LA SOLIDARIETA' NON SI ARRESTA..COMUNICATO DEL CSOA A.CARTELA

Inviato da autonomix | 29 Dic, 2007
mutuosoccorso

Da una vallata del Sud che resiste
un appello per una grande solidarietà

Nella Vallata del Gallico, subito a ridosso di Reggio Calabria, è da anni che si sono sviluppate diverse realtà politiche, sociali e produttive, significative e incisive sul territorio e determinanti anche su aree più vaste. Qui è nato il C.S.O.A. "Angelina Cartella", protagonista della lotta contro il ponte sullo Stretto di Messina; qui è nato il movimento popolare "La Cartiera" contro un impianto di smaltimento di rifiuti solidi urbani della portata di 85.000 tonnellate all'anno; qui gravita il gruppo "Aspromonte Liberamente" che sta lottando per la riconversione di una ex base militare americana in laboratorio per l'educazione ambientale; qui è nato il Gruppo di acquisto solidale "Felce e Mirtillo".

Qui per 17 anni la cooperativa tessile "Euroconfezioni" ha garantito formazione, lavoro e reddito per molte donne, che hanno costruito il loro progetto di vita. È una tra le poche realtà produttive della provincia di Reggio Calabria che è riuscita ad assicurare un'attività dignitosa, in controtendenza rispetto all'ipersfruttamento e al lavoro in nero.

Nella notte tra il 24 e il 25 dicembre 2007 tutto questo è stato spazzato via da un incendio accidentale, che ha distrutto i macchinari, la sede ed i depositi di materiali, lasciando un cumulo di macerie fumanti, pavimenti divelti, muri devastati e ammassi informi di tutto quello che conteneva la fabbrica.

La Cooperativa Euroconfezioni è da anni impegnata ad affermare il bisogno ed il diritto ad un lavoro dignitoso ed un reddito per le donne del Sud, una realtà in cui la mafia e la malapolitica escludono dai circuiti sociali e occupazionali tutti i soggetti che non si prestano alle loro logiche. Questo Sud è stato ulteriormente devastato dal mercato neoliberalista che vi ha imposto l'estremo sfruttamento dei tempi di vita, di flessibilità di salario ed orario, realizzando enormi profitti sulla pelle di lavoratori sempre meno garantiti.

Per noi, realtà sociali e politiche impegnate nella costruzione di un mondo migliore, la Cooperativa Euroconfezioni è esempio e riferimento concreto da difendere e sostenere.

È per questo motivo che il C.S.O.A. "Angelina Cartella", l'Associazione "Aspromonte Liberamente", la "Cartiera" della Vallata del Gallico, il Movimento per la Difesa del Territorio, il Coordinamento "No Ponte", Equo Sud, il G.A.S. "Felce e Mirtillo", le Autoproduzioni Appese, il "Coordinamento reggino per il diritto all'acqua"

LANCIANO UN APPELLO

a sostegno della Cooperativa Tessile "Euroconfezioni", così duramente colpita da questo gravissimo incidente che ne ha minato le capacità produttive.

Noi, realtà di movimento siamo testimoni che la Euroconfezioni ha sempre offerto piena disponibilità a sostenere le nostre iniziative mediante la realizzazione di magliette, felpe, striscioni, gadgets ed altro.

Per la dignità del lavoro e per supportare il percorso di ripresa della cooperativa, per il reddito di queste 36 famiglie, chiediamo a tutte le realtà di impegnarsi a sostenere la Euroconfezioni, offrendole opportunità di ricostruire i laboratori e assumendo il ruolo di soggetti facilitatori per farle ottenere lavori e commesse.

Facciamo appello per l'istituzione di un fondo di solidarietà per queste lavoratrici, al fine di garantire la ripresa di una vita dignitosa fino al ripristino dei cicli produttivi, convinti che questa esperienza sia parte integrante di un progetto di resistenza condiviso.

Per questo motivo, a fronte della gravità della situazione, invitiamo tutte e tutti ad un incontro pubblico, che si terrà presso il C.S.O.A. Cartella domenica 30 dicembre alle ore 18.00, per socializzare questa splendida esperienza e sostenerne l'immediata ripresa.

Per contatti a favore della cooperativa Euroconfezioni:
e-mail: euroconf@libero.it Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo
tel. cell.: 349 4049055

PER FAVORE, AMMAZZIAMO QUEST'UOMO...

Inviato da autonomix | 4 Dic, 2007
  Bettio Arch. Giorgio Designer
31030 Casier (TV) - Via Vittorio Bachelet, 6
  • 0422 340102
 
Freccina Bettio Giorgio
31033 Treville (TV) - Via Giare
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  • LEGA NORD
  •  c/o Gruppo Lega Nord Liga Veneta
    Municipio Cà Sugana
    Via Municipio, 16
    31100 Treviso
    telefono 0422/658357
  • Bettio (Lega): con gli immigrati
    usiamo i metodi SS

    «Usare con gli immigrati lo stesso metodo delle SS: punirne dieci per ogni torto fatto a un nostro cittadino». Ha usato queste parole il consigliere leghista Giorgio Bettio, intervenuto durante il consiglio comunale per dare il suo appoggio all’ordinanza anti-sbandati sottoscritta da Gobbo e chiedere metodi più duri contro gli stranieri che abitano in città.
    A dare il "la" all’invettiva del consigliere, a suo dire, «l’ennesimo sopruso patito da un inquilino dei palazzi dove abitano anche gli immigrati». Bettio accusa, ma non spiega quando e cosa sia avvenuto per scatenare tanta ira. «Non è possibile che gli immigrati vengano a vivere nei nostri condomini e poi comincino a comportarsi come Ras di quartiere o terroristi - dice - dovrebbero rispettare le regole e invece prima fanno finta di non capire poi, se redarguiti, passano alla minacce. Il decreto è troppo tenero».

    E lancia la sua proposta: «Gli immigrati che chiedono la residenza, se in possesso dei requisiti, dovrebbero essere messi sotto osservazione per sei mesi». Il piano, annunciato davanti ai volti increduli ma silenziosi dell’opposizione, suona più o meno come una prova d’esame: «Nel momento in cui ottengono la residenza - dice - la commissione dovrebbe assumersi il compito di seguirne gli spostamenti e controllarne il comportamento andando a chiedere informazioni anche ai vicini di casa. Passati questi primi sei mesi - continua Bettio - se gli stranieri si sono comportati bene, allora possono restare, in caso contrario devono essere sottoposti ad altri tre mesi di verifica e poi espulsi».

    Poi l’affondo: «Sarebbe giusto fargli capire come ci si comporta usando gli stessi metodi dei nazisti. Per ogni trevigiano a cui recano danno o disturbo, vengono puniti dieci extracomunitari». Dal banco della giunta, Gobbo annuisce e l’opposizione lascia correre: «E’ da anni che viviano il fenomeno dell’immigrazione - dice Sbarra - e la Lega, per propaganda, continua a spacciarlo come emergenza, invece di attivare tempestivamente politiche serie».
    (04 dicembre 2007)

Autobiografia di un diverso( parte seconda)

Inviato da autonomix | 19 Ott, 2007

 

il terzo capitolo del romanzo contro per i compagni, sul movimento, sulla vita reale di chi si sbatte il culo per cambiare questo fottutissimo mondo.. 

 

DUE

 

Lo stava seguendo. Praticamente lo stava pedinando. Ma che fai? Ma sei diventato tutto scemo? Ti metti a seguire le persone ora? Ma tornate a casa e stai li tranquillo! No, no. Devo seguirlo. Devo vedere dove và. Guarda, guarda come cammina, come è veloce. Che camminata, a testa bassa, sembra un fantasma. Nulla lo smuove, non fa caso a nulla, non osserva nulla. Alex era a una cinquantina di metri da lui. Riusciva benissimo a distinguere i suoi gesti, le sue mosse. E fotografava nella sua testa ogni suo piccolo movimento, ogni suo passo. Scesero viale Bovio, superarono Piazza Garibaldi, entrarono nel Corso principale di Terra. C’era tantissima gente che passeggiava. Riccardo affrettò il passo. Si confuse tra le centinaia di persone che camminavano. Schiamazzi, risate, grida, abbracci, baci e sorrisi. Riccardo si perse tra tutte quelle teste. Dov’e’?non lo vedo! Iniziò a balzare qua e là come se fosse un coniglio. Corse per un po’. Si ribloccò. Si alzava ogni secondo sulle punte per scovarlo. Eccolo! Girò ad una traversa del corso. L’aveva finalmente rivisto. Corse fino a esserli nemmeno a dieci metri da lui. Si dirigeva verso Porta Madonna, ma passando per i vicoli della cittadina. Alex sorrideva. Era felice. Sembrava che stesse vivendo un avventura. Ancora in un altro vicolo. Girò anche Alex. Dov’era?Riccardo? sparito. Non lo vedeva più. Dopo il vicolo era scomparso. Ma come poteva essere?non era possibile. L’aveva a pochi metri di distanza.” Circolo culturale anarchico Horst Fantazzini”. Un portone grande e vecchio con rifiniture in tipico stile barocco. Forse era entrato lì dentro. Il portone era aperto. Salì quelle scale e il cuore iniziò a batterli in gola. Sentiva le minuscole goccioline di sudore che gli si formavano sulle tempie, il respiro che si faceva leggermente più affannoso, le pupille degli occhi si ingrossavano sempre di più per via del buio pesto che c’era in quelle rampe di scale. Primo piano. Riconobbe la sua voce. Là dentro c’era Riccardo. E c’erano anche tante altre persone. Voci distinte di uomini e donne che parlavano in modo pacato, in una discussione che non riusciva a comprendere. Appoggiò lentamente l’orecchio su quella porta. Cercò di sentire quello che dicevano. Puum! Perse l’equilibrio, inciampò e si ritrovò dentro quel locale.

-Vieni pure Alex, accomodati,-disse tranquillo Riccardo- questo compagni è il mio nuovo coinquilino, è di Sud.

Non sapeva cosa fare. Titubante e impaurito, si raccolse nel suo corpicino e rimase immobile in piedi. Ma come faceva a sapere che ero lì? Perché non si era arrabbiato che lo stavo spiando? E ora che faccio? Che vergogna? Guarda quanta gente! Alex abbassò la testa.

-Ciao a tutti-. Fu l’unica cosa che gli venne in mente da dire.

Si sentì stupido. Ma che dici “ciao a tutti”. Ma sei deficiente? Ma che vuol dire? Scusati almeno no? Riccardo si alzò tranquillamente dal tavolo, andò verso di lui, lo prese dolcemente per una mano e lo portò attorno al grande tavolo dove tutti attorno erano seduti.

-Accomodati pure qui- e lo fece sedere spingendolo su una sedia. Attorno a lui c’era un silenzio di tomba. Tutti lo guardavano. Prima del suo arrivo c’era in atto una discussione. Ora si era creata un atmosfera alquanto bizzarra. Una quindicina di persone lo fissava, lui aveva la testa bassa, seduto con Riccardo in piedi al suo fianco. I nuvoli di fumo delle sigarette accese, il silenzio assordante della camera, la forma statica delle persone fisse verso Alex. Non avrebbe resistito ancora molto in questa situazione.

-Beh, Elisa, stavi appunto dicendo del percorso. Come mai non vuoi che passiamo davanti la questura?-Riccardo si sedette finalmente.

Passarono due secondi e come per magia la discussione si riaccese, come se non fosse successo nulla.

