COSTRUIAMO UN PONTE PER LA SOLIDARIETA'
Inviato da autonomix | 13 Mar, 2008
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La storia siamo noi. Questo era scritto sullo
striscione che apriva l’imponente manifestazione del 17 novembre scorso
a Genova. Quella di Bolzaneto è un’altra storia, una storia già finita.
Anche se la sua conclusione formale si colloca nel 2009, con la
prescrizione di tutti i reati grazie ai termini di modifica previsti
dalla legge "ex Cirielli".
La richiesta di 76 anni di carcere per i
44 imputati - poliziotti, agenti penitenziari, medici, infermieri -
attiene ai reati di abuso di ufficio, lesioni personali, falso, abuso
di autorità. La nostra storia parla di torture. Il loro sistema
normativo fa riferimento a trattamenti inumani e degradanti: il reato
di tortura nel nostro sistema penale non esiste (e non solo nel nostro:
Abu Ghrahib docet). La nostra storia ci dice che la tortura contro i
prigionieri è sempre esistita, che è stata praticata negli anni ’80
nella stagione del conflitto più radicale, che verosimilmente la
moltitudine di Genova metteva ancora più paura. Ci dice che lo è
tuttora (qualche nome recente: Aldrovandi, Brianzino…), che è pratica
periodica nelle caserme e nelle camere di sicurezza. La loro logica
presuppone che si debba sapere: solo così può dispiegare sino in fondo
la sua valenza deterrente. La nostra storia ci dice che sappiamo bene
che mai nessun torturatore o assassino al servizio del potere ha pagato.
La loro strategia di sperimentazione della violenza a Genova - tutta
Genova, non solo Bolzaneto - fu parte di una sorta di prova di guerra
interna e in guerra, si sa, lo stato di diritto viene sospeso. La
nostra storia ci ha lasciato la percezione che quel diritto di
resistenza a nostra volta sperimentato resta paradigma ineludibile in
ordine al sistematico trascinamento del conflitto sociale dentro la
normativa penale.
La
nostra storia è rispondere con determinazione al tentativo di
paralizzare il dissenso attraverso uno strumento penale che vale secoli
di galera per una manciata di manifestanti sotto processo a Genova e
Cosenza mentre concede l’impunità ai veri responsabili degli orrori che
hanno caratterizzato quelle giornate. Dove per responsabili non si
intende qualche decina di seviziatori sadici, ma una catena di comando
mai nemmeno sfiorata dalle inchieste giudiziarie: fu il ministro della
giustizia Castelli a ispezionare Bolzaneto, non l’ultimo dei funzionari
dell’amministrazione penitenziaria. Per tutti i nomi conosciuti la
promozione a più alti incarichi, a cominciare dal capo della polizia De
Gennaro, per i manifestanti che a Firenze furono caricati violentemente
mentre sfioravano l’ambasciata americana sette anni di reclusione
ciascuno.
La nostra storia ci dice che a poco serve inseguire una
giustizia che dopo aver consentito che si facesse di noi carne da
macello su di noi continua ad accanirsi quali unici responsabili di
quanto avvenne nel luglio 2001. Ci dice che molto c’è da fare invece
per sottrarre centinaia di noi agli effetti di questa stessa giustizia.
Ci dice che dobbiamo lavorare perché niente di simile accada più. Ci
dice che nel lavoro da fare c’è anche la necessità di imporre soglie
certe al diritto di manifestare, di pretendere la riconoscibilità di
chi effettua servizio di ordine pubblico, di continuare a ridisegnare
quell’incerto confine che divide legalità e legittimità.
La storia siamo noi. La nostra storia è ancora continuare a pensare che un altro mondo è possibile.
