Dalla Striscia di Gaza all'Iran: tra rifiuto della pax americana e resistenze

Inviato da autonomix | 24 Giu, 2008



|Giugno 2008|
Palestina, Afghanistan, Libano, Iran. Quattro territori non pacificati, avvolti dalla guerra o dalle pressioni internazionali, obbligatoriamento nelle agende delle diplomazie occidentali (e non solo) per le loro nature conflittuali, per gli interessi e gli appettiti che generano.

Nel 2004, durante il primo mandato dell'Amministrazione Bush, all'interno della cornice di preparazione dei lavori del G8 del 2004 a Sea Island (Georgia, Stati Uniti), venne introdotto il concetto e la ridisegnazione del "Nuovo Medioriente". Condoleezza Rice, segretario di Stato americano, durante i bombardamenti a tappeto di Israele contro il Libano, nell'estate del 2006, si spingeva ad annunciare l'embrionale costruzione del piano di ridefinizione, dicendo che si stava assistendo "alle doglie del Nuovo Medioriente". Oggi la presidenza di George W. Bush è in dirittura d'arrivo: se da una parte non possiamo considerare il "Nuovo Medioriente" un progetto fallito, dato che non sarebbe stato costruibile, neppure nelle migliori delle ipotesi (..), nel solo arco di due mandati e che il filone neo-con proseguirà sulla scia abbozzata, è innegabile il disastro che Bush junior consegnerà nelle mani del prossimo presidente degli Stati Uniti. Un paese, gli Usa, fedele all'aggressività e alla muscolarità della sua politica estera, prepotente ed arrogante nello sprezzo dei popoli, imperiale attraverso i suoi avamposti d'occupazione, percepito come ostile in più parti del mondo, soprattutto nei teatri di guerra.

La pax americana prospettata dall'Amministrazione Bush non ha fatto breccia nei territori dove questa voleva esser portata, anzi ha generato resistenze e conflitti: l'ultimo tour europeo del presidente americano ha tentato quindi di ritessere i fili della "giustezza" dell'opera portata avanti attraverso la guerra, di autocelebrarsi rispetto al processo europeo giocatosi ai confini di Unione Europea e Nato, di costruire le fondamenta per un potenziale attacco militare all'Iran. Un rifacimento del trucco fatto nel tentativo di nascondere, o meglio, mettere in mostra in altra (falsata) luce, un fallimento a tutto campo incassato da Bush rispetto al nodo del Medioriente: l'Iraq rappresenta un pantano indistricabile che si sta pagando ad un prezzo carissimo, la caduta di Saddam Hussein è corrisposta al reale inizio del conflitto; la Striscia di Gaza continua a registrare una sempre maggiore legittimità di Hamas come soggetto politico, allontanando e portando al fallimento innanzitutto il pompato vertice di Annapolis; il Libano è pervaso dal vento delle opposizioni, che han costretto alla capitolazione la linea filo-americana del governo Siniora e al successo il progetto politico di Hezbollah; l'Afghanistan incarna la sconfitta americana nella "guerra al terrore", a sette anni dal 2001 è il nuovo Vietnam del XXI secolo; l'Iran è il nuovo obiettivo/nemico, il paese a cui si vuol sbarrare la strada usando lo spauracchio della presunta bomba nucleare persiana, fino ad oggi attraverso la manna delle sanzioni internazionali, domani probabilmente scatenando una nuova guerra.