-No Ricki, non è che sono contraria. Il problema è che ci saranno migliaia di compagni. È logico che tra questi migliaia, ci potrebbe essere qualcuno che lì davanti potrebbe fare sciocchezze. Che so, lanciare oggetti o urlare slogan troppo forti. Ci siamo capiti no?-

-Continuo a no vedere il problema-rispose Riccardo, con l’aria un po’ annoiata.

Prese la parola un altro ragazzo, seduto esattamente di fronte ad Alex.

-Forse qui non ci siamo capiti, compagni. Tra 4 mesi c’è Jenova, il G8, e ci stiamo preparando per partecipare attivamente. Ma una settimana fa, una guardia, una lurida guardia ha fatto finire in coma un ragazzo di 17 anni, un nostro compagno, un nostro fratello. Ci rendiamo conto della situazione? Mario, stava manifestando pacificamente a Nammoli. Tranquillo com’era. Manifestazione pre Jenova per i migranti. E finisce in coma perché una guardia lo manganella talmente tante volte sulla testa da farlo finire in ospedale con una commozione celebrale. E tutto questo 4 mesi prima del g8. come a dire: Attenti che a Jenova sarà ancora più dura per voi noglobal del cazzo. E no, Elisa. Io non ci sto. Questa ti pare democrazia? E cosa è allora? Io propongo non solo di passare davanti alla questura, ma di rimanerci pure li davanti e leggere la lettera della madre di Mario. E se parte qualcosa contro quell’edificio, io certamente non starò lì ad applaudire quel gesto, ma sicuramente non avrò nemmeno il coraggio di dire ai compagni che non devono lanciare nulla. E questo è quanto!-

Alcuni ragazzi applaudirono.

-Ma che cazzo dici, Ste. E questa è la risposta non violenta del movimento? Questo lo chiami pacifismo? Se ora quel ragazzo fosse qui con noi sicuramente non sarebbe d’accordo su questa scelta. Ricordiamoci che non dobbiamo mai rispondere alle provocazioni, altrimenti facciamo il loro sporco gioco-

 Si alzò Riccardo.

-E tu cosa ne pensi Alex?-

Aveva chiamato me? O madonna santa,e ora che dico? Che figura faccio! Non aveva mai partecipato a riunioni politiche, non parlava la loro lingua. Si trovava spaesato. Certo le sue idee le aveva sempre portate avanti, a scuola, con le occupazioni, le autogestioni, ma non si era mai schierato, non aveva mai parlato il politichese, non conosceva nulla di quel mondo. Non aveva tessere di partito, non frequentava associazioni. Non conosceva nemmeno quel G8. cioè, ne aveva sentito parlare, in modo molto marginale, s’era fatto la propria idea, ma non l’aveva mai esposta a nessuno. Riccardo lo fissava, come per incalzarlo a parlare. Alex allora si alzò in piedi.

-Beh, se ho capito bene, un ragazzo durante una manifestazione è stato ferito..-

-No cazzo, Mario è in coma, non è stato ferito e quei..- interruppe Stefano.

-Ma fallo parlare- esclamò Riccardo fulminando Stefano con gli occhi. -Continua pure Alex-

-Dicevo,-riprese-che un ragazzo è in coma per via di un poliziotto. E che tra 4 mesi c’è il G8 a Jenova. E voi state organizzando una manifestazione qui a Terra, contro le repressione, per questo ragazzo e per prepararvi al G8.Giusto?”

-Perspicace il ragazzo, ci sei arrivato! Mah.. questi di Sud sono tutti così? Sentenziò Elisa.

Alex riprese a parlare emozionato.

-Credo che la polizia sia di per sé un organo istituzionale che non funziona, un controllo che non serve. O meglio, serve ora, in questa società malata. Ma se tra gli uomini ci fosse tolleranza e fratellanza, beh, la polizia sarebbe inutile. Chi controllare se tra le persone regna la buonafede? Comunque il controllo statale sulle persone che la pensano diversamente è effettivamente qualcosa di mostrosuamente nocivo alla democrazia. Questa per andare avanti ha bisogno di avere persone che pensino con la propria testa, di persone differenti, di persone con opinioni. E se si cerca di limitare il loro pensiero, di spianare la loro diversità e di delimitare la loro azione, beh la cosiddetta democrazia non esisterebbe più. Detto questo, credo che il miglior modo di protesta, anche pacifica, su questa situazione sia fare un semplice corteo. Un corteo normale. Che passi per il centro della città. Che parli con le persone ai lati della strada. Che faccia capire perché si è contro questo G8. Magari con volantini, ma scritti in una maniera semplice, non con tutte le solite parole auliche che ho sempre letto sui volantini politici. Magari anche parlando con i signori che ci osservano. Poi magari creare un cordone autorganizzato di persone che distanzi il più possibile la polizia dal resto dei manifestanti, per avere più agibilità. E ad un certo punto del corteo, deviare dal percorso stabilito con la questura e dirigersi verso la prefettura o la questura stessa. Ovviamente tutti dovranno seguire il camion che apre il corteo. Una volta arrivati davanti la prefettura, beh sarebbe bello entrare tutti in massa, in modo pacifico, e lanciare da dentro la segreteria del prefetto un comunicato ai giornali e alla città, spiegare il motivo di quella occupazione simbolica e di leggere davanti al prefetto questa famosa lettera della madre del ragazzo in coma. Penso che noi potremmo fare così. Il bastone tra le loro ruote.-

Si sedette. Non era soddisfatto delle cose che aveva detto e abbassò la testa in segno di resa.

-Bello!!

-Si si, si può fare!

-Bella pensata.

-Grande sto ragazzino!

Alex alzò la testa. Le persone attorno a quel tavolo iniziarono a parlare, a discutere di quello che aveva detto. Tutti sembrarono entusiasti. E lui, non poteva crederci. Forse non aveva detto delle cretinate, forse a qualcuno piaceva ciò che pensava, lo ascoltavano, non era un numero, non era zero. Riccardo voltò la testa verso il suo coinquilino

-Ottima idea Alex. Allora compagni, pensate tutti a come mettere in pratica l’idea di Alex e domani alla stessa ora ci vediamo qui e ne discutiamo assieme. A domani allora. Quelli del circolo invece restano qui che dobbiamo parlare di un'altra questione. –

Quasi tutti si alzarono. Salutarono con un abbraccio Riccardo. Evidentemente avevano un gran rispetto per lui. Si vedeva da come gli parlavano, da come facevano quasi la fila per salutarlo. Rimasero seduti solo in sei. “ Ok,Riccardo, vado allora. Ci vediamo a casa”. “ ma dove vai?tu resti qui. Dobbiamo parlare” e gli fede segno di sedersi.  Spaesato e incredulo, ubbidì.Tutti uscirono dal locale. Rimasero Riccardo, Alex, Alessia, Stefano, Francesca, Roberto, Luigi e Marika.

-Ricki, ma non è meglio che esce anche lui?- disse quest’ultima.

-No, voglio che ascolti per bene!-disse Riccardo-allora tralasciando per ora il discorso corteo di sabato prossimo, vi comunico ufficialmente che abbiamo individuato un posto. Persino in centro.

-Davvero?Da paura

-Dove Ricki?- tutti si chiesero.

-Allora avete presente l’Ipercoop? Beh dietro c’e una vecchia cascina. E’ abbandonata. Al catasto risulta di essere di un tale che è emigrato in Svizzera. Ieri siamo andati a vederla con  compagni del collettivo SenzaConfini ed è in ottime condizioni. C’è solo da ripulirla e attaccare la corrente.

-Dai, e che aspettiamo allora?

Alex stava ad ascoltare. In silenzio. Ma stavolta non più con la testa bassa. Aveva conquistato un po’ di fiducia. Allora prese ancora un po’ più di coraggio e interruppe le loro discussioni.

-Scusate ragazzi, cosa è questo posto?Cioè non capisco.

 Di nuovo si sentì osservato. Tutti smisero di parlottare. Lo iniziarono di nuovo a fissare. Servì ancora un uscita di Riccardo per riportare tutto alla normalità.

-Hai ragione Alex. Scusami. E’ colpa mia. Prima ti invito alle nostre discussioni e poi non mi spiego bene-

Alex pensò che in realtà non l’aveva invitato lui.

E’ da troppo tempo che siamo in cerca di un posto da occupare. Finalmente pensiamo di averlo trovato.-

Un posto da occupare?occupare per cosa?perchè? queste domande non le fece però. Stavolta se ne stette in silenzio.

-Sei dei nostri, vero?-sentenziò Luigi.

-Ma certo che è dei nostri, vero Alex?-gli chiese Riccardo.

Alex nascondeva un certo imbarazzo.

-Eh, eh.. si si si! Certo. Come no. Ovvio.-Ma che sto dicendo?sono con loro? Ma in cosa?uffa non c sto capendo nulla! Occupare un posto. Ma che vuol dire!?

-Perfetto Compagni. Domani dopo la riunione con gli altri, non prendete impegni. Domani notte si occupa.

Si levò un grido di gioia corale. Tutti si abbracciarono

-E vai!

-Si!

-Finalmente!

Per non essere da meno anche Alex esultò.

-Che bello si occupa!-disse. Ma fu l’unica voce stonata. E si ritirò un po’.

Ma la gioia e la felicità in quelle quattro mura era troppa. E nessuno se ne rese  conto più di tanto. Nell’aria colma di fumo di sigaretta, si sentiva l’odore denso di emozione. Quella sera l’emozione aveva un profumo. Sapeva di quei sette ragazzi. Sapeva di misticità e di allegria. E anche Alex né fu trasportato.

Tornando a casa quella sera i due non si parlarono. Non c’era bisogno. Capivano che stava nascendo qualcosa tra di loro. E le parole non avevano senso in quei momenti. Quando furono dentro casa Riccardo prese la mano di Alex.

-Tu sei come me. Sei un anarchico. Buonanotte. A domani.

Alex si sentì per svenire. Troppe emozioni, troppe quel giorno. Tutte assieme, poi. Troppi cambiamenti nella sua vita. Tutti concentrati. Entrò barcollando nella sua camera. Si spogliò e si mise a letto. Spense la luce.

-Io, io sono anarchico!

Autobiografia di un diverso( parte prima)

Inviato da autonomix | 29 Set, 2007

Pubblichiamo come promesso la seconda parte del romanzo...

da leggere con attenzione..

 

Uno

 

 

La mattina si svegliò di soprassalto, investito da una voglia irrefrenabile, una voglia quasi disumana. Ma di che voglia si trattasse, non lo aveva capito. Si guardava attorno spaurito, quasi a dire: ma che ci sto a fare qui? La camera era vuota, le valigie pronte. Quel pomeriggio la madre lo avrebbe accompagnato in macchina a Terra,dove lo aspettava una casa nuova, un ambiente diverso, un posto certamente differente. Erano mezzogiorno, ma prima di partire voleva salutare i suoi amici, almeno quelli che erano rimasti ancora a Sud. Si vestì velocemente e uscì di corsa.

Alex era un tipo strano, differiva molto dai ragazzi della sua età. Pensava con la sua testa e criticava qualsiasi cosa che non lo convinceva. Parlava spesso con i professori di temi d’attualità e a volte i docenti si spaventavano del suo immenso bagaglio culturale.Aveva una sensibilità acuta ma non ancora ideologizzata. Non era di destra, quello solo diceva, e aggiungeva che nemmeno la sinistra gli andava a genio. Ma non si capiva bene cosa volesse dire. Quando gli amici lo sfottevano, perché si vestiva strano o faceva discorsi sulla politica, lo etichettavano: ecco, ora inizia a fare il comunista. Ma lui rispondeva che non era comunista, ma che non era di destra. Un giorno era alla Trinità, la piazza dove si incontrava sempre con i suoi amici, a parlottare con Stefano e Mary. Si avvicinò a lui un ragazzo di colore che vendeva accendini.

