MILANO: NO AL VENTENNIO

Inviato da autonomix | 11 Mar, 2010

anche se in completo disaccordo sui modi e i tempi di questo redazionale di MILanoX, pubblichiamo un trafiletto preso dal loro sito..per chi voglia votare..

 

 

NO AL VENTENNIO di Formigoni e dei ciellini! C'è già stato un Ventennio con un Formigoni al potere in Lombardia, il fascista della prima ora Emilio, repubblichino e torturatore negli ultimi anni della guerra. Non vorremmo farcene un secondo con Roberto al Pirellone (il cui restauro non gli bastava e quindi si è costruito Palazzo Lombardia). Esiste una legge per cui un governatore può restare in carica al massimo due mandati. Lui punta al quarto mandato. E non c'è neanche un decretino interpretativo che glielo consente...

MilanoX lancia la campagna NO AL VENTENNIO (ciellino e/o fascista, vedete voi) per spingerci a votare contro Formigoni, già azzoppato ma non disarcionato dalla presentazione del suo listino giudicata irregolare e poi sanata dal TAR (un tribunale ragionale che conta di più di una corte d'appello dello stato italiano... ecco servito il federalismo à la carte). E' una buona occasione per regalargli almeno una vittoria mutilata. Sì, lo sappiamo, gli oppositori dei ciellini brillano per la loro sfiga, e potrebbe anche essere la Lega a beneficiare dell'incompetenza pidiellina. Tuttavia non vogliamo un altro Ventennio a Milano (e poi dove lo appendiamo? A piazzale Loreto non c'è più la stazione di servizio) e siamo pronti a votare qualsiasi cosa vada contro la setta ciellina e la sua rete corrotta di potere (è di ieri la news che ammontano a 100 milioni di euro i soldi pubblici truffati con lo scandalo Santa Giulia; 40 solo per il re delle bonifiche Grossi, amico di Formigoni).

NO AL VENTENNIO significa quindi votare contro la destra a Milano e Lombardia. Votate FdS o SeL, persino il PD, ma votate. Contro di lui e il Ventennio cui mira.

 

Processo per la strage di Piazza della Loggia: il punto

Inviato da autonomix | 11 Mar, 2010

Il punto sul processo per la Strage di Piazza della Loggia.

Va avanti nella disattenzione generale il processo a Brescia per la strage di piazza della Loggia in cui il 28 maggio 1974 morirono 8 persone e altre 94 rimasero gravemente ferite.
Le vittime si chiamavano Giulietta Banzi Bazoli, Livia Bottardi Milani, Euplo Natali,Luigi Pinto, Bartolomeo Talenti, Alberto Trebeschi, Clementina Calzari Trebeschi e Vittorio Zambarda.
La bomba, nascosta in un cestino sotto i portici, esplose durante una manifestazione contro il terrorismo neofascista indetta dai sindacati e dal Comitato Antifascista.
Dopo i morti di Piazza Fontana c’erano stati i morti di Peteano e quelli della strage alla Questura di Milano. Poi dopo la strage di Brescia sarebbe venuta, nell’agosto di quello stesso 1974, la strage del treno Italicus che fece altri 12 morti e 48 feriti, ma il bilancio avrebbe potuto essere ancor più sanguinoso se la bomba fosse esplosa mentre il treno era ancora in galleria.
Piazza della Loggia appartiene dunque a quella fosca stagione in cui è stato operativo lo stragismo riconducibile a un micidiale impasto di serrtvizi deviati, ufficiakli infedeli e golpisti, neofascisti e nazisti.

A Brescia la Corte d’Assise presieduta da Enrico Fischetti è chiamata a giudicare sei rinviati a giudizio il 15 maggio del 2008: Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Maurizio Tramonte, Francesco Delfino, Giovanni Maifredi e Pino Rauti, accusati di aver ordito la strage. Maifredi è intanto morto la scorsa estate.
I rinviati a giudizio Zorzi, Maggi e Tramonte erano all'epoca militanti di spicco di Ordine Nuovo, gruppo neofascista fondato nel 1956 da Pino Rauti (suocero di Gianni Alemanno) e più volte oggetto di indagini, pur senza successive risultanze processuali, in merito all'organizzazione ed al compimento di attentati e stragi. Ordine Nuovo fu sciolto nel 1973 per disposizione del ministro dell'Interno Paolo Emilio Taviani con l’accusa di ricostituzione del partito fascista. Gli altri rinviati a giudizio sono l'ex generale dei carabinieri Francesco Delfino all’epoca responsabile - con il grado di capitano - del Nucleo investigativo dei Carabinieri di Brescia, e Giovanni Maifredi, ai tempi collaboratore del ministro dell’Interno Taviani.
La prima udienza si è tenuta i l 25 novembre 2008, il processo è oggi arrivato alla centesima udienza. Inquietante e centrale appare sempre più la figura dell’ufficiale dei CC Delfino, legato ai vertici piduisti che guidavano all’epoca la divisione dei c carabinieri Pastrengo.

Questa è la terza volta che la magistratura si occupa della strage.
La prima istruttoria della magistratura portò alla condanna nel 1979 di alcuni esponenti dell’estrema destra bresciana. Uno di loro,Ermanno Buzzi, in carcere in attesa d'appello, fu strangolato il 13 aprile 1981 dai fascisti Pieluigi Concutelli e Mario Tuti.
Nel secondo grado di giudizio, nel 1982, le condanne del giudizio di primo grado vennero commutate in assoluzioni, confermate poi nel 1985 dalla Cassazione.
Un secondo filone di indagine, sorto nel 1984 a seguito delle rivelazioni di alcuni pentiti, mise sotto accusa altri rappresentanti della destra eversiva e si protrasse fino alla fine degli anni '80; gli imputati furono assolti in primo grado nel 1987 per insufficienza di prove, e prosciolti in appello nel 1989 con formula piena. La Cassazione, qualche mese dopo, confermò il proscioglimento.
Un dato comunque era comune a queste due prime istruttorie: il coinvolgimento di rami dei servizi segreti e di apparati dello Stato nella strage.