GEOGRAFIA DEI CONFLITTI IN MEDIORIENTE

Striscia di Gaza _ Tregua tra Israele e Hamas

E' scattata alle 6 del 19 giugno la tregua tra Israele e Hamas. Raggiunta tramite la mediazione dell'Egitto, ha messo fine alla guerra bassa intensità imperversante lungo il confine tra lo Stato isreliano e la Striscia di Gaza. Si svolgerà in due fasi, anticipate da una tre giorni che metterà alla prova i reali intenti dei soggetti in lotta, dopodichè la prima fase consentirà nell'apertura di un valico con Gaza per poter far entrare il materiale di prima necessità mancante da mesi nei Territori Occupati, a causa di un embargo criminale che non ha tentennato nel produr vittime tra le fasce più deboli della popolazione, mentre la seconda fase sarà incentrata nelle trattative per il rilascio di Gilad Shalit, caporale dell'esercito sionista da due anni nelle mani di Hamas, la quale chiede in cambio il rilascio di 350 prigionieri politici palestinesi e l'apertura del valico di Rafah con l'Egitto. La tregua è indubbiamente fragile: Israele, per voce delle sue autorità politiche e militari, ha palesato la sua dubbiosità, rincarando la dose contro i "terroristi" di Hamas e prospettando un'operazione su vasta scala contro la Striscia; Hamas è riuscita nell'intento di accordare tutte le fazioni armate, che non han firmato nessun documento e alcune di queste si son dette pronte a rispondere al fuoco nell'eventualità in cui l'esercito israeliano si presentasse. Per il momento la tregua sta reggendo, non si registrano scontri e tensioni.

Questo accordo non può ovviamente non avere letture politiche: 1. se da una parte danno fiato al governo Olmert, il cui premier è immischiato in scottanti intrighi giudiziari, dall'altra parte mostrano l'inefficacia e il fallimento di Israele nei confronti della Striscia di Gaza e di Hamas, da mesi si paventa la cacciata dell'organizzazione islamica attraverso l'opzioni militare ma nei fatti accettando la tregua l'entità sionista compie un passo indietro, riconosce la non vittoria ottenuta tramite questa strategia; 2. Hamas non ha che da guadagnare da questo stop, per sfruttare il tempo a disposizione per rafforzare il suo controllo della Striscia di Gaza, per consolidare i rapporti con l'Egitto e per tentare (con un rapporto di forza rinvigorito) di raggiungere un accordo comune con Fatah; 3. indiretto sconfitto è anche Abu Mazen, presidente dell'Anp, controllore della Cisgiordania, che vede ridimensionato il suo ruolo e la sua autorità (Israele si accorda con Hamas, non con l'Anp!), figlio di una politica dei vertici che non portano a nulla (vedi Annapolis) e vittima delle continue incursioni armate di Israele e dell'espansione perpetua delle colonie sioniste in Cisgiordania.

>> ascolta l'intervista con Angela Lano, direttrice di InfoPal, fatta da Radio Onda d'Urto poco prima dell'inizio della tregua nella Striscia di Gaza

>> [da InfoPal] Intervista al premier Ismail Haniyeh
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Afghanistan _ Controffensiva delle forze d'occupazione

E' scattata la controffensiva militare delle forze d'occupazione contro l'avanzata talebana verso Kandahar, città simbolo degli studenti coranici e sede di una delle più importanti basi militari occidentali del Paese. Le resistenza talebana, negli ultimi giorni, ha conquistato i villaggi intorno alla città, facendo da morsa rispetto alla fortezza presente nel territorio, incontrando la forza militare delle truppe canadesi e americane, dell'esercito afghano. I guerriglieri mirano a colpire i punti simbolo del governo afghano, come dimostra l'ultimo assalto al carcere di Kandahar e l'uccisione del geneale Toorjan. I combattimenti sono iniziati, PeaceReporter riporta come "Lo scontro tra l'esercito e i guerriglieri, scatenatosi nel tardo pomeriggio di ieri, è tuttora in corso, soprattutto con bombardamenti aerei perché i talebani hanno fatto saltare i ponti che attraversano il fiume Helmand isolando la cittadina".

>> ascolta l'intervista con Maso Notarianni, direttore di PeaceReporter, eseguita allo scoccare dell'offensiva occidentale contro i talebani

>> [da InfoAut] I taliban guadagnano terreno, governo ed occupanti in difficoltà

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Libano _ L'elezione del presidente Suleiman