Liberitutti
Fonte: Corriere on line 12.03.08I centri sociali occupano la sede del PdAll’esterno del loft esposto uno striscione: «Tortura al G8. Yes we can».È durata una quarantina di minuti l’occupazione della sede del Pd a Roma da parte di una trentina di appartenenti ai centri sociali della capitale per protestare contro, ha detto un loro portavoce, la mancata presa di posizione del Partito democratico sui fatti avvenuti nella caserma di Bolzaneto nel corso del G8 del 2001 dopo le richieste di condanna avanzate dai pm di Genova. Dopo una quarantina di minuti, in seguito a un incontro con il responsabile della comunicazione del Pd Ermete Realacci, i giovani sono usciti dal loft. Alla protesta, a quanto si è appreso dalla polizia, hanno partecipato in tutto una ventina di persone. Sette sono entrate nella sede del partito, le altre sono rimaste fuori in piazza Sant’Anastasia. «Volevamo che il Pd si esprimesse sulla vergogna di Bolzaneto», ha detto Stefano Zarlenga, della Rete per l’autoformazione, una delle sigle che ha partecipato alla protesta, insieme con Horus e Collettivi studenteschi. «È stata una protesta pacifica», ha aggiunto Zarlenga. All’esterno del loft del Pd è stato esposto uno striscione con scritto «Tortura al G8. Yes we can». |
È durata una quarantina di minuti l’occupazione della sede del Pd a Roma da parte di una trentina di appartenenti ai centri sociali della capitale per protestare contro, ha detto un loro portavoce, la mancata presa di posizione del Partito democratico sui fatti avvenuti nella caserma di Bolzaneto nel corso del G8 del 2001 dopo le richieste di condanna avanzate dai pm di Genova. Dopo una quarantina di minuti, in seguito a un incontro con il responsabile della comunicazione del Pd Ermete Realacci, i giovani sono usciti dal loft.
Alla protesta, a quanto si è appreso dalla polizia, hanno partecipato in tutto una ventina di persone. Sette sono entrate nella sede del partito, le altre sono rimaste fuori in piazza Sant’Anastasia. «Volevamo che il Pd si esprimesse sulla vergogna di Bolzaneto», ha detto Stefano Zarlenga, della Rete per l’autoformazione, una delle sigle che ha partecipato alla protesta, insieme con Horus e Collettivi studenteschi. «È stata una protesta pacifica», ha aggiunto Zarlenga. All’esterno del loft del Pd è stato esposto uno striscione con scritto «Tortura al G8. Yes we can».

"La tendenza ideologica di fondo è quella di presentare la grande trasformazione avvenuta nell'economia e nella produzione, in un processo che avrebbe cancellato ripetitività, taylorismo, modelli autoritari di produzione e che avrebbe spostato tutto sulla flessibilità, sulla qualità, sulla partecipazione...Anche chi non nega che esistano oggi condizioni di precarietà, di sfruttamento, di perdita di identità del lavoro inaccettabili per una società civile, tende a vederli tutti come frutto del nuovo modo di lavorare, che ha cancellato il vecchio distruggendo, con il male della condizione di lavoro fordista, anche il bene dei diritti e delle tutele con essa accumulati...
Dall’inchiesta promossa dalla Fiom tutta questa impostazione viene smentita. Nel lavoro industriale di oggi, proprio in quello più competitivo e avanzato, le vecchie pratiche tayloriste fondate sulla ripetitività, sulla parcellizzazione, sulla spinta all’aumento dell’orario di lavoro, e quelle richieste dalla modifica dei ritmi produttivi, dalla diversa richiesta di qualità dei prodotti, dall’obbligo di una maggiore attenzione e partecipazione di chi lavora al processo produttivo, il vecchio e il nuovo insomma, si sovrappongono e si intrecciano. Non sparisce la vecchia condizione di lavoro, ma si trasforma con un aggravio complessivo della fatica del lavoratore e ancor più della lavoratrice, per cui la fatica che viene dal vecchio spesso si somma con lo stress, la tensione, l’insicurezza sociale prodotta dal nuovo. Da questa inchiesta non emerge soltanto il fatto – che a volte diviene spunto per retorica banale – che gli operai esistono ancora. L’elemento di verità di quest’inchiesta è, secondo noi, che attraverso la profonda ristrutturazione avvenuta in questi venti anni nel sistema industriale e nell’organizzazione del lavoro, si è affermato un modello che si sta estendendo a tutta la società, nel quale la dipendenza delle persone, la riduzione della loro autonomia reale, sono accompagnate dalla richiesta di una sempre più convinta adesione del lavoratore ai processi qualitativi dell’impresa. La somma di vecchio e nuovo, la loro contaminazione, produce così un modo di lavorare infinitamente più stressante e faticoso che nel passato... nelle fabbriche metalmeccaniche, anche nella produzione di massa, ove il permanere della catena di montaggio, anche se spezzettata e frantumata, il permanere e l’accentuarsi di mansioni parcellizzate e ripetitive, che fanno ripetere migliaia di volte al giorno lo stesso movimento, si aggiunge alla richiesta di intervento di qualità sulla produzione, sia per elevare la qualità media del manufatto, sia per rispondere alle continue esigenze di diversificazione del prodotto finale" (pag. 1-2)