Il terzo dibattimento – di cui stiamo fornendo i resoconti del quotidiano locale “Bresciaoggi”, unico media che segue con assiduità il processo (vedi i cinque resioconti già pubblicati, rintraccuiabili con la tag "Processo di Brescia") - ha finora fatto acquisire un ulteriore elemento: l'attentato fu organizzato con un obiettivo molto preciso, colpire i carabinieri, che in effetti durante le manifestazioni sostavano sotto i portici della piazza.
Scopo dell’attentato era accusare la sinistra anarchica e creare le premesse per una svolta autoritaria. Insomma non una bomba “dei fascisti contro i comunisti”, ma un disegno molto più perverso, cinico e ampio. Quel giorno a Brescia però qualcosa andò di traverso: la pioggia costrinse infatti i carabinieri a ritirarsi nel vicino cortile del palazzo della prefettura, per lasciare spazio ai manifestanti che si riparavano sotto i portici. E così le vittime furono solo civili.

Prima sussurrato a mezza voce, poi insinuato dalle ricostruzioni giornalistiche e dalle commissioni d’inchiesta, infine conclamato in un’inchiesta giudiziaria ed esplicitato ad alta voce in un’aula di giustizia, ecco allora confermato fin dall’inizio del processo un ulteriore elemento fondamentale: il ruolo dei servizi segreti nella strage di piazza Loggia, l’azione di corpi e gruppi deviati degli 007 italiani e stranieri.
Fin dalla prima udienza questo scenario ha fatto irruzione nel processo. Il procuratore Roberto Di Martino l’ha chiarito da subito, senza giri di parole. «Riteniamo - ha detto - che i nostri imputati agissero con l’ispirazione e con l’identica finalità che avevano alcuni di questi servizi». I servizi che avrebbero dovuto difendere l’ordine democratico, secondo l’accusa, «ispiravano» (“avevano identica finalità”) chi sperava di imprimere alla vicenda italiana una svolta autoritaria a colpi di bombe.
Gli elementi a favore di questa ricostruzione hanno fatto subito una certa impressione.
Carlo Digilio – ha ricordato il procuratore Di Martino a proposito di questo inquisito morto poi il 12 dicembre 2005– si è sempre proclamato agente della Cia oltre che militante di Ordine nuovo; l’altro scomparso, Massimiliano Fachini, avrebbe avuto collaborazioni con il capitano del Sid La Bruna; Maurizio Tramonte è stato identificato con la «fonte Tritone» dei servizi militari; Delfo Zorzi, secondo testimonianze, avrebbe avuto frequentazioni con l’ufficio Affari riservati del Viminale , così come Stefano Delle Chiaie; Giovanni Melioli infine sarebbe stato il confidente di un capitano dei carabinieri.
Nelle 830 mila pagine dell’inchiesta Di Martino-Piantoni sovrabbondano veline, informative del controspionaggio, relazioni dei capicentro.

E infine emerge una struttura supersegreta denominata “Anello”.Di questo «Anello» il consulente Aldo Giannuli (scopritore dell’archivio dimenticato dell’Ufficio Affari Riservati sulla via Appia) ha riferito prima al giudice di Milano Guido Salvini, poi alla procura di Brescia, infine alla commissione stragi.
«Nelle nostre carte - ha spiegato in aula il pm Roberto Di Martino - sembra emergere un servizio segreto parallelo, il cosiddetto "Anello", la cui storia si perde nei tempi della guerra, ma che è stato particolarmente attivo negli anni Settanta». Stando ai «contenuti di alcuni appunti», ha aggiunto Di Martino, l’«Anello» potrebbe avere a che fare con la strage: «Il capitano dei carabinieri Francesco Delfino, secondo un testimone avrebbe avuto contatti con questo servizio, Esposti ne sarebbe stato lambito». Figura-chiave per conoscere questa struttura parallela è Adalberto Titta che - spiega Di Martino - «avrebbe operato nell’azione sfociata nella liberazione dell’assessore campano Cirillo, nella liberazione del generale Dozier, nel caso Moro e nella fuga di Kappler».
Alcuni dei grandi misteri della storia repubblicana, ma anche vicende che chiamano in causa la destra eversiva, farebbero capo - secondo la ricostruzione di Di Martino - a questo «Anello». Se testi e prove relative a queste vicende saranno ammessi a processo, nell’aula della corte d’assise di Brescia nei prossimi mesi verrà ricostruito un pezzo della storia d’Italia: il cuore di tenebra dello stragismo degli anni settanta, le trame che fra il ’69 e il ’74 tentarono di far cadere l’unica democrazia mediterranea europea, quella italiana, e di precipitare Roma in un regime totalitario come quelli che allora governavano Atene, Madrid, Lisbona.
In aula si scriverà, insomma, un pezzo dell’«altra» storia d’Italia. In un processo che potrebbe diventare un maxi-processo, ma che rischia altresì di diventare un processo-monstre, ci vorrà tutta l’esperienza e il polso del presidente Enrico Fischetti per tenere la barra dritta. Puntata sulla duplice stella polare: verità e giustizia.

