Chiaiano e' sola?

Inviato da autonomix | 15 Giu, 2008

Chiaiano è sola?

Sono trascorsi alcuni giorni dalle cariche di polizia, dalla tregua stipulata con il sottosegretario Bertolaso e dall’entrata dei tecnici nelle cave per verificarne l’idoneità a ospitare una discarica da 700mila tonnellate. Nell’attesa, gli abitanti di Chiaiano, Marano e Mugnano continuano a presidiare pacificamente i luoghi della contesa. Nei capannelli che si formano tra i gazebo all’ingresso delle cave, le persone ripercorrono a mente fredda gli ultimi avvenimenti, analizzando il resoconto fatto dai media degli eventi di cui sono state protagoniste. E in quei racconti, nessuno si riconosce.
Nei giorni di fuoco della protesta i cronisti di radio, giornali e televisioni hanno descritto chi si opponeva alla discarica come una folla di strani e sconsiderati personaggi, inventando storie di armi, droga e camorra per screditare i più giovani e attivi; insinuando come gli uomini sacrificassero senza scrupoli madri, mogli e figli sulla prima linea delle barricate; diffondendo notizie palesemente false come quella delle bombole del gas legate a un petardo, non confermata neanche dalle forze dell’ordine.
Gli editorialisti “democratici” (inutile soffermarsi sugli altri) hanno sostenuto, come fanno ormai puntualmente quando una comunità si oppone alla devastazione del territorio in cui vive, come sia giusto chiedere questo sacrificio alla gente di Chiaiano, quanto sia dolorosa ma inevitabile la decisione di scaricare i rifiuti nelle cave; con le solite acrobazie verbali, hanno giustificato la violenza sui manifestanti con la presenza di infiltrati o lanciatori di pietre, compatendo le persone “perbene” che protestavano come se fossero in balia di imprecisati manovratori o diabolici facinorosi di strada.
Era accaduto lo stesso a gennaio, a Pianura, nei giorni in cui l’opposizione dura e determinata degli abitanti della zona flegrea aveva impedito la riapertura di una discarica chiusa da tredici anni, un provvedimento che a posteriori è stato unanimemente giudicato deleterio dalle stesse istituzioni. Come a Pianura, anche a Chiaiano il sindaco di Napoli e i componenti del consiglio comunale si sono tenuti a distanza, mostrandosi colpevolmente incerti e confusi sulle decisioni da prendere; la stessa linea ha adottato il governatore della Regione, che ormai da mesi ha abdicato alle sue funzioni per chiudersi in un bunker da cui uscirà solo tra un anno per occupare la sua poltrona nel parlamento europeo. Entrambi si sono limitati ad approvare, e anzi a sollecitare, le misure anticostituzionali adottate dal governo centrale.
Come a Pianura, gli abitanti di Chiaiano, Marano e Mugnano chiedono di non fare una discarica in un terreno palesemente non idoneo, già destinato a parco naturale. In cambio ricevono dalle elite intellettuali e istituzionali della città, nel migliore dei casi silenzio e indifferenza, se non esplicito scherno e rimprovero. È questo – l’isolamento, la demonizzazione, il pregiudizio – quello che si merita Chiaiano e con Chiaiano tutta la città?

L’emergenza come tecnica di governo dura in Campania dai mesi successivi al terremoto del 1980. Un dispositivo che consente di espropriare la democrazia ai cittadini per comporre interessi non sempre trasparenti, come emerge da numerose inchieste giudiziarie. Ma se questo è il meccanismo, perché non provare a uscirne con un radicale cambiamento, cercando di restituire democrazia e responsabilità, ma anche le scelte ai cittadini. Oggi la loro protesta non è solo localismo. È anche una reazione a questo esproprio di democrazia.
Nella concezione della stampa, degli intellettuali, della classe dirigente, la parte giovanile e sottoproletaria di questa città appare sempre passiva rispetto alla cosa pubblica, oppure se si mobilita lo fa perché prezzolata da loschi interessi. Al contrario, con i suoi codici e le sue contraddizioni, questa composizione sociale (tutta o in parte) cerca una collocazione nel sentimento civico della comunità, riuscendo finalmente a interagire con altre tipologie di cittadini che si riconoscono in questa lotta.
Si cita spesso la camorra. Come una spiegazione che non spiega molto, perchè non si prova mai davvero a ricostruirne gli interessi. Se analizziamo il passato recente, la camorra sembrerebbe più incline all’apertura che non alla chiusura delle discariche, avendo dimostrato di saper entrare nel loro funzionamento (compravendita dei terreni, trasporto dei rifiuti, sversamenti abusivi, ecc.). E se la camorra può far pesare i suoi interessi in queste vicende, le responsabilità non sono certo dei cittadini che protestano ma dei gruppi dirigenti che gli hanno più volte aperto la porta.
Il decreto Berlusconi infine. Si inserisce perfettamente in questa filosofia emergenziale. E lo fa in più punti: nella costituzione di una superprocura che controlli le inchieste accettabili e quelle “inadeguate”, col rischio che queste ultime siano sempre quelle che colpiscono chi ha maggiori poteri e responsabilità nello sfascio; nella possibilità di agire in deroga alle norme igienico-sanitarie e ambientali; nella possibilità di stoccare in discarica diverse tipologie di rifiuti speciali e tossici; nello stanziamento senza controllo di altri 150 milioni di euro che permetterà di assegnare le infrastrutture senza gara d’appalto; nello stabilire uno stato d’eccezione con norme penali ad hoc per colpire chi protesta. Allo stesso tempo non si aggiunge niente per il problema dello sversamento abusivo di rifiuti tossici, che sembra del tutto rimosso.

Ma esistono altre vie d’uscita dall’emergenza! Un piano con dieci discariche e quattro inceneritori è un piano di trent’anni fa… Si è cominciato chiudendo le discariche (come chiedevano le direttive europee) e si finisce col tentativo di aprirne dieci.
Ma se davvero il commissario aveva poteri speciali, negli ultimi mesi avrebbe dovuto ridurre drasticamente gli imballaggi, separare almeno il secco dall’umido per togliere la parte putrescente, provvedere ad allestire impianti per la trasformazione dei rifiuti differenziati, in grado di ricavare compost (utile per bonifiche e agricoltura), nuovi polimeri dalla plastica, nuovo vetro. La Sassonia (Ansa, 21 maggio) ci ha appena detto che differenzia “a valle” la nostra immondizia. Percentuali altissime con impianti che potrebbero essere costruiti in breve tempo e con tecnologie molto più semplici degli inceneritori. Perchè non si può virare il piano in questa direzione, visto che questo chiedono le legittime paure delle comunità? E perchè si continuano a fare scelte così bizzarre: aree vulcaniche come Terzigno; l’unico polmone verde di Napoli, come la Selva di Chiaiano ed altre ancora.
Insomma, si chiede ai cittadini di sacrificarsi al buio, senza nessun segnale di inversione reale di rotta, di emancipazione dalla sudditanza agli interessi forti, di affermazione del principio di responsabilità per cui chi ha sbagliato (e sono tanti, anche nell’imprenditoria, non solo Bassolino) deve andare a casa.

Con questo appello intendiamo esprimere la nostra solidarietà alle persone che abitano nella zona delle cave, che animano i presidi e partecipano alle manifestazioni contro la discarica; intendiamo non rimanere in silenzio come i nostri politici e rivolgiamo ai mass media l’esigenza di un racconto dei fatti il più possibile oggettivo, approfondito e non pregiudiziale. Il territorio di Chiaiano non appartiene solo a chi lo abita, ma è un patrimonio di tutta la città e da tutta la città va difeso.

DI QUALE SICUREZZA PARLATE?! NEWS SULLE MORTI " BIANCHE"...