-Tre accendini, un euro, compra amico-.

 Stefano lo guardò con disprezzo e lo mandò a quel paese. Alex, aveva solo 16 anni, rimase fermo un attimo, esaminò nella sua testa la questione. Il marocchino si allontanò,coperto dagli insulti di Stefano; Alex, dopo un minuto, lo inseguì e rimase a parlottare con lui. Tornò dopo parecchi minuti da Mary e Stefano. Aveva in mano una ventina di accendini,ne aveva comprati il più possibile. Stefano lo guardò perplesso.

- Ma sei scemo? Ma lo sai che questi qui ci rubano il lavoro a noi italiani, spacciano e rubano, so’ delinquenti!-.

Ad Alex si infiammò il cuore.

-Ma ti sei mai chiesto perché lo fanno? Ma lo sai da dove vengono? In che condizioni vivevano nel loro Paese? Credi che si divertano a vendere accendini, credi che se loro potessero non farebbero altro, credi che sia facile per un ragazzo di venti anni abbandonare la propria terra, la propria famiglia e venire in un altro Stato dove neanche parlano e conoscono la lingua, credi che sia facile vivere vendendo accendini?eh? pezzo di cretino, non pensi che bisognerebbe aiutarli?tuo nonno sessanta anni fa per sopravvivere dove pensi che fu costretto ad andare? In America. Altrimenti qui con la miseria e la povertà sarebbe crepato. Ora però tu ci mangi, grazie ai sacrifici di tuo nonno. Hanno bisogno di venire in Italia, sai, hanno bisogno di vivere anche loro!-Stefano era allibito. Mentre Alex parlava gli brillavano gli occhi, era come se avesse accumulato anni di collera e fosse esploso.

-Oh, scusa Alex, io stavo solo a scherzà un po’-

-Eh, vedi di non scherzare su stè cose, che mi girano i coglioni, sté!-.

Diede un bacio a Mary e se ne andò da solo per il Corso a riprendere quel ragazzo di colore. Poi con Bambah sarebbe diventato amico.

Quella tarda mattinata arrivò alla Trinità con il cuore angosciato, un po’ perché aveva paura di non trovarsi bene a Terra un po’ perché in fondo gli dispiaceva di lasciare la città in cui era nato e cresciuto, gli amici, i posti dell’infanzia. C’erano tutti in piazza, Sara, Mary, Stefano, Mauro. Tutti sapevano che Alex stava partendo.

-Oh, però il fine settimana torni qui vero? Mica mo’ fai come gli altri che non torni più?- facevano in coro i ragazzi.

-Ma smettetela, dai, che domenica sono gia qui-.

Poi si prese sotto braccio Sara e si aqquattò con lei. Sara era la sua migliore amica. Quattro anni fa ci si era mezzo fidanzato, erano stati assieme per un po’, ma poi avevano capito che la loro era una amicizia troppo bella per andarsi a rovinare con un classico fidanzamento. Sara era bellissima, corteggiatissima da tutti, alta, capelli scuri lunghissimi, sorriso da favola, corpo mozzafiato. E poi era come lui: una sognatrice,amava la natura, i prati, leggeva tantissimo, ascoltava la musica a go go, era impegnata politicamente e socialmente, disegnava e faceva teatro. Si era segnata a lettere e filosofia. Rimase a chiacchierare con lei con un magone enorme in gola. Sara cercava di tranquillizzarlo che sarebbe venuta a trovarlo spessissimo, che tanto si vedevano a Sud quando tornava. Dopo un ora di abbracci e qualche lacrimuccia sparsa qua e là, salutò tutti e si diresse verso casa.

Dopo pranzo la madre e il nonno lo aiutarono a caricare le valigie in macchina e si partì. La madre di Alex si chiamava Franca, era una donna molto giovane, di appena 38 anni. Era infermiera a Sud. Con Alex aveva un rapporto strano, a volte distaccato a volte presentissima. Fino a 14 anni, Alex la amava alla follia, le ubbidiva sempre e la seguiva in ogni suo ragionamento. Franca lo aveva abituato a sentirsi indipendente, lo faceva tornare tardi la sera, le aveva insegnato ad andare solo a scuola fin da piccolo col bus, a cucinare ogni tanto. Era sempre molto presente come mamma, ma incentrava la sua educazione rivolta al futuro. Per questo gia a 13 anni, parlava di sesso con il figlio, di precauzioni. Poi crescendo Alex si era allontanato da lei. E la frattura si consumò per anni e anni.

In macchina quel giorno nessuno dei due parlava. Alex era emozionatissimo e scalpitava pensando alla sue nuova vita. La casa che aveva affittato era carinissima, al centro di Terra, una cittadina piccola come Sud, accogliente e molto nuova. Aveva in precedenza gia conosciuto i suoi inquilini. Fabio, Riccardo e Remo. Tre ragazzi di Leccare, paesino in Toscana, che erano già amici ed erano iscritti al secondo anno di Scienze politiche. Fabio gli era parso un ragazzo molto allegro, spigliato, capelli lunghissimi, grosso e tozzo. Quando lo conobbe aveva una maglietta a maniche corte con lo stemmino dei Gechi, il piccolo partito della sinistra ecologista, e gia gli era simpatico. Aveva la camera tappezzata di poster e fotografie sul ’68, sul Pci. Remo era uno sportivo; altissimo, quasi 1, 95 cm, grande e corpulento. Giocava a basket, come Alex, era un professionista e militava in B2. Nella sua camera aveva raffigurazioni dei più grandi cestisti della storia. E Riccardo era il più misterioso. Aveva 20 anni, barba incolta, occhi grandi e neri, basso e bruttino. Quando lo conobbe non ci scambiò nessuna parola; era vestito di nero, con una felpa strana, con una scritta bianca che recitava: ACAB. Jeans neri e scarpette da ginnastica rosse. La sua camera non l’aveva vista. Ma ad Alex gli era apparso un poco antipatico, asociale.

Finalmente arrivò a Terra.

La madre lo aiutò a scaricare le innumerevoli valigie che si era portato e insieme suonarono all’uscio di casa. Nessuno rispose. Aprirono allora con le chiavi che in precedenza il proprietario dell’abitazione aveva dato ad Alex e assieme portarono dentro i bagagli. La madre lo salutò frettolosamente avvertendolo che lo avrebbe richiamato la sera.

Si ritrovò solo in quella casa sconosciuta.

Entrò nella sua camera:era tutta bianca, vuota, sapeva di uno struggente odore di intonaco andato a male. Ma era felice, si sentiva sollevato da quella strana sensazione di stordimento. Per anni aveva cercato conforto in un mondo che desiderava creare, ma che ancora esisteva, e quella camera vuota e silenziosa gli suggeriva un punto ottimo d’inizio. Stranamente non aveva più timore, tutti i suoi dubbi sulla sua nuova esistenza sparirono. Credeva che era più facile cambiare le cose laddove c’era una spianata di nulla davanti a sé. E quella camera così fatiscentemente vuota, era per lui un mondo da riempire. Alex sognava e si arrabbiava. Non capiva come gli altri ragazzi della sua età si accontentavano di una vita così piatta, ripetitiva, noiosa. Voleva rompere le catene di quella particolare omologazione all’esistenza, voleva strappare dal grembo di quella società un fiore di speranza nuovo e duraturo. E la sua arma era la scrittura. Teneva sempre appresso carta e penna, ma dall’altra sera aveva cominciato finalmente ad utilizzare il suo portatile. E senza pensarci troppo, con ancora le valigie piene da sistemare, seduto sul suo letto ancora da rifare, iniziò a scrivere frasi su frasi sulla sua nuova vita. Penso e ripenso al flusso continuo delle onde, al fruscio degli alberi sospinti dal vento, al crepitio della pioggia che cade sul terreno arso. Mi immagino una società senza classi, senza odio, senza guerre, senza porte alle case, senza armi e senza televisioni, senza divise. Mi immagino una società con una fratellanza di fondo, che tenga uniti gli animi diversi delle persone, con i pensieri liberi delle genti, con la possibilità di scegliere il proprio futuro, senza costrizioni ne barriere ne limiti di alcun genere. Vorrei volare per il mondo e vedere con i miei occhi che tutti gli esseri di questo pianeta collaborino assieme per principi come equità, solidarietà e benessere sociale. Ecco, osservo gli occhi dei bambini in questo mondo. Gli vedo felicemente innocenti,gli vedo avvicinarsi ad un barbone con faccia stupita e regalargli un sorriso sincero, gli vedo ammirare le stelle e chiedersi” Cosa sono quelle lucine?”, gli vedo correre dietro un uccellino per poterlo afferrare, per poter volare con lui, forse, gli vedo chiedersi perché si fa la guerra, gli vedo innamorarsi dei prati, buttarsi per terra nel fango e divertirsi da matti sporcandosi a più non posso, gli vedo sempre più spesso disubbidire agli ordini, quasi se seguissero una legge morale interna che tiene conto della felicità e ignorare le imposizioni che provengono dalla società, dalla famiglia, dai grandi, gli vedo piangere disperarsi da matti e poco dopo, per una semplice caramella tornare a sorridere, trovare la pace interiore. E volo a pensare a quanto sarebbe bello vivere in un mondo fatto di soli bimbi, dove qualora nascano delle controversie, delle guerre, e si iniziasse a piangere, ad arrabbiarsi, a gridare, basterebbe una caramella alla fragola a riportare la pace. Si, in un mondo di bambini, la pace si farebbe con una caramella alla fragola.

E mentre era assolto nelle sue riflessioni, sulle su scritture, gli balenò improvvisamente nella testa il bisogno di vedere la camera di Riccardo. Infatti era l’unica cosa della casa che non conosceva, che non aveva visto. Ora lì con lui non c’era nessuno e quale occasione migliore poteva avere di ficcanasare nella camera del suo inquilino. Si alzò di scatto dal letto e si diresse verso quella stanza. Sulla porta c’era un poster di un metro e mezzo nero, con una poesia lunga lunga. Rimase minuti a leggerla, a osservarla. Era quasi impietrito di fronte a quella scritta.

Il campanello della porta suonò d’improvviso e riportò sulla Terra Alex.

Remo e Fabio erano tornati a casa.

Corse di fretta verso l’entrata della casa; con un respiro graffiante e roco, si fermò di scatto facendo finta di sistemare ancora le ultime cose in cucina, e attese l’entrata dei due.

-Ehi, ma dove siete stati?- esclamò Alex, con un finto sorriso che gli si stendeva sul viso, un po’ come un ombrellone da mare sta sul cucuzzolo di una montagna abruzzese.

Riccardo accennò un saluto e si diresse subito in camera, rinchiudendo lentamente la porta.

-Beh, compà che hai fatto fino a mo’? Dove sei stato? Non mi dire che tutto ‘sto tempo l’hai passato in camera?-

Alex abbassò la testa.

-Si, perché?-

-Ma compà è pieno di fighe in giro a st’ora, potevi farti una passeggiata no?-

-Vado in camera a fumare- rispose scocciato Alex.

Remo tolse delicatamente le valigie e le borse di Alex che erano ancora rimaste in soggiorno e le riportò nella sua camera.