Milano: La Lunghezza dell'Onda in Statale

Inviato da autonomix | 10 Mar, 2010

A distanza di un anno da quello che e' stato il movimento studentesco piu' importante dei nostri tempi, proponiamo un momento di confronto e di analisi sul significato che ha avuto l'onda anomala. Freschi ancora di quei momenti, ne parleremo con Francesco Raparelli (autore del libro "la lunghezza dell'onda"), Omid Firouzi (Universita' di urbino)e alcuni compagni del Cua di Torino (Collettivo Universitaro Autonomo).

Sono le 17,30 di un normalissimo Lunedì di Ottobre. Siamo, come al solito in Statale, in chiostro a parlare di politica. In tutta italia c'è fermento contro la riforma Gelmini, contro i tagli di Tremonti e contro gli attacchi alla scuola pubblica che si ripetono da anni. Decidiamo allora di lanciare un'assemblea di ateneo e vedere che succede...

Il giorno dopo l'assemblea lanciata non riesce nemmeno ad iniziare, c'è troppa gente e si decide da subito di partire in corteo. E' strano perché fin dal primo momento tutti e tutte esprimono la volontà di non fare semplici cortei dentro l'università, ma di uscire, di BLOCCARE le stradele piazze e le arterie principali della città. E' così che è cominciato il movimento dell'onda a Milano. Per tre settimane Milano ha visto cortei spontanei uscire da licei e università per bloccare città e stazioni. Un' onda, sì un' onda anomala che ci ha travolto senza preavviso. Un movimento che ha superato qualunque tipo di previsione o pianificazione. Per tre settimane abbiamo vissuto le strade della nostra città come non era mai successo. Abbiamo bloccato, sognato, sorriso, ma sopratutto ci abbiamo creduto. Sì a Milano per qualche giorno ci credevamo davvero: ''possiamo bloccare la riforma Gelmini''.''Ce la facciamo, dai che ce la facciamo'' queste le frasi che rimbombavano nei corridoi nelle aule nei chiostri e nella mensa.

Poco dopo è stato come svegliarsi da un sogno bellissimo. Cominciavamo a sentire la stanchezza, iniziavano le prime pacche sulle spalle ''non ci siamo riusciti'', ''cosa usciamo a bloccare a fare?'' ''hanno vinto loro''. Ed ecco che arriva il maledetto riflusso, ma non abbiamo neanche il tempo di renderci conto di quello che sta succendendo che alle 6 di mattina arriva la chiamata: ''Hanno sgomberato cox 18''.

Ecco che le piazze di Milano si gonfiano di nuovo. Questa volta la rabbia, di voglia di protagonismo, l'incazzatura è davvero tanta. Da subito ripartono cortei spontanei che bloccano la città di nuovo, ma questa volta ci sono i cassonetti rovesciati, i volti coperti i cori contro la Polizia e contro la giunta comunale che rimbombano nelle manifestazioni che invadono la città.

Ed è così che ci ritroviamo tanti. Tantissimi. In 10 mila. Gli studenti dell'onda, quelli di Cadorna. Quelli che xxxx. Quelli che si erano arresi. Li ritroviamo, ci ritroviamo ancora una volta insieme per difendere un centro sociale, e non per parlare di scuola.

Discutiamo di autogestione, di autorganizzazione e di conflitto. ''Dobbiamo riprenderci cox18''. Sono 4 mura, ma 4 mura che per tutti noi rappresentano molto, moltissimo. Ecco che prende forma la voglia di protagonismo. E il dibattito dentro le università si sposta: adesso di parla di Milano, di pacchetti sicurezza, di telecamere e di spazi sociali.

Dopo 2 settimane cox 18 viene rioccupato da 400 compagni determinati a riprenderselo. Tutta Milano.

Quella Milano che ha dormito per anni, quella Milano che si è svegliata grazie ad un' onda di acqua fresca che l'ha rimessa in moto.

Di questo e molto altro vorremmo parlare Giovedì 11 Marzo alle 16,00 in statale. Partendo dal libro di Francesco Raparelli ci piacerebbe rivivere quei momenti, confrontarci, parlare anche del presente e del futuro. Lo faremo anche con Omid Firouzi e alcuni compagni del Cua di Torino.

Ci prepareremo poi, anche per il corteo del 12 marzo ore 9,30 cairoli.

Corsari Milano
corsari-milano.noblogs.org

raparelli statale

Carriole e Pesci Rossi

Inviato da autonomix | 9 Mar, 2010

L'aquila.

7 Marzo 2010.

Sembrava un abbraccio di luce e calore intorno al centro storico dell’Aquila innevato e che silenzioso si sgretola, le migliaia di fiaccole che sabato pomeriggio hanno attraversato silenziose la città terremotata e transennata.

Un’iniziativa nata per ricordare i morti di illegalità, a L’Aquila e in tutta Italia. Primo atto di un fine settimana all’insegna della partecipazione, come hanno dimostrato le migliaia di aquilani con secchi, pale e carriole, il vero popolo del fare e non delle chiacchiere, che la mattina seguente sono tornati in Piazza Palazzo per rimuovere le macerie che ancora ingombrano la città.

Sabato sera a dar vita ad un suggestivo serpentone luminoso c’erano gli aquilani dimenticati nei garage e negli alberghi a quasi un anno dal sisma, i familiari e amici delle vittime dei crolli e del mancato allarme alla casa dello studente, nelle catapecchie affittate a carissimo prezzo in centro agli studenti fuori-sede, e poi crollate la notte del sei aprile, come anche sotto gli antichi solai del convitto nazionale, dove hanno trovato la morte tre ragazzi, di cui due stranieri, in viaggio premio a L’Aquila. Qualcuno, nonostante mesi di scosse ha dimenticato in un cassetto gli studi pagati dalla della Protezione civile del 2004, dove appunto si attestava che un’intera ala del palazzo era pressoché pericolante. C’erano anche i parenti delle vittime della sciagura ferroviaria di Viareggio, 32 morti, zero indagati, partita truccata.