Inviato da autonomix | 12 Giu, 2008
Lavoro, la "sicurezza" che manca... e che uccide: 10 morti nelle ultime 24 ore!

|11/12 giugno 2008|
Di quale sicurezza parlate!
Dieci, dieci!, omicidi sul lavoro in un solo giorno. Il tragico computo di un'ordinaria giornata di lavoro nel nostro paese. Ammalati al macello in una (una sola?) clinica privata milanese che lavora lungo le linee del modello di sanità “competitiva” alla Formigoni-Lega-Pd lùmbard che a breve verrà proposto a scala nazionale con la riforma federalista. E poi -come emerge senza grandi possibilità di fraintendimenti anche dal recentissimo dossier Cgil-Antigone- un paese effettivamente insicuro ma solo su reddito e lavoro. Una condizione materiale, complessiva e sempre più generalizzata, che produce la percezione di fondo di precarietà esistenziale su cui la casta e i media al di là del colore partitico costruiscono, deviandola, la loro “politica della sicurezza”. Ma fino a quando la gente comune si accontenterà di promesse (illusorie) e capri espiatori (reali, purtroppo)? “Quei lavoratori di Mineo andati cinque metri sotto terra senza attrezzature e prevenzioni adeguate, rappresentano una quotidianità italiana vergognosa… Feriscono la coscienza di chi ce l'ha ancora. Promettono rabbia e violenza, altro che clima nuovo". Slogan antagonisti? No parole da un articolo di Gad Lerner - che per quelli come lui, ovviamente, valgono come un esorcismo…


Catania, 11_06_2008
6 operai morti in un depuratore

Sono morti dentro una stanza dell'impianto di depurazione del Comune di Mineo (Catania) probabilmente per l'esalazione di sostanze tossiche, anche se non viene esclusa l'ipotesi di una scarica elettrica e quella, trapelata in serata, che nella vasca sia entrata in funzione una pompa che avrebbe riversato fango e creato condizioni simili alle sabbie mobili. A formulare quest'ultima tesi, tutta da verificare, è il comandante provinciale dei carabinieri di Catania, Giuseppe Governale.
Intanto, i corpi dei sei lavoratori, che erano uno sopra l'altro, come se ognuno di loro avesse cercato di salvare il collega di lavoro, sono stati recuperati in serata.

Le vittime della strage, che si e' consumata in un paesino della piana di Catania, sono due operai specializzati di Ragusa, Salvatore Tumino di 47 anni e Salvatore Smecca di 51, e quattro dipendenti del comune di Mineo (Giuseppe Zaccaria, di 47 anni, Giovanni Natale Sofia, di 37 anni, Giuseppe Palermo, di 57 e Salvatore Pulici, di 37.
I cadaveri sono stati scoperti da un dipendente del comune che nel pomeriggio si e' recato nell'impianto, a circa quattro chilometri dal centro abitato, dopo che alcuni familiari dei lavoratori, non vedendo tornare i propri congiunti per l'ora di pranzo, si sono recati in municipio per avere notizie.
"Sono morti abbracciati uno con l'altro, quasi certamente nel tentativo di salvarsi a vicenda", dice Don Mine' Valdini, parroco della chiesa di Sant'Agrippino, patrono di Mineo. "Sono morti - aggiunge il sacerdote - con un gesto d'amore. Un atto di generosità che purtroppo non e' servito a nulla".
(da rainews24)


Imperia: Sciopero generale contro le stragi sul lavoro
Altre due omicidi sul lavoro la notte scorsa in Italia. Nelle valli del Natisone, vicino Udine, un 33enne è morto. L'uomo è scivolato in un pendio ed e' stato travolto da una ruspa mentre era al lavoro in un campo. L'altra vittima è un operaio di 42 anni, originario di Sondrio. L'uomo è morto sempre nella notte a Imperia in un incidente avvenuto nei cantieri per il raddoppio della linea ferroviaria Genova-Ventimiglia. L'operaio stava lavorando nella galleria Poggi in fase di costruzione, quando è stato travolto dal crollo di una centina, una struttura di sostegno che serve ad armare la volta della galleria. I sindacati di Imperia hanno proclamato, per venerdì prossimo, una giornata di sciopero generale in segno di protesta contro la mancanza di sicurezza nei cantieri.
(da radiondadurto.org)

Ma il governo non perde tempo...
Ed ecco come si è espressa la Confindustria all’assemblea dei giovani industriali di S. Margherita della scorsa settimana: "Rendere ancora più complesse e difficili le norme che presidiano la sicurezza sul lavoro impone costi crescenti agli imprenditori che già seguono il dettato della legge mentre non sfiora neppure chi dell'illegalità fa una prassi". Quando si dice tutela della sicurezza…
Intanto: avanti con la deregulation della contrattazione, fino ai “contratti individuali”.
Vai alla pagina di InfoAut: Addio al contratto nazionale


Un paese insicuro, ma solo su reddito e lavoro. E' quanto emerge dal voluminoso dossier sui diritti globali 2008 presentato ieri dalla Cgil e dall'associazione Antigone. Ne presentiamo di seguito i dati più interessanti.

1,19

Sono tanti gli omicidi ogni 100.000 abitanti nel nostro paese. Un dato molto basso, se rapportato al resto del continente. Così anche per i reati di strada, che sembrano essere quelli che creano maggior allarme sociale, e che però non raggiungono le cifre del resto d'Europa. Non siamo i peggiori neanche per quanto riguarda i reati contro il patrimonio. Unico primato negativo: le rapine ai danni delle banche. Mentre i furti in casa sono 143.000 l'anno contro i 177.000 della Francia e i 292.000 del Regno Unito. Morale della favola: la percezione della minaccia tra la popolazione rimane troppo alta rispetto all'effettività dei fenomeni criminali.

24%
È la percentuale di donne immigrate vittime di violenza sessuale. È il dato più emblematico del capitolo riguardante le violenze di cui gli stranieri sono vittime nel nostro paese. Sono infatti in aumento anche i casi di omicidio, al 21,2%. Inoltre, il 5,7% degli scippi sono a danni di stranieri, così come il 12,3% delle rapine in casa e il 9,9% delle estorsioni. La maggior parte dei reati che colpiscono gli immigrati avviene al centro-nord, anche se tanti perdono la vita ancor prima di toccare il suolo italiano. Dal 1988 ad oggi sono stati censiti 11.865 morti, tra cui si contano 4.256 dispersi. Solo nel 2007 sono morti in 556.

32,1
È questa la percentuale degli italiani che si definisce più povera o a rischio povertà. Una percentuale aumentata rispetto al 2007, quando già si percepiva l'impoverimento e già il 25,7% parlava di un peggioramento economico. Tra il 1992 e il 2006 i prezzi nel nostro paese sono saliti del 49%. Tra i beni percepiti come i più colpiti dall'aumento ci sono la benzina, gli alimentari, la casa e i trasporti. Nel frattempo, i redditi non sono aumentati in proporzione, e il lavoro è diventato sempre più precario per larghe fette di popolazione. E ora si attendono gli effetti della crisi economica.

1/5
Un'azienda su cinque assume immigrati per lavori faticosi e dequalificanti, e nonostante le retoriche anti-immigrazione la loro presenza si rivela sempre più basilare. Sempre di più sono gli immigrati che rischiano di ammalarsi a causa delle condizioni lavorative. La migrazione stessa comporta stress dovuto allo sradicamento e all'ambientazione difficoltosa, a cui si sommano le condizioni di vita spesso povere, a partire da quelle abitative. Troppo spesso i migranti sono, ancora oggi, oggetto di diritti negati. (da il manifesto.it)

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L’articolo di Lerner da cui abbiamo preso la citazione

ORA IL PONTE SULLO STRETTO

Inviato da autonomix | 24 Mag, 2008

Riuscire a dare ad Impregilo a gennaio del 2009 l'ordine di inizio attività per predisporre il progetto definitivo del Ponte sullo Stretto di Messina. E' l'obiettivo che indica il presidente dell'Anas e della Società Stretto di Messina, Pietro Ciucci, dopo la lettera ricevuta dal ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli che invita la società a riprendere l'attività.

"Il passo più importante è la ridefinizione della Convenzione di concessione e la manutenzione dei contratti con il general contractor, perché due anni di fermo non sono indolori. Tutta questa attività nei prossimi sei mesi dovrà consentirci a gennaio 2009 di dare a Impregilo l'ordine di inizio attivita' per predisporre progetto definitivo", spiega.

Seguirà, prosegue Ciucci, "il tempo necessario per approvazione e a maggio-giugno 2010 possiamo prevedere la posa della prima pietra".

Sarà poi possibile centrare l'obiettivo di inaugurare l'opera nel 2016. "E' un obiettivo impegnativo, ma possibile", commenta Ciucci

Il capitale attacca i lavoratori!