"Quello che qui sosteniamo è che il sistema di lavoro cosiddetto fordista e taylorista non è scomparso, ma si è riorganizzato frantumandosi e sommandosi ad altre mansioni, ad altre richieste di lavoro. In un certo senso il lavoratore che oggi opera nell’industria metalmeccanica – e noi crediamo più in generale nel sistema industriale e produttivo – subisce contemporaneamente le asprezze e le monotonie del fordismo e le pretese e i rischi del postfordismo" (p.3)
"Infine, dall’inchiesta emerge come sia priva di fondamento anche la tesi secondo la quale sia possibile scambiare una riduzione del ruolo del Contratto nazionale a favore della contrattazione aziendale, per ottenere migliori risultati complessivi. I lavoratori che hanno risposto sono quasi tutti appartenenti ad aziende sindacalizzate...Le insufficienze, i bassi
salari, le difficoltà nella condizione di lavoro, stanno quindi nella parte più sindacalmente avanzata dell’industria metalmeccanica. Immaginiamo allora tutto il resto del mondo del lavoro, che sta ancora più indietro, messo di fronte alla proposta di scambio tra livello nazionale e livello aziendale.I risultati sarebbero nulli o negativi, come dimostra la debolezza di entrambi i livelli contrattuali là ove essi sono presenti" (pag. 2)
L'(in)sicurezza sul lavoro:il nuovo ddl governativo

Una sentenza che pesa come un macigno quella emessa il mese scorso dal Tribunale del Riesame di Bologna per il sequestro del Laboratorio Crash! Un macigno scagliato contro tutte le esperienze, passate e presenti, di occupazione di centri sociali in Italia e contro la pratica dell'occupazione stessa. Genova, Cosenza, Firenze e ora anche Bologna, diventano teatro di un nuovo ruolo che la magistratura accoglie a sé. Un ruolo tutto politico di ridefinizione degli ambiti di agibilità del movimento, un tentativo di arginare le lotte che si sviluppano nei territori passando non solo dalla criminalizzazione di significativi segmenti passati del movimento contro la globalizzazione e la guerra, ma anche andando ad attaccare nello specifico gli stessi luoghi di produzione e riproduzione di una politica antagonista, necessariamente elementi di ingovernamentabilità dei conflitti nelle metropoli.
Una sentenza che estende nei fatti i presupposti del sequestro cautelare: prima di oggi indirizzata esclusivamente alla confisca dei beni in possesso di organizzazioni mafiose e ad abusi edilizi, ora viene reinterpretata come applicabile a tutte le lotte sociali per la riconquista di spazi autogestiti, per la produzione di cultura e socialità non mercificate, contro i percorsi di costruzione dei conflitti sociali.
All'indomani della caduta del Governo Del Sacrificio Prodi, e dell'incapacità reale della politica istituzionale di risolvere i problemi sociali è dai tribunali che si cerca di mettere ordine per la salvaguardia dello status quo. E così l'antagonismo espresso a Genova contro i governi della guerra e della devastazione economica e ambientale, con il suo respirare assieme e le sue molteplici istanze, diventa per la magistratura il pretesto per riaffermare che mai più sarà concesso di tornare ad animare le strade e le piazze delle città per affermare in modo deciso il proprio dissenso. Così il processo di Cosenza diventa punto cardine di nuovi teoremi giudiziari che trasfigurano le lotte autonome portate avanti nei territori, leggendo ovunque complotti e pianificazioni sovversive. Così a Firenze la legittima opposizione alla Guerra Permanente, le cariche ingiustificate, a nove anni di distanza vengono a forza stipate nel cassettone della storia giudiziaria sotto coltri che parlano di violenza e resistenza pluriaggravata. Così la magistratura non solo legge bene la crisi della rappresentanza politica delle istituzioni, ma se ne fa immediatamente sostituto e nuovo protagonista dal pugno di ferro.