E poi ancora una delegazione arrivata da Giampilieri, il paese siciliano devastato da una frana e ancor prima da chi aveva fatto carta straccia dei piani regolatori in cambio di voti e mazzette. L’ultima catastrofe da apertura di tg, di una lunga serie a venire nel format di un Paese al 70 per cento a rischio idrogeologico e dove la Protezione civile, impegnata ad organizzare regate e convegni, a costruire Hotel a cinque stelle sulle isole e quartieri popolari di campagna per i terremotati, interviene tempestivamente ma rigorosamente a catastrofe avvenuta.

C’erano le madri di Plaza de Mayo, donne fiere e coraggiose che con la forza del ricordo hanno sfidato un regime; c’erano le Agende rosse che tenendo viva la memoria e la lotta di Paolo Borsellino, contrastano i regimi mafiosi di casa nostra, e poi i genitori dei ragazzi morti alla scuola di san Giuliano di Puglia, in Molise, vittime anche loro di un terremoto, ma anche di chi in questi anni ha investito molto in grandi opere, poco o nulla per rendere sicuri gli edifici scolastici.

C’era insomma a L’Aquila un’internazionale della memoria e della catastrofe, in una città che deve ricomporsi, come un mosaico le cui tessere sono esplose, sforzandosi di ricordare il disegno originale andato perduto.

Quelle fiammelle chiedevano giustizia, per un reato che non ha un solo colpevole, ma una responsabilità collettiva in un Paese che affonda nella gelatina dell’oblio. Il 6 marzo a L’Aquila. Il giorno giusto per ricordare anche le parole dimenticate.

La memoria breve del pesciolino rosso e le parole dimenticate

L’Aquila, qualche giorno prima del 6 aprile 2009 – A casa di un mio amico, osservando un pesciolino rosso dentro una boccia di vetro sopra il davanzale, mi chiedevo spesso: «Ma non si annoierà, poverino, a girare in tondo tutto il tempo dentro quella piccola sfera?».

No, non si annoiava, perché ho poi scoperto che i pesciolini rossi sono dotati di memoria molto breve, e ciò costituisce il segreto della loro piccola e incrollabile felicità. Il mondo di acqua e luce dentro la sfera di vetro, grazie alla loro capacità di dimenticare, deve apparirgli ogni giorno come un luogo delle meraviglie. Lo stesso identico mangime, allo smemorato pesciolino, ogni volta deve sembrare una prelibatezza mai assaporata prima, degna del re di tutti i mari. Anche noi umani post-contemporanei, spiegano gli scienziati, stiamo sviluppando una sempre più pronunciata memoria breve.

Come faremmo del resto ascoltare senza prendere a morsi il divano, ad ogni campagna elettorale, da parte degli stessi politici, sempre le stesse roboanti promesse e i mirabolanti impegni, che loro dimenticheranno di mantenere, e noi ci saremo scordati di pretendere prima di rivotarli? Come potremmo vedere nel piccolo schermo, da anni tutte le sere, senza provare a ingurgitare per autolesionismo il telecomando, sempre le stesse facce, le stesse stupidaggini, le stesse bugie, o gli stessi stucchevoli giri di DO al Festival di Sanremo, da Nilla Pizzi al principe Emanuele Filiberto?

L’oblio, la capacità di resettare in continuazione la nostra scatola cranica, è insomma un meccanismo che preserva la salute mentale e la serenità in un eterno ritornello dell’uguale.

L’oblio può anche uccidere, come è avvenuto anche a L’Aquila. Per rendersene conto basta navigare in un archivio di notizie di qualche quotidiano on-line locale. Inserendo, tanto per cominciare, parole ed espressioni come «terremoto», «zona sismica», «faglia», «norme antisismiche», «prevenzione sismica». Ebbene, non sfuggirà che esse compaiono quasi tutte in pagine pubblicate dopo il 6 aprile 2009.

Prima dell’autunno del 2008, queste parole diventano poi rare come la rosa di Atacama o l’asino albino, e le troviamo più che altro in espressioni metaforiche, come ad esempio «terremoto politico», oppure incastonate in frasi come «sisma giudiziario travolge la giunta».

Più frequenti, nei mesi precedenti il terremoto che ha creato distruzione e morte a L’Aquila, l’espressione «sciame sismico», quasi sempre associata a «niente allarmismi», «normale e progressivo rilascio di energia», «tutto sotto controllo», «fase di assestamento», «procurato allarme», «I terremoti non sono prevedibili», e a nomi propri come «Enzo Boschi», «Franco Barberi», «Guido Bertolaso».

Praticamente sconosciute alla comunità dei parlanti prima del 6 aprile, erano parole oggi a L’Aquila frequentatissime e di uso comune come «tamponature», «cemento armato», «staffe», «pilastri», «casa antisismica», «micro-zonazione», «carotaggio», «indagini geo-strutturali». Queste semplici constatazioni, rese possibili dalla consultazione di un archivio di notizie e parole, suggeriscono alcune riflessioni.