Inviato da autonomix | 21 Mag, 2008
Ormai sono settimane che da più parti viene agitata come possibilità quella di detassare gli straordinari, sventolando questa “novità” come un aiuto ai lavoratori ed alle loro famiglie che sempre più difficilmente riescono ad arrivare alla “quarta settimana”. Ma la verità qual è? A mio avviso questa misura rientra a pieno titolo nelle misure del capitale per massimizzare il profitto riducendo i costi di produzione, al pari delle esternalizzazioni e delle delocalizzazioni. Mi spiego meglio. Si è deciso di sfruttare l’evidente inadeguatezza degli stipendi dei lavoratori come mezzo per aumentare la loro produttività e ridurre gli eventuali costi di quest’aumento, infatti si è deciso di incentivare il lavoratore allo straordinario offrendogli una detassazione del 10% delle ore di lavoro in eccesso…si, perché di questo si tratta, lavoro in eccesso, che avrebbe dure ripercussioni sul mercato del lavoro già di per sé disastrato provocandone un’atrofia facilmente preventivabile, è infatti innegabile che a fronte delle difficoltà di chi lavora un provvedimento del genere spingerebbe molti che già magari fanno ore di straordinario, ad incrementare questa pratica, evitando per esempio all’azienda in cui lavorano l’onere di nuove assunzioni risolvendo il problema della forza lavoro mancante attraverso lo sfruttamento intensivo della manodopera interna; lor signori hanno calcolato un aumento medio mensile di 480 euro a lavoratore, possibilità allettante per chiunque, soprattutto per chi il lavoro lo “offre”, che attraverso le ore di straordinario guadagnate può evitare di assumere altro personale, nella misura (circa) di un lavoratore non assunto ogni 2,5 crumiri, con evidente risparmio in termini di contributi e quant’altro…Tutto questo cosa significa? Significa meno assunzioni e radicalizzazione della precarietà; significa incentivo non solo dell’aumento smodato delle ore di lavoro pro capite, ma anche all’estrema competizione tra i lavoratori, che correranno al massimo per scavalcare il collega/nemico nella gerarchia dei papabili di ore in eccesso; Significa meno sicurezza sul lavoro, come si può mantenere alta la soglia d’attenzione dopo 10/12 ore di fabbrica? E su chi ricadrà poi la colpa degli eventuali incidenti? Ma sui lavoratori distratti, logico; Significa corsa verso il basso degli stipendi, che verranno calcolati considerando nel computo finale dell’importo anche tot ore di straordinario; significa discriminazione nei confronti di quelle categorie –donne con figli piccoli, lavoratori con genitori anziani a carico, lavoratori meno giovani, ecc…- che non possono permettersi di protrarre l’orario di lavoro; significa condannare tanti giovani e meno giovani alla disoccupazione o ad un accesso al lavoro estremamente difficile; significa trasformare i lavoratori in “macchine da lavoro”; significa vincolare la vita delle persone al lavoro che fanno; significa maggiori profitti per il padrone –sia esso una potente multinazionale o un grasso e tronfio signorotto del nord-est- e più sacrifici per i lavoratori; significa che a vincere sarà di nuovo il capitale.
Accanto a questa norma, ed in perfetta continuità con essa, si parla anche della possibilità di poter cumulare pensione e stipendio, secondo loro per eliminare la piaga del lavoro nero post pensionamento, secondo noi per legare fino all’ultimo respiro di vita gli individui al profitto e per restringere ancor più il mercato del lavoro, spingendo chi non ha lavoro alla precarietà o al malaffare.
Il problema è meno scontato di quello che può sembrare, perché se da un lato è palese la volontà che sta dietro a questo provvedimento, dall’altro sarà un problema affrontare la questione con chi innanzi tutto vede davanti a se la possibilità di guadagnare meglio, se pur con maggiori sacrifici…Il nodo da affrontare, forse ancor prima del ribaltamento delle logiche di profitto in logica dei bisogni degli individui, tema comunque irrinunciabile e che dev’essere esposto con massima chiarezza da subito, è quello dell’abitudine dei lavoratori al vivere lo sfruttamento lavorativo come una normalità ineluttabile e a delegare ogni loro istanza a quei sindacati di stato sempre più simili alle corporazioni di fascista memoria; il compito di tutti coloro che hanno a cuore non solo la liberazione del lavoro, ma la costruzione di una nuova società libera e liberata, dev’essere quello di attivarsi non solo negli ambiti lavorativi, dov’è stringente il bisogno di rilanciare una conflittualità dura e reale, ma in ogni ambito di socialità al fine di creare quell’orizzonte di libertà autogestionaria irrinunciabile, senza il quale ogni progetto più o meno rivoluzionario nascerebbe già irrimediabilmente minato. Guadagnare i lavoratori all’autorganizzazione sindacale, creare ed incentivare la nascita di luoghi di socialità svincolati dalle logiche del profitto, rilanciare la solidarietà fra le varie categorie del mondo del lavoro, mettendo in luce quelle dinamiche di sfruttamento che non hanno né colore né professione specifica ma che fanno tutte parte dell’armamentario del profitto e di coloro che ne sono gli alfieri, Gridare con forza che, casomai, si lavora per vivere e non si vive per lavorare…

Potrebbe bastare, invece no

Inviato da autonomix | 21 Mag, 2008

Maggio mese nero| La sua principale colpa è quella di «aver sicuramente contribuito, lo dicono i numeri, all'inverno demografico». Per questo, è arrivata l'ora «di sgretolare il mito della legge 194». Lo chiede senza mezzi termini "Famiglia Cristiana" nell'editoriale di questa settimana. «Non si riesce a trovare una strada per rivedere questa legge: un tabù intoccabile, in un Paese dove si cambia perfino la Costituzione» sostiene il settimanale cattolico .
«Tutti ormai, se si escludono frange femministe fuori dalla storia, Pannella e la solita rumorosa pattuglia radicale (sempre più esigua), hanno abbandonato la vecchia formula che l'aborto è 'questione di coscienza', affare privato che non attiene alla sfera del bene comune», prosegue il settimanale, «L'aborto è un fatto di rilevanza pubblica e politica. Oggi in Parlamento ci sono i numeri per sgretolare il 'mito della 194'. Si tratta di una maggioranza trasversale che, in primo luogo, fa appello ai politici cattolici».

Mentre Famiglia Cristiana delira e scientemente organizza, dà voce e promuove il nuovo fronte antiabortista, la neoministra-ex-calendarina Carfagna addetta alle pari opportunità, balza agli onori della cronaca per le sue affermazioni sconcertanti sul prossimo Pride. L’omofobia non esiste, secondo la ministra, dunque lei non concederà mai il patrocinio del ministero alla manifestazione nazionale che si svolgerà a Bologna il 28 giugno. “Gli organizzatori di queste manifestazioni – sostiene ancora la Carfagna - sono sepolti i tempi in cui gli omosessuali venivano dichiarati malati di mente. Oggi l'integrazione nella società esiste. Qualcuno mi venga a dire che un omosessuale non è stato assunto per via della sua tendenza. O che sempre per tendenze sessuali venga negato un qualsiasi altro diritto.”

Non ci interessa tanto dei soldi che sarebbero dovuti giungere dal ministero per rimpinguare le tasche dei circoli gay e lesbo più istituzionali. Il movimento glbtq non ha bisogno certo dell’elemosina parlamentare per scendere in piazza a rivendicare sfacciatamente e rumorosamente come sa ben fare, la sua identità, la sua ricchezza, i suoi diritti.
Quel che ci preoccupa è il clima che si sta creando intorno a certe questioni, quelle che forse qualcuno considera ancora come politica di serie B, ma che invece sono questioni basilari all’interno di una società, perché riguardano la nostra pelle, i nostri corpi, le nostre vite.
Queste dichiarazioni senza scrupoli, rilasciate dalle istituzioni statali ed ecclesiastiche sono i segnali forti di una volontà strisciante di cambiamento in atto da tempo, ma che oggi si esprime in tutta la sua forza e la sua pericolosità.
Famiglia Cristiana scrive, la Carfagna straparla, e intanto le televisioni insieme ai giornali costruiscono il terreno fertile al propagarsi dell’intolleranza, del razzismo, della paura del cosiddetto diverso.

Potrebbe bastare, invece no.

