrate nella sede del partito, le altre sono rimaste fuori in piazza Sant’Anastasia. «Volevamo che il Pd si esprimesse sulla vergogna di Bolzaneto», ha detto Stefano Zarlenga, della Rete per l’autoformazione, una delle sigle che ha partecipato alla protesta, insieme con Horus e Collettivi studenteschi. «È stata una protesta pacifica», ha aggiunto Zarlenga. All’esterno del loft del Pd è stato esposto uno striscione con scritto «Tortura al G8. Yes we can».

 

 

 

È durata una quarantina di minuti l’occupazione della sede del Pd a Roma da parte di una trentina di appartenenti ai centri sociali della capitale per protestare contro, ha detto un loro portavoce, la mancata presa di posizione del Partito democratico sui fatti avvenuti nella caserma di Bolzaneto nel corso del G8 del 2001 dopo le richieste di condanna avanzate dai pm di Genova. Dopo una quarantina di minuti, in seguito a un incontro con il responsabile della comunicazione del Pd Ermete Realacci, i giovani sono usciti dal loft.

Alla protesta, a quanto si è appreso dalla polizia, hanno partecipato in tutto una ventina di persone. Sette sono entrate nella sede del partito, le altre sono rimaste fuori in piazza Sant’Anastasia. «Volevamo che il Pd si esprimesse sulla vergogna di Bolzaneto», ha detto Stefano Zarlenga, della Rete per l’autoformazione, una delle sigle che ha partecipato alla protesta, insieme con Horus e Collettivi studenteschi. «È stata una protesta pacifica», ha aggiunto Zarlenga. All’esterno del loft del Pd è stato esposto uno striscione con scritto «Tortura al G8. Yes we can».

MORIRE DI PRECARIETA'

Inviato da autonomix | 13 Mar, 2008
L'inchiesta Fiom sulla condizione operaia e l'in/sicurezza sul lavoro nel nuovo ddl governativo [Interviste e materiali]


Quando la ripetitività e i ritmi pesanti tipici del fordismo si intrecciano al rischio e alla precarietà postfordiste...
|Marzo 2008|
L’inchiesta promossa dalla Fiom, presentata il 29 febbraio scorso a Torino dopo un lavoro di circa un anno, ha pochi precedenti per dimensione e dettaglio di analisi sulla condizione di lavoro. 100.000 lavoratrici e lavoratori hanno risposto, oltre 15.000 impiegati, compresi livelli elevati, oltre 3.000 migranti e più di 20.000 donne.
Secondo i curatori, i dati rappresentano in qualche modo uno spaccato della parte più strutturata e avanzata delle condizioni di lavoro. Chi è fuori dai diritti e dalle tutele della sindacalizzazione normalmente sta peggio. Da questo punto di vista si possono considerare i risultati di questa inchiesta una sorta di grande superficie emersa di una condizione di lavoro che in molte realtà sarà sicuramente peggiore.

[Ascolta l'intervista con Eliana Como, curatrice della ricerca, sulle modalità e sui risultati principali dell'inchiesta]


Dall'Introduzione di Giorgio Cremaschi al libro sintesi sull'inchiesta (vedi http://www.fiom.cgil.it/inchiesta/libro_sintesi.pdf) riportiamo la riflessione sull'intreccio tra vecchie e nuove dipendenze:

"La tendenza ideologica di fondo è quella di presentare la grande trasformazione avvenuta nell'economia e nella produzione, in un processo che avrebbe cancellato ripetitività, taylorismo, modelli autoritari di produzione e che avrebbe spostato tutto sulla flessibilità, sulla qualità, sulla partecipazione...Anche chi non nega che esistano oggi condizioni di precarietà, di sfruttamento, di perdita di identità del lavoro inaccettabili per una società civile, tende a vederli tutti come frutto del nuovo modo di lavorare, che ha cancellato il vecchio distruggendo, con il male della condizione di lavoro fordista, anche il bene dei diritti e delle tutele con essa accumulati...
Dall’inchiesta promossa dalla Fiom tutta questa impostazione viene smentita. Nel lavoro industriale di oggi, proprio in quello più competitivo e avanzato, le vecchie pratiche tayloriste fondate sulla ripetitività, sulla parcellizzazione, sulla spinta all’aumento dell’orario di lavoro, e quelle richieste dalla modifica dei ritmi produttivi, dalla diversa richiesta di qualità dei prodotti, dall’obbligo di una maggiore attenzione e partecipazione di chi lavora al processo produttivo, il vecchio e il nuovo insomma, si sovrappongono e si intrecciano. Non sparisce la vecchia condizione di lavoro, ma si trasforma con un aggravio complessivo della fatica del lavoratore e ancor più della lavoratrice, per cui la fatica che viene dal vecchio spesso si somma con lo stress, la tensione, l’insicurezza sociale prodotta dal nuovo. Da questa inchiesta non emerge soltanto il fatto – che a volte diviene spunto per retorica banale – che gli operai esistono ancora. L’elemento di verità di quest’inchiesta è, secondo noi, che attraverso la profonda ristrutturazione avvenuta in questi venti anni nel sistema industriale e nell’organizzazione del lavoro, si è affermato un modello che si sta estendendo a tutta la società, nel quale la dipendenza delle persone, la riduzione della loro autonomia reale, sono accompagnate dalla richiesta di una sempre più convinta adesione del lavoratore ai processi qualitativi dell’impresa. La somma di vecchio e nuovo, la loro contaminazione, produce così un modo di lavorare infinitamente più stressante e faticoso che nel passato... nelle fabbriche metalmeccaniche, anche nella produzione di massa, ove il permanere della catena di montaggio, anche se spezzettata e frantumata, il permanere e l’accentuarsi di mansioni parcellizzate e ripetitive, che fanno ripetere migliaia di volte al giorno lo stesso movimento, si aggiunge alla richiesta di intervento di qualità sulla produzione, sia per elevare la qualità media del manufatto, sia per rispondere alle continue esigenze di diversificazione del prodotto finale" (pag. 1-2)

In sintesi:
"Quello che qui sosteniamo è che il sistema di lavoro cosiddetto fordista e taylorista non è scomparso, ma si è riorganizzato frantumandosi e sommandosi ad altre mansioni, ad altre richieste di lavoro. In un certo senso il lavoratore che oggi opera nell’industria metalmeccanica – e noi crediamo più in generale nel sistema industriale e produttivo – subisce contemporaneamente le asprezze e le monotonie del fordismo e le pretese e i rischi del postfordismo" (p.3)


Netta la valutazione politico-sindacale che ne consegue per il rapporto tra vecchie e nuove tutele...
"Se questa tesi è vera, e tutti i dati che man mano illustreremo lo dimostrano, emerge una conclusione sindacale immediata: la proposta di uno scambio tra la riduzione delle vecchie tutele,quelle legate al modello fordista, e la costruzione di nuove, legate al nuovo modello di lavoro frantumato e flessibile, rischia di produrre una catastrofe. Questo perché ogni lavoratore ha bisogno contemporaneamente delle vecchie e di nuove tutele, se si smantellano le prime, le seconde affondano nel nulla"

... e in risposta a chi ripropone in nuove forme la politica dello scambio:
"Infine, dall’inchiesta emerge come sia priva di fondamento anche la tesi secondo la quale sia possibile scambiare una riduzione del ruolo del Contratto nazionale a favore della contrattazione aziendale, per ottenere migliori risultati complessivi. I lavoratori che hanno risposto sono quasi tutti appartenenti ad aziende sindacalizzate...Le insufficienze, i bassi
salari, le difficoltà nella condizione di lavoro, stanno quindi nella parte più sindacalmente avanzata dell’industria metalmeccanica. Immaginiamo allora tutto il resto del mondo del lavoro, che sta ancora più indietro, messo di fronte alla proposta di scambio tra livello nazionale e livello aziendale.I risultati sarebbero nulli o negativi, come dimostra la debolezza di entrambi i livelli contrattuali là ove essi sono presenti" (pag. 2)