-Oh, compà sicuro che non vuoi farti due passi?Dai che io sto a riusci! Dai vie’ co me.-

-Grazie Remo, ma sono stanco e ho da sistemare ancora tutte queste cose qui, ci metterò un’eternità. Magari domani andiamo.-

Remo diede una pacca sulla spalla ad Alex ed uscì sorridendo. E così il ragazzo rimase solo soletto nella sua camera. Con calma mise tutto a posto, appese poster, piegò per bene tutti i vestiti, spolverò le mensole e ripose tutti i ricordi e gli oggetti a lui tanto cari, scopò a terra e in poco più di due ore la camera era perfetta, pulita e pronta per la vita. Come diceva lui. Quella era la camera della vita. Aveva il pensatoio: una poltroncina girata in un angolo verso il muro, dove c’erano scritte con una matita le seguenti parole: “al’interno di ogni uomo si nasconde una potenza enorme, un temporale di istinti, una tempesta di sensazioni, un uragano di emozioni, turbinii di pensieri.. e i cambiamenti nel mondo, avvengono solo grazie a questi misteriosi pensieri nascosti dentro ogni persona. E soltanto i pensieri di un grande uomo possono cambiare il mondo, a patto che questo grande uomo un giorno smetta di pensare e agisca.” Questa frase l’aveva scritta lui, e imprimendola sul muro, l’aiutava a riflettere. Lui diceva che quando era in difficoltà, che aveva paura, che non sapeva come risolvere una situazione, si sedeva sul pensatoio e, puff, come per magia, poco dopo stava meglio. Non aveva risolto il problema, ma tornava allegro. Oltre al pensatoio, i muri erano tappezzati di scritte di Gabriel Garcia Marquez, di Voltaire, di Gandhi, Prhoudon. Poi c’era l’angolo della rivolta. Uno spazio su una mensola dove aveva una candela accesa e dietro una pergamena con incise in lettere antiche delle date: 12-12-1969. Le lenzuola e le coperte del letto erano nere, il suo colore preferito. Per terra c’erano cataste di libri e cd, ordinatamente riposti per autore. Al fianco del letto aveva sistemato un’arazzo regalatoli da una sua amica, disposto dei cuscini per terra. E questa era la camera di Alex, appena arredata, il giorno del suo arrivo a Terra. Era certamente incompleta, ma agli occhi di una persona normale destava certamente curiosità.

Appena finito di sistemare il tutto si guardò attorno con aria soddisfatta, si mise per terra con il computer sulle gambe, si accese una sigaretta e cominciò a scrivere,preso come da un raptus sessuale e maniacale con le emozioni. Le parole scivolavano sinuose sulla tastiera del notebook, sospinte da un qualcosa di magico, di misterioso. Pigiava forte i tasti, come se sentisse dentro il cuore quello che stava scrivendo, come se quelle frasi sgorgassero fuori in tumulto perpetuo. Se la stava prendendo contro i ritmi frenetici della vita, contro le tradizioni perse, contro le tecnologiche esistenze futuristiche. Così, da un momento all’altro aveva cambiato espressione. Prima tutto felice per la camera appena riordinata, un attimo dopo cupo e arrabbiato per come si stava evolvendo l’universo. Era fatto così quel ragazzo. “E’ un attimo, un batter di ciglia.. Nessuno qui si rende conto che, risparmiando tempo, in realtà risparmia tutt'altro. Nessuno vuole ammettere che la sua vita diventava sempre più povera, sempre più monotona e sempre più fredda.
Se ne rendono conto i bambini, invece, perché nessuno ha più tempo per loro. Se ne rendono conto invece i fratelli migranti, perché nessuno tende più loro una mano mentre vengono rinchiusi nei Cpt. Se ne rendono conto i cortili e i parchi, perché nessuno più trova il tempo di correre tra l’erba e sentire il profumo inebriante degli alberi in autunno. Se ne rendono conto le nostre emozioni, che vengono paralizzate, freddate e spazzate via dalla logica dell’immediatezza e della frenetica ricerca del risparmio temporale.
Ma il tempo è vita. E la vita risiede nel cuore. E quanto più ne risparmiamo, tanto meno ne abbiamo.

Corriamo come dannati per la città, stressandoci e innervosendoci se il semaforo rosso ci ingabbia per un minuto in più sulla strada,fissiamo appuntamenti ore dopo ore e, per rispettarli, facciamo salti mortali, limitando il tempo che dovremmo passare con i nostri figli, ci strozziamo per ingurgitare un tramezzino sotto il bar del nostro ufficio, pronti subito a scattare per riprendere il posto di lavoro puntuali e precisi, pur di risparmiare tempo siamo disposti a fare acquisti su internet, pagare le bollette su internet, innamorarci su internet, fare amicizie su internet, fare sesso su internet.. Abbiamo perso completamente la testa stando dietro a questa società che ci impone ritmi sferzanti di tempi lampo. Questa società classista e capitalista che ci abbandona come relitti in un oceano e che è manovrata da soli pochi grandi potenti.

Abbiamo fame, dobbiamo lavorare per mangiare. Abbiamo bisogno di muoverci, dobbiamo pagare per farlo. Vogliamo una casa, dobbiamo  lavorare per affittarla/comprarla. Vogliamo cultura, leggere, ascoltare musica, vedere mostre, dobbiamo pagare e andare a lavorare per avere ciò. Vogliamo studiare, dobbiamo pagare. Viaggiare e pagare. Leggere e pagare. Bere e pagare. Avere luce gas e acqua e pagare. Respirare e pagare. E il lavoro?A volte precario, a volte in nero, a volte continuativo, a volte massacrante, demoralizzante, RIPETITIVO, pericoloso ci prende ore ed ore interminabili nella giornata. Così facendo ci costringono a lavorare, ci tengono buoni con il lavoro, ci estraniano dalla vita sociale, ci lobotomizzano il cervello con facili guadagni ed incentivano chi lavora di più, ci controllano facilmente e ci tengono sott’occhio e soprattutto riescono così a farci fare quello che loro vogliono, per i loro sporchi profitti. Ci rubano i nostri respiri, le nostre passioni, i nostri sogni. Ci tagliano le ali per volare, ci frammentano le nostre sensazioni e ci rendono impauriti e tremanti davanti al futuro. Questo tempo, per il quale siamo sempre di fretta, per il quale non riusciamo a stare tranquilli, lo rivogliamo! Basta con questa frenetica vita impazzita, dove tutto corre e sfreccia. Basta. Sapete, nella Lucania del secolo scorso, uomini come noi, italiani, contadini, celebravano il rito del capro espiatorio, per allontanare – all’inizio dell’inverno – il timore del “vuoto vegetale”, ossia di quel deserto che rimaneva dopo i raccolti, dopo il fuoco del Sole sulla terra riarsa dell’estate. Folli.
Oggi siamo così sicuri del ritorno della primavera e abbiamo così poco tempo  da spendere che non sentiamo il bisogno di corteggiarla con un rito, non avvertiamo la necessità d’evocarla per tacitare la nostra paura del vuoto e del buio invernale, del tetro avanzare del freddo che ci ricaccerà nei nostri cubicoli superbamente arredati – CD, DVD, CCD, DVX, DDT, ADSL, USB, DS, AIDS – con tutto quel che serve per fare spallucce al gelo dell’inverno. Non abbiamo più tempo per l’amore. Gli italiani non trombano quasi più, non ne hanno tempo: almeno, lo fanno più “correttamente”, “coscienziosamente”, “responsabilmente” e “consapevolmente”. Per meglio dire, con troppa “mente” e poco corpo, meno sudore e più docce, poca passione e tanto calcolo. “Posso invitarti a cena” è diventato quasi sinonimo di “forse, possiamo farci una scopata”: un tempo, queste cose si lasciavano al linguaggio non scritto dei corpi aggrappati nel ballo, attratti, sfregati dalla voglia e sfrenati nella passione.                                                                                          «Ciò che è vuoto è destinato inevitabilmente a riempirsi, e ciò che è pieno a vuotarsi» affermava nella notte dei tempi Lao-Tze, forse mentre osservava l’acqua scorrere nelle risaie a terrazza dell’antica Cina, oppure mentre ascoltava fremere il corpo dell’amata.
Con la perdita del valore temporale ci siamo riempiti le case di cazzate e le abbiamo svuotate di figli, di parenti, d’amici, di discorsi, di emozioni, di intelligenza. Non sappiamo più vivere nelle vecchie case a ballatoio, con il cortile a fare da teatro per tutte le passioni e le miserie del caseggiato: avremmo paura. Svuotati di passioni, privati di sentimenti, annegate persino le idee nel nome del “politically correct”, ci coaguliamo – statici – di fronte ad uno schermo di vetro dove scorrono gli stereotipi della nostra vita, l’ammaestramento che ci è necessario per continuare a morire di noia. Senza tempo.                                                                                                   “La demografia italiana ne soffre” sussurrano dal più alto Colle fino all’ultima sacrestia dello Stivale: non ci sono più stuoli di ragazzini che riempiono gli oratori ed i campi di calcio – quelli “liberi”, ovviamente – perché quelli “targati” qualcosa – fosse anche la squadra del Ranuncolo Rampante – diventano subito il sogno dei genitori, quello di vedere trasformati i polpacci del proprio figlio in dobloni. Con i quali comprare subito l’ultimo modello di cellulare che invia nell’etere anche frecce, chewing-gum e pannolini. Cellulari e viaggi “last minute”, portatili dei quali useremo il 5% delle risorse e televisori in ogni angolo della casa: soldi, servono soldi, lavorare, mungere, sfruttare, vincere per avere altri cellulari, altri viaggi…
A questo ci siamo ridotti. A questo ci hanno portato. E continuano a manovrarci come burattini. Senza tempo.

Addirittura non facciamo più figli; non ne abbiamo tempo. La natalità in questo Paese è ai limiti storici.

I consumi, per Dio! Non sia mai che crollino i consumi, altrimenti l’anno prossimo mi potrò solo sognare il trekking sulle Ande ed il safari fotografico in Kenya! La produzione, per Dio! Se non c’è nessuno che lavora, come produciamo per consumare?
E poi noi saremmo dei folli, soltanto perché predichiamo da anni che l’economia liberista non solo conduce al collasso ecologico del pianeta, ma ci sta uccidendo nella psiche e nel corpo? Quale segnale attendere ancora, quale messaggio è più forte di una specie che non si riproduce più? Non basta riflettere che metà della popolazione – chi più e chi meno – fa uso di psicofarmaci? Senza Tempo. Ci hanno rubato tutto. Persino i figli.

Come delle serpi, ipnotizziamo le future prede che attraversano il mare su malferme barchette dopo aver morso l’esca fatta di talk-show e telefonini, oppure sospinte come branchi d’acciughe verso la rete dagli squadroni della morte che seminiamo nel mondo, dal Kurdistan al Sudan, dalla Colombia alla Cecenia, dall’Iraq all’Aghanistan.

Abbiamo bisogno di calma, di respirare con attenzione, di meno lavoro, di più vita sociale. Di parlare di più, di fare più sesso, di usare meno la macchina, di passeggiare di più, di vedere meno Tv e usare meno il telefono, di abbandonare per un pò Internet, di viaggiare di più, di ascoltare di più, di comandare di meno, di amare di più. E magari di farci più canne. Si. Magari lavoriamo e amiamo con lentezza. Magari.

