FINALMENTE:Michele Fabiani ai domiciliari: news, intervista a Michele

Inviato da autonomix | 18 Lug, 2008

COMUNICATO STAMPA DEL COMITATO 23 OTTOBRE

Oggi 18 luglio 2008, abbiamo appreso dai difensori di Michele Fabiani che il Tribunale del Riesame di Perugia, a distanza di 4 giorni dall'udienza del 14 luglio, ha emesso la sentenza con la quale Michele Fabiani esce dal carcere di Sulmona e viene messo agli arresti domiciliari nella città di Terni.
Non conosciamo a questo momento le motivazioni della sentenza.
Quello che possiamo dire è che i difensori di Michele hanno portato nell'udienza elementi importanti che possono essere alla base di una decisione attesa da mesi.
Le indagini sono infatti da tempo concluse, la Polizia Scientifica ha attestato che le impronte digitali sulla lettera di rivendicazione dell'episodio di vandalismo del 9 marzo non appartengono a nessuno dei cinque ragazzi spoletini indagati nell'ambito dell'operazione Brushwood ( ricordiamo che l'episodio è stato costantemente messo in relazione a quello successivo delle minacce alla Lorenzetti ) la disponibilità da parte di un sacerdote ternano, da anni legato ad alcuni famigliari di Michele ad ospitarlo, superandoo così la questione parenti messa in campo nella precedente sentenza di riesame.
Dopo quasi 9 mesi di carcere, 100 giorni di isolamento a Perugia e la detenzione in EIV a Sulmona, Michele è ora ai domiciliari.
Salutiamo oggi felici, quanti si stanno battendo per la sua libertà e quella di tutti i ragazzi che hanno subito e stanno ancora subendo il carcere e gli arresti domiciliari in questi lunghissimi mesi.
Nel momento in cui ci accingiamo a continuare questa battaglia di libertà e di verità vogliamo far giungere il nostro grazie ai difensori di Michele che in questi lunghi e difficili mesi si sono battuti per la sua libertà. Un grazie a Vittorio, Carmelo e Marco

 

 

Salutiamo la scarcerazione di Michele Fabiani rendendo pubblica l'intervista da lui rilasciata dal carcere di Sulmona.

Vista la lunghezza, per leggerla tutta andare su www.anarchaos.it

Michele libero
Liberi tutti!

Anarchaos - Innanzi tutto vorremmo che tu ci raccontassi la tua situazione. Partendo da quando ti hanno arrestato, passando ai tre lunghi mesi passati nel carcere di Perugia, fino al trasferimento e alla fine dell'isolamento.

Michele – Diciamo che è abbastanza stancante riepilogare tutta la mia situazione, anche perchè è una cosa che faccio continuamente: parlando con gli altri carcerati, studiando con gli avvocati, scrivendo per rispondere alle moltissime lettere che mi arrivano. Comunque è uno sforzo che faccio molto volentieri, credo che faccia bene in primo luogo proprio a me stesso.

Come sapete sono stato arrestato il 23 Ottobre nel corso di una operazione dei ROS dell'arma dei Carabinieri. Una di quelle operazioni spettacolari nelle quali i militari fanno sfilare i loro mezzi e mostrano al popolo tutta la loro potenza; per arrestare 5 giovani accusati di una scritta sui muri, un paio di danneggiamenti e l'invio di una lettera minatoria sono stati impegnati 108 uomini armati fino ai denti, alcuni nascosti da passamontagna e giubbotti antiproiettile, con l'appoggio di ben 8 elicotteri, per dirla in soldoni, visto che l'unica cosa che oggi fa notizia sono i soldi, sono stati sputtanati solo il giorno dell'arresto ben 65 mila euro (alla faccia della destra che in Italia chiede più investimenti per la “sicurezza”). io sono accusato, oltre che dell'articolo 270 bis, legge che prevede l'arresto di qualcuno per le sue idee in base al “pericolo presunto” di eversione (scritto dal Ministro Rocco quando Mussolini era capo del forno e il capo dello Stato portava la corona), anche di aver incendiato un quadro elettrico di un cantiere di Colle San Tommaso e di aver minacciato l'avvelenamento di un supermercato COOP a Spoleto, nonché di aver mandato una busta con 2 proiettili alla presidente della Regione Umbria Lorenzetti. Tutte azioni rivendicate da una fantomatica COOP – FAI, che starebbe per “contro ogni ordine politico . federazione anarchica informale”. Inoltre sono accusato di alcune azioni anonime come l'incendio del quadro elettrico di un palazzo in costruzione conosciuto come “ecomostro dalla stampa locale” e del danneggiamento di una ruspa che tagliava alberi per fare le scale mobili panoramiche, infine di aver sporcato con vernice una villa in costruzione a Colle Risana e di aver fatto delle scritte contro 2 carabinieri che come ricorderete mi pestarono nel marzo 2007.

