DISERTIAMO LA PAURA

Inviato da autonomix | 23 Set, 2008

DISERTIAMO LA PAURA

Consumatori di paura in un mondo di insicurezze: questo è ciò che tentano di fare di noi.
Per raggiungere tale scopo e preservare il potere e il privilegio, gli Stati instillano fobie fasulle e ingrassano mostri immaginari; l'ossessione securitaria, declinata negli infiniti pacchetti sicurezza, individua di volta in volta il nemico di turno: rumeni, rom, lavavetri, prostitute e più in generale lo straniero, diventano i bersagli verso cui sfogare le proprie ansie. In realtà perdere il lavoro o morire di esso ha ben altre cause, così come altre sono le ragioni che non permettono di avere una casa o una cura.
La macchina del terrore statale ed economico dietro l'ombra della democrazia, ci presenta qualsiasi progetto di sopraffazione come utile e necessario: dal nucleare alle grandi opere di devastazione ambientale, dalla guerra fino all'ultima trovata fantasiosa del sindaco sceriffo di turno. Il divieto di mangiare per strada come l'elemosinare, di lavare i vetri come di fare i castelli di sabbia sono dei modi per buttare fumo negli occhi di chi, stanco e alienato dalla propaganda, non si rende conto che tutto ciò non gli aveva mai provocato nessun problema.
Così non siamo più sicuri nemmeno di cosa avere veramente paura. E se domani l'acqua e il cibo non fossero più nei supermercati? Se un'influenza improvvisa ci colpisse e non sapessimo porvi rimedio? A soccorrerci non ci sarebbero più i saperi di un tempo che permettevano di essere autosufficienti, né le relazioni tra gli individui che garantivano una rete solidale.
Non più padroni di noi stessi, non saremmo più in grado di prendere in mano le nostre vite.
Avremo inseguito un nemico che non esiste, mentre i veri responsabili di questo sfacelo, padroni e governanti di ogni colore, saranno al loro posto a programmare la prossima devastazione. Soprattutto avremo perso coscienza della realtà e di noi stessi nel mare dell'indifferenza e del rancore, mentre il potere modifica costantemente il passato facendoci perdere la memoria della storia e della cultura. Accetteremo, come stiamo facendo, che gli stranieri poveri siano rinchiusi in dei lager chiamati centri di Identificazione ed Espulsione e cacciati dal castello perché poco decorosi per la nostra vista. Accetteremo i morti in mare in cerca di una possibilità di sopravvivenza e il razzismo strisciante che uccide.

Invertire la rotta è un gesto da compiere senza indugi, per uscire dallo stagno della pacificazione sociale in cui vorrebbero farci annegare. Questo hanno fatto alcuni anarchici che negli ultimi anni hanno condotto con chiarezza delle lotte, in particolar modo contro il lager a gestione cattolica che era il "Regina Pacis" di San Foca (Le).
Lotte condotte dal basso, seguendo i principi da sempre propri degli anarchici: autogestione, informalità, orizzontalità nelle relazioni, azione diretta… Lotte e metodologie che lo Stato vorrebbe fermare con il terrore, i processi, le condanne e gli anni di carcere.
Il 9 ottobre si aprirà presso la Corte d'Assise d'Appello del Tribunale di Lecce il processo di secondo grado a carico di dodici compagni.
La solidarietà nei loro confronti è un primo, minimo gesto per iniziare a disertare la paura.

Anarchici

CORTEO MANIFESTAZIONE ANTIFASCISTA A ROMA

Inviato da autonomix | 23 Set, 2008

manifesto-definitivo

 

 

La svolta autoritaria, necessario strumento di controllo e gestione della crisi economica, e lo stato d'emergenza permanente si concretizzano in un razzismo istituzionale ed in una militarizzazione dei territori che rimanda ai teatri di guerra internazionali. E' una aperta ostilita' verso qualsiasi espressione della societa' che rivendica e agisce per una trasformazione del presente al di fuori del profitto che sfrutta e specula sulle nostre vite e sui nostri territori.
La linea di continuita' fra tutto questo e le lame delle aggressioni squadriste che negli ultimi tempi hanno sostenuto gli ideali di una pseudocultura neofascista, e' la volonta' di intimidire, omologare e reprimere consentendo e legittimando chi a livello istituzionale determina tutto questo.

31 anni fa veniva assassinato Walter Rossi, antifascista militante e attivista delle lotte sociali di allora, veniva ucciso per mano dei neofascisti del MSI, di Almirante, Fini e Alemanno, con la copertura della polizia di stato. L'assassino, Cristiano Fioravanti, vive ancora oggi sotto protezione dello stato.

Questo a dimostrazione di quale fosse la connivenza tra estrema destra e apparati dello stato, che utilizzarono la manovalanza fascista nelle strategie eversive e terroristica che dalla fine degli anni '60 hanno caratterizzato la storia di questo paese.

Come 31 anni fa, anche oggi rivediamo la stessa intenzione di insabbiare e coprire i reali responsabili della violenza squadrista oggi presenti e rappresentatati in parlamento. Tollerati da una mentalita' dell'equidistanza e ora addirittura leggittimati da politiche che approvano le loro pratiche squadriste contro immigrati,nomadi, omosessuali, attivisti antifascisti, come strumento di controllo sociale e di prevenzione del dissenso.