[ascolta l'audio dell'intervista a Giorgio Cremaschi]


L'indirizzo da cui accedere all'insieme dei materiali pubblicati è:
http://www.fiom.cgil.it/inchiesta/default.htm

In particolare i dati del questionario su:
http://www.fiom.cgil.it/inchiesta/questionario_frequenze.pdf

Una sintesi sui risultati dell'inchiesta nell'articolo di Davide Orecchio da www.rassegna.it, 29 febbraio 2008 su:
http://www.rassegna.it/2008/lavoro/articoli/inchiesta_fiom.htm


Sul nostrano sistema di dis/informatsja:
Il giorno dopo la presentazione ufficiale del 29 febbraio sui quotidiani nazionali ecco i riscontri: l’Unità ha dedicato pagina 17 (!) all’inchiesta con un articolo di analisi e un commento, Liberazione la pagina 6 con due articoli e un intervento di una delegata, Il Manifesto pagina 2 e l’editoriale di prima, il Sole 24 ore articolo in taglio basso a pagina 21, il Corriere della Sera una quarantina di righe in taglio medio di pagina 30, Repubblica niente...
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L'(in)sicurezza sul lavoro:il nuovo ddl governativo

Come emerge dall'inchiesta Fiom, la condizione operaia è sempre più caratterizzata dal combinato di in/sicurezza del e sul posto di lavoro che, con la diffusione del rischio ribaltato dall'impresa al lavoratore/trice, è all'origine dello stillicidio impressionante di incidenti mortali:

> Ascolta l'audio con l'intervista a Marco, operaio Fiat Iveco Stura, sui danni prodotti dall'atteggiamento partecipativo del sindacato confederale che accetta di far transitare l'assunzione del rischio dall'impresa al lavoratore - l'esatto opposto di quanto emerge da una, ancora troppo timida, presa di parola che continua a farsi sentire, come recentemente con il no all'intesa nel referendum sul contratto metalmeccanici

> Ascolta l'audio con l'intervista a Gaetano dei Cobas sulla situazione drammatica che sta dietro gli "incidenti" come quello di Molfetta

> Ascolta l'audio con l'intervista a Franco, Cgil settore infortuni, sul decreto sicurezza lavoro varato dal governo: "la montagna ha partorito il topolino..."