Riappropriamoci del nostro tempo, rigettiamo questa società malata e iniziamo a curare di più il nostro cuore e la nostra anima. Perché se davvero non abbiamo più tempo da dedicare ai nostri bimbi, vuol dire che stiamo andando verso la distruzione totale delle nostre vite, delle nostre anime, perché se davvero non abbiamo più tempo per i nostri figli vuol certamente dire che siamo diventati una specie di cyborg omologalizzati a questa società che ci vuole tutti uguali senza diritti, ne poteri, ne emozioni. Badiamo bene, che questo siamo diventati e che i nostri figli crescono senza più l’odore dei campi sotto il naso. E noi abbiamo bisogno dei nostri figli. I figli, più che il prodotto del denaro, sono il frutto dei nostri sogni, oramai azzerati. “ E mentre scriveva queste parole, Riccardo entrò improvvisamente in camera.

-Che stai a fa, Alex?- disse con quella sua voce dolce e misteriosa.

-Oh, niente niente, cazzate,scrivevo- rispose il ragazzo, balbettando e chiudendo repentinamente il computer. Non fece a tempo a nascondere il pc dietro di sé che Riccardo l’aveva gia in mano che leggeva quello che aveva appena scritto. Stette in silenzio per qualche minuto, mentre Alex lo fissava stupito ma bloccato e impotente. Non voleva assolutamente che qualcuno leggesse le cose che scriveva. La scrittura, le sue riflessioni, quelle sue parole erano soltanto di Alex, a lui appartenevano e mai nessuno aveva la possibilità di leggerle. Soltanto quando avrebbe riposto tutto in un libro, finito e pubblicato, allora si che si sarebbe affidato alla critica e ai pensieri della gente. Ma non prima. Mai nessuno prima ad allora era riuscito a strappare un pezzo di carta dove aveva scritto, o sbirciato nel suo computer. E si stava chiedendo perché proprio ora aveva dato il suo notebook a Riccardo,uno sconosciuto. E mentre era lì che cercava di capire il senso della sua immobilità, Riccardo gli ripose il pc sulle gambe.

-Hai stoffa ragazzo- esclamò e uscì velocemente dalla camera. Scese le scale in fretta e furia, salutò Fabio e Remo e uscì di casa.

Alex rimase impietrito da quelle parole, rimase esterrefatto dalla sua voce sinuosa e melodiosa. Era attratto da quel ragazzo, non sapeva perché ma era come se la sua anima lo spingesse verso di lui. Attorno alla sua voce, ai suoi movimenti, al suo modo di gesticolare, a come si vestiva, c’era un alone strano che strappava letteralmente il fiato ad Alex, che lo incuriosiva a tal punto da rimanerne trafitto. Doveva seguirlo, voleva vedere come si muoveva a Terra, dove andava, con chi si vedeva, cosa faceva in giro.

Autobiografia di un diverso

Inviato da autonomix | 24 Set, 2007

da oggi, per 1 mese a questa parte, pubblicheremo un romanzo contro, un romanzo di un compagno, che prova a raccontare la vita di un semplice ragazzo che cerca di combattera questa società..

 

BUONA LETTURA A TUTTI e A TUTTE!!

 

Autobiografia di un diverso

 

di .............

 

 

Zero

 

 

Credeva di volare, di sognare e di reagire così alle batoste prese fino ad allora, e invece si scopriva solo, inutile come un colore senza la carta su cui disegnare, come uno scrittore senza mani.

Pioveva a dirotto quel giorno, il cielo era scuro e inquietante, le nuvole grosse come elefanti, e tirava un vento che ti risucchiava l’anima. In giro non c’era nessuno, i vicoli della città deserti, e gli alberi mugugnavano un lamento che sapeva di grido d’allarme. Un grosso cane, sporco e nero, era disteso sulla strada, incurante delle urla del cielo, quasi per niente spaventato dai lampi che ogni tanto illuminavano la cittadina e straziavano quel silenzio assordante che riempiva l’aria; mezzo addormentato, osservava le foglie ormai morte e giallastre che danzavano sospinte dal vento davanti ai suoi occhi.

La gente era tutta rinchiusa in casa, assopita dalle voci rassicuranti delle televisioni e riscaldate dai camini accesi e dai termosifoni bollenti. Sud era una città molto piccola, contava appena 60000 abitanti, divisa quasi a metà: da una parte c’era la cittadella antica, con monumenti, resti d’altri tempi e chiese storiche, alta,fredda, posizionata su un colle dalla quale si scorgevano i monti che la circondavano e la vallata che le stava ai piedi; e poi c’era la parte bassa, Sud Scalo, dove c’era la stazione, dove erano sorti i grandi centri commerciali, dove c’era il polo universitario, i pub e  i locali, negozi scintillanti e poca cultura, sorta e cresciuta da pochi decenni laddove prima non esisteva assolutamente nulla,lì crebbero le fabbriche, le prime aziende multinazionali.

Erano le undici di sera del 5 Settembre 2000, ed Alex era appena uscito di casa per farsi due passi e fumarsi una sigaretta. Abitava in centro, a poche centinaia di metri dal corso principale di Sud, in una casa grande e molto accogliente. Con lui vivevano i nonni, la madre e il suo gatto. Il padre abitava invece a Sud Scalo, insieme all’altra sua mamma e i suoi due fratelli, Lilly e Manu.

Alex aveva 18 anni, era alto, magro, con i capelli corti di un biondo scuro particolare, un viso molto espressivo, e degli occhi grandi e colorati tipo cartone animato giapponese, di un verde acqua splendente. Portava con sé sempre uno zainetto dietro le spalle, pronto ad essere riempito di cianfrusaglie all’occasione, dei grossi e larghi pantaloni verdi, un maglione colorato di lana, un giubbotto rosso e una kefia al collo che non lo abbandonava mai, neppure d’estate sotto il sole cocente. Ma quella sera era particolarmente fredda e più che altro la utilizzava come sciarpa con la quale coprirsi fino all’altezza degli occhi; in testa aveva il suo solito cappellino militare, alle mani i guanti che le aveva regalato sua nonna. Così coperto camminava con calma e senza fretta per la città, sotto la pioggia battente e senza un ombrello che lo riparasse. Passeggiava senza meta, sotto i portici del corso, per via Gramsci, via Pollione. E pensava. Pensava alla sua vita e a come si stava evolvendo ultimamente.

Mentre camminava e con gli occhi bassi continuava il suo minuzioso lavoro di scervellamento personale sui dubbi esistenziali, si rese conto che si era del tutto infradiciato e decise di ripararsi  sotto i portici di San Giustino.

Si sedette sulla scalinata e si accese la sua prima sigaretta della serata.

Guardava la pioggia scendere giù con veemenza. Pensava che sarebbe stato bello essere una goccia di pioggia, così piccola e indifesa, ma così importante ed egocentrica; erano a migliaia le gocce che scendevano ogni secondo, avevano durata breve, ma in quelle frazioni di attimi, tutte, collettivamente, scendevano con un unico scopo, con una unica direzione, e tutti se ne accorgevano; mai le gocce di pioggia passavano inosservate,tutti, animali e uomini, oggetti e piante, sentivano la loro presenza, e nessuno poteva fermarle. Quando la pioggia voleva scendere giù dal cielo, niente e nessuno poteva contrastarle, nemmeno le creature più potenti e ricche e forti dell’universo potevano impedire alla pioggia di scendere; ci si poteva solo riparare. Erano minuscole prese una per una, queste goccioline di acqua, ma insieme, erano belle forti ed uniche nella loro maestosità. A volte potevano essere danno per la natura e per l’uomo, altre volte erano semplicemente vitali, ma sempre e comunque le misere e piccole goccioline di pioggia avevano uno scopo ben preciso che portavano sempre a termine e soprattutto chiunque non poteva che fare a meno di accorgersi del proprio passaggio. E di Alex? Qualcuno si era accorto della sua vita? O stava passando inosservato? Questo si chiedeva il ragazzo ,tra un tiro e un altro di fumo. E mentre era rapito dai suoi pensieri, vide da lontano un omone che si dirigeva correndo verso di lui. Alex alzò lo sguardo, e sussultò quasi dallo spavento quando si accorse che l’uomo correva proprio velocemente verso di lui. Forse qualcuno allora si era accorto di lui. Forse qualcuno sentiva il bisogno di correre da lui per dirgli:” Alex, guarda che io ti ho notato, non sei affatto inutile”. Ma si, sicuramente era così. Certamente qualcuno aveva sentito, percepito da lontano le sue riflessioni, le sue paure e stava accorrendo da lui a dirgli che non era una persona inutile, insignificante , ma che era importante, fondamentale; e i suoi occhi si accesero di un bagliore fluorescente, buttò via la sigaretta e mentre pensava a quello che doveva rispondere al gentile uomo, qualora gli avesse detto quello che si immaginava, un sorriso di gioia purissima cominciò a scardinarli il viso. Era tutto ad un tratto diventato felice; il cupo e la tristezza erano scivolati via con l’acqua piovana e si preparava ad accogliere l’uomo con una fierezza degna di un leone. L’uomo arrivò sotto i portici, si levò il cappuccio che lo copriva dalla pioggia e si avvicinò ad Alex.

 -Mi fai accendere per favore?-chiese al ragazzo e  prese una sigaretta dalla tasca mettendola con calma in bocca.

Alex morì dentro; pensava chissà cosa, fantasticava nel suo mondo ideale chissà quali magiche parole l’uomo gli avesse rivolto, già pregustava un discorso mistico da intraprendere con l’omone, e invece, nulla, il nulla, assolutamente nulla di tutto ciò.

 - Ah si, tenga- rispose Alex con tiepida freddezza, sconsolato e immediatamente tornato nello status in cui prima era immerso. E mentre l’uomo si allontanava con la sua cicca in bocca, il giovane ragazzo abbassava gli occhi, metteva le mani in tasca e prendeva un pennarello nero, di quelli che servono a scrivere su tutte le superfici. Si girò e sul muro scrisse: MI SENTO SOLO, FORSE LO SONO, MA PRIMA O POI, ANCHE DA SOLO, CAMBIERO’ IL MONDO.

Si alzò, si risistemò i pantaloni, il cappello e si riavviò con calma verso casa, non prima di aver acceso la sua seconda sigaretta.

Rientrato a casa, si diede una asciugata veloce, si infilò il pigiama e si mise sotto la coperta. Prima di addormentarsi, accese lo stereo, infilò dentro un cd della 99posse, prese il portatile, lo mise sulle sue gambe e scrisse per un po’. Amava scrivere, o meglio così Alex diceva. Ogni volta che si metteva a scrivere qualcosa, metteva su delle frasi, delle belle idee, poi si stufava e lasciava tutto li. Diciamo che amava pensare, ecco. Pensava tantissimo, si faceva viaggi lunghissimi di pensieri, quando parlava con gli amici spiegava i suoi pensieri, ma quando si trattava di scriverli, non gli piaceva più. Si definiva uno scrittore, ma non lo era. Era un pensatore, era un parolaio. Avrebbe detto a voce il suo libro, ma non lo avrebbe scritto. Lo avrebbe pensato, ideato, ma si annoiava a dover stare le ore a trascriverlo su carta o davanti al pc. Le frasi in testa, invece, scivolavano via rapide e sinuose, senza tempo, senza censure, senza errori di grammatica o di sintassi, senza star li a ricontrollare tutto. Per questo si era comprato un registratore vocale: quando gli veniva una bella cosa in mente, schiacciava rec e la diceva al microfono del registratore. Il fatto è che poi le frasi che registrava, non le trascriveva mai, non ne aveva proprio voglia.