Un ragazzo muore ammazzato a Verona da un gruppo di “giovani disagiati”, ma secondo il sindaco della città l’episodio non fa storia. Intanto la brava gente, che lavora duro e chiede di essere padrona a casa propria, reagisce agli stimoli dei media, agisce secondo i più bassi pruriti e si dà da fare. La gente per bene organizza le ronde nei quartieri per rendere più sicuri i territori e liberarli dalle presenze indesiderate. Presenze spesso ai margini del visibile, ma che danno fastidio per il solo fatto di esistere. Sono indesiderati non solo per quello che fanno (si dice che delinquono) ma soprattutto per quello che sono, per quello che ci dicono le loro esistenze fatte di miseria e di vite vissute ai limiti del disumano. Ci sono, esistono, questo dà fastidio e crea intolleranza. Se poi ci si mettono anche i media a distorcere quelle esistenze, a renderle non più disumane ma extraterrestri, barbare, certamente pericolose, non ci si può sorprendere di quello che sta succedendo ormai quotidianamente.
Una settimana e più di rastrellamenti razzisti di rom (e non solo) da parte di polizia/finanza/carabinieri hanno portato a centinaia di arresti, perquisizioni, fogli di via. Il nuovo sciagurato pacchetto sicurezza inizia a prender forma e si dice possa entrare in vigore già a luglio. Fino a 18 mesi di internamento coatto nei Cpt per tutti quei migranti che compiono reato solo per il fatto di essere stati colti in flagranza senza documenti regolari. Pianificazione scientifica degli sgomberi e delle demolizioni dei campi nomadi con una lista già pronta di più di duemila persone da rispedire a casa loro. Espulsione immediata anche per i cittadini comunitari qualora vengano ritenuti pericolosi o commettano un qualsiasi reato. Maggiori poteri ai sindaci, possibilità di commissariamento delle situazioni locali più a rischio, più armi ai vigili urbani e ancora sostegno e fiducia ai volontari della sicurezza nei quartieri.
Queste sono solo alcune delle misure che il governo Berlusconi vorrebbe attuare con gran fretta nei prossimi mesi. Un bel ripulisti insomma, per dirla come piace tanto a Castelli e ai suoi accoliti.

Ma non è solo lo Stato centrale ad organizzarsi. Ci sono anche gli sceriffi impegnati a riportare l’ordine nelle loro città. E c’è anche la brava gente, che si unisce, socializza non i propri bisogni come si faceva una volta, bensì i propri istinti più bestiali. E così è accaduto qualche giorno fa a Roma, dove è partita la caccia ai trans e alle prostitute. Le immagini sono passate su tutti i telegiornali, eppure sembra non abbiano lasciato il segno su alcuno. Fotografie e video che mostrano trans trascinati per i capelli dai poliziotti davanti a una folla assetata di sangue e di vendetta che applaudiva e urlava soddisfatta. E così è accaduto a Napoli e in altre città con gli incendi appiccati ai campi nomadi, le molotov lanciate contro le baracche, le ronde armate dei sedicenti residenti autoctoni esasperati dal vivere così a contatto con la miseria altrui.


Gli immigrati vanno puniti perché rubano, rapiscono, delinquono, violentano, aggrediscono. Nessuno spiega però che la criminalità in Italia è ai minimi storici. Nessuno dice che la stragrande maggioranza delle violenze subite dalle donne si consumano tra le mura domestiche o nella cerchia di amici, parenti e conoscenti. Essendo violenze commesse da italiani, come direbbe il sindaco di Verona, sono episodi isolati che non fanno storia. Se un rumeno violenta una donna italiana, tutti i rumeni diventano potenziali stupratori e vanno quindi cacciati o allontanati. Ma se si tratta invece di un gruppo di minorenni italiani che abusano di una coetanea e poi magari la uccidono? Questa violenza ci fa meno paura? Ci fa meno orrore? Riusciamo meglio a spiegarcela, a trovare delle ragioni, delle giustificazioni forse?
Nel lucchese ventitrè giovani sono stati indagati per aver profittato di una ragazzina. Sono emersi dieci mesi di abusi e almeno quindici episodi di violenza di gruppo. Lei sola di fronte a quattro-cinque-sei adolescenti per volta. Filmata e poi ricattata, divenuta lo zimbello dei ragazzi del paese, un oggetto da usare, una cosa da disprezzare.
A Torino una donna è morta per mano dell'ex marito che non si rassegnava alla separazione. Anzi lui ha fatto di più: ha ucciso lei e tentato di uccidere anche l'altro uomo con cui lei dopo la separazione aveva intrecciato un legame. Il femminicida in questo caso è una guardia giurata che ha usato la sua pistola per compiere l'omicidio. Una persona inserita, quindi, non un immigrato, ma un uomo della "sicurezza", uno di quelli che fa parte di un esercito di gente affidabile che sorveglia qualcosa o si assume responsabilità anche per altri. Insomma uno di cui i giornali non parleranno perchè non fa gioco alla politica e non fa evidentemente gioco a chi insiste nel dire che gli stupri e i delitti contro le donne avvengono soprattutto per mano di immigrati e lontano dalle persone conosciute. Niente di più falso.
Così è passata assolutamente in secondo piano la notizia della donna rumena stuprata da un italiano. Non se ne è parlato perchè altrimenti la campagna xenofoba contro i rumeni apparirebbe per quello che è: una campagna che è funzionale agli intenti repressivi e discriminatori di questo come di altri precedenti governi. Così è passata in secondo piano la notizia della madre che ha cercato di accoltellare la figlia che aveva confessato di essere attratta da un’altra ragazza. Altro fatto di cronaca bollente delle ultime settimane, è quanto accaduto a Niscemi. Una ragazzina pestata e violentata da un gruppo di amici e poi gettata senza vita in un pozzo. Le versioni date da alcuni giornali tendono addirittura a screditare la ragazzina per farla passare da "ragazza facile", sicchè gli assassini (e forse anche la comunità in cui viveva) possano quanto meno sentirsi assolti sul piano morale.

Episodi di ordinaria violenza. E chissà quanti altri se ne consumano protette dal silenzio delle mura domestiche o dall’omertà della famiglia e del gruppo di amici.

Se i rumeni che violentano dovrebbero essere ricacciati al loro paese, cosa dovremmo farne degli uomini italiani che compiono le stesse orribili azioni? Basta che un immigrato compia uno stupro, per criminalizzare la sua intera comunità. E allora i maschi italiani? Chi decide la differenza e chi marca il confine tra responsabilità individuale e colpa collettiva? Forse perché autoctoni sono più difendibili o giustificabili? Un uomo italiano che delinque non basta a rendere delinquenziale tutta la nazione. Ma allora cos’è che fa paura? Lo straniero stesso forse, più che le azioni che compie. La sua stessa esistenza come dicevamo prima. E’ lo stupro a scandalizzare, o il fatto che a violare una donna italiana sia stato un extracomunitario? E’ talmente evidente che le violenze praticate dagli uomini italiani nei confronti delle straniere, che siano esse prostitute nigeriane, badanti rumene, cassiere peruviane di un supermercato, di fatto non scandalizzano poi troppa gente. Forse anche queste violenze non fanno storia. Perché a subirle sono i soggetti più deboli, più facilmente ricattabili, soggetti le cui esistenze in fondo contano ben poco per la gente per bene, che si accorge di loro solo quando gli affaticano lo sguardo e gli rovinano il panorama.

Il problema è la violenza in sé, praticata ed esercitata sulle donne, che sia fisica o psicologica, di qualunque colore essa sia. Resta sempre una violenza dell’uomo sulla donna, una violenza in bianco e nero, senza chiaroscuri, senza sfaccettature o sfumature di colori.
Una violenza che ha radici lontane eppure è sempre così vicina.

InfoAut

NON TUTTO PASSA COME IL TEMPO....

Inviato da autonomix | 14 Mag, 2008

Non tutto passa come il tempo… 5 marzo 1998.