Dopo le settimane di scontro armato tra sostenitori della maggioranza di governo e forze dell'opposizione, sembra profilarsi un'era nuova per il Libano, che attraverso l'opposizione popolare messa in campo da Hezbollah ha subito un processo politico che ha condotta all'accordo di Doha, in Qatar. Accordo nel quale sono riportati vari da fasi per percorrere: l'elezione del generale Michel Suleiman come presidente della Repubblica, la formazione di un governo di unità nazionale, la creazione di una nuova legge elettorale. Il 25 maggio il parlamento libanese ha eletto Suleiman come presidente, il quale ha poi dato l'incarico a Fouad Siniora di formare il governo. Questo è stato letto dall'opposizione come un tradimento dello spirito di unità nazionale attraverso il quale si è raggiunto l'accordo di Doha, ma non ha comunque cambiato i piani. Tuttora è in corso la formazione del nuovo governo, all'interno del quale 11 ministeri saranno di Hezbollah, che ha conquistato inoltre il veto sulle questioni riguardanti la sicurezza e la politica estera. Il processo che ha investito la società libanese va comunque a scoprirsi come fallimento della linea di Washington, dato che la sua politica, con l'ausilio dei suoi referenti politici nel paese, è stata bocciata e capovolta.

Condoleezza Rice, segretario di Stato Usa, il 15 giugno ha fatto visita al Libano, elogiando il presidente della Repubblica Suleiman e dando l'appoggio al premier Siniora, sorvolando però sul nodo Hezbollah, che, nonostante gli americani considerano terrorista, ha assunto sempre maggior importanza e peso nello scacchiero politico e sociale libanese. Qualche giorno più tardi, il 17 giugno, l'auto dell'ambasciatrice statunitense Michele Sison ha subito un lancio di pietre da parte di simpatizzanti del movimento Hezbollah, mentre la dilplomatica era riunita con un noto esponente sciita contrario ad Hezbollah. Sembrano inoltre aprirsi spiragli per un negoziato con Israele sulla controversia territoriale delle fattorie di Shebaa, che lo Stato sionista occupa dal 1967, e sullo scambio dei prigionieri dell'ultima guerra in Libano.

>> ascolta l'intervista con Michele Giorgio, inviato de Il Manifesto in Medioriente, registrata immediatamente dopo l'elezione di Suleiman

>> [da ArabNews] L'accordo di Doha, un altro capitolo nella storia di Hezbollah



Iran _ Verso una nuova guerra?

Sulla via di Teheran di Noam Chomsky

leggi l'articolo uscito su Internazionale, a firma del linguista americano Noam Chomsky

GAZA.UCCISI 40 PALESTINESI E 7 BAMBINI

Inviato da autonomix | 1 Mar, 2008

Gaza attaccata, uccisi 40 palestinesi
L'Anp minaccia: "Stop ai negoziati"


<B>Gaza attaccata, uccisi 40 palestinesi<br>L'Anp minaccia: "Stop ai negoziati"</B>

Un palestinese ferito dagli attacchi contro Gaza di stamane

GAZA - Almeno 40 palestinesi morti e oltre 100 feriti nei combattimenti in corso da questa mattina con le forze israeliane nel nord della Striscia di Gaza. Una situazione che ha indotto il presidente dell'Autorità nazionale palestinese Abu Mazen a minacciare la sospensione dei negoziati di pace.

L'elenco dei morti comprende anche sette bambini e tre donne. Tra loro una madre che stava preparando la colazione ai figli, una ragazza di 12 anni e suo fratello di 11 colpiti dalle raffiche mentre dormivano dentro casa. Si tratta del bilancio più pesante dai tempi del ritiro israeliano dalla Striscia, avvenuto nell'estate del 2005.

IL VIDEO

Dalla Striscia, da mesi controllata da Hamas, oggi sono stati lanciati 44 razzi contro il sud di Israele. Due persone sono rimaste ferite dai Qassam, quattro, che hanno colpito la città di Ashkelon.

L'operazione israeliana è iniziata poco dopo mezzanotte. Carri armati, con la copertura di elicotteri, hanno mosso sul campo profughi di Jalabiya e nella vicina Tufah, nel nord della Striscia di Gaza. A mezzogiorno di oggi, le Forze israeliane di difesa (Idf) si erano inoltrate di tre chilometri nella Striscia. Mentre infuriavano gli scontri tra israeliani e militanti di Hamas e della Jihad islamica, gli abitanti si barricavano in casa e gli imam recitavano versi del Corano dagli altoparlanti dei minareti. "Ci troviamo in mezzo a una guerra totale. Sentiamo sibili di razzi ed esplosioni ovunque", ha raccontato Abu Alaa, 40 anni, contattato telefonicamente dall'agenzia Afp.