In questo modo, nonostante la sospensione dell'esecuzione del sequestro fino all'ultimo grado di giudizio, necessariamente anche i centri sociali, come luoghi di autorganizzazione politica antagonista, ma anche come proposta alternativa e autonoma alla cultura ed alla socialità di regime, vengono messi sotto accusa. Il tentativo è chiaro: mai più in nessun luogo occupazioni, mai più luoghi altri da quelli istituzionali, mai più ambiti non immediatamente sussumibili e riciclabili nelle immediate esigenze dei palazzi del potere. Il teatrino non può crollare, lo show deve andare avanti, e per farlo bisogna creare adeguati precedenti giuridici. E va avanti mostrando, ad esempio, dietro a vetrine infarcite di lustrini l'inquietante e inaccettabile spettacolo di un Salone del Libro a Torino, autoelettosi a migliore espressione della cultura letteraria, che invita come ospite d'onore uno stato le cui istituzioni praticano politiche d'apartheid, quello d'Israele. Si riscopre palcoscenico di ammiccamenti e "miracolosi" avvicinamenti tra forze politiche che, stanche dei ruoli loro assegnati dal copione dell'alternanza, si riscoprono possibilisti su intese larghe per il sommo fine di "ridare dignità al Paese"... una dignità inevitabilmente di nuovo fondata sul sacrificio, sull'oppressione, sulla razionalizzazione del sociale a fini produttivi, sulla guerra, sull'assassinio delle libertà individuali e collettive.
In tutto ciò evidentemente i centri sociali, non hanno ruolo. E di questo, diamo atto, siamo assolutamente certi anche noi. I terreni marcati dalle lotte popolari contro le nocività e le devastazioni ambientali, l'ingovernamentabilità dei conflitti sociali, l'essere inevitabilmente dall'altra parte del fronte "interno" di questa Guerra che si vuole Permanente, la vivacità data da una riscoperta capacità di plasmare i nostri territori aldilà delle esigenze produttive, riqualificando dal basso, opponendosi alla segmentazione ed alla desertificazione sociale, combattendo la retorica del degrado e della sicurezza riportandole sul piano della soddisfazione di bisogni e desideri, ostacolando le speculazioni... questo oggi sono i centri sociali, gli spazi autogestiti a Bologna come nel resto d'Italia.
E proprio per questo crediamo che, dopo la manifestazione del 6 ottobre, si debba tornare a progettare lotte e mobilitazioni che attorno a questo sappiano ridare il segno dell'insopprimibilità degli spazi autogestiti, indipendentemente dal dove venga l'attacco. Urgente è la necessità di riaffermare come ciò che pertiene alle lotte sociali, ai loro obiettivi, non possa essere negato spingendolo a forza nelle aule dei tribunali, quando invece sono le strade, le piazze, gli spazi, le periferie delle città i nostri luoghi; e questo anche per garantire la percorribilità futura di esperienze di occupazione. Quello del sequestro cautelare sulle occupazioni, siano esse di case o di spazi, rischia di diventare un precedente giuridico molto pericoloso, che tolga di fatto la possibilità di ricorrere a tale strumento all'interno dei percorsi di lotta del movimento, che neghi alle occupazioni ogni possibilità di innescare un piano di legittimazione sociale, di rivendicazione e soddisfazione di bisogni e desideri. Anche e forse soprattutto per quanto riguarda il plausibile ricorso all'arma del sequestro per le occupazioni abitative questo provvedimento in corso rischia di divenire l'arma con cui negare la legittimità dei movimenti di lotta per la casa che nelle grandi metropoli italiane rappresentano una forza significativa e vitale ed una risposta autonoma ai propri bisogni insoddisfatti. Diventa arma per bypassare a piè pari le contraddizioni politiche poste dal movimento e di arginare a sola questione di "criminalità" la legittima rivendicazione di migliori condizioni di vita. Occorre, crediamo, riaprire tutte le contraddizioni che il nuovo assetto politico cercherà inevitabilmente di sanare per garantirci non solo la sopravvivenza, ma anche lo spazio per esprimere quella nostra capacità di essere forza vitale e prorompente negli altrimenti grigi e ristretti spazi metropolitani.