In principio sono stato portato alla caserma dei Carabinieri di Spoleto e da lì a quella di Perugia, infine da quest'ultima al carcere le “Capanne” a Perugia.

L'esperienza dell'isolamento è stata terribile, per ben 2 mesi io non ho mai visto nessuno eccetto i miei carcerieri, se non quando i miei vicini di cella per pochi secondi al giorno uscendo e rientrando dal passeggio venivano a bussare alla mia porta per esprimermi solidarietà. Un isolamento finalizzato all'estorsione di una confessione, quindi una vera e propria tortura. Il carattere torturatorio di questa pratica può non apparire in un primo momento, ma diventa evidente quando abbiamo scoperto, perché lo stesso PM ce lo ha detto, che tutti i colloqui con i parenti venivano intercettati. E in questa pratica di intercettazione l'isolamento è fondamentale; dopo una settimana che passi 24 ore su 24 da solo senza parlare con nessuno la sola ora di colloquio con i familiari diventa un fiume in piena di parole e sfoghi, un bisogno spasmodico di parlare che invece sarebbe attenuato se ti venisse concessa l'opportunità di passare anche solo un'ora al giorno con un'altra persona. Infatti non è un caso che io ne ho passato “solo” due di mesi in isolamento, mentre Andrea ne ha passati tre, lui che ha la sola colpa di essere mio amico doveva sentirsi ancora di più solo così' da crollare più facilmente. A me invece dopo due mesi di isolamento, è stato concesso un compagno di cella, anche se per il resto ero sempre in isolamento, ma in due. Dopo un altro mese in questo stato sono stato trasferito a Sulmona dove posso fare 4 ore al giorno di passeggio e sono sempre in compagnia di altri prigionieri, mentre a Perugia l'aria era sempre di 50/60 minuti al massimo in ambienti così stretti da non batterci mai il sole (infatti dopo 3 mesi ero bianco cadaverico).

Tutto questo ha una sua logica di natura inquisitoria, che ricorda i modelli investigativi del medioevo. Allora l'imputato veniva esposto alla “via Crucis” della tortura e se era innocente dio lo avrebbe protetto e avrebbe resistito, altrimenti avrebbe confermato la sua colpevolezza. Se lo spogliamo delle sue raffinatezze il metodo usato dal sodalizio ROS – Procura non cambia di molto: ti isolano e ti provocano fino a farti impazzire e dopo, se nei tuoi deliri davanti allo specchio o al colloquio con tua madre ti accusi, sei colpevole, se invece fra le frasi sconnesse non riescono a capire nulla la “via Crucis” ha dimostrato la tua innocenza.

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"Più impronte per tutti" : l'uguaglianza sotto il segno del controllo

Inviato da autonomix | 18 Lug, 2008
"Più impronte per tutti" : l'uguaglianza sotto il segno del controllo (intervista)


17 luglio 2008, Italia - Con un emendamento della maggioranza approvato nella notte con voto bipartisan il governo Berlusconi prevede che dal 2010 chiunque vorrà rifarsi il documento d'identità sarà obbligato a rilasciare agliuffici di polizia le proprie impronte digitali.
Una schedatura di massa che, per una volta, mette d'accordo maggioranza e opposizione, con quest'ultima convinta che rilevare le impronte a tutti gli italiani sia un buon modo per impedire la discriminazione verso i rom.
Per il Pdl è un modo per aggirare le accuse di razzismo piovute sulla decisione di Maroni di schedare i rom. Per il centrosinistra, che canta vittoria (ed ha appoggiato l'emendamento) si tratta di un autentico dispositivo di euguaglianza sociale:  «Abbiamo eliminato una discriminazione».
La misura è già in vigore, ma solo in maniera facoltativa.