Molti fotoreporter si sono trovati nel pieno della battaglia a Jabaliya e un fotografo palestinese è rimasto ferito dalle schegge di un proiettile israeliano.
Christopher Gunnes, portavoce dell'agenzia Onu per i Profughi (Unrwa), ha invocato "un immediato cessate il fuoco e l'avvio di trattative politiche che mettano fine ai combattimenti che stanno compromettendo gli interventi umanitari". I responsabili "delle morti di tanti civili devono rendere conto delle loro azioni", ha aggiunto.

Secondo fonti mediche del servizio sanitario di Gaza, la maggior parte delle vittime sarebbero state colpite dal grande numero di razzi lanciati dai velivoli israeliani. Nell'operazione hanno perso la vita almeno 15 militanti di Hamas e della Jihad islamica. Tra loro c'è anche il figlio di un deputato di Hamas, Abdurahman Shihab, membro della brigate Ezzedin al Qassam. Mohammed Shihab era stato eletto parlamentare proprio a Jabaliya nel 2006 come rappresentante di Hamas. Due giorni fa a Gaza era stato ucciso anche il figlio del capogruppo parlamentare di Hamas, anch'egli arruolato nelle milizie Al Qassam.

Da parte israeliana è stato finora reso noto che nei combattimenti sono rimasti feriti in modo non grave cinque soldati. Ma fonti informate riferiscono che due militari sono stati uccisi. Secondo l'emittente araba Al Jazeera i morti tra i soldati israeliani sono cinque.

Si tratta della più sanguinosa operazione israeliana a Gaza dopo molti mesi e giunge dopo un'escalation che nei quattro giorni precedenti aveva causato almeno 66 morti.

Il presidente palestinese Abu Mazen minaccia di sospendere i negoziati di pace con Israele in seguito al deteriorarsi della crisi militare: lo ha riferito a Ramallah il capo dei negoziatori palestinesi Ahmed Qureia. Qureia ha aggiunto che la possibilità di sospendere i colloqui di pace è stata discussa oggi nel corso di un vertice al quale hanno partecipato i leader dell'Autorità nazionale palestinese, ma non ha precisato se sia stata adottata qualche decisione.

Ieri il viceministro israeliano della Difesa, Matan Vilnai, aveva minacciato i palestinesi assicurando che "quanto più aumenta il fuoco dei Qassam e s'allunga la loro gittata, tanto più (i palestinesi) attireranno una shoah più grande, perché useremo tutta la nostra forza per difenderci". L'uso del termine 'shoah' ha sollevato molte polemiche, e un portavoce del ministro s'è poi affrettato a precisare che il termine era stato usato in senso moderno, di 'disastro'.

La Camera rifinanzia la guerra in Afghanistan: che tristezza!

Inviato da autonomix | 22 Feb, 2008
La Camera rifinanzia la guerra in Afghanistan
Sinistra Arcobaleno già divisa: Prc e Comunisti Italiani votano ‘no’; Verdi e Sd si astengono
Il rifinanziamento 2008 della missione militare italiana in Afghanistan è stato approvato giovedì pomeriggio dalla Camera dei Deputati e ora passerà al vaglio del Senato.
Hanno votato ‘sì’ alla conversione in legge del decreto governativo 340 deputati di Partito Democratico, Radicali, Socialisti, Italia dei Valori, Udeur, Udc, Forza Italia, Alleanza Nazionale, Lega Nord e Destra.
 
Italiani in AfghanistanSinistra divisa sul ‘no’. Solo 50 i voti contrari: quelli dei parlamentari di Rifondazione e Comunisti Italiani. I deputati di Sinistra Democratica e Verdi sono invece usciti dall'aula al momento della votazione, creando una prima divisione all'interno della neonata Sinistra Arcobaleno che invece, nelle commissioni Difesa ed Esteri della Camera, aveva votato compattamente ‘no’.
Angelo Bonelli, Verdi, invitando a non drammatizzare le modalità diverse di voto, spiega che “comunque il giudizio di tutti noi della Sinistra Arcobaleno è contro la missione in Afghanistan”. Arturo Scotto, Sinistra Democratica, durante le dichiarazioni di voto aveva detto: “Noi della Sinistra Democratica non possiamo votare questo decreto sulle missioni all'estero. Ciascun deputato e ciascuna deputata valuterà come esprimersi al momento del voto”.
Il leader del Pdci, Oliviero Diliberto, si limita a parlare per il proprio partito: “Abbiamo votato risolutamente e coerentemente contro dopo aver votato per due anni a favore per lealtà verso Prodi”.
 