Torino - Asilosquat, di nuovo sotto minaccia di sgombero

Inviato da autonomix | 13 Mar, 2008

A soli cinque mesi dal tentativo - fallito - di sostituire l'occupazione di via Alessandria con la sede di un’associazione italo-rumena, il comune torna alla carica, fedele ai principi resi noti pochi mesi prima in circoscrizione 7 dal suo alfiere Piero Ramasso: per giustificare lo sgombero dell'Asilo Occupato, e in futuro di qualsiasi altra occupazione di vecchia data, c'è bisogno di una “individuazione operativa”, cioè di un progetto approvato con relativo finanziamento.
Detto - fatto. Se il comune non ha i soldi per finanziare un progetto che giustifichi lo sgombero dell'Asilo, ci pensa l'assessore Marco Borgione a trovarli: basta utilizzare i fondi del Ministero degli Interni destinati al recupero di un edificio che possa diventare un nuovo dormitorio - foresteria per i rifugiati a Torino!
L'assessore Borgione, da buon politico moralmente irreprensibile, non ci pensa due volte ad utilizzare una somma di denaro pubblico destinata a dare una sistemazione abitativa per i rifugiati a Torino per risolvere una mera questione politica, lo sgombero delle case occupate, che sappiamo bene essere un cruccio che da tempo assilla la “sinistra” giunta Chiamparino. E' anche alquanto sospetto che l'ass. Borgione si dimostri ora così sollecito nel trovare una soluzione al problema abitativo dei rifugiati, quando quest’inverno la stessa persona si è dimostrata totalmente sorda alle iniziative ed alle richieste del gruppo di rifugiati che avevano occupato la palazzina di via Paganini 33 (ex-Fenix2), che pure miravano al riconoscimento da parte del comune delle stesse necessità che cavalca ora l'assessore.
La questione ci sembra quindi molto chiara: cambiano le facce, ma è evidente che la giunta Chiamparino sta cercando di fare leva su temi “di sinistra” (integrazione dei migranti, diritti dei rifugiati) per mascherare in realtà un’azione repressiva nei confronti di tutte le realtà che non assecondino o si sottomettano al potere delle istituzioni o ad una linea di partito. Al posto di Ilda Curti, Antonio Angeleri, Piero Ramasso, promotori del tentativo di sgombero di pochi mesi fa, ora c'è l'assessore alle politiche sociali Borgione, che ovviamente non si muove solo di sua spontanea iniziativa, ma su precise indicazioni dello sceriffo Chiamparino, che vuole annoverare tra i suoi “devastanti” successi anche l’eliminazione delle case occupate a Torino.
Quello che ci sembra ancora più becero e meschino rispetto a pochi mesi fa è che in questa occasione vengano tirati in mezzo, strumentalmente e a loro insaputa, i richiedenti asilo e rifugiati e che, con la scusa di fornire loro una sistemazione, si trovi il pretesto per sgomberare una casa viva e attiva da 13 anni come l'Asilo Occupato, quando la città continua ad abbondare di edifici che rimangono inutilizzati sotto gli occhi dei torinesi.
Noi ovviamente siamo di natura refrattari ai giochi politici che vedono i più deboli vittime e pedine inconsapevoli di progetti repressivi dei politici di turno e non ci rassicura il fatto che l'affermazione dell'assessore Borgione dimostri da sola la bassissima statura morale del politico in questione.
Da consumati giocatori d'azzardo quali siamo vediamo e rilanciamo, il tavolo da gioco è la città di Torino, la partita è appena cominciata.
Saremo sempre pronti a ribadirlo, L’ASILO NON SI TOCCA!

Asilo Occupato Principe di Napoli
Via Alessandria dudes

Scarica, fotocopia, diffondi

G8 Genova - 110 a 76... devastazione batte tortura

Inviato da autonomix | 13 Mar, 2008

Raccolta della notizie Ansa - Genova, 11 marzo 2008

Seguono rapporti dal processo a sbirri e medici, aguzzini e torturatori del G8 di Genova 2001.
L'unica giustizia è nelle macerie.

CHIESTE CONDANNE A OLTRE 76 ANNI (1)
Condanne complessive a 76 anni, 4 mesi e 20 giorni di reclusione sono state chieste dai pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati per i 44 imputati nel processo per le violenze e i soprusi nella caserma della Polizia di Bolzaneto, durante il G8. Per uno solo dei 45 imputati, Giuseppe Fornasiere, è stata chiesta l'assoluzione. Le pene variano da 5 anni, 8 mesi e 5 giorni a 6 mesi di reclusione.
11-MAR-08 13:38 NNN