Aveva un diario, rosso, bellissimo, che gli aveva regalato la sorella al compleanno. Aveva iniziato a scrivere li i suoi pensieri, all’inizio con una frequenza di tre volte al giorno, poi solo una al giorno, infine scriveva appena 2 paginette a settimana.

Insomma era un gran sognatore, ma svogliato. Non aveva voglia di scrivere, solo di pensare e parlare.

Quella sera decise un cambiamento drastico: prese il diario e lo mise nel cassetto ripromettendosi di non riprenderlo più. Era capitolo chiuso. Ora era maggiorenne, stava per trasferirsi a Terra, dove si era iscritto alla facoltà di scienze politiche, e quindi doveva assolutamente iniziare a scrivere un libro. Il suo sogno era sempre stato quello di provare a cambiare le cose con le parole, con la scrittura. Allora prese il  suo pc nero e iniziò di getto a scrivere, come solitamente di far suo.

CREDO NEI SOGNI, SONO UN SOGNATORE. O FORSE SONO SEMPLICEMENTE UN SOGNO. GUARDO QUESTO MONDO E MI CHIEDO: PERCHè? PERCHè IL CIELO è BLU? PERCHè SONO NATO BIANCO E NON NERO? PERCHE’ LA TERRA è MARRONE E IL SOLE GIALLO? PERCHè IL FUOCO è ROSSO? CREDO CHE DIO SIA UN PITTORE, UN PITTORE CHE SI è DIVERTITO A DIPINGERE IL MONDO COME LUI DESIDERAVA, COME A LUI GARBAVA. MICA HA CHIESTO CONSIGLIO A QUALCUNO? NO. HA DECISO LUI E BASTA. E SE DIO FOSSE MORTO, PERCHE’ ALLORA NOI DOBBIAMO CONTINUARE AD AVERE IL CIELO BLU, IL SOLE GIALLO, IL FUOCO ROSSO? SE QUALCUNO DOMANI SI SVEGLIASSE CON LA VOGLIA DI AVERE UN CIELO VERDE, UNA TERRA BLU E UN FUOCO NERO? NON LO POTREBBE AVERE.

POI TORNO A PENSARE CHE TANTO IO NON CREDO IN DIO E QUINDI IL MONDO ME LO DIPINGO COME VOGLIO IO.

SONO UN RIVOLUZIONARIO E CREDO CHE LA PRIMA COSA DA RIVOLUZIONARE SIANO I COLORI.

VORREI CHE GLI AFRICANI AVESSERO LA PELLE BIANCHISSIMA, NOI NERISSIMA. POI VORREI CHE IL COMUNISMO SIA GIALLO, L’ANARCHIA ROSSA, IL LIBERALISMO MARRONE, IL FASCISMO MI VA BENE NERO. MI PIACEREBBE AVERE UN BABBO NATALE VESTITO DI BLU E UNA COCA COLA TUTTA VIOLA. ANZI, MI CORREGGO. VORREI CHE LA COCA COLA NON ESISTESSE PROPRIO..

Alex così scriveva l’inizio del suo libro; certo era strano, ma in lui si prospettava gia un futuro, si vedeva che aveva la stoffa dello scrittore , era palpabile la sua diversità intensa. Alternava semplicità a profondità. E poi, in quello che scriveva ci credeva. Ci credeva fino alla morte. E questa è la prima cosa che serve ad un vero rivoluzionario.

Ma mentre scriveva e pensava queste cose, si addormentò davanti al computer.

 

fine primo capitolo.. 

Ancora vergona a San Polo! CHIUDERE MORINI ORA!

Inviato da autonomix | 27 Mag, 2007
Il comune ancora complice di torture


San Polo paese della Cuccagna
Venite, venite, qui le multe non si pagano!


ImageLa vicenda di spudorato aiuto a Morini da parte del Comune di San Polo d'Enza sembra proprio non avere fine.

Molti di voi ricorderanno che all'allevamento e' stato imposto un numero massimo di cani da distribuire nella sua superficie, numero che Morini non ha invece mai rispettato. I continui controlli della Asl hanno portato a galla l'indifferenza di Giovanna Soprani e soci per questa imposizione volta a migliorare le condizioni dei cani.

Dopo due anni di indifferenza da parte sia dell'allevamento che delle istituzioni locali la ASL, stanca di incalzare inutilmente il Sindaco a prendere provvedimenti, ha deciso di comminare una multa di 25.000 euro a Morini. Questa multa risale ad agosto 2006.

Adesso ci troviamo a maggio 2007, sono passati piu' di 8 mesi, e questa multa non e' stata ancora fatta pagare. Il passaggio successivo, l'imposizione della sanzione, spetta infatti al Comune di San Polo d'Enza.... potevate forse aspettarvi un pronto intervento da questo Comune della vergogna, complice della tortura, amico dei vivisettori e irrispettoso delle sue stesse leggi????

Milena Mancini, pavido Sindaco di San Polo, e il suo staff continuano a tergiversare dicendo che non sanno se la cifra della sanzione sia giusta o meno, ma la ASL ha prontamente risposto che quella e' e quella deve essere pagata.
Anche volendo relamente trovare la cifra giusta, ci vorrebbero forse 8 mesi?
Forse vuole riuscire la signora Mancini ad emulare il suo predecessore Ghielmi, il quale aveva battuto ogni record di sfrontatezza cancellando una multa da 30.000 euro a Morini, restituendo loro 80 cani sotto sequestro e facendo fare 70 euro di multa per i microchip non fatti a mille cani al posto di 70.000 euro!
Un record diffcile da battere, ma che la signora Mancini si sta impegnando a seguire.

Siamo ancora una volta di fronte ad un gesto vergognoso da parte delle istituzioni sanpolesi, che stanno facendo di tutto per non turbare l'attivita' criminale dell'allevamento Morini.
Questo rende San Polo il paese della cuccagna per qualunque azienda che volesse agire in modo non propriamente legale, altro che paradisi fiscali in paesi esotici!

Se volete far sapere al Comune cosa ne pensate e volete che si diano una scrollata per far pagare questi 25.000 euro a Morini, eccovi tutti i loro contatti:

Lettere:
Comune Di S. Polo D'enza, Piazza Iv Novembre 1, 42020 San Polo D'enza (RE)

Telefono:
0522-241711

Fax:
0522-874867

Email:
urp@comune.sanpolodenza.re.it, rosaa@comune.sanpolodenza.re.it, mauror@comune.sanpolodenza.re.it, virginiaf@comune.sanpolodenza.re.it, ivanom@comune.sanpolodenza.re.it, grazianos@comune.sanpolodenza.re.it, ninop@comune.sanpolodenza.re.it, dantea@comune.sanpolodenza.re.it, patriziaf@comune.sanpolodenza.re.it, maurob@comune.sanpolodenza.re.it, biblioteca@comune.sanpolodenza.re.it, milenam@comune.sanpolodenza.re.it, martar@comune.sanpolodenza.re.it, marcot@comune.sanpolodenza.re.it, fabiog@comune.sanpolodenza.re.it, danielas@comune.sanpolodenza.re.it, mattia.rossi@comune.sanpolodenza.re.it, sportellounico@comune.sanpolodenza.re.it

Daniela Salati
Ufficio Stampa Comune San Polo d’Enza
tel: 0522-241771
fax: 0522-874867
cellulare: 328-7508070

Sindaco di San Polo d'Enza
Telefono 0522-241744-45
E-mail: milenam@comune.sanpolodenza.re.it
Fax: 0522-874867


Per maggiori informazioni sulla Campagna Chiudere Morini: www.chiuderemorini.net , chiuderemorini@libero.it

La scomparsa delle classi.La strategia dell'inganno politico

Inviato da autonomix | 27 Mag, 2007

I mass media si sono dedicati a lungo alle elezioni presidenziali francesi, parlando della "nuova sinistra", rappresentata da Ségolène Royal e della "nuova destra", di Nicolas Sarcozy. Ma cosa si intendesse per "nuova destra" o "nuova sinistra" nessuno lo spiegava, nemmeno alcuni programmi televisivi sull'argomento, che menzionavano questi concetti come fossero assiomi. Non c'era alcun approfondimento su ciò che si diceva, e non si permetteva allo spettatore di capire cosa si stesse effettivamente sostenendo. Evidentemente, questi programmi hanno ospiti ben selezionati, poiché se anche un solo interlocutore avesse chiesto ulteriori approfondimenti, le trasmissioni sarebbero miseramente crollate insieme ai loro assiomi.

Qual'era la differenza fra Royal e Sarcozy? Chi lo ha capito? Entrambi hanno parlato a tutti i francesi, hanno utilizzato la bandiera, la Marsigliese , l'orgoglio patriottico. Hanno esposto programmi simili, attuando una propaganda elettorale incentrata sulle stesse problematiche: sicurezza, tasse, sviluppo economico, immigrazione e lavoro.
Perché accade questo? I valori tradizionali della sinistra erano basati sulla distinzione fra le classi, e su una constatazione oggettiva: ossia l'esistenza di classi non dotate di mezzi finanziari ed economici come altre fasce sociali.
Oggi, in tutti i paesi d'Europa, i politici propagandano di avere a cuore l'interesse di tutti. Sembra che gli interessi di classe non esistano più, anzi, le stesse classi sociali sembrano sparite nel nulla, come se tutti i cittadini avessero improvvisamente acquisito lo stesso status, con le medesime possibilità e gli stessi privilegi.

Con la presunta scomparsa delle classi, anche le formazioni politiche di sinistra, che prima difendevano i lavoratori, hanno assunto prospettive favorevoli al rafforzamento del potere dell'oligarchia dominante, e attuano politiche non dissimili da quelle dei partiti di destra. La campagna elettorale è diventata come uno spettacolo, e gli schieramenti somigliano più alle tifoserie, e non offrono una reale possibilità di scelta responsabile di ciò che è meglio per la collettività. I personaggi politici sono diventati protagonisti per la loro personalità, e non tanto per la capacità di governare, mentre la fiducia verso le istituzioni crolla sempre più, e in alcuni paesi induce molti cittadini a non votare. I pubblicitari e i "consulenti" più esperti, chiamati spin doctors (dottore del raggiro, manipolatore di opinioni) curano le campagne elettorali, utilizzando conoscenze sociologiche e di psicologia sociale, allo scopo di dirottare l'attenzione e evocare emozioni. Come disse il pubblicitario che si occupò della campagna elettorale di François Mitterrand, Jacques Séguéla: "(c'è stato un) passaggio dalla democrazia rappresentativa alla democrazia consumista". Tutti i governi, di qualsiasi colore, manipolano l'opinione pubblica, spacciando qualsiasi politica come dovuta all'interesse generale. Durante le campagne politiche tutti i partiti dicono di voler difendere gli interessi di tutti. Dopo le elezioni, gli schieramenti fanno il gioco delle parti: chi non è al governo accusa l'altro di alzare le tasse, di precarizzare il lavoro, di fare tagli alla sanità o alla scuola ecc. Così gli elettori si convincono a votare l'altro schieramento, che quando sarà al potere riceverà dall'opposizione le stesse accuse. Il teatrino elettorale nasconde così la verità di un sistema in cui è un ristretto gruppo di banchieri-imprenditori a controllare tutti i settori dell'economia, e si vale dei politici per conservare il potere.  