Tanto per cominciare a L’Aquila avevamo dimenticato di vivere in una terra ad altissimo rischio sismico, con interi quartieri costruiti sopra le faglie e in suoli che amplificano le onde telluriche. Ci eravamo dimenticati l’antica saggezza che consente di interpretare i segni di avvertimento che sempre la natura lancia prima di ogni catastrofe. Avevamo dimenticato chi e come aveva costruito la nostra casa, con quali materiali, con quali precauzioni. Per anni avevamo gettato in qualche angolo dimenticato della nostra memoria, come inutili cianfrusaglie, parole che ci avrebbero consentito di prendere coscienza e di comunicare un rischio terribile e altamente probabile. Eravamo invece pronti a censurare ogni parola e ogni pensiero profeta di sventura, che minacciava la nostra instabile serenità, il nostro irresponsabile benessere. Anche noi forse eravamo come quel pesciolino rosso sul davanzale a casa del mio amico. A girare in tondo in un beato e spensierato oblio. Nell’illusione che la sfera di vetro che ci ospitava, fosse eterna ed infrangibile.

Siamo tornati, dopo parecchi mesi.Ancora in Onda, ancora on line senza bavagli!

Inviato da autonomix | 8 Mar, 2010

Non e' un caso che dopo parecchi mesi di inattivita', questo blog torni in vita l'8 di Marzo, che torni a parlare, a pubblicare e informare.

100 anni,nella lontana Copenaghen, esattamente dove sorgeva il tristemente noto centro sociale sgomberato Ungdomshuset veniva celebrata per la prima volta la festivita'dell'8 Marzo, in ricordo delle operaie uccise  perche' rinchiuse in una fabbrica durante un incendio a Chicago negli Usa dai padroni e dirigenti.Quel giorno morirono piu' di cento donne.

Esattamente due giorni fa, a Genova,  9 anni dopo il G8,la Corte d'appello del capoluogo ligure ha condannato 44 tra poliziotti, medici e carabinieri per aver torturato, deriso, violentato, offeso e picchiato centinaio di uomini e donne nell'altra tristemente nota Caserma di Bolzaneto. Quei giorni di Luglio 2001 bruciano ancora, nonostante questa sentenza liberatoria, nei petti e nei cuori di quelle persone torturate.

Precisamente 5 giorni fa iniziava in un Cie, quello romano di Ponte Galeria, uno sciopero della fame delle detenute e dei detenuti. Esteso poi a Milano in Via Corelli, nel Cie di Torino, di Bologna e Gradisca d'Isonzo.Mentre a Torino numerosi compagni e compagne del Comitato Antirazzista venivano sbattuti la gabbio, all'interno i detenuti cominciavano questo sciopero dell fame.In questi giorni, densi di fascismo e razzismo, battersi per dei diritti basilari come quelli alla vita e al movimento diventa sempre piu' eversivo agli okki di Digos e Polizia di Stato.

 

Scegliamo oggi allora di tornare a pubblicare news di movimento e per il movimento, con un occhio particolare all'antifascismo, antisessismo e antirazzismo. Un occhio di riguardo alla strategia della paura che questo Stato mette in circolo da qualche decennio nei nostri luoghi, un occhi di riguardo alle violenze e agli assassini dei governi.

 

Pubblicheremo Eventi nella zona Lumbard_Turin, info sui CentriSociali e Spazi Autogestiti, iniziative di movimenti di difesa dei territori e notizie dal mondo dell'antagonismo.

Continuate a seguirci come sempre..  Stay Indipendent,Follow the Riots!

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¡Que se vayan todos! Che se ne vadano tutti!

Inviato da autonomix | 17 Feb, 2009

Vedere le folle di islandesi riversarsi con pentole e padelle per strada fino a che il loro governo non è caduto mi ha riportato alla mente lo slogan più diffuso nel 2002 tra i gruppi anticapitalisti, «Voi siete Enron. Noi siamo l’Argentina».

Si trattava allora di un messaggio piuttosto semplice. Voi – politici e amministratori chiusi in qualche summit – siete come i peggiori truffatori della Enron (e all’epoca non sapevamo nemmeno la metà di quello che poi si è rivelato essere lo scandalo Enron). Noi – l’irrefrenabile fuori – siamo come gli argentini, che, nel bel mezzo di una crisi terrificante e simile alla nostra, sono scesi per strada con pentole e padelle in mano. Loro gli argentini gridarono «¡Que se vayan todos!» (Se ne devono andare tutti!) e ottennero che quattro presidenti in meno di tre settimane si dimettessero. Quello che ha reso unica la rivolta argentina del 2001-2 è stato il fatto che non era contro qualche partito politico né contro un concetto astratto di corruzione. L’obiettivo della protesta era il modello economico dominante e l’Argentina è passata per la prima ribellione nazionale contro il capitalismo contemporaneo senza regole.

E’ passato un po’ di tempo, ma dall’Islanda alla Lettonia, al Sud Korea alla Grecia, il resto del mondo alla fine sta vivendo il proprio momento di «¡Que se vayan todos!».

Le stoiche matriarche islandesi che lisciano a suon di colpi le proprie pentole mentre i figli saccheggiano il frigorifero alla cerca di proiettili (uova, di sicuro, e pure yogurt?) riecheggiano le tattiche diventate famose a Buenos Aires. E lo stesso rievoca la rabbia collettiva contro le elite che hanno messo in ginocchio un paese un tempo florido e che pensavano di poterlo fare senza alcuna conseguenza. Come ha raccontato Gudrun Jonsdottir, impiegato trentaseienne islandese: «ne ho abbastanza. Non mi fido del governo, delle banche. Non mi fido dei partiti politici né del Fondo monetario internazionale. Avevamo un paese benestante e l’hanno rovinato».

Un altro eco di Argentina: a Reykjavik le proteste non cesseranno con un semplice cambiamento di faccia al potere (per quanto il nuovo primo ministro sia una lesbica). Le manifestazioni vogliono aiuto per le persone, non solo per le banche, vogliono che si aprano inchieste e che ci sia una riforma elettorale.