Questa è la data nota a tutti noi come l’inizio di una storia, montata chissà quanto tempo prima. La storia inizia con l’arresto di tre anarchici, tre squatter, occupanti della Casa Occupata di Collegno: Maria Soledad Rosas, Edoardo Massari e Silvano Pelissero, i primi arresti no tav!!! i tre vennero accusati di essere eco-terroristi, più precisamente di essere i cosiddetti Lupi Grigi e si parlò di bombe ed armi, le prove contro di loro vennero definite granitiche dal pm infame ed assassino Maurizio Laudi, che assieme al degno compare Marcello Tatangelo montò tutta la storia contro i tre anarchici. In realtà non c’era nessuna prova, ma grazie al portentoso aiuto della carta stampata quotidianamente per la comune disinformazione, sembrò che nella casa fosse stato trovato un arsenale in armi, sembrò che fossero state registrate conversazioni tra i tre anarchici che non lasciavano ombra di dubbio. In realtà le armi non ci sono mai state, solo attrezzi da lavoro e le registrazioni sono ritagli di pezzi di frasi tolte dai loro contesti ed incollate pure malamente. Infatti la fine della storia la conosciamo bene, tutto crolla, menzogne, tutto falso, non esistono prove. Gìà, peccato che il 28 marzo 1998 Baleno (Edoardo Massari) viene trovato impiccato in carcere e l’11 luglio dello stesso anno morirà nello stesso modo anche Sole (Maria Soledad Rosas), lei addirittura era accusata di aver commesso dei fatti avvenuti prima del suo arrivo in Italia!!! Silvano è l’unico sopravvissuto alla montatura di Laudi e Tatangelo, ovviamente, dopo la morte di Sole e Baleno, lui diventò la mente, il cattivo, si inventarono le peggio cose sul suo conto, si fece 4 anni tra galera e domiciliari, ma alla fine nessuna prova di eco-terrorismo. Questa, molto striminzita, è la storia dei primi tre arresti no tav… E la storia continua… Quarto arresto no tav, io, Marco Martorana, chiamato anche Marco Pino (perché durante l’occupazione, in collina torinese, del Vespaio squat park resistevo allo sgombero invece che sul tetto su un… PINO). Il 22 dicembre 2005 vengo arrestato durante un presidio al palaingiustizia di Torino, presidio in solidarietà con gli arrestati del corteo del 18 giugno 2005, corteo che sfilò contro il duplice accoltellamento fascista al Barocchio, aggressione che per un soffio non finì in tragedia, questione di centimetri!!! Assurdo fu che dopo tutto ciò venne fatto un corteo antifascista, in una città storicamente antifascista e il corteo venne caricato dalla polizia… la spiegazione c’è, la polizia si sentiva toccata, essendo fascista nel profondo. Come avviene sempre, la polizia carica ed ovviamente arresta, l’accusa stavolta è grave però… DEVASTAZIONE e SACCHEGGIO. Tornando a noi, vengo preso in un chiosco mentre compro due birre per il presidio, le due birre vengono ritenute, dal pm Caputo, prove della colpevolezza, verrà infatti detto che avevo ancora le armi in tasca!!! L’accusa è di aver aggredito un agente della digos, spaccandogli sulla testa una bottiglia; ciò sarebbe avvenuto il 6 dicembre 2005, durante il corteo serale perchè la giornata del 6 dicembre vede a Torino tre cortei, uno la mattina, uno il pomeriggio ed uno la sera, cortei spontanei che nascono contro l’infame azione poliziesca avvenuta nella notte precedente, dove a suon di manganellate era stato sgomberato il presidio permanente di Venaus, senza risparmiare donne o vecchi; tutti i presenti al presidio, la maggior parte dormiva nelle tende, vengono svegliati dai manganelli. Dopo l’arresto verrò chiuso, in isolamento perché pericoloso e violento per gli altri, per 20 giorni nel carcere delle Vallette, poi seguiranno gli arresti domiciliari, l’obbligo di dimora e di firma… L’accusa si basava sulla parola di tre digos, sul fatto che sono un anarchico conosciuto, che quel giorno ero particolarmente arrabbiato, ero stato visto mentre urlavo (certo che ero arrabbiato, cosa che ho ribadito in tribunale - la mia dichiarazione spontanea e leggibile così come l’ho letta in tribunale sul sito www.notav-norepressione.it) e su fotografie; in realtà le fotografie, che non provano un bel niente, si riferivano ai cortei della mattina e del pomeriggio. Gli scribacchini si danno da fare e così già dal giorno dopo il mio arresto ecco in prima pagina di Torino Cronaca (?) una foto gentilmente concessa dalla questura di Torino ai giornalisti, il mio nome e cognome con tanto di indirizzo (non si sa mai, magari qualche fascio che non sa che fare…) e con una bella storiella su di me, inventata di sana pianta; anche il tg3 regionale non è da meno. Tutto viene impastato insieme, la mia appartenenza ideologica (come a dire: è anarchico quindi l’ha sicuramente fatto), il fatto che occupo case, con dei presunti precedenti come l’articolo 4, cioè porto d’armi, cosa falsa, primo perché il procedimento è ancora in corso, secondo perché le presunte armi sono il collare di ferro di un cane (il cane era lì con me!!!) e i collari borchiati della mia ragazza!!! Non sono cose che possono succedere a tutti, possono avvenire però il giorno dopo la morte dei carabinieri a Nassirya, ovviamente è normale che venga effettuato un controllo con 5 volanti e che un carabiniere tenti di sequestrarmi un libro, avete capito bene, voleva sequestrarmi “Le scarpe dei suicidi”, perché secondo lui era illegale!!! La parola fine arriva, per quanto riguarda la mia storiella, l’8 maggio del 2008, assolto, articolo 530 comma 2, insufficienza di prove, arriva dopo quasi due anni di processo, non che questa sentenza mi renda felice, non credo nella legge, lo stato è il mio nemico e tutte le sue istituzioni e rappresentanti… mi assolvono senza aver avuto mai nessun diritto di accusarmi! 8 maggio 2008. Sono passati 10 anni dall’inizio di questa storia, all’epoca avevo 16 anni, mi ero da pochissimo avvicinato al mondo delle case occupate… 10 anni, una storia che ne racchiude due, la storia principale è la storia del tav, ben spiegata nel libro “Le scarpe dei suicidi” di Tobia Imperato, una storia mafiosa, una storia di soldi, di repressione, di nocività e le due storie, una quella gigantesca montatura che portò alla morte di Baleno e Sole, sempre raccontata nelle scarpe dei suicidi e l’altra, invece, la mia, una piccola montatura… entrambe le storie vedono anarchici accusati ingiustamente, vedono menzogne dei pm, menzogne dei giornalisti (primo fra tutti l’immancabile Numa della Stampa), vedono digos e sbirri che giocano a fare gli eroi, che mentono e lo fanno pure male e come sfondo c’è sempre lei, la TAV. 10 anni di lotte, 10 anni di passione e di libertà, il tav non passa.

E la storia continua… alla memoria di Baleno e Sole.

Brillano nella mia memoria e nella storia degli uomini liberi e ribelli, nella storia dell’anarchia…

…viva l’anarchia

SIAMO ANCORA OSTAGGIO DI MORO

Inviato da autonomix | 10 Mag, 2008
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moro.jpgA trent'anni dal rapimento e dalla morte dell'onorevole Aldo Moro, allora presidente della Dc, si impone la constatazione di un dato di fatto: siamo ancora tutti ostaggi di quella vicenda e viviamo in un paese che ha imposto e codificato riti e comportamenti collettivi obbligati a partire dall'esperienza dei 55 giorni del sequestro Moro.

Moro infatti ha preso prima di tutto in ostaggio la sinistra antagonista. L'idea che la radicalizzazione delle lotte conduca a una situazione in cui avvengono rapimenti come quello di Moro, a cui segue l'inevitabile repressione, è un incubo dal quale la sinistra antagonista non si è ancora liberata. Le BR, e l'esito pesantemente repressivo della risposta dello stato, appaiono un destino della politica antagonista e non il processo di un determinato periodo storico. Il secondo modo con cui Moro tiene in ostaggio questo paese sta nell'idea che le sorti politiche dell'Italia in ultima istanza siano fatte solo dai servizi segreti. Basta ricordare le accuse sui “black bloc manovrati dai servizi” dopo il G8 di Genova per rendersi conto come in Italia la lettura dei processi sociali sia ancora talmente inquinata dal problema dei servizi, nei momenti di acuta crisi sociale, da non saper spiegare in quali momenti I servizi effettivamente agiscano ed in quali ciò che accade sia frutto di spontaneità. Il terzo modo in cui il ricordo di Moro tiene in ostaggio la politica italiana è l'idea che l'alternativa tra forze politiche sia possibile solo tra partiti dotati di una decisa omogeneità culturale pena la crisi irrimediabile della nazione. In questo la politica del compromesso storico, precedente e successiva al caso Moro, marca un precedente che condizionerà tutta la vita dei partiti italiani fino ai nostri  giorni. Che sono I giorni in cui esiste un partito, il PD, frutto dell'unione di ex componenti dello schieramento dell'unità nazionale di allora, che teorizza la possibilità di un nuovo compromesso storico con il maggiore partito dello schieramento avversario.

C'è infine un ultimo modo con il quale Moro tiene ancora oggi in ostaggio la vita politica italiana: quello che vuole ogni dissidente politico nei confronti dello schieramento istituzionale un terrorista da annientare con politiche di emergenza in nome del “bene del paese”. Questo atteggiamento di riduzione a puro problema di ordine pubblico della dissidenza politica, dopo significativi campanelli d'allarme, trova una consacrazione proprio con il rapimento Moro.