CHIESTE CONDANNE A OLTRE 76 ANNI (2)
La pena più pesante, 5 anni, 8 mesi e 5 giorni di reclusione, è stata chiesta per Antonio Biagio Gugliotta, ispettore della polizia penitenziaria, in servizio nella struttura di Bolzaneto nei giorni del G8 del 2001 come responsabile della sicurezza. È accusato di abuso d' ufficio e abuso di autorità contro detenuti. L'accusa nei suoi confronti è di aver agevolato e comunque non impedito la condotta degli altri come avrebbe dovuto e potuto fare nella sua veste di responsabile alla sicurezza. In particolare avrebbe percosso con calci, pugni, sberle e anche con il manganello in dotazione gli arrestati e i fermati per identificazione. Pena cospicua di 3 anni e 6 mesi di reclusione anche nei confronti di Alessandro Perugini, ex numero due della Digos di Genova, il funzionario più alto in grado presente nella caserma, accusato di abuso d'ufficio e di abuso di autorità contro i detenuti. Stessa richiesta di condanna per Anna Poggi, commissario capo di polizia, per il generale della Polizia Penitenziaria Oronzo Doria (all'epoca colonnello), responsabile del coordinamento e dell' organizzazione, per gli ufficiali di custodia cap. Ernesto Cimino e cap. Bruno Pelliccia, che devono rispondere degli stessi reati. Complessivamente i capi d'accusa contestati dai pm sono stati 120. (ANSA). MTT
11-MAR-08 13:42 NNN

LE RICHIESTE DI CONDANNE PER I MEDICI
I pm hanno chiesto inoltre la condanna dei cinque medici presenti nell'area sanitaria. Per Giacomo Toccafondi, coordinatore, accusato di abuso di atti d'ufficio e di diversi episodi di percosse, ingiurie e violenza privata, i pm hanno chiesto la pena di 3 anni, 6 mesi e 25 giorni di reclusione; per Aldo Amenta 2 anni, 8 mesi e 15 giorni; per Adriana Mazzoleni, 2 anni, e 3 mesi; per Sonia Sciandra, 2 anni, 8 mesi e 25 giorni per Marilena Zaccardi, 2 anni, 3 mesi e 20 giorni. Nei confronti di Massimo Pigozzi, il poliziotto accusato di lesioni personali per l' episodio dello «strappo» alla mano subita dal manifestante Giuseppe Azzolina, poi suturata senza anestesia, i pm hanno chiesto la pena di 3 anni e 11 mesi di reclusione. Le richieste di condanna sono contenute in 23 pagine e per leggerle il pm ha impiegato circa un'ora. Nei prossimi giorni la pubblica accusa presenterà al tribunale anche una memoria di mille pagine per denunciare le torture subite dagli arrestati nella caserma di Bolzaneto. Nutrito il collegio dei difensori presenti in aula tra cui Sandro Vaccaro e Nicola Scodnik difensori di Gugliotta, Pigozzi, Toccafondi. A decidere ora sulle richiestè sarà il tribunale presieduto da Renato De Lucchi. (ANSA). MTT
11-MAR-08 13:46 NNN

PM, ITALIA INADEMPIENTE PER REATO TORTURA (ANSA) - GENOVA, 11 MAR -
Nella caserma di Bolzaneto, secondo i pm, furono inflitte alle persone fermate «almeno quattro» delle cinque tecniche di interrogatorio che, secondo la Corte Europea sui diritti dell'uomo chiamata a pronunciarsi sulla repressione dei tumulti in Irlanda negli anni Settanta, configurano «trattamenti inumani e degradanti». Quello che avvenne a Bolzaneto - hanno sostenuto i pm - fu un comportamento inumano e degradante ma, non esistendo una norma penale (per la quale l'Italia è inadempiente rispetto all'obbligo di adeguare il proprio ordinamento alla convenzione internazionale), l' accusa è stata costretta a contestare agli imputati l'art.323 (abuso d'ufficio) che comunque sarà prescritto nel 2009. L'unico reato per cui sono richieste 10 anni per la prescrizione è il falso ideologico. Altri reati contestati a vario titolo sono: violazione della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, abuso di autorità nei confronti di persone arrestate o detenute, minacce, ingiurie, lesioni. Parlando dei disegni di legge mai tramutati in legge, il pm Petruzziello ha detto che per il reato di tortura e per il trattamento inumano e degradante sarebbe prevista l'imprescrittibilità e le pene varierebbero da 4 a 10 anni. Nel caso in esame, invece, i reati si prescriveranno quasi tutti nel 2009. (ANSA). MTT 1
11-MAR-08 13:48 NNN