Sono le stesse richieste che si sentono in questi giorni in Lettonia, la cui economia sta soffrendo più di qualsiasi altro paese europeo e il cui governo sta traballando come un funambolo. Per settimane la capitale lettone è stata l’epicentro di proteste, che il 13 gennaio sono esplose nella rivolta con lanci di sampietrini per le strade. Come in Islanda, i lettone sono sconvolti dall’assoluto rifiuto dei loro leader a fare qualcosa e a assumersi responsabilità per il caos che hanno creato. In un’intervista al canale televisivo Bloomberg, il ministro all’economia lettone alla domanda, cos’ha provocato la crisi?, ha fatto spallucce e risposto, «niente di particolare».

I problemi della Lettonia sono di sicuro peculiari: le politiche che hanno portato la «Tigre del Baltico» a crescere del 12 per cento nel 2006 sono le stesse – ossia, liquidità, liberalizzazione delle dogane, movimenti finanziari in rapida entrata e uscita, di cui molti finiti nelle tasche dei politici - che stanno provocando una violenta contrattura del 10 per cento previsto per quest’anno. (Non è una coincidenza che oggi molte delle crisi siano scoppiate nei paesi del recente miracolo: Irlanda, Lettonia, Estonia, Islanda).

Qualcosa cioè di molto argentino è nell’aria. Nel 2001 i leader argentini hanno risposto alla crisi con un pacchetto brutale d’austerità imposto dal Fondo monetario internazionale: 9 miliardi di dollari in tagli di spesa che hanno colpito soprattutto sanità e educazione. E questo si è rivelato essere un errore fatale. I sindacati organizzarono uno sciopero generale, gli insegnanti scesero in piazza con i propri studenti e le proteste non si sono da qui più fermate in Argentina.

Lo stesso rifiuto di accettare lo scorno della crisi unisce accomuna molte delle proteste odierne. In Lettonia, molta della rabbia popolare si è rivolta contro l’austerità delle misure approntate dal governo – cartolarizzazioni massicce, riduzione dei servizi sociali e taglio degli stipendi degli statali – tutto pensato per qualificarsi per un prestito emergenziale del Fondo monetario (in questo, nulla è cambiato). In Grecia, le proteste sono scoppiate dopo l’assassinio di un quindicenne. Ma ciò che le ha fatte durare nel tempo, con i contadini in piazza subito dopo gli studenti, è la rabbia diffusa contro le risposte del governo alla crisi: le banche hanno ricevuto aiuti per 36 miliardi di dollari mentre i lavoratori hanno visto tagliare le proprie pensioni e i contadini non hanno ottenuto nulla. A parte il disagio dei trattori per strada, il 78 per cento dei greci sostiene che le richieste del contadini sono legittime. Allo stesso modo, in Francia il 70 per cento della popolazione ha condiviso le ragioni del recente sciopero generale – mosso in parte dai progetti di Sarkozy di ridurre drasticamente il numero di insegnanti.

C’è poi un filo conduttore in questa recessione globale e probabilmente è il rifiuto della logica «politiche straordinarie», frase coniata dal politico polacco Laszeck Balcerowicz per definire come in una crisi i politici possono ignorare le leggi e lanciarsi in riforme impopolari. Il trucchetto non sta però più funzionando, come di recente ha scoperto il governo sudcoreano. A dicembre il partito al potere ha provato a usare la crisi per introdurre un accordo, molto controverso, di libero mercato con gli Usa. Per portare le cosiddette politiche a porte chiuse a nuovi estremi, i legislatori si sono chiusi nei propri uffici di palazzo per votare in privato, barricati nelle proprie stanze asserragliandosi dietro a scrivanie, sedie, divani.

I politici di opposizione non ci sono tuttavia stati e con seghe elettriche e martelli pneumatici sono entrati nelle stanze di potere e per 12 giorni non hanno rimosso il sit-in al Parlamento. Il voto è stato posticipato, permettendo dibattito – una vittoria per un nuovo genere di «politiche straordinarie».

Qui in Canada, la politica è meno spettacolare, ma in ogni caso ne sono successe di cose. A ottobre il partito conservatore ha vinto le elezioni nazionale sulla base di un programma per niente ambizioso. Sei settimane più tardi il primo ministro conservatore ha rivelato le proprie intenzioni con una proposta di legge che toglie il diritto di sciopero ai lavoratori del pubblico, cancella i fondi pubblici per i partiti e il tutto senza finanze. L’opposizione ha risposto unendosi in una coalizione a dir poco storica e che non ha preso il potere solo per via di un’immediata sospensione del Parlamento. I conservatori dunque sono tornati con una finanziaria rivisitata: le politiche più di destra sono sparite e sono comparsi finanziamenti.
Il mosaico è chiaro: i governi che rispondono alla crisi del libero mercato con un’accelerazione delle stesse politiche neoliberiste non sopravvivranno. E in Italia intanto gli studenti sono scesi in piazza urlando: «Noi la crisi non la paghiamo!».

Articolo pubblicato su The Nation

Articolo in inglese sul sito di Naomi Klein

Un golpe per la vita

Inviato da autonomix | 6 Feb, 2009

La vicenda di Eluana Englaro è un campo di battaglia etico-politico durissimo, indubbiamente più duro di quanto si poteva prevedere. Un’affermazione banale, visti i fatti di queste ore, visto il tema, il dramma in questione. Eppure è in corso un’accelerazione senza precedenti che complica il quadro e i piani di scontro, piuttosto che semplificare l’ostilità. Il precedente americano di Terry Schiavo rende tutto più leggibile, per quanto la partita ha il sapore provinciale di un’anomalia spietata e vendicativa. È in corso un assalto, o un golpe (militarmente delicato), contro la democrazia, agito su più fronti.