Ma cosa successe 30 anni fa ? Aldo Moro, presidente della Dc, venne rapito il 16 marzo 1978 poche ore prima del varo del governo Andreotti tenuto in piedi dai voti determinanti del PCI. Verrà ritrovato cadavere a Roma il 9 maggio dello stesso anno. Sia il rapimento che l'esecuzione saranno rivendicati dalle Br. Nei 55 giorni del rapimento succede di tutto: complotti, falsi comunicati che annunciano il ritrovamento del cadavere di Moro nel lago della duchessa, lotte interne tra forze politiche, colpi di scena. Ma soprattutto accade questo: la democrazia cristiana e il PCI, in nome della “lotta al terrorismo”, si intrecceranno in un modo tale che il PCI non riuscirà più a presentarsi come una forza antisistema. Era il progetto di Moro che con la propria morte vedrà quindi compiuto: la riduzione del PCI ad un partito di stabilizzazione del sistema.

La vicenda Moro si inserisce oltretutto all'interno della crisi del movimento antagonista e nell'ascesa del fenomeno della lotta armata all'interno della sinistra di classe. Il rapimento di Moro funzionerà come una “chiamata alle armi” per una generazione che aveva perso la speranza nella lotta politica e come pretesto per la militarizzazione della società da parte dell'alleanza DC-PCI.

Dei lutti, delle tragedie, delle trame di allora oggi non è che rimasta la rappresentazione ufficiale. Che vuole Moro beato martire della democrazia repubblicana quando si tratta della stessa persona che teorizzava pubblicamente la non processabilità della DC negli scandali per corruzione. Che vuole il regime del compromesso storico DC-PCI come difensore della democrazia quando è proprio in quel periodo che si creano quelle leggi speciali lesive dei diritti fondamentali di ogni cittadino che ancora oggi nutrono il nostro ordinamento.

Non a caso il parlamento ha decretato che ogni 9 maggio, a partire da quest'anno, sia giornata della memoria dello stesso tipo di quella per Auschwitz o per le foibe. La santificazione di Moro serve a leggere gli anni '70 come il periodo in cui lo stato,aggredito, ha difeso e consolidato la democrazia. Quando invece, a partire dal 12 dicembre 1969 a Piazza Fontana, lo stato ha persino commesso  stragi per impedire l'emancipazione collettiva e mantere il privilegi di una casta di governo.

Dopo trent'anni si tratta quindi di liberarsi davvero di Aldo Moro. Che il suo corpo riposi in pace e che la società italiana non sia più ostaggio del suo ricordo.

 

 

 Il fratello Giovanni: "Fra Terrasini e Cinisi mai una manifestazione così nutrita"
Il corteo finisce davanti alla casa a 'cento passi' da quella del boss Badalamenti

In seimila per Peppino Impastato
ucciso dalla mafia trent'anni fa

Il sindaco: "L'aula del consiglio comunale sarà intitolata a lui a fine giugno"


 

CINISI (PALERMO) - "Fra Terrasini e Cinisi non si era mai vista una manifestazione antimafia così nutrita". Le parole di Giovanni Impastato, fratello di Peppino, hanno salutato il corteo che ha ripercorso l'ultimo tragitto fatto con la sua auto dall'ex militante di Democrazia proletaria prima di essere assassinato dagli uomini di Tano Badalamenti, la notte tra l'8 e il 9 maggio di trent'anni fa.

Dalla vecchia sede di 'Radio Aut', a Terrasini, le oltre seimila persone dietro lo striscione con su scritto "La mafia uccide il silenzio pure", hanno raggiunto Cinisi, dove la manifestazione si è conclusa davanti alla casa natale di Peppino Impastato, a 'cento passi' dall'abitazione del boss Badalamenti, come ricorda il titolo del film di Marco Tullio Giordana. Un importante punto di memoria e raccordo delle diverse esperienze antimafia e di impegno civile che è stato trasformato da Giovanni Impastato, nella "Casa Memoria Peppino e Felicia Impastato", intitolata anche alla madre che fino alla morte nel 2004 si è battuta per ottenere verità e giustizia. Solo nel 2002 Badalamenti fu condannato all'ergastolo come mandante del delitto, per anni archiviato come un incidente da inquirenti che avevano preso per buona la messinscena dei mafiosi: il cadavere di Impastato, esponente di Democrazia proletaria, era stato abbandonato sui binari nei pressi della stazione di Cinisi, come se fosse morto durante un attentato dinamitardo che stava preparando.

Fra la folla anche l'ex leader di Dp, Mario Capanna, un gruppo in rappresentanza del comitato "No Dal Molin" e uno di quello "No Tav". Luisa Impastato, nipote di Peppino, ha distribuito quattromila fiori, gerbere donate al forum sociale antimafia, da un'associazione pugliese. Presente anche Francesco Caruso, espressione dei movimenti no global. E poi i vecchi compagni di Peppino e tanti giovani del movimento antimafia rinato negli ultimi mesi a Palermo. Nel corteo, che all'ingresso a Cinisi ha intonato "Bella ciao", tante bandiere rosse. Ma lungo la strada dei "cento passi" la maggior parte delle finestre sono rimaste ancora una volta chiuse e pochissime persone si sono affacciate.


"Cinisi ha fatto una scelta antimafia chiara, non è più dalla parte di Tano Badalamenti, ma si riconosce in Peppino Impastato", ha detto il sindaco Salvatore Palazzolo annunciando che "L'aula del consiglio comunale sarà intitolata a fine giugno a Peppino Impastato".

 

 

Arrestato ex assessore dell'Udeur in Calabria

Inviato da autonomix | 13 Feb, 2008


Smascherato un sodalizio mafioso. L'organizzazione aveva interessi
negli appalti delle centrali idroelettriche, nel turismo e nello spaccio di droga

Appalti e droga, 50 in manette
Arrestato ex assessore dell'Udeur

In manette Pasquale Tripodi, che, fino a ieri, era a capo del turismo in Calabria


REGGIO CALABRIA - Oltre 50 arresti tra Umbria e Calabria. Un mix di mafiosi, politici ed esponenti delle banche. In manette anche l' ex assessore regionale al Turismo della Regione Calabria, Pasquale Tripodi, dell'Udeur. L'operazione dei carabinieri, chiamata Naos, ha smascherato un intreccio criminale che espandeva i proprio tentacoli dall'edilizia, al traffico di droga, alla estorsioni. E nei guai è finito anche il responsabile della filiale umbra di un noto istituto di credito.

Al centro delle indagini condotte dal Ros, un sodalizio di tipo mafioso collegato al clan camorristico dei Casalesi e alla cosca della 'ndrangheta dei Morabito-Palamara-Bruzzaniti, di cui è stata documentata anche la diffusa infiltrazione nel settore economico-imprenditoriale, in particolare nell'edilizia e nel mercato immobiliare. Gli inquirenti hanno accertato in particolare che gli interessi illeciti dell'organizzazione criminale puntavano sugli appalti legati a centrali idroelettriche, come quella della Vallata dello Stilaro, nel comune di Bivongi (Reggio Calabria), ed infrastrutture turistiche calabresi. Manovre agevolate dalla collusione con esponenti delle amministrazioni pubbliche comunali e regionali. Ed è a questo punto che entra in ballo Tripodi, che da ieri non era più assessore al Turismo della Regione Calabria. Il presidente Agazio Loiero lo aveva revocato per la sua incompatibilità politica determinata dal fatto che aveva scelto di restare nell'Udeur e quindi di andare col centrodestra.

Tra gli arresti fatti in Calabria, ci sono anche il sindaco di Staiti, Vincenzo Ielo, il vicesindaco di Brancaleone, Gentile Scaramuzzino, ed un tecnico del comune di Brancaleone, Domenico Vitale.

Secondo gli inquirenti i proventi dell'attività illecita dell'organizzazione venivano reimpiegati nella costituzione di diverse società impegnate nell'edilizia, che riuscivano ad imporsi grazie ai prezzi concorrenziali offerti ai committenti. Un'egemonia favorita dalla scarsa qualità dei materiali impiegati e dalla sistematica violazione delle normative sulla sicurezza del lavoro e la previdenza della manodopera, composta in buona parte da extracomunitari clandestini.

Per gli investigatori l'organizzazione utilizzava metodi mafiosi, sia nell'ambito del traffico degli stupefacenti, che del reimpiego di capitali in attività edilizie, per passare al traffico di autovetture rubate o "clonate" fino al riciclaggio di assegni falsificati.

Per quanto riguarda il settore della droga è emerso il coinvolgimento degli indagati in un presunto traffico di cocaina destinati al mercato perugino. In Umbria la commercializzazione della droga era prevalentemente affidata ad una componente costituita da albanesi e pregiudicati locali.