Dopo un'estate di rastrellamenti verso gli immigrati e i senza fissa dimora, le aggressioni come quella avvenuta a via Ostiense alla fine dell'iniziativa in ricordo di Renato Biagetti, torniamo in piazza a ribadire la nostra opposizione ai fascisti in camicia nera e in divisa, a rivendicare la liberta di determinare le proprie esistenze.

Appuntamento martedi 30 settembre ore 17.30 P.le degli Eroi - M Cipro

ANTIFASCISTI E ANTIFASCISTE

Negro di merda? "Generica antipatia!"

Inviato da autonomix | 23 Set, 2008
Hanno proprio ragione i magistrati e i politici milanesi secondo cui massacrare una persona chiamandolo «negro di merda» non è un atto di razzismo. Infatti hanno dalla loro la più autorevole giurisprudenza del nostro paese: un paio di anni or sono, la Corte di Cassazione sentenziò, infatti, che «l'espressione 'sporco negro'» - pronunciata da un italiano mentre aggredisce persone di colore alle quali provoca serie lesioni - non denota, di per sé, l'intento discriminatorio e razzista di chi la pronuncia perché potrebbe anche essere una manifestazione di 'generica antipatia, insofferenza o rifiuto' per chi appartiene a una razza diversa».

Immagino che la suddetta preclara giurisprudenza possa applicarsi anche a espressioni affini come «negro di merda». Quindi, «nessuna aggravante». In effetti, i due assassini di Milano hanno fatto sapere che avrebbero fatto lo stesso anche se il loro bersaglio fosse stato bianco e questo, secondo loro, dovrebbe rassicurarci (mi viene in mente la signora con bambina che allo stadio faceva «buuu» ai giocatori di colore e, alle mie rimostranze, rispose che lo faceva pure ai bianchi. Come se una schifezza ne scusasse un'altra). Ma loro almeno lo fanno per proteggersi - e comunque, per fortuna, manca la conferma empirica. Quelli che davvero non hanno vergogna sono quelli che nelle istituzioni e nei media gli tengono bordone. Io infatti ero convinto che «generica antipatia, insofferenza o rifiuto per chi appartiene a una razza diversa» fosse appunto una perfetta definizione del razzismo: un atteggiamento mentale e culturale, che può o meno produrre altri effetti criminosi ma è già un orrore in sé. Per aver definito «negro di merda» un giocatore avversario, il commissario tecnico della nazionale spagnola si beccò una meritata bufera di accuse di razzismo. Si vede che certe espressioni smettono di essere razziste quando alle parole si accompagnano le mazzate.

La strategia discorsiva è la stessa seguita dal tribunale californiano nel caso Rodney King (quello che scatenò la rivolta di Los Angeles): suddividere un evento unitario in frammenti distinti in modo da separarne causa ed effetto e renderlo incomprensibile. In questo caso, le botte e le parole non fanno più parte di un medesimo processo, ma sono due cose separate e senza relazione fra loro: non danno le botte perché la vittima è comunque ai loro occhi uno «sporco negro», ma da una parte hanno verso di lui una «generica antipatia» e dall'altra lo ammazzano, però l'una cosa con l'altra non c'entra. Se vogliamo, su tragica piccola scala, questa è la logica che presiede la separazione fra le leggi razziali e il fascismo rivendicata dal sindaco di Roma e dai suoi seguaci: il regime cacciava i bambini dalle scuole e aiutava i nazisti a sterminarli, ma non perché era fascista e quindi razzista, ma per una mera aberrazione. Staccato dalle sue conseguenze materiali, insomma, il razzismo diventa una cosa nebulosa e astratta, che uno può negare e persino condannare, continuando a praticarlo.

Questa mi pare anche la debolezza dell'« antifascismo» dichiarato da Fini: se davvero ci riconosciamo nei valori della Resistenza e della Costituzione, allora sarà il caso di metterli in pratica, e di smettere di discriminare e schedare i rom, cacciare gli immigrati, considerare aggravante la clandestinità , praticare politiche che colpiscono sistematicamente i più deboli e più marginali. Cioè: ricomponiamo parole e fatti, ricomponiamo i proclami di antirazzismo con pratiche antirazziste, egualitarie, civili - il contrario di quelle per le quali la commissione europea ha appena ribadito la condanna al nostro governo (contro quello che avevano proclamato Maroni e i tg). Invece facciamo esattamente il contrario: separiamo le parole dai fatti che ne conseguono, e ci serviamo di questa scissione per attenuare la gravità di un assassinio, o per prendersi patenti di democraticità senza bisogno di fare una politica democratica. La parola chiave del razzismo nostrano è «ma»: «io non sono razzista ma…». Io non sono razzista, ma quelli i biscotti li avevano presi. Io non sono razzista, ma i rom rubano. Il documento degli «scienziati» fascisti sulla razza, almeno, proclamava che era l'ora che gli italiani si proclamassero «francamente» razzisti. Adesso, noi italiani brava gente ci vergogniamo del nostro razzismo al punto da negarlo in faccia all'evidenza - e proprio questa negazione ci permette di continuare a praticarlo in forme sempre più violente.