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Area Antagonista
Laboratorio Crash! - Bologna
Collettivo Universitario Autonomo - Bologna
Csoa Askatasuna - Torino
Collettivo Universitario Autonomo - Torino
Csa Murazzi - Torino
Csoa Ex Carcere - Palermo
Collettivo Universitario Autonomo - Palermo
Csa Dordoni - Cremona
Coa Transiti - Milano
Collettivo Autogestito Modenese - Modena
Csa Godzilla - Livorno
Officina Sociale Refugio - Livorno
El Chico Male - Livorno
Csoa Cartella - Reggio Calabria
Csoa Rialzo - Cosenza
Gabbiotto Infoshop - Bari
Csa Mattone Rosso - Vercelli
Università Antagonista - Pisa
Apprendiamo con stupore e indignazione, la notizia della decisione, presa dal Consiglio di Amministrazione di Acqualatina, di reintegrare Jean Louis Marie Pons, Raimondo Besson e Silvano Morandi nelle loro funzioni all'interno dello stesso organismo; gli incarichi sono stati accettati per "spirito di servizio" e per "proseguire nell'ottica di quanto già fatto"!
Ricordiamo che i tre, insieme a Paride Martella (ex presidente), Giansandro Rossi e Bernard Cynà (ex amministratori delegati), sono indagati per associazione a delinquere, abuso di ufficio, frode, falsità ideologica e truffa aggravata. In seguito ai loro arresti, annullati poi dal Tribunale del Riesame, si erano dimessi dagli incarichi che ricoprivano; dimissioni che Besson aveva presentato anche per la sua carica di a.d. di Sorical e per le quali è stato sostituito da Maurizio Del Re.
Come se l'inchiesta in corso della Procura di Latina non fosse mai partita, come se le denunce e le lotte della cittadinanza di Aprilia non ci fossero mai state, con il pieno appoggio della parte "pubblica" della società che gestisce l'acqua pontina, i tre tornano tranquillamente ai loro incarichi. Ma quanto è potente e arrogante la nostra cara Veolia?
Noi siamo vicini e solidali con le popolazioni di Aprilia, che da anni hanno deciso di autoridursi la bolletta per far fronte agli aumenti spropositati imposti da questi stessi personaggi, e saremo presenti nella loro città per la manifestazione nazionale del 16 marzo per la gestione pubblica e partecipata dell'acqua, non solo per ribadire il nostro NO alla privatizzazione selvaggia di questo preziosissimo bene, ma per dimostrare anche tutto il nostro "affetto" alla Veolia che mentre ci vende la "nostra" acqua, ci avvelena con i fumi del suo inceneritore.
Comitato Reggino
per il Diritto all'Acqua
Movimento per la Difesa
del Territorio - Calabria
Squadristi democratici
Domenica 2 dicembre a Susa si è verificato un fatto gravissimo. Alle elezioni primarie locali del neonato Partito Democratico, dopo un diverbio fra un No TAV e un Sì TAV appartenenti allo stesso partito, lex No TAV, ora finalmente maturato alla causa del progresso e del lavoro, capo di una lista interna pro TAV, sentendosi ferito dalle osservazioni del compagno, ha pensato bene di raccattare un paio di mafiosi, un sindacalista CGIL ed un piccolo imprenditore per fare giustizia. Alluscita del seggio il No TAV è stato aggredito assieme al figlio intervenuto per difenderlo. Entrambi finiscono allospedale. La mafia dei partiti comincia a mostrare i muscoli, infischiandosene della tanto sbandierata legalità, che come al solito si impone solo agli altri. L'arroganza dei partiti - tutti rigorosamente Sì TAV trova una sua prima prova di forza. Ricordiamo che il PD ha come punto prioritario e fondamentale del suo programma politico la realizzazione del TAV. Esattamente come il PDL di Berlusconi, che è anche venuto a dircelo fino a Torino. E mentre i fascisti in città passano dagli agguati agli squat allincendio dei campi nomadi, a seconda dellinput dato dal potere e diffuso dal linciaggio mediatico, in Valle altri squadristi, alcuni di conclamata matrice mafiosa, pestano chi non è in sintonia con i voleri dei potenti, nellintento di spianare la strada ai loro progetti di speculazioni devastanti. Servi zelanti vanno dove tira il vento delloppressione e per mettersi in mostra la portano con le proprie mani, sperando di poter rosicchiare losso gettato dal padrone come premio o forse anche qualcosa in più dellosso. Questa è laria che tira nei corridoi dei partiti democratici, laria del corridoio 5. Questa è la loro democrazia, che ricorda, nei metodi, la dittatura. Hanno fretta di rubare. Prima scalpitavano, adesso menano. Ricordiamo che il 90% dei capitali destinati alle grandi opere come il TAV vengono divorati inesorabilmente dai partiti e dalla mafia. Non votarli. Non un soldo e non un voto per qualsiasi partito.