(13 febbraio 2008)


FACCIAMO BRECCIA

Inviato da autonomix | 10 Feb, 2008

Oggi ho visto per la prima volta ZERO - inchiesta sull'11 settembre e per la terza volta ho partecipato alla manifestazione nazionale No Vat, che sta per no all'ingerenza del Vaticano sulla vita della cittadinanza: tutto rigorosamente sotto silenzio stampa. Curiosamente, l'uno è stato proiettato in un cinema storico di Roma, il Farnese, nella piazza dove sta Giordano Bruno e l'altra, la manifestazione, si è conclusa nello stesso spazio. Il sole ardeva e innamorava, oggi. Pensavo al mare di bugie e menzogne, alcune talmente grossolane e sfacciate, che si stenta a capire come il mondo abbia potuto credere a una favola dalla fine così atroce e come un intero Paese come l'Italia sia sotto scacco del Vaticano e oggi in procinto di rivotare, magari Bossi e Berlusconi, Mastella e Veltroni, Fini e Casini ZERO è un film prodotto anche grazie a centinaia di piccoli produttori, come la manifestazione di Facciamo Breccia che si autofinanzia dal suo sorgere nel 2006. Sono due unici, due eccezionali momenti di responsabilità collettiva, creati con pazienza,con il tempo e con una voglia straordinariamente forte e comune: quella della verità, dell'informazione popolare. Come si è potuto credere a questo ritornello ripetuto allo sfinimento, dei Terroristi di Osama o degli infedeli del Vaticano? Basterebbe guardare solo un attimo il volto di Bush per diffidare dal prendere con quel signore pure un caffè, eppure è tra i più potenti del mondo...come credere al Grande Divino Pastore , che sibila sicuro di nascite immacolate e Maddalene in moratoria? Eppure, la menzogna avanza, la disinformazione pure. L'11 febbraio del 1929, ricorrono i Patti Lateranensi che stabilirono il mutuo riconoscimento tra il Regno d'Italia e lo Stato della Città del Vaticano, solo tre giorni dopo, il 14 febbraio 1929,giorno di san Valentino, ci fu un'indimenticabile dichiarazione d'amore, Pio XI, in un discorso a Roma ad un udienza concessa a professori ed alunni dell'Università del Sacro Cuore, definì Benito Mussolini: «l'uomo che la Provvidenza ci ha fatto incontrare». Da tante parti d'Italia,a migliaia, sono affluite donne e uomini per dare vita ad uno splendido incontro laico di piazza, giovani e creativi come ormai è ben difficile vedere, come nel cinema questa mattina, dove ci siamo detti che faremo di tutto per far conoscere il "nostro" film, quello in cui siamo in tanti ad averlo co-prodotto. Ripartiamo quindi da Zero e senza illusioni di ricchi cotillons: la libertà e l'informazione, uno stato laico e antifascista, non ce lo regala nessuno.

Riprendiamoci non dico il mondo ma almeno la nostra vita: Facciamo Breccia!

Doriana Goracci 9.2.2008

PRESIDIO PERMANENTE DELL'MDT CALABRIA A GIOIA TAURO

Inviato da autonomix | 23 Gen, 2008
Presidio Permanente davanti l'inceneritore
 

Si è iniziato un presidio permanente per monitorare l'attività dell'inceneritore di Gioia Tauro, dopo le segnalazioni dei cittadini del "Bosco/Sovereto" dell'arrivo di numerosi camion scortati dalla polizia. Il presidio, promosso da MDT insieme agli stessi cittadini, vuole essere anche punto informativo contro l'incenerimento dei rifiuti.

Gli ultimi avvenimenti di Napoli e la disponibilità dichiarata dal governatore calabrese Loiero ad accogliere rifiuti provenienti dalla Campania, non sono altro che il tentativo di far credere ai cittadini che il problema dei rifiuti si risolva con gli inceneritori. Ciò è spudoratamente falso!

Riteniamo che l'emergenza rifiuti a Napoli non si risolva mandando in giro per l'Italia l'immondizia, soprattutto in una regione come la Calabria che è appena uscita (si spera...) da una gestione commissariale durata 10 anni.

Il presidio è davanti all'inceneritore di Gioia Tauro, gestito dalla Veolia: chi volesse partecipare, darci un aiuto o anche passare per un saluto o un gesto di vicinanza, sarà il benvenuto.

Questo presidio ha bisogno della partecipazione e del sostegno di tutte e tutti!

 

www.csoacartella.org

www.mdtcalabria.org 

Intollerante è chi non accetta il dissenso!

Inviato da autonomix | 16 Gen, 2008

Una grande vittoria, una pagina importante della vita politica del paese. Non tanto e non solo perché il papa ha deciso di rinunciare all’inaugurazione dell’anno accademico de La Sapienza previsto per giovedì 17 gennaio, ma anche e soprattutto perché una verità è stata confermata. La decisione del papa, infatti, dimostra in modo evidente che le istituzioni ecclesiastiche di Benedetto XVI non accettano dissenso, né differenza, né libertà di parola.

L’occupazione del rettorato che abbiamo fatto quest’oggi è stata un grande successo perché ha ottenuto un risultato che qualifica la democrazia e ne garantisce il funzionamento: la libertà di espressione, la libertà di contestare opinioni, posizioni e poteri che vengono ritenuti lesivi dei diritti di tutt*. Non si è trattato né di violenza, né di una cacciata, ma di un esercizio di libertà! L’attacco ai diritti e alle libertà da parte di papa Ratzinger non è cosa nuova e non è invenzione intollerante di un gruppuscolo di laici: ogni giorno gli attacchi alla 194, alla decisione delle donne; ogni giorno l’attacco alle libere scelte sessuali; ogni giorno la crociata contro la laicità delle istituzioni pubbliche. Per non parlare della richiesta pressante di destinare le risorse pubbliche alle strutture formative e di cura cattoliche (lo schiaffeggiamento per Veltroni e Marrazzo della scorsa settimana). Questo papa è persona di grande intelligenza, dotato di un pensiero forte, indisponibile alle mediazioni: oggi lo ha dimostrato in modo chiaro (a noi e a tutti quelli che per il loro vuoto politico attendevano una benedizione) ! Dicendo di no all’inaugurazione Ratzinger non lascia dubbi, né ambiguità: non accetta la possibilità di critica e di dissenso. Non è il pericolo sicurezza che lo ha spinto a rinunciare, ma il fatto che docenti e studenti ritenevano la sua visita inopportuna e hanno lottato in questi giorni per poter pronunciare queste parole. La richiesta di non militarizzare l’università, la richiesta di poter contestare la sua presenza all’interno della città universitaria evidentemente lo ha indispettito. La disarmonia che tiene lontano il papa per noi ha un altro nome, si chiama democrazia. L’università non è una famiglia, ma uno spazio pubblico, dove la ragione si esercita con il confronto e le divergenze, anche aspre.

Chi sono dunque gli intolleranti? È questa la domanda che rivolgiamo alla stampa e alla politica. È intollerante chi chiede di poter manifestare all’interno della propria università o chi voleva una vetrina senza incrinature e senza rumori dissonanti?

Un elogio va al coraggio dei tanti docenti che con fermezza e passione hanno detto quanto tutta la comunità scientifica italiana avrebbe dovuto dire a gran voce: il pensiero di Ratzinger non ha a cuore la scienza e l’autonomia della ricerca. Questa affermazione che da sola giustifica tanto coraggio sembra suono impercettibile per i tanti che nel mondo politico attaccano docenti e studenti, definendoli mostri laici e integralisti. Ci vuole davvero scarsa dignità a non prendere sul serio le parole di Ratzinger, perché solo chi non le prende sul serio può ritenerle innocue per la scienza, per i diritti, per la libertà, per i desideri.

Invitiamo, infine, tutt*, studenti e precari, ricercatori e docenti, sindacati di base e centri sociali, associazioni della società civile, a partecipare alla conferenza stampa di domani, sotto la statua della Minerva finalmente libera, e alla manifestazione che si svolgerà sotto la scalinata di Lettere giovedì mattina a partire dalle ore nove. Una festa e una manifestazione nello stesso tempo, tenendo in conto che per gli studenti e i precari le politiche della sinistra di Veltroni e di Mussi in materia di università e di ricerca sono inaccettabili, oltre che lesive.

W la Minerva libera!

Rete per l’Autoformazione – Roma
www.uniriot. org - Network delle facoltà ribelli, spazio di dibattito, autorganizzazione, autoformazione e conflitto nell’università.

A proposito della lotta contro il Dal Molin

Inviato da autonomix | 7 Gen, 2008

A PROPOSITO DELLA MOBILITAZIONE CONTRO LA BASE DI VICENZA…
Per un nuovo anno di lotta ai progetti di morte e alle illusioni pacifinte.