Carro armato italiano in AfghanistanMaquillage elettorale. Per distinguersi dalle destre, il Partito Democratico ha presentato un ordine del giorno che impegna il governo (Prodi?) a cercare “un mandato internazionale che unifichi le due missioni attualmente in Afghanistan (Isaf a guida Nato ed Enduring freedom a guida Usa) e abbia come obiettivo primario la protezione dei civili, con un maggior controllo internazionale sulla pianificazione delle azioni militari”. L’odg approvato dall’esecutivo uscente prevede anche il rilancio dell’impegno dell’Italia per arrivare a “una conferenza di pace regionale” e il sostegno a “una strategia politica in Afghanistan volta al coinvolgimento in un processo di riconciliazione nazionale di tutti coloro che si mostrano disponibili ad accettare la democrazia, lo Stato di diritto e il rispetto dei diritti umani”.
Soddisfatto il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, ideatore della proposta di unificare Isaf ed Enduring Freedom (che è esattamente quello che vuole il Pentagono): “Sono lieto che la Camera abbia approvato il decreto che finanzia i nostri militari impegnati in missione di pace nel mondo”.
I nostri incursori e le nostre truppe impegnate a ‘pacificare’ i talebani ringraziano sentitamente.

La guerra non va in crisi

Inviato da autonomix | 10 Feb, 2008
GUERRA [Afghanistan] La guerra non va in crisi: gli italiani fanno strage di civili a Bakwa, il ministro Parisi obbedisce all’America

|9 febbraio| Il 2007 per la martoriata terra afghana, vittima della allora prima “guerra al terrore” del post 11 settembre, si è chiuso con oltre 7000 morti tra civili ed insorti, ma anche con la conquista e la difesa di territori da parte taleban, che all’oggi son ben il 54% del paese asiatico, senza contare tutti i distretti in cui i ribelli sono attivi. Segni forti, visibili, di una sconfitta che sta maturando con il passare degli anni, dato il pantano in cui gli Stati Uniti d’America, insieme ai paesi partecipi dell’operazione “Enduring Freedom”, si sono ritrovati avvinghiati. Quindi da una parte il macello compiuto ai danni della popolazione dell’Afghanistan, dall’altro l’incapacità di uscire da questa guerra perché politicamente sconfitti, perché militarmente respinti.

Anche gli italiani combattono, e uccidono
Le truppe italiane, come avvenuto anche per tutti gli altri eserciti occupanti, hanno subito numerosi attacchi ed agguati, dimostrazioni di ostilità e opposizione, dalla popolazione locale e dalle formazioni ribelli. La propaganda nazionale racconta spesso storie che poi nella realtà si sciolgono come neve al sole: le immagini dei soldati che distribuiscono le caramelle ai bambini, le favolette sulla ricostruzione o, ancora, l’innocenza di professarsi come “forza di pace, non combattente”, mentendo, perché l’Italia partecipa attivamente alle operazioni di attacco e distruzione; l’esercito italiano fà la guerra.
Domenica notte, il 4 febbraio, le truppe Nato italiane hanno preso parte all’attacco, nel distretto di Bakwa, contro un villaggio, uccidendo una decina di persone, e facendo vittime per lo più civili, dato che solo il mullah Abdul Manan (probabilmente sopravvissuto al raid) annoverava contiguità ai ribelli. Nonostante la difficoltà di raccogliere queste informazioni, data la previdente censura imposta dallo Stato Maggiore italiano, i governatori della provincia occidentale di Farah, Ghulam Mohaidun Balouch, e del distretto di Bakwa, Khan Agha, hanno confermato agli organi di stampa internazionali l’operazione e le vittime provocate da quest’ennesima azione di guerra di cui si è macchiato l’esercito italiano. Il comando italiano di Herat, a capo da qualche mese della missione Isaf nelle provincie occidentali, a cui ha fatto eco il governo Prodi, si è affrettato a screditare tutto, smentendo il combattimento e le vittime, riproponendo il solito gioco della negazione dell’evidenza per oscurare la realtà di un paese che tenta di professare la sua “innocenza” all’opinione pubblica e, allo stesso tempo, di combattere una guerra che ha perso ogni significato, se mai ne ha avuto..