Negli ultimi decenni, c'è stata l'eliminazione mediatica degli operai e delle classi sociali che hanno grosse difficoltà a sopravvivere in modo dignitoso. I loro problemi non vengono notificati nei telegiornali, né i politici offrono soluzioni efficaci ed adeguate a risolverli. Eppure proprio negli ultimi anni la povertà è aumentata significativamente in molti paesi del mondo, e continua ad aumentare. In Italia, la quantità di poveri è passata dal 6,5% della popolazione, del periodo 1980/90, al 12% del 2005; in Germania, dal 5,9% del 2001, la povertà è salita all'11,6% nel 2005; e in Gran Bretagna si è passati dal 12,7% del 1980/90 al 19,5% del 2005.[1]

Questo vuol dire che non soltanto esistono ancora le classi deboli, ma che ogni anno migliaia di nuove famiglie entrano a far parte delle fasce più povere della popolazione. La propaganda neoliberista aveva garantito che con la globalizzazione tutti avrebbero avuto vantaggi economici, e invece è accaduto l'opposto. In realtà, l'obiettivo era proprio quello di indebolire le classi popolari, e di privarle del sostegno delle istituzioni, in modo tale da indurle ad accettare passivamente la povertà. Il sistema politico si è trasformato in spettacolo proprio perché ha perduto l'originaria funzione di mediazione fra le classi, diventando un organo di controllo dei cittadini e di tutela degli interessi bancari e delle grandi corporation. In questo contesto non è possibile alcuna democrazia, intesa come un sistema in cui il cittadino ha voce in capitolo e può lottare attivamente per i propri interessi. Alcuni studiosi parlano di sistema postdemocratico, che vede i cittadini subordinati allo strapotere delle élite, che li controlla e li passivizza attraverso il potere mediatico.

Facciamo un po' di chiarezza: per classe si intende un determinato livello economico, lavorativo o di potere e prestigio, e ogni persona appartiene ad un gruppo che esprime un determinato status socio-economico. I soggetti di una classe sociale hanno quindi caratteristiche analoghe di cultura, stile di vita, condizione economica o professionale. 
Oggi in Europa è più difficile attuare nette distinzioni tra le classi perché le classi medie si sono estese, e all'interno di esse sono sorte diverse categorie in ordine al lavoro o al titolo di studio. Anche i nuovi criteri lavorativi, dovuti all'automazione dei processi di produzione e alla diffusione dei mezzi di comunicazione di massa, creano nuove distinzioni sociali. I processi di globalizzazione hanno imposto il sistema neocapitalistico al mondo intero, provocando l'impoverimento ulteriore dei paesi poveri e la ridefinizione delle classi nei paesi ricchi. Mentre la classe operaia si è trovata disoccupata oppure costretta a salari sempre più bassi, la classe media si è trovata, oltre che con stipendi non sufficienti a mantenere alta la qualità della vita, in molti casi anche in situazioni lavorative incerte e precarie. In altre parole, la globalizzazione, anziché creare maggiore benessere e il miglioramento della qualità della vita per tutti, com'era stato promesso, ha creato destabilizzazione e nuove povertà.

Lo Stato sociale, che prima dava un minimo di garanzie per la sopravvivenza dei più deboli, è stato smantellato per permettere alle corporation di privatizzare beni e servizi in tutti i paesi, rimpinguando ancora di più le loro casse. Oggi con la globalizzazione viene attuato un capitalismo sfrenato e senza regole (se non quelle che convengono al gruppo dominante) e le corporation investono in ogni angolo del mondo, utilizzando guerre e disastri naturali per piegare alla loro volontà. Un mercato senza regole e la privatizzazione ad oltranza hanno trasformato il mondo in un luogo di miseria e di corruzione, in cui i valori sbandierati dalle nazioni ricche sono falsi come i programmi festosi e colorati delle televisioni. Le classi più povere, perdendo potere sulle formazioni politiche che in precedenza si professavano a difesa dei loro diritti, non hanno più la possibilità di migliorare la propria situazione che, quindi, è destinata a peggiorare.
Impoverendo tutti, e creando confusione fra le distinzioni di status, l'élite ha reso fuori moda parlare di classi sociali. La stessa parola "classe" è stata messa al bando, sostenendo che non esistono più classi, così come si propaganda che non esistono più ideologie. La verità è che l'oligarchia dominante ha voluto cancellare le idee e le istanze a favore delle classi svantaggiate, creando confusione nei concetti. Lo scrittore James Petras spiega come è stata creata la confusione:

"Durante gli anni Ottanta i mass-media occidentali si appropriarono sistematicamente delle idee fondamentali della sinistra, svuotandole dei loro contenuti originali e riempendole con altri. Le manovre dei politici per rafforzare il capitalismo e accrescere le ineguaglianze venivano descritte come "rivoluzionarie" e "riformatrici", mentre coloro che si opponevano a questa visione erano etichettati come "conservatori".

Questo rovesciamento del senso del linguaggio politico disorientò molte persone, rendendole vulnerabili ai proclami secondo cui i termini "destra" e "sinistra" avevano perso di significato e le ideologie non contavano più nulla. La manipolazione culturale globale va avanti grazie a questa corruzione del senso. Nel Terzo Mondo, la privatizzazione delle aziende pubbliche starebbe "dissolvendo i monopoli". "Riconversione" è l'eufemismo usato per tornare indietro a condizioni lavorative da diciannovesimo secolo, defraudate di ogni conquista sociale. 'Deregulation" indica invece il passaggio del potere dalle mani dello stato sociale nazionale a quelle del sistema bancario internazionale (e) di un'élite di corporation".[2]

Sostenendo l'assenza di ideologie, si ritiene che anche il discorso sulla lotta di classe debba essere archiviato e bandito dalla storia. La realtà è che il divario fra le classi sta crescendo a dismisura ovunque. Nei paesi poveri la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale hanno imposto "ristrutturazioni" e, concedendo prestiti, hanno reso i paesi dipendenti e obbligati a seguire le loro linee anche se non convenienti ai loro interessi. Questo è accaduto in molti paesi, ad esempio, nel Sudafrica, dopo il 1995, sono iniziati gli investimenti americani che hanno realizzato un vero e proprio saccheggio delle risorse del paese, aumentando ancora di più il già drammatico divario fra ricchi e poveri. La General Electric , in Sudafrica, ha fatto chiudere decine di fabbriche lasciando nella disoccupazione migliaia di persone. Il progresso economico, promesso a Mandela, non era per tutti ma per coloro che già avevano una posizione economica privilegiata. Il cosiddetto "libero scambio" costringe tutta la popolazione a pagare anche i beni di fondamentale necessità, come l'acqua, e le classi povere sprofondano nella miseria fino a morirne. A Dimbaza (Sudafrica) i bambini muoiono per denutrizione mentre a Johannesburg c'è Upper Houghton, uno dei  quartieri più ricchi del mondo, in cui le case lussuosissime sono delle fortezze, e nelle scuole, fra le migliori del mondo, i ragazzi giocano a rugby, mentre i loro coetanei in un'altra parte del paese lavorano molte ore per guadagnare meno di una sterlina al giorno.

Oggi cinque compagnie della Anglo-American Corporation controllano tre quarti di tutti i capitali della borsa di Johannesburg, un miracolo economico, ma soltanto per chi già era ricco. Per le classi povere il "miracolo" corrisponde a maggiore miseria. Oggi, in Sudafrica, si pone anche il problema dell'assistenza medica e dell'istruzione perché il paese non può più garantire neanche i minimi servizi e il denaro che spendeva in precedenza adesso serve a ripagare gli interessi del debito contratto con le istituzioni finanziarie occidentali. 
Negli ultimi dieci anni, i ricchi statunitensi sono diventati ancora più ricchi  e si isolano sempre di più vivendo lontani dalla gente comune, che diventa sempre più povera, e deve affrontare molti impedimenti nel migliorare la propria situazione. Talvolta c'è persino il riconoscimento percettivo delle classi, come racconta un turista europeo negli Usa:  "Sono rimasto sconvolto dal constatare come sembri di avere a che fare con due "razze" diverse. L'élite è alta, bella e magra, veste con gusto e cura il proprio aspetto. Tale elite frequenta solo i quartieri migliori delle città importanti e non si trova nel resto del paese. Quanto al resto del paese... il popolo è sciatto, trascurato, e molte persone, anche se ancora giovani, sembrano malate o sono obese".

Negli Stati Uniti, dalle differenze di classe origina non soltanto una diversa condizione lavorativa e una diversa qualità della vita ma, anche, diverse condizioni di salute e diversi livelli d'istruzione. 
Molti americani credono ancora al "sogno americano", cioè di potersi arricchire dall'oggi al domani come fosse facile per chiunque l'accesso alla ricchezza. Ma nuovi studi sulla mobilità sostengono che è sempre più difficile passare ad una classe più elevata, mentre diventa più facile accedere a cariche elevate, come diventare giudice della Corte Suprema, se si appartiene all'élite ricca. Di fatto, fa strada quasi esclusivamente chi appartiene a famiglie con redditi alti, molto istruite e con buone conoscenze nel mondo che conta. Anche i candidati presidenti provengono tutti dalle élite ricche, e ricevono per le loro campagne elettorali somme elevatissime dalle banche e dalle grandi corporation.

Da un sondaggio del New York Times[3] emerge che secondo l'opinione del 40% degli americani esistono oggi più di prima le possibilità di accedere ad una classe più elevata, mentre in realtà è avvenuto il contrario. E' probabile che la percezione errata degli americani dipenda dal voler mantenere vecchie convinzioni nonostante esse non siano più suffragate dai fatti, oppure semplicemente dal credere ai mass media, che non danno l'impressione che qualcosa sia peggiorato, anzi, parlano di progressi economici, che avvengono però, di fatto, soltanto per i più ricchi.

La fortissima disparità nei redditi fra ricchi e poveri presente negli Usa, pregiudica anche le possibilità di rendimento scolastico dei figli che non possono accedere per gli alti costi alle migliori scuole, che si trovano tutte nei quartieri alti. 
I sociologi americani, fino a poco tempo fa, distinguevano soprattutto tre classi sociali: la classe alta, la media e la classe bassa o lavoratrice. Oggi ne distinguono decine, caratterizzate dal tipo di lavoro e dallo stile di vita. Alcuni sociologi, in linea con le tendenze del momento, hanno cercato di spazzar via lo stesso concetto di classe mentre altri sociologi, come Michael Hout, si sono opposti all'inganno. Hout ha dichiarato:

"Trovo questo dibattito sulla 'fine della classe' ingenuo e ironico, perché siamo in un periodo di espansione delle disuguaglianze".[4]

Il nuovo corso dell'economia, con i cambiamenti tecnologici e i processi di globalizzazione (cioè delocalizzazione delle industrie in posti dove si sfrutta la manodopera a costi e a condizioni semischiavistiche), ha provocato la chiusura di fabbriche e aumentato il reddito dell'1% delle famiglie (quelle già ricche) del 139% nel periodo fra il 1979 e il 2001, mentre quello delle classi povere è salito meno rispetto al livello dell'inflazione, provocando così un peggioramento delle condizioni economiche di milioni di persone. Di fatto gli americani percepiscono che la loro condizione è peggiorata soprattutto a causa del costosissimo sistema sanitario, che lascia senza sicurezza sanitaria ben 50 milioni di cittadini americani. Ma gli americani sembra non vogliano rinunciare al "sogno americano" anche se esso rimarrà soltanto un sogno. Nella realtà di tutti i giorni, la classe sociale rimane un fattore importantissimo per l'intera vita del soggetto e anche per la sua morte. Come dice Ichico Kawachi, docente di epidemiologia sociale all'Harvard School of Public Health:

"Negli ultimi 20 anni ci sono stati progressi enormi nel soccorso prestato ai pazienti colpiti da attacco cardiaco e nella conoscenza di come si previene un attacco. Ogni volta che si fa strada un'innovazione, le persone agiate sono le più veloci ad adottarla. All'altra estremità della scala sociale, invece, per i poveri si sono accumulati vari svantaggi: la dieta è peggiorata, c'è più stress dovuto al lavoro. La gente, se è povera, ha meno tempo per dedicarsi ad attività che consentono di restare in buona salute".[5]

Nel 1974, l 'economista Paolo Sylos Labini scrisse un libro dal titolo Saggio sulle classi sociali, in cui propose la seguente distinzione fra le classi:

"I) Borghesia vera e propria: grandi proprietari di fondi rustici e urbani (rendite); imprenditori e alti dirigenti di società per azioni (profitti e rendite misti che contengono elevate quote di profitto); professionisti autonomi (redditi misti, con caratteri di redditi di monopolio).
IIa) Piccola borghesia impiegatizia (stipendi).
IIb) Piccola borghesia relativamente autonoma (redditi misti: coltivatori diretti, artigiani (inclusi i piccoli professionisti), commercianti.
IIc) Piccola borghesia: categorie particolari (militari religiosi ed altri) (stipendi).
IIIa) Classe operaia
IIIb) Sottoproletariato".[6]

Il libro di Sylos Labini, che offre uno spaccato della società italiana del secolo scorso, venne pubblicato proprio quando in Italia si verificavano scontri e lotte per migliorare la situazione dei lavoratori. Le lotte e le contestazioni degli anni Sessanta e Settanta permisero all'Italia di fare passi avanti nei diritti dei lavoratori, delle donne, e nel diritto allo studio, ma negli ultimi anni, a causa della precarizzazione del lavoro, della svendita dei beni pubblici e della corruzione politica, tutto questo è stato demolito.

I processi di globalizzazione hanno fatto aumentare il divario fra ricchi e poveri anche nei paesi ricchi, e molte persone appartenenti alle classi medie si sono trovate a non avere più i vantaggi economici di prima. La competizione lavorativa è diventata mondiale, e viene diretta e controllata da chi già detiene una fetta enorme di potere economico. I paesi poveri vengono costretti a produrre di più mentre il prezzo delle loro materie prime viene abbassato, e nei paesi ricchi aumentano la disoccupazione e il lavoro precario. I meccanismi di tassazione, che prima permettevano di aiutare le classi povere garantendo loro istruzione e assistenza sanitaria, oggi vengono smantellati per favorire un maggiore accumulo di capitale alla classe ricca. In Europa, negli ultimi venti anni, sono diminuite le tasse sul capitale e sono aumentate quelle sul lavoro, mentre negli Usa le tasse delle società per azioni sono scese dal 27% al 17% del totale. In molti paesi asiatici e africani le corporation transnazionali trovano concessioni fiscali straordinarie che danneggiano le classi povere. L'idea che le imprese private debbano essere più importanti dell'interesse nazionale ha reso gli Stati più deboli e la difesa delle classi povere sempre meno presente all'interno di essi. La tutela delle classi povere e dei lavoratori è ormai un argomento non più dibattuto, esso ha lasciato il posto ai concetti di "competizione globale" e di neoliberismo mondiale, argomenti spesso falsati per indurre a credere che la globalizzazione sia favorevole anche alle classi povere. Ma ciò non corrisponde a realtà poiché il liberismo mondiale coincide con un potere esercitato da chi è più ricco, contro chi è povero. La realtà futura, se non si riesce a contrastare la tendenza attuale, vede un ulteriore impoverimento delle classi povere a favore dei ricchi, che concentreranno ancora di più le ricchezze nelle loro mani contro i diritti sanciti nell'articolo 25  1° comma dalla Dichiarazione Universale dei diritti umani:

"Ognuno ha diritto a un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all'alimentazione, al vestiario, all'abitazione, alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ognuno ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia e in ogni altro caso di perdita dei mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà".

La smania dei politici di dimostrare di poter rappresentare tutte le classi e difendere i diritti di tutti, manifesta un comportamento di copertura, ossia che è vero l'opposto: il politico oggi non è a servizio dei cittadini, e la politica è soltanto un canale che serve al gruppo egemone per mantenere il controllo politico sulla popolazione. Per capirlo basta osservare come nelle campagne elettorali il cittadino non è affatto il protagonista ma è bersaglio della propaganda. Le classi popolari sono diventate ormai preda di inganni, talvolta grossolani, e di illusioni. I popoli sono indotti alla passivizzazione e coinvolti emotivamente nello spettacolo politico. Uno spettacolo sempre più squallido, che nel mettere in scena personaggi benevoli, paternalistici o che cantano allegri l'inno nazionale, ignora la vera funzione della politica. Nel valorizzare ciò che appare e che suscita emozioni momentanee, si nasconde quello che sarebbe meglio per la società, e ci si guarda bene dal chiedersi se i valori come la solidarietà e il principio di redistribuzione della ricchezza debbano essere, oggi più che mai, alla base di ogni scelta politica che sia degna di essere rispettata.

QUALCHE RIFLESSIONE SUI CONTENUTI DELLA MANIFESTAZIONE DEL 9 GIUGNO CONTRO LA VISITA DI BUSH A ROMA

Inviato da autonomix | 23 Mag, 2007
Di seguito un testo con alcuni spunti di riflessione intorno alla manifestazione del 9 giugno in occasione della visita di Bush in Italia.
Esso vuole essere il contributo costruttivo di alcune realtà politiche a tutto il movimento e sarà distribuito in occasione dell'assemblea di preparazione della manifestazione che si terrà venerdì 18 alle 16,30 presso la Facolta' di Lettere la Sapienza. Naturalmente le altre realtà individuali e collettive che lo condividono sono invitate a far pervenire la propria adesione e ad attivizzarsi per la riuscita della mobilitazione del 9 giugno.

QUALCHE RIFLESSIONE SUI CONTENUTI DELLA MANIFESTAZIONE DEL 9 GIUGNO CONTRO LA VISITA DI BUSH A ROMA
Cari compagni,
nel contribuire alla mobilitazione contro la visita di Bush, avvertiamo il bisogno di sottolineare alcune cose. E' nostra decisa convinzione che vada raccolto quello sdegno particolare che suscita in vasti strati della popolazione la venuta di un personaggio così sfrontato che è arrivato perfino a vantarsi per la strage di Falluja, condotta con le bombe al fosforo, per le torture nel lager di Abu Graib, per il carcere di Guantanamo.
E giustamente anche molti elettori del governo Prodi saranno preoccupati - e forse altrettanto indignati - per l'accoglienza che questo governo, pur presentandosi diverso da quello guidato da Berlusconi, riserva al più evidente fautore della "guerra infinita" contro chi solo accenna a volersi sottrarre allo scambio ineguale, al dominio delle monete forti, alla rapina delle materie prime, al debito usuraio e agli "aggiustamenti" strutturali imposti dal FMI, allo sfruttamento a prezzi stracciati della forza lavoro.
Sarebbe però un grave errore pensare di poter intercettare le simpatie di questo elettorato omettendo di denunciare o attenuando un aspetto - sicuramente sgradevole - del rapporto di Bush con Prodi. Bush è sicuramente la punta di lancia della nuova aggressività imperialista sul mercato mondiale, ma il nostro capitalismo, rappresentato dal governo Prodi, non aderisce a questa aggressività perché subordinato, costretto, come se fosse condizionato da cattive compagnie.
Il suo massimo dissenso consiste nella richiesta di un imperialismo più policentrico, dentro il quale poter meglio ridefinire le quote dei vantaggi.
Stesso discorso è da farsi in relazione all'Europa che collabora competitivamente con gli Usa tentando di costituirsi in polo alternativo in grado di sottrarre in prospettiva la leadership alla potenza imperialista oggi prevalente.
Una tentazione in tal senso prospetta che al corteo del 9 giugno potremmo avere una maggiore partecipazione, occultando o minimizzando che
a) il governo Prodi conferma orgogliosamente la presenza delle "nostre" truppe specializzate in ben 24 paesi;
b) l'Italia è uno dei "7 Grandi", è socio cioè del club esclusivo dei paesi dominanti;
c) l'Italia compartecipa alle basi NATO e mantiene sue costosissime basi militari altrettanto minacciose contro i paesi che intendono sottrarsi alla rapina, nel mentre procede ad un riarmo in proprio che solo dei buontemponi possono ritenere puramente difensivo;
d) il capitalismo italiano gode a tutti gli effetti di manodopera a salari bassissimi nei Balcani, in Cina, in India, in Nigeria, ricatta i "propri" lavoratori con la minaccia costante di trasferire le produzioni in questi paesi, e impone condizioni capestro di lavoro agli immigrati che fuggono da quei veri e propri inferni cui esso abbondantemente contribuisce.

Se per inseguire una maggiore partecipazione all'immediato non si dice che Bush e Prodi sono compagni di merenda!, cioè si evita di dire che un governo come quello di Prodi non è riportabile sulla buona strada con un'opposizione dialettica, ma merita tutta la nostra intransigente opposizione (con le forme di lotta e su obiettivi consigliabili dai rapporti di forza, ma nondimeno opposizione intransigente), dobbiamo essere consapevoli di pagare poi dei prezzi come già è avvenuto.
Il prezzo è quello di incoraggiare per l'ennesima volta l'illusione che, sconfitto l'imperialismo "peggiore" ce ne sia uno "migliore", che aprirebbe i cosiddetti spiragli per le riforme e con cui poter trattare, magari con un interventismo non militare ma "veramente" umanitario.
Il prezzo è quello di vedere di nuovo rifluire le mobilitazioni di protesta, quando - come nel caso della spedizione in Libano - ad essere in primo piano ci sono le nostre missioni militari, che diventano magicamente umanitarie o di pace.
Il prezzo è quello di contribuire a far vedere sempre l'imperialismo in casa altrui, ma mai in casa propria, è quello cioè di non combatterlo nel suo complesso. E' quello di comportarsi come quei cristiani che si illudono di sbarazzarsi della Chiesa alla morte del Papa, ostinandosi ancora a non voler capire che morto un Papa se ne fa un altro.
E' quello di comportarsi come quelli che si battono contro i rifiuti nel loro quartiere addossando la colpa al quartiere vicino.
Viceversa, questa occasione - che attirerà senza dubbio l'attenzione di un gran numero di lavoratori, disoccupati, precari, immigrati - ci fornisce la possibilità in concreto di meglio precisare qual è la reale differenza tra Berlusconi e Prodi, cioè nella sostanza nessuna.
Berlusconi fu orgoglioso di essere stato invitato da Bush a Washington, Prodi è orgoglioso di aver invitato Bush a Roma. Ne è orgoglioso non perché è stupido o gioca a perdere, ma per i motivi strutturali sopra esposti.
Questa precisazione risulterà un po' sgradita agli indecisi, ma aggiungerà, con la forza dell'esempio concreto, un tassello importante per separarsi dall'eterna altalena, sostenuta da un politicismo di sinistra sempre più imbelle e drogato dall'elettoralismo, tra male peggiore e male minore.
Infine è da tener presente che una mobilitazione radicale contro tutti gli imperialismi, a cominciare da quello di casa propria, può rappresentare il miglior sostegno per i proletari dei paesi periferici che resistono armi in pugno contro le aggressioni, in quanto essa segnala che ci sono ben altri alleati oltre una borghesia nazionale che spesso li rinchiude in un vicolo cieco rispetto alla prospettiva di una vera liberazione dal dominio capitalistico.

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