Prima gli zingari, poi tutti gli altri
L'applicazione di un tale dispositivo su scala nazionale dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto l'applicazione di certe norme di controllo e limitazione delle libertà personali passi sempre per sperimentazioni temporanee su soggetti per definizione poco difendibili o incarnanti la dviazione dalla norma. Dopo qualche settimana di schedatura etnica sui rom, toccherà abreve a tutt* gli/le italian* farsi prendere le impronte digitali.

Più ancora che improbabili scenari apocalittici alla "1984" quà e là descritti da tanta stampa di sinistra, quello che viene segnato è un passaggio in più verso la governamentalità di un sociale potenzialmente ingovernabile per le attuali configurazioni di un potere sempre meno in grado di dare risposte concrete quanto ansioso di disciplinare preventivamente i soggetti e la loro erogazione di forza-lavoro.
> Ascolta il commento di Emilio Quadrelli

Torino - Inaugurata l'Alcova. Due Volte.

Inviato da autonomix | 12 Lug, 2008

Riceviamo e pubblichiamo

La LORO inaugurazione delle attività.

Ieri pomeriggio l'Alcova Occupata, sgomberata in vista delle olimpiadi della speculazione 2006, è stata inaugurata nella sua corrente veste di "scusa ufficiale per motivare uno sgombero", diventando un nuovo polo cittadino della salute aperto ai cittadini di Torino.

Atti di insensata bellezza

Abbiamo voluto contribuire a modo nostro al momento di gioia comunale, finalmente ogni forma di autogestione/autoproduzione è stata scacciata dai giardini reali, restituendoli alla noia e alle rigide regole istituzionali.

Ed è per questo che sono state vergate sui muri lato giardino le parole: "Più occupazioni" "Non dimentichiamo" mentre sul lato in corso san maurizio: "Alcova Vive". Le serrature delle porte lato giardino sono state otturate con acciaio liquido.

Un unico rimpianto: "Dove diavolo abbiamo messo l'olio bruciato?"

Solidali con le okupa

AIP - Solidarietà a Paola

Inviato da autonomix | 12 Lug, 2008

In allegato il volantino della campagna AIP in solidarietà a Paola, incarcerata nei lager italiani.

Scarica il flyer

 

 

Erba, la dose non è uguale per tutti:un rasta assolto dalla Cassazione

Inviato da autonomix | 10 Lug, 2008
L'uomo, sorpreso con un etto di marjuana, era stato condannato a 16 mesi di carcere
La Corte ha riconosciuto che per la sua religione fumare spinelli ha un valore sacro

Erba, la dose non è uguale per tutti
rasta assolto dalla Cassazione


Erba, la dose non è uguale per tutti rasta assolto dalla Cassazione
ROMA - "La fumano i dottori, la fumano le infermiere, la fumano i giudici e persino gli avvocati". Così nel 1976 cantava Peter Tosh in Legalize it, uno dei più celebri inni alla liberalizzazione della marijuana. La star del reggae non immaginava che 32 anni dopo a dargli ragione sarebbe stata niente meno che la suprema corte di giustizia italiana. Non è esattamente la legalizzazione dell'erba ciò che ha stabilito la sentenza numero 28720 della Sesta Sezione penale della Cassazione, ma il diritto per chi - come Peter Tosh - professa la fede rasta a fumarla a volontà senza incorrere in sanzioni.

Secondo quanto stabilito dai giudici, chi crede in Jah e nella sua reincarnazione nel negus d'Etiopia Haile Selassie I, può liberamente circolare con qualche dose di "ganja" in più del lecito perché "secondo le notizie relative alle caratteristiche comportamentali degli adepti di tale religione di origine ebraica, la marijuana non è utilizzata solo come erba medicinale, ma anche come erba meditativa".

La Cassazione è stata chiamata al pronunciamento in seguito al ricorso di un 44enne di Perugia condannato perché sorpreso dalle forze dell'ordine con un etto scarso di marijuana nella macchina. L'uomo si era difeso sostenendo di essere un adepto alla religione rastafariana e che quindi "l'erba sacra doveva essere consumata fino a 10 grammi al giorno". Una giustificazione "spirituale" che il tribunale di Terni non aveva ritenuto di prendere in considerazione, dichiarando l'imputato colpevole per illecita detenzione a fine di spaccio, condannandolo quindi a un anno e quattro mesi di carcere. Verdetto confermato dalla Corte d'appello di Perugia nel dicembre del 2004 con una sentenza nella quale si specificava che la quantità sequestrata non poteva essere considerata per esclusivo uso personale.