La mobilitazione contro il Dal Molin a Vicenza continua a rappresentare uno dei terreni di lotta popolare attualmente più importanti in Italia, perché, oggettivamente, rappresenta una spina nel fianco ai piani dell’imperialismo, in particolare quello statunitense. Ma ciò che manca è una direzione che voglia vincere realmente, convogliando le grandi energie sprigionate dal movimento in una prassi politica libera dai legacci istituzionali dei vari partiti di turno che “stanno con i movimenti” solo per meri scopi elettorali, per spegnere il fuoco delle rivendicazioni, per assicurare ai padroni che è tutto sotto controllo, insomma. E il risultato, così, non potrà che essere una sconfitta.
Dopo le prime porte sbattute in faccia dai vari politici, sembrava che il movimento No Dal Molin cominciasse a dare segnali di voler gestire la lotta autonomamente dal potere politico istituzionale: il divieto di sventolare bandiere di partito all’enorme manifestazione del 17 febbraio scorso, la mancata adesione al corteo promosso dai sinistri del 20 ottobre a Roma, la denuncia del voltafaccia della “sinistra radicale” sulla questione della moratoria sui lavori della base (questione in realtà spinosa, perché sospendere i lavori può avere come effetto spegnere la lotta…) mostravano il segno della legittima sfiducia nella politica di palazzo.
Ma il più importante passo in avanti nella crescita della coscienza di lotta libera da illusioni e promesse sono stati i recenti blocchi davanti all’aeroporto Dal Molin, che si sono dimostrati l’unica via concreta per fermare i lavori di costruzione.
Forse qualcuno ha preso paura della determinazione mostrata in quei giorni… allora bisognava dare un altro carico di promesse e illusioni per smorzare la tensione alla lotta: ecco i saluti a Roma durante il congresso della “sinistra arcobaleno”, gli applausi ai manifestanti, la disponibilità al dialogo e al confronto. La stessa “sinistra” che, insieme al resto del governo, ha votato la nuova Finanziaria di guerra e il rifinanziamento delle missioni militari italiane all’estero, ha votato tutti i progetti sulle nocività, dalla TAV al Mose, dagli inceneritori ai nuovi cacciabombardieri F35, rifinanziato i Cpt e approvato quell’insieme di leggi repressive e razziste detto pacchetto sicurezza. La partecipazione di partiti come il PRC al corteo del 15 dicembre a Vicenza, è stato uno dei risultati politici della partecipazione a Roma alla kermesse della “cosa rossa”: la legittimazione della presenza degli ipocriti sinistri al governo nel corteo, che sfilavano chiedendo a se stessi, seduti in parlamento, di fermare la costruzione della base. Chiaramente a discapito dell’autonomia del movimento e della chiarezza sul nemico da combattere.
Ma per fortuna, nel corteo, non tutti hanno dimenticato Bertinotti, con la mano sul cuore, salutare il 2 giugno la sfilata dei criminali massacratori della 173esima brigata aviotrasportata, né le nefandezze compiute da questo governo con l’appoggio di Rifondazione. Allora, centinaia di compagni hanno dato l’unica coerente e decisa risposta che tali soggetti, nemici della lotta contro le basi e la guerra, meritano: l’espulsione dal corteo.
Ma, in generale, la manifestazione del 15 ha rappresentato un passo indietro rispetto al percorso intrapreso: la direzione del movimento ha convogliato decine di migliaia di persone, tra cui realtà organizzate e comitati provenienti dall’estero per farle passeggiare in centro città! Con quale obiettivo? Essere in tanti per convincere Prodi a cambiare idea? No, perché tutti i più importanti vertici istituzionali hanno più volte ripetuto che nessuna manifestazione fermerà la costruzione della base. E allora? Poter contare politicamente quando qualcuno si candiderà alle elezioni o farà da sponda a qualche “nuovo” partito istituzionale? Essere riconosciuti come adeguati interlocutori in grado di controllare i movimenti?
Quello che è certo è che il 15 dicembre si è voluto impedire che la lotta proseguisse nella direzione indicata dai blocchi dei vicentini e, quindi, si entrasse nell’aeroporto Dal Molin per occuparlo, come giustamente proposto da alcuni compagni. Il divieto di deviare si è concretizzato con minacce di spaccare la testa a chi ci avesse tentato, e applicando la solita tattica del dividere il movimento in buoni e cattivi, in pacifisti ed estremisti.
La posizione sfavorevole nel corteo, i limiti organizzativi e l’ancora forte influenza dei pacifinti e dei loro dis-obbedienti settori di movimento, pronti a tutto pur di mantenere il proprio controllo politico non sono, tuttavia, la principale causa del non essere riusciti a dare corpo all’iniziativa.
Il tentativo fallito ci mostra evidentemente che la sinistra coerente e genuina è ancora debole nel movimento contro la guerra e che c’è ancora molto lavoro da fare e con maggiore intensità, per levare terreno al riformismo. Un’azione di questo tipo deve avere l’appoggio diretto dei vicentini, cosa che nella pratica non c’è stata, anche se ha raccolto molti loro consensi e simpatie.
Il 15 dicembre a Vicenza è stato comunque dato un segnale di lotta, ed è da valorizzare che alla manifestazione si è contraddistinto uno spezzone non solo a livello pratico, ma anche nei contenuti, unendo la contrarietà alla base Usa alla contrarietà alle guerre imperialiste, solidarizzando con le resistenze dei popoli oppressi, ricordando gli operai morti sul lavoro e denunciando quanti compagni/e pagano con la galera la loro militanza politica.
E’ da qui che si dovrà ripartire.

Compagni e compagne del Centro Popolare Occupato Gramigna e del C. Doc. Comandante Giacca
www.cpogramigna.org
info@cpogramigna.org

ANCORA TRAGEDIA A TORINO: E' MORTO IL SETTIMO OPERAIO DELLA THYSSEN

Inviato da autonomix | 30 Dic, 2007

Torino, Giuseppe Demasi non ce l'ha fatta, era l'unico sopravvissuto
alla strage del 6 dicembre. Era stato sottoposto a tre interventi chirurgici

Thyssen, la tragedia del rogo
morto anche il settimo operaio

Venerdì gli operai dell'acciaieria avevano organizzato una fiaccolata di solidarietà
Domani sera alle vittime del lavoro sarà dedicata la tradizionale marcia della pace del Sermig


<B>Thyssen, la tragedia del rogo<br>morto anche il settimo operaio</B>

Giuseppe Demasi

TORINO - E' morto Giuseppe Demasi, 26 anni, il settimo operaio ustionato nell'incendio del 6 dicembre alla Thyssenkrupp di Torino. Il ragazzo era l'unico rimasto in vita dopo la tragedia. Nell'incendio era morto sul colpo Antonio Schiavone, poi nelle settimane successive si sono verificate le altre morti. Demasi era stato sottoposto a tre interventi chirurgici, ma nei giorni scorsi le sue condizioni si erano aggravate.

Proprio venerdì gli operaio dell'acciaieria avevano organizzato una fiaccolata di solidarietà per il loro compagno che stava lottando fra la vita e la morte e per ricordare le altre sei vittime: Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo e Rosario Rodinò.

Tra i manifestanti c'erano anche i familiari dello stesso Giuseppe Demasi, il padre Calogero e la sorella Laura, oltre allo zio di Rosario Rodinò, Carlo Cascino, e il padre di Bruno Santino, Antonio. "Giuseppe Demasi si deve salvare per raccontarci quello che è successo, facciamo tutti il tifo per lui", aveva urlato Antonio Santino. Davanti al Cto i manifestanti avevano poi osservato un minuto di silenzio e applaudito a lungo in segno di incoraggiamento per Demasi. Ma il cuore del ragazzo non ha retto. E' morto oggi poco dopo le 13,30.

E sarà dedicata alle vittime del rogo nell'acciaieria della Thyssenkrupp, la marcia della pace del Sermig, che ogni anno da 40 anni la sera del 31 dicembre percorre le vie di Torino e si conclude nell'Arsenale della pace, dove l'associazione del volontariato cattolico tiene la cosiddetta "Cena del digiuno".

Le migliaia di giovani che partecipano alla manifestazione si ritroveranno davanti allo stabilimento di corso Regina Margherita, fermo dal 6 dicembre scorso quando sulla linea di produzione numero 5 le fiamme ustionarono a morte sette. "Scandiremo i nomi di decine di morti sul lavoro - spiega il fondatore del Sermig, Ernesto Olivero - per ricordare che una fabbrica, un cantiere o un ufficio devono essere un luogo di serenità, di promozione umana dove le persone trovano le sostanze per mantenere la propria famiglia e mandare i figli a scuola".