>> leggi “Le battaglie degli italiani” e “Operazione Sarissa”, report di Peace Reporter

Un governo alla frutta che auspica la censura di guerra
Nonostante il (mal) seminato di questi ultimi due anni, il governo Prodi ha ancora la faccia di ostentare moralismi e “sensi di responsabilità”, soprattutto se si parla di campo internazionale, dove la sua azione ha portato a incrementi di truppe in ogni parte in cui l’esercito italiano è schierato, maggiori stanziamenti per la Difesa, servilismo incondizionato per gli Stati Uniti d’America (vedi progetto Dal Molin di Vicenza), oltre che una nuova trincea in cui spianare mitra e preseguire la “lotta al terrorismo”, spacciando tutto per cordone umanitario (vedi presenza Unifil 2 in Libano).
Infatti, il sottosegretario alla Difesa Lorenzo Forcieri, lette le agenzie di stampa che riprendevano la notizia dell’attacco italiano, data dall’agenzia di stampa di Peace Reporter, uno degli ultimi barlumi di un’informazione indipendente, si è scagliato contro il quotidiano online: "La notizia è falsa e priva di ogni fondamento. In particolare nessuna unità delle forze armate italiane ha partecipato ad alcuna operazione svolta la scorsa notte nel distretto di Bakwa", aggiungendo la stoccata finale di un governo alla deriva “Si vogliono condizionare i lavori del Parlamento”. Peace Reporter, da parte sua non ha mancato di ribadire la sua posizione di parte e l’indipendenza della sua informazione, controbattendo: “Quanto al voler condizionare i lavori del Parlamento e delle sue Commissioni, questo sì lo vorremmo poter fare. Ma sappiamo di non riuscirci, giacché i parlamentari, i ministri, i sottosegretari e anche i membri delle commissioni non si fanno condizionare nemmeno dalla volontà dei loro elettori”.

La guerra non va in crisi
Nonostante la crisi di governo, le ridicole consultazioni, il chiacchericcio diffuso, il vento della guerra è sempre favorevole. Il 25 gennaio, all’indomani dello sfaldamento governativo, il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto legge di rifinanziamento in blocco di tutte le missioni militari italiane all’estero, il quale, secondo la burocrazia parlamentare, dovrà essere approvato dal parlamento entro fine marzo, per evitare di decadere. Annullamento che si profila come assolutamente improbabile, dato che, nonostante il teatrino messo in atto dai quattro ministri della sedicente sinistra radicale, con la non partecipazione a quest’ultimo voto, quasi tutto l’arco parlamentare esprimerà il suo si alle missioni di guerra, dal Partito Democratico all’estrema destra, consapevoli del fatto che questo non contribuirebbe affatto a dare una legittimità a Prodi ma a proseguire “responsabilmente” le guerre in corso.