Contro questa decisione l'uomo ha fatto ricorso in Cassazione, ottenendo soddisfazione dalla Corte Suprema che ha rinviato la condanna alla Corte d'Appello di Firenze affinché riconsideri il caso tenendo presente che la tradizione religiosa rasta prevede l'uso della marijuana come "erba meditativa, come tale possibile apportatrice dello stato psicofisico inteso alla contemplazione nella preghiera, nel ricordo e nella credenza che l'erba sacra sia cresciuta sulla tomba di re Salomone, chiamato il re saggio, e da esso ne tragga la forza, come si evince da notizie di testi che indicano le caratteristiche di detta religione".

BR>Fillon firma: estradizione vicina per Marina Petrella, che si sta lasciando morire in carcere

Inviato da autonomix | 8 Lug, 2008
Fillon firma: estradizione vicina per Marina Petrella, che si sta lasciando morire in carcere


|Parigi, luglio 2008| Il 9 giugno scorso, il primo ministro francese Francois Fillon ha firmato il decreto di estradizione dell'ex brigatista Marina Petrella, la partenza per le carceri italiani è ora possibile in ogni momento. Nonostante ciò gli avvocati han fatto ricorso al Consiglio di Stato per la revoca, il comitato di sostegno continua a trovarsi ogni giovedi pomeriggio all'uscita del metrò Sevres-Babylone. A render ancor più drammatica la situazione è lo stato di salute di Marina, rinchiusa da un anno in carcere, prima a Fresnes, ora nel reparto psichiatrico di Fleury-Merogois, dove si sta lasciando morire di stenti, senza mangiare, senza veder più nessuno. I medici che l'han visitata l'hanno trovata in uno stato assolutamente preoccupante, lo stato depressivo in cui è caduta le sta facendo perdere due chili a settimana.

La storia di Marina
Marina Petrella, 54 anni, vive da 17 anni in Francia, a Parigi, dove fino all'arresto nel 2007 ha svolto il lavoro di assistente sociale. Venuta nel paese transalpino in seguito a quella che è sempre stata etichettata come "dottrina Mitterrand", prendendo il nome dal presidente socialista che nel 1985 promise riparo dalle persecuzioni della giustizia italiana per i militanti che si fossero decisi a concludere l'esperienza armata. Marina, guerrigliera della colonna romana delle Brigate Rosse, come altri, fece questa scelta, trasferendosi in Francia da latitante, dopo otto anni di carcere preventivo in Italia, acquisendo tutti i documenti regolari a Parigi.

Nuova caccia alle streghe

Il clima è radicalmente cambiato dall'estate del 2002: Paolo Persichetti, professore all'università di Paris-VIII, viene estradato come recitava l'accordo raggiunto tra i ministri della giustizia italiana e francese, Roberto Castelli e Dominique Perben. Stessa sorte sembra intravedersi per Cesare Battisti, scrittore di romanzi noir, che nel 2004 è costretto a fuggire dalla Francia per rifugiarsi in Brasile, dove viene poi arrestato nel 2007, per esser oggi in attesa di estradizione. Nel 2002 erano 11 i "terroristi" presenti nella lista delle persone da riportare in Italia, per incarcerarle. Tra di essi vi è Marina Petrella, che nell'agosto del 2007 viene convocata dalla polizia per un (falso) problema con il libretto dell'auto, per poi essere ammanettata e condotta in carcere, dove ora rischia di morire.

Sito Internet: www.paroledonnee.info

Cesena - In merito all’esperienza dell’Ex-Consorzio occupato

Inviato da autonomix | 5 Lug, 2008

Distribuito alla cittadinanza

Cesena, 01/07/2008

Mentre la Cesena/vetrina si prepara ad un caldissimo luglio all’insegna del consumismo più sfrenato, tentando attraverso fastosi venerdì sera di shopping fuori orario di trattenere gli ultimi cittadini che ancora non imboccano le strade della riviera, l’Ex-Consorzio squat, recentemente occupato, viene spontaneamente lasciato dalle persone che nei giorni passati l’hanno fatto rivivere.

Teniamo in questa circostanza a ribadire, qualora non fosse già chiaro ai più, che la motivazione del gesto non è riconducibile in alcun modo ad un segno di resa nei confronti di amministrazione comunale e forze dell’ordine, per altro visibilmente in apprensione riguardo la situazione creatasi in città nei 10 giorni trascorsi. Trattasi piuttosto di una ragione scaturita da un equivoco burocratico/catastale in quanto, nonostante le ricerche preventivamente intraprese potessero far pensare il contrario, l’immobile è risultato appartenere ad un privato.