In primo luogo la vicenda Eluana dà pieno risalto allo scontro biopolitico sul controllo della vita. La vita è nuda, non ci sono affetti a vestirla, né drammi che possono fermare la furia governamentale di Chiesa e Governo. La vita impersonale, quella senza soggetto, viene spogliata del suo carattere relazionale e consegnata al potere, alla normazione pubblica, allo scontro etico e mediatico. Famelici come cani rabbiosi, il cardinal Martino e Sacconi cercano carne per i loro denti! Una crociata conservatrice, in perfetto stile bushista, con il peso tutto italico del vaticano e di Ratzinger (bene facemmo un anno fa alla Sapienza!).

In secondo luogo i fatti delle ultime ore ci consegnano un altro terreno di scontro: l’assalto di Berlusconi alla costituzione formale del paese. Questo assalto procede da anni, intendiamoci, non fosse altro che ci troviamo di fatto in un contesto istituzionale presidenzialista, dove le camere servono solo a drenare denaro pubblico. Eppure, nel pieno della crisi, in assoluta controtendenza con lo spirito bipartisan invocato da tutti, da Veltroni al Corriere, Berlusconi non perde occasione per approfondire l’iniziativa: dall’«avviso ai naviganti» rivolto agli studenti dell’Onda al sostegno al razzismo sicuritario della lega, dal consueto attacco ai giudici alla rottura dell’unità sindacale. Un’iniziativa politica sistematica e aggressiva, spietata e veloce. Mai situazione più favorevole d’altronde, in assenza di avversari politico-istituzionali.

Ma i fatti di queste ore aggiungono ingredienti decisivi: alla Corte costituzionale risponde il Governo, al blocco di Napolitano si replica con gesto di sfida. Non solo uno scontro durissimo con i giudici e in generale con il potere giudiziario, ma anche un affondo nei confronti del presidente della Repubblica che da sei mesi, ininterrottamente, promuove dialogo e unità nazionale, secondo una vecchia formula che Napolitano conosce bene come l’Ave Maria. E come se non bastasse lo scontro si apre anche all’interno della maggioranza, con Fini e con la Prestigiacomo (messa all’angolo nel Cdm). La Chiesa ringrazia per il Dl e la contrarietà di Napolitano viene salutata da Berlusconi come una grande occasione per consegnare alla forza (anche popolare, laddove per popolo si intende ciò che aveva in mente Hobbes) i destini della costituzione formale del paese. Il tutto mentre la Lega strappa il si del Senato sul pacchetto sicurezza più razzista d’Europa e Alfano promette rotture costituzionali sul terreno della giustizia e della sua riforma.

Nulla sarebbe più sbagliato per i movimenti che mettersi “ingenuamente” a protezione della costituzione, magari alleati di forcaioli o populisti. Sarebbe sciocco però non cogliere la pesantezza degli eventi di provincia che si accompagnano alla crisi globale. È proprio la crisi economica che a braccetto con quella della rappresentanza rompe le misure e apre la scena ad un burrascoso processo costituente: processo pericolosissimo laddove l’iniziativa assume i toni e lo stile del colpo di coda del bushismo in terra europea. Movimenti o barbarie, verrebbe da dire, assumendo che solo la capacità costituente dei movimenti può essere in grado di arrestare l’iniziativa neocon. Una sfida enorme che richiede lucidità e capacita di stringere nuove alleanze. Dentro questa sfida si gioca il tempo che viene.

Inizia il processo Thyssenkrupp

Inviato da autonomix | 15 Gen, 2009
Nella maxi aula 1 del Palazzo di giustizia di Torino ha preso il via processo per il rogo alla Thyssenkrupp. Sul banco degli imputati l'amministratore delegato della società tedesca, Harald Espenhahn, che rischia fino a 21 anni di carcere per omicidio volontario con dolo eventuale: il pm Raffaele Guariniello contesta all'ad di essere stato al corrente delle carenze nelle misure di sicurezza dello stabilimento torinese, ma di avere comunque deciso il posticipo dei lavori di adeguamento previsti. Anche i dipendenti della Thyssen Gerald Prigneitz, Marco Pucci, Giuseppe Salerno, Daniele Moroni e Cosimo Cafueri accusati di omicidio colposo con colpa cosciente. A tutti è contestata l'omissione dolosa di cautele antinfortunistiche. Anche l'azienda è stata chiamata in causa in qualità di persona giuridica. In aula i familiari e alcune decine di lavoratori, nonchè un numero enorme di television, fotografi e spettatori. Il processo è stato precedeuto dalle mosse, probabilmente della difesa "dei tedeschi", che hanno fornito ai giornali i nomi dei giudici popolari, i quali hanno rilasciato alcune interviste al quotidiano La Stampa, dove si esponevano a favore degli operai. L'udienza si doveva aprire con il pronunciamento da parte della difesa e dell'accusa sulla ricusazione dei giudici e sulla presenza delle telecamere.
In aula ci sono anche due dirigenti, Raffaele Salerno, ex direttore dello stabilimento di Torino di corso Regina Margherita e Cosimo Cauferi, responsabile area sicurezza e servizio prevenzione rischi di Torino. Entrambi sono accusati di omicidio colposo e e di omissione dolosa di cautela.  All'esterno del Palagiustizia c'è un presidio dell'associazione "legami d'acciaio" formato dai parenti delle vittime. Il presidio inconta anche il movimento no tav presente per il processo a carico di uno dei suoi esponenti, che solidarizza con i familiari.
Intorno alle 11.30 il processo ha inizio, combattivi come sempre iparneti degli operai caduti, i giudici popolari vengono sostituiti, saranno loro stessi a ritirarsi per non inficiare il processo accusando i giornali di aver gonfiato le loro dichiarazioni.All'inizio della seduta 31 operai dello stabilmento Thyssen Krupp di Torino hanno chiesto di costituirsi parte civile. verranno procesati in contumacia i piani alti della Thyssen.
Il processo si è concluso e riprenderà il 22 gennaio.
ascolta l'intervista con Ciro Argentino, delegato rsu della Thyssen Krupp