La Coalizione vuole più forze, gli Usa chiedono più guerra: Parisi sull’attenti
La previsione degli strateghi di guerra è sempre quella della prospettiva di un’offensiva taleban, che si profila per la primavera e viene addirittura rafforzata dalle parole “senza precedenti”. L’America di George Bush e la Nato comandata dal generale de Jaap Hoop Scheffer, su pressione statunitense, hanno fatto appello ai paesi impegnati nel conflitto afghano, chiedendo rinforzi e belligeranza da tutte le forze della Coalizione di guerra.
Il 7 e l’8 febbraio, si è tenuto a Vilnius, in Lituania, un vertice informale dei ministri della Difesa dei paesi facenti parte della missione in Afghanistan: sul tavolo della discussione ogni paese ha portato la sua offerta, Stati Uniti e Nato vogliono nuovi rinforzi, di uomini e mezzi di guerra. L’ufficializzazione di quest’operazione di rinforzo verrà annunciata solo nei giorni tra il 2 ed il 4 aprile, quando a Bucarest, in Romania, vi sarà l’ufficiale vertice Nato.
Il ministro Parisi, guerrafondaio da sempre, dati i suoi trascorsi, non si è fatto pregare più di tanto, mostrando da subito un supino assenso alle richieste pervenute per prime dal ministro alla difesa americana Robert Gates. Sono stati promessi almeno 300 uomini, oltre a nuovi mezzi militari, che debbono però essere aggiunti all’invio di 250 alpini nello scorso dicembre. Con questo incremento il contingente italiano arriverebbe a 3000 uomini, con un impegno profuso che non potrebbe far altro che aumentare ed incentivare le criminali operazioni di guerra già in corso.

Vecchi e nuovi fantocci
In previsione dell’annunciata offensiva ribelle di primavera, sembra che la Casa Bianca stia pensando di apportare qualche modifica al suo schieramento in Afghanistan, fatto non solo di un aumento dei marines in campo o di maggiori fondi stanziati per la guerra, ma anche da un cambio di regime: il presidente dell’Afghanistan Hamid Karzai si è dimostrato inadeguato agli occhi americani, incapace di frenare l’avanzata ribelle e di allargare il suo controllo fuori la capitale Kabul. Questo sarebbe un primo segnale del fallimento interiorizzato dagli Stati Uniti in Afghanistan: Karzai è salito al potere come loro uomo di fiducia, e come tale è stato successivamente orchestrato dall’amministrazione Bush, quindi dichiarare come fallita l’esperienza di Karzai equivarrebbe all’ammettere una propria sconfitta..
L’America starebbe valutando l’ipotesi di installare alla presidenza un altro suo uomo di fiducia, il neocon afgano-americano Zalmay Khalilzad, forte di un passato (e presente, è ambasciatore Usa presso l’Onu) al servizio totale della potenza militare americana. Un nuovo fantoccio, in sostituzione del vecchio.

>> Ascolta/scarica a lato l'intervista con Enrico piovesana di Peace Reporter

>> vedi: www.peacereporter.net

>> vedi anche: [Sognando El Alaimein..] Mentre in Italia si straparla di pace, i "nostri soldati" in Afghanistan portan le mostrine naziste

Afghanistan: CONSIGLIO DI GUERRA SEGRETO

Inviato da autonomix | 7 Feb, 2008
Il ministro della Difesa italiana, Arturo Parisi, è in partenza per Vilnius, in Lituania, dove giovedì e venerdì si tiene un vertice a porte chiuse dei responsabili della Difesa di tutti i Paesi membri della Nato per discutere l’invio di nuove truppe da combattimento in Afghanistan, in vista dell’offensiva talebana di primavera. Ogni nazione dovrà mettere sul tavolo la sua risposta alla perentoria richiesta di rinforzi giunta due settimane fa dal Pentagono. Il ministro Parisi presenterà agli alleati il documento elaborato dal Comando operativo interforze (Coi) dello Stato maggiore della Difesa, che prevede l’invio di almeno altre due compagnie di fanteria (2-300 uomini) le quali, sommandosi ai 250 fanti già schierati, andranno a formare un ‘Battle Group’ per combattere contro i talebani.
 
Italiani in AfghanistanMonta la rabbia contro i Paesi ‘imboscati’. Analoghe offerte arriveranno anche da Polonia (400 soldati), Germania (200 soldati, ma nel tranquillo nord afgano), Francia (200 forze speciali) e Belgio (140 soldati e quattro caccia F-16). Gli Usa hanno già detto che invieranno altri 3.200 marines. Mentre la Spagna, per ora, pare orienatata a non inviare rinforzi. Rispetto alle richieste della Nato, mancano all’appello ancora quasi 4mila uomini.
Una situazione che sta facendo saltare i nervi agli Stati Uniti e agli altri Paesi che già hanno truppe da combattimento operative nel sud – Canada, Gran Bretagna, Olanda e Polonia – e che non tollerano più la non-belligeranza degli alleati ‘imboscati’. Mercoledì il segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice, è tornata a sollecitare gli alleati riluttanti della Nato a “condividere il carico dei combattimenti in Afghanistan”, sottolineando che “soltanto un esiguo numero di nazioni dell'Alleanza atlantica ha truppe nelle aree più pericolose del Paese”. Simili appelli sono giunti martedì da parte del ministro della Difesa australiano, Joel Fitzgibbon, dal ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski, e dal premier canadese, Stephen Harper, il quale ha addirittura minacciato di ritirare le proprie truppe se gli altri alleati non invieranno rinforzi.
 