E’ importante sottolineare alla cittadinanza che, nonostante lo stabile in questione fosse da anni abbandonato ed inutilizzato, e nonostante sia cruciale rivendicare il diritto ad uno spazio di aggregazione e confronto orizzontale, le nostre intenzioni esulassero da un obiettivo di questo tipo; a livello pratico, per la totale mancanza di prospettive in merito alla strada accidentalmente intrapresa. A livello ideologico, perché quella che quotidianamente portiamo avanti è una lotta nei confronti delle istituzioni, non delle persone.

La nostra totale rottura è da indirizzarsi alle politiche locali, che gettano cemento ed antenne, deturpano l’ambiente, vomitano ipermercati, sgomberano spazi sociali, psichiatrizzano, fomentano l’intolleranza razziale, spersonalizzano gli individui riducendoli a merce nelle fabbriche e consumatori nei grandi magazzini. E in particolare al Comune di Cesena, che preferisce lasciar marcire stabili da anni abbandonati piuttosto che vederli frequentati, utilizzati, abitati, quando non è una postilla di sacrosanta legalità a legittimarlo. La stessa legalità che però non incontra problema alcuno nel tollerare nel territorio una base militare ed i suoi aerei che dispensano morte su terre lontane; che ovviamente ritiene accettabile espropriare di un tetto e rispedire tra le braccia dell’inverno chi non ha in tasca un permesso disoggiorno; e di fronte all’ossessione del progresso più sfrenato non ha scrupoli nel traslocare anziani lontano dai ricordi di una vita per poterne inghiottire le case sotto ad una modernissima superstrada o secante.

Non era e non sarà mai nostro interesse occupare la casa di un privato. Se non avessimo avuto fino all’ultimo giorno un minimo dubbio sul fatto che l’edificio potesse essere pubblico, non l’avremmo sicuramente fatto. Il vespaio di false informazioni sollevato e diffuso con grande ignoranza da digos e quotidiani locali non ha di certo aiutato nell’acquisizione di tale certezza. Nei 10 giorni intercorsi, abbiamo ad ogni modo sperimentato la gioia di riaprire uno spazio ormai inutile (ed inutilizzato) a chiunque sentisse la necessità di intrecciare rapporti umani estranei a logiche associative istituzionali, ci siamo confrontati per quanto possibile in maniera costruttiva con il vicinato, abbiamo organizzato iniziative di vario tipo, tutte ampiamente partecipate, meravigliandoci di quanto la collocazione geografica dell’Ex-Consorzio potesse favorire una grande affluenza, soprattutto di giovani (in buona parte giunti spesso a piedi o in bicicletta).

Abbiamo dato una forma concreta al nostro desiderio di autogestire ed autocostruire il quotidiano. Un periodo breve, ma di forte intensità. Giorni che hanno saputo lasciare il segno. Ragion per cui non usciamo affatto “sconfitti” dall’esperienza dell’Ex-Consorzio, né riteniamo essa abbia rappresentato uno spreco di tempo ed energie; al contrario, con nuovo vigore ed entusiasmo rinnovato ci ritroviamo a testa alta a reinvestire le nostre potenzialità, ognuno nella maniera che riterrà più opportuna e consona, in ulteriori progetti, individuali e di gruppo, per una critica radicale di questo esistente…

...LE IDEE NON SI SGOMBERANO - EX-CONSORZIO SQUAT...

Emiliano è libero, la verità non si arresta!

