La vita rubata
Inviato da autonomix | 21 Ago, 2008L’invenzione della precarietà ne accresce efficacemente il desiderio, trasformandosi il lavoro in oggetto oscuro e labile, con suggestiva cesura e conseguente risultato – il soggetto è costretto a inseguirlo e ad anelarlo costantemente - rispetto ad altre ere, anche recenti. E’ dunque estremamente importante perché fa ordine quanto scrive Rosi Braidotti in un libro da poco pubblicato Trasposizioni. Sull’etica nomade (Luca Sossella editore): “Le società industriali producono una proliferazione delle differenze per assicurarsi il massimo profitto (…) E’ così saltato il rapporto dialettico tradizionale con i referenti empirici dell’Alterità. Il capitalismo avanzato appare come un sistema che promuove il femminismo senza donne, il razzismo senza razze, le leggi naturali senza la natura, la riproduzione senza il sesso, la sessualità senza i generi sessuali, il multiculturalismo senza la fine del razzismo, la crescita economica senza sviluppo, i flussi di capitale senza i soldi”. Ecco che, dentro una dinamica in perenne tensione, in un gioco contraddittorio e schizofrenico dove contraddizione e schizofrenia sono parte inclusa nell’ordito stesso, il lavoro esprime infine, per sua stessa costituzione, la sua dimensione monista, provando a schiacciare il molteplice contenuto nelle singole soggettività, all’interno di un’unica estrinsecazione. Nuovi e vecchi processi produttivi gravano contemporaneamente sui corpi. Arcaico e moderno convivono negli stessi territori. Mentre nelle periferie della zona industriale di Padova le operaie magrebine dividono la spazzatura adoperando le loro nude mani, le tecnologie della comunicazione della “wikinomics 2.0” non solo imitano la realtà circostante ma mutano le percezioni del corpo, segnando una nuova via alla tecnologia che si fa strada all’interno della sfera sensoriale umana, in un universo sempre più digitale. La condizione esistenziale precaria diventa dunque comune denominatore delle differenze che producono valore e ricchezze, sempre più espropriabili. Tuttavia non basta ancora. Il governo della vita – e il corpo femminile, capace di generare è, da questo punto di vista, paradigma d’eccezione - è il perno dell’impianto, elemento a un tempo simmetrico e supplementare. Ricatto del lavoro e comando sui corpi agiscono specularmente e fotografano la qualità moderna della repressione e dell’imposizione degli attuali comandi sociali, economici e culturali, laddove anche la Chiesa si ritaglia un ruolo di primissimo piano. Non più il solo tempo di lavoro è oggetto del controllo: lo sono gli infiniti attimi della nostra esistenza, dall’ambito sessuale-riproduttivo a quello dell’immaginazione e della proiezione di sé nel mondo. L’uso estensivo e privo di confini del corpo che abbiamo, fino a qui, cercato sommariamente di descrivere, non trasforma, conseguentemente, l’interpretazione classica della teoria della creazione del valore poiché essa viene modificata dal “basso”, dall’uso più complessivo e complesso che della vita tende a fare il capitalismo avanzato? Tutte le dinamiche rappresentate hanno a che vedere con forme diverse di controllo e appropriazione del corpo e della sua potenza. Ebbene, esse non dovrebbero indurci a rivendicare, coerentemente, una nuova misura del valore? Eppure, nel mercato globale, nel postmoderno, questa nuova misura del valore è attualmente introvabile. Il ragionamento meriterebbe ben più ampia trattazione, ma è proprio, fortemente, su questo aspetto che occorre sforzarsi di indagare per dare forza alla richiesta del reddito (bioreddito) come “contromisura” che non va più definita come redistributiva ma è eminentemente distributiva del nuovo e più ampio valore estratto dalla potenza della vita (affetti; cura; attenzione; relazione; dono di sé; rappresentazione di sé). E’ a partire dalla nuova forma che il valore assume nell’onnivoro capitalismo contemporaneo che la richiesta del basic income va inquadrata. Le donne possono spingere lungo quest’asse non per farne una rivendicazione di “genere” ma a partire da un’esperienza materiale più incarnata, a partire da uno sguardo che si confronta più direttamente con le politiche di controllo dei loro corpi.
L’autodeterminazione delle donne, oggi, passa, per forza, da questo imprescindibile elemento che aumenta le possibilità di autovalorizzazione dei soggetti. Per chiudere il cerchio da dove siamo partiti, la sinistra smemorata e alla ricerca di identità avrebbe molti, nuovi, compiti da svolgere. Basta che ricominci a osservare il mondo.

Catania, 11_06_2008
Ma non è solo lo Stato centrale ad organizzarsi. Ci sono anche gli sceriffi impegnati a riportare l’ordine nelle loro città. E c’è anche la brava gente, che si unisce, socializza non i propri bisogni come si faceva una volta, bensì i propri istinti più bestiali. E così è accaduto qualche giorno fa a Roma, dove è partita la caccia ai trans e alle prostitute. Le immagini sono passate su tutti i telegiornali, eppure sembra non abbiano lasciato il segno su alcuno. Fotografie e video che mostrano trans trascinati per i capelli dai poliziotti davanti a una folla assetata di sangue e di vendetta che applaudiva e urlava soddisfatta. E così è accaduto a Napoli e in altre città con gli incendi appiccati ai campi nomadi, le molotov lanciate contro le baracche, le ronde armate dei sedicenti residenti autoctoni esasperati dal vivere così a contatto con la miseria altrui.
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