UN ANNO DI RABBIA E DIGNITA'

Inviato da autonomix | 1 Gen, 2009

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Non abbiamo che la rabbia e la dignità.
La rabbia che ci fa inorridire davanti alle immagini di questi giorni nella Striscia di Gaza, ai barconi stracolmi di uomini, donne e bambini che arrivano su improbabili barche nelle nostre coste, a chi non ci riesce e muore a tredici anni schiacciato dal tir sotto cui si nascondeva.
La rabbia che proviamo di fronte a questa guerra che ci impone nuove basi militari o all’arroganza del potere che vuole distruggere i nostri territori con mega discariche o linee ad alta velocità.
La rabbia che abbiamo provato in tanti per l’omicidio di Alexis in Grecia, come Carlo Giuliani a Genova, sette anni indietro. Per Abbba.
La rabbia che proviamo di fronte al Potere che ci vuole impoverire, sfruttare, controllare.
La rabbia verso chi sgombera spazi sociali e case occupate, agli imbecilli che predicano e praticano l’odio e la violenza.
La rabbia per chi è rinchiuso in un CPT e si ribella. Per chi muore di freddo nelle nostre ricche città o dal fuoco in una baracca.
La dignità è la nostra arma, l’arma di chi in tutto il mondo non si sottomette, non accetta, e cerca di costruire altri cammini.
Partiamo dunque per un viaggio di cui non conosciamo le strade, né immaginiamo le destinazioni. Un viaggio lungo un anno ma anche cento, mille, e che durerà un anno e anche cento. Ma non sapere le strade non significa non avere nulla negli occhi. E sono le immagini di Gaza martoriata, dei suoi figli più piccoli massacrati e straziati, ad occupare oggi tutta la nostra visuale.
Partiamo con il cuore stretto da una morsa, quella dell’assurdità di questo mondo ingiusto, orribile. Partiamo sapendo che questo ci resterà dentro, ed è l’unica cosa che sappiamo. Si può forse portare con sé il dolore come compagno di viaggio? Si può mettersi in cammino con questo fardello che ti pesa e ti schiaccia?
Dovremo imparare a portarlo, impedendo che esso ci inchiodi al suolo, fermi, prostrati.
I bimbi di Gaza, come quel murales di Banksy tracciato sul muro israeliano della vergogna e dell’aphartheid, vogliono solo volare, attaccati ad un pallone che sale verso il cielo.
A loro, ai loro sogni e desideri che qualcuno o qualcosa di mostruoso cerca di rubare, va il nostro pensiero. E se nel percorso sconosciuto in cui ci avventuriamo, la coltre di nebbia, di fumo, di oscurità sarà fitta così tanto da renderci incapaci di proseguire, alzeremo gli occhi, cercando gli occhi che ridono dei bambini di Gaza che volano.

Non cercate la Grecia su Liberazione

Inviato da autonomix | 8 Dic, 2008

 

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Confessiamo un certo stupore. Non per aver visto il tg3 che parla, mentre racconta le sommosse in Grecia, di "gruppi anarchici che fanno il gioco del centrodestra". Del resto il mondo dei media in mano al PD ha una visione ristrettissima della realtà: chiunque non faccia le primarie e non tifi per le primarie altrui è oggettivamente un fascista. Lo stupore è invece per non aver trovato, nell'edizione di Liberazione di domenica, neanche una riga dedicata alla Grecia. E questo quando già la rivolta era esplosa nella sua gravità da almeno un giorno e mezzo. Ma si sa l'isola di Corfù, la rivolta è arrivata persino lì, non è l'isola dei Famosi: probabilmente l'inarrivabile Sansonetti deve aver pensato questo. Inoltre si tratta della realtà non del reality: non si vede quindi come la domenica, giorno dedicato alla riflessione sulla carta stampata, ci si debba dedicare a questo dettaglio fenomenologico.
Il punto è proprio questo dettaglio fastidioso della realtà che proprio si ostina ad emergere tramite i movimenti. La polizia ammazza un ragazzo di 15 anni e i giovani greci, invece di una petizione all'Onu o ai fraticelli di Assisi, cosa fanno? Una rivolta. E questi partiti di sinistra greci invece di processare i "violenti" e di condannarli davanti all'opinione pubblica cosa ti fanno? Organizzano scioperi di solidarietà con i giovani e contro il governo. E cosa dire dei professori universitari greci? Invece di condannare ogni sospiro, anch'esso potenzialmente violento, di politicizzazione dei loro studenti cosa combinano? 3 giorni di sciopero di solidarietà.
Veramente un mondo alla rovescia, deve aver pensato Sansonetti. Peccato sia la realtà. Meglio farla sparire e mettere in prima pagina l'imprescindibile servizio sulle dimissioni di Nanni Moretti da direttore del festival del cinema di Torino. Quanto alla Grecia, qualcosa si inventerà. Magari se Bertinotti riesce a inventarsi qualche sermone pacifista.