Parisi con Robert GatesConsiglio di guerra a porte chiuse. Visto il surriscaldarsi dei toni e le crescenti tensioni tra gli alleati, i vertici Nato, preoccupati per l’immagine pubblica dell’Alleanza atlantica e per le ricadute di queste polemiche sulle opinioni pubbliche nazionali, hanno chiesto maggiore discrezione ai governi alleati.
Anonime fonti Nato citate dalle agenzie hanno espresso fastidio per il fatto che “sia finita sui giornali” la dura lettera con cui il segretario alla Difesa Usa, Robert Gates, chiedeva rinforzi agli alleati europei.
Il segretario generale della Nato, Jaap de Hoop Scheffer, ha chiesto a tutti gli alleati di evitare dichiarazioni pubbliche polemiche sulla faccenda afgana e ha auspicato che a Vilnius “la discussione sui rinforzi torni a svolgersi a porte chiuse”.
Come se la guerra fosse un affare privato dei politici e dei generali, un affare del quale i cittadini è meglio che sappiano il meno possibile.

DEVONO MORIRE TUTTI QUESTI BASTARDI.CREPATE UNO AD UNO! VOI IN MIGLIAIA, IL POPOLO AFGHANO E IRAQUENO IN CENTINAIA DI MIGLIAIA....

Inviato da autonomix | 27 Mag, 2007
Iraq: 8 soldati americani uccisi
Negli ultimi quattro giorni, lo annuncia il comando Usa
(ANSA) - BAGHDAD, 26 MAG - Altri 8 soldati americani sono rimasti uccisi in Iraq negli ultimi 4 giorni. Lo annunciano fonti militari Usa nella capitale irachena. Oggi tre militari sono morti e altri due sono stati feriti mentre erano in servizio di pattugliamento nella provincia di Salahaddin. Stamani il comando americano aveva annunciato che ieri erano stati uccisi tre soldati Usa: uno nella provincia di Diyala (a nord di Baghdad), uno nei pressi di Baghdad e uno nella provincia di al Anbar.

COMUNICATO AGGHIACCIANTE DI EMERGENCY ! DOBBIAMO ASSOLUTAMENTE MOBILITARCI

Inviato da autonomix | 8 Mag, 2007

Ci scusiamo con i compagni e le compagne che ci leggono quotidianamente , se abbiamo deciso di uscire con questo articolo anziche' che con le nostre strisce sul G8..riprenderemo domani con le notizie sul contro vertice tedesco!

 

Requisiti gli ospedali afgani di Emergency! Il governo afgano ha requisito le strutture ospedaliere dell'ONG italiana..

COMUNICATO UFFICIALE

"L'assenza forzata del personale internazionale ha reso impossibile un adeguato funzionamento alle aspettative di quanti vi ricorressero degli ospedali ancor oggi definiti 'di Emergency'. Un simulato funzionamento avrebbe fornito servizi a tal punto inadeguati da risolversi, in definitiva, in danno per i pazienti". Questa la posizione della Ong Emergency, espressa in un comunicato, che prosegue: "Per questa ragione avevamo ritenuto più appropriato sospenderne l'attività, finché non si fossero create le condizioni per la rinnovata presenza del personale internazionale di Emergency. Queste condizioni si darebbero solo in seguito a un chiarimento effettivo circa minacce e intimidazioni compiute dal governo afgano: l'autenticità di questo chiarimento non sarebbe riscontrabile se durasse la detenzione di Rahmatullah Hanefi. Il governo afgano decide di non perseguire questa via.

 (Continua)