I partiti sono tutti dichiaratamente Sì TAV.
Non rafforzare la mafia dei partiti.
Rifiuta di delegare ai partiti qualunque decisione politica, che per quel che riguarda il TAV sarebbe scontata.
Isola i picchiatori militanti che cercano di sostituirsi alla sbirraglia, che ha già invaso la Valle nel 2005.
Solidarietà agli aggrediti.
Votare fa male.
Comunicati Stampa
3 Marzo 2008
Il vero volto dei SI TAV
Domenica 2 marzo a Susa, presso il seggio allestito dal Partito Democratico in Comune, Franco Zaccagni, un coordinatore del Comitato NO TAV Susa-Mompantero, è stato aggredito, prima verbalmente dal signor Torre (capolista della lista sostenuta dai Lazzaro) e da altri personaggi, tra cui tre dei fratelli Lazzaro, il sindacalista Rodolfo Greco, Mario Faieta e da altre persone non identificate, successivamente aggredito anche fisicamente da alcuni di loro.
Franco Zaccagni e suo figlio, che era intervenuto in sua difesa, si sono dovuti recare al Pronto Soccorso dell’Ospedale di Susa per le lesioni subite.
I personaggi coinvolti, notoriamente legati al settore della
movimentazione terra e delle costruzioni, stanno da qualche tempo
strumentalizzando il problema del lavoro per sostenere la
necessità del TAV.
Questi squallidi personaggi dimostrano quale sia la vera faccia dei sostenitori del TAV in Valle di Susa.
In risposta a questa aggressione in puro stile mafioso, per riaffermare che il Movimento NO TAV non accetta provocazioni e ribadire che non vogliamo che la nostra valle diventi “terra di mafia”, il Coordinamento dei Comitati NO TAV indice un presidio davanti al Palazzo Comunale di Susa a partire dalle ore 20 di questa sera, lunedì 3 marzo.
Coordinamento Comitati NO TAV
Related Link: http://www.notav.eu/
Comunicato del No Tav Autogestione –Torino
Notav aggrediti a Susa: stasera manifestazione
Domenica 2 marzo due No Tav di Susa sono stati aggrediti, prima verbalmente e poi fisicamente, da sei si tav.
I due aggrediti sono Franco Zaccagni (del Comitato No Tav di Susa) e suo figlio che si erano recati in Comune per votare alle primarie del PD.
Lo scontro verbale, cui poi è seguita l’aggressione fisica, ha visto coinvolti sei esponenti di una delle due liste presentate a Susa, quella più smaccatamente si Tav, che vede tra i propri principali supporter tre fratelli proprietari di una ditta per il movimento terra. Sin troppo comprensibili i privatissimi interessi che li muovono, così come muovono altri, esponenti politici e sindacali, allineati alle scelte nazionali, regionali e provinciali del loro partito.
La scintilla è stata la richiesta di chiarimenti rivolta al capolista, un No Tav che all’improvviso si è scoperto una predilezione per la lobby del cemento e del tondino nonché una smaccata vocazione per l’italico cadreghino (altrimenti detto poltrona). Il richiamo alla coerenza è stato la scintilla che ha portato i sei prodi cavalieri della devastazione e del saccheggio a mettere le mani addosso ai due No Tav.
Entrambi hanno dovuto ricorrere alle cure del pronto soccorso, al più giovane, intervenuto in difesa del padre sono state diagnosticate lesioni guaribili in 10 giorni.
La risposta del movimento no tav è stata di unanime condanna nei confronti degli squadristi si tav.
Questa sera appuntamento a Susa per una manifestazione di protesta contro l’aggressione.
Ore 21 davanti al Municipio
Abbiamo resistito alle manganellate, abbiamo resistito alle lusinghe ed alla vaselina, resisteremo anche violenza dei mafiosi si tav!
Solidarietà a Franco Zaccagni, a suo figlio, al Comitato No Tav di Susa Mompantero.
No Tav Autogestione –Torino
notav_autogestione@yahoo.it
338 6594361