Inviato da autonomix | 28 Giu, 2008
D’improvviso la notizia, una bellissima notizia, finalmente, dopo tante menzogne, dopo tante mistificazioni. Emiliano è libero!
Libero e con noi, dopo un mese di arresti domiciliari, ingiusti oltre che insopportabili. È libero dopo che la verità è stata rovesciata, dopo che l’aggressione messa in atto dai neofascisti di Forza Nuova lo scorso 27 maggio è stata trasformata in una rissa, nessuna distinzione tra aggressori e aggrediti. Emiliano e noi tutti assieme a lui riconquistiamo la libertà dopo aver risposto in tante e in tanti alle accuse ingiuste e alle operazioni vigliacche di parte della stampa.
A partire dal 27 maggio, l’università la Sapienza è stato luogo ricco di solidarietà, partecipazione, determinazione, coraggio. Il 29 maggio un corteo di oltre 2000 studenti ha vigilato attorno all’università dichiarando Forza Nuova soggetto non gradito. Giovedì 19 giugno, al seguito del giudizio del tribunale del riesame, migliaia di studenti e decine di artisti sul palco hanno chiesto libertà per Emiliano e verità per i fatti della Sapienza.
Un’anomalia, la Sapienza, che non vuole essere normalizzata, luogo aperto alle pratiche di libertà ma ostile agli integralismi e alla xenofobia neofascista. La difesa di Emiliano parla di una battaglia di verità che non si ferma: non c’è alcun discorso sul pluralismo che tenga, ci sono discorsi e pratiche che l’università respinge, che il corpo vivo degli atenei rifuta!
Per chi vuole ridurre al silenzio gli studenti, le esperienze di autogestione e di autoformazione, per chi vuole trasformare un agguato in uno scontro tra bande, la nostra risposta è chiara: l’università è il sapere sono spazi di libertà!
In questo senso abbiamo deciso di essere in tante e tanti mercoledì mattina (2 luglio) presso il tribunale di P. Clodio che a partire dalle 9:30 ospiterà la prima udienza del processo che vede coinvolto tanto Emiliano, quanto Giuseppe. Saremo lì, a partire dalle 11:00 (l’appuntamento all’università è alle ore 10, di fronte alla facoltà di Lettere), per chiedere verità, per respingere le menzogne!
Rete per l’Autoformazione ─ Roma
Esc, atelier occupato

Caso Aldrovandi - Parlano gli assassini | Aggiornato

Inviato da autonomix | 27 Giu, 2008
Qui di seguito la cronaca dell'udienza e le deposizioni degli sbirri assassini.

Testo e immagini dal sito di Parma.Repubblica.it

E' piena l'aula B del tribunale di Ferrara. Gli amici di Federico siedono in silenzio, con una spilla appuntata al petto. E' un piccolo girasole, il fiore preferito dal ragazzo, lo stesso che si arrampica sui muri di via dell'Ippodromo, nel punto in cui il 18enne perse la vita. Ci sono i ragazzi che con lui trascorsero la notte a Bologna, in un centro sociale, ma ci sono anche uomini e donne che non hanno mai conosciuto Federico. Arrivano da Ancona, Milano, Roma… Sono qui perché da quando hanno letto il blog della madre Patrizia chiedono verità. E perché oggi, dopo 1013 giorni di silenzio, gli imputati dovranno parlare di fronte al giudice Francesco Caruso.

9.15 Aula piena per l'udienza del processo in cui parleranno gli imputati

9.30 I quattro imputati arrivano in aula
Arrivano in aula i quattro imputati, Paolo Forlani, Enzo Pontani, Luca Pollastri e Monica Segatto. Sono imputati di eccesso colposo per aver «cagionato o comunque concorso a cagionare il decesso di Federico Aldrovandi»: reato, come riportato dal capo di imputazione per cui è prevista la pena dell'omicidio colposo. Durante l'intervento per immobilizzare Federico Aldrovandi ebbero con lui una violenta colluttazione, superando - secondo l'accusa - i limiti consentiti.

9.40 Arrivano in aula i genitori di Federico insieme al figlio minore Stefano

9.45 Inizia l'udienza

9.50 Il perito analizza le telefonate fatte la mattina della morte di Aldrovandi.
La dottoressa Carraro, il perito incaricato dal tribunale, spiega l'esito dell'esame sull'audio delle telefonate arrivate al centralino del 112, quelle tra il 112 e il 113 e quelle fatte al 118, sottolineando le incertezze e le discordanze riscontrate nell'analisi e anche nell'ambientale dei centralini. Spiega le modalità tecniche delle analisi e i risultati elaborati incrociando audio e video, ascoltando i consulenti tecnici di difesa e parti civili

10.35 Gli avvocati interrogano il perito
L'avvocato di parte civile Fabio Anselmo e il legale della difesa Giovanni Trombini interrogano il perito chiedendo chiarimenti sulle parole su cui c'è discordanza tra i consulenti tecnici di parte

10,45 Si analizza la telefonata di un carabiniere: "Delle pesche ce le ha"
La discussione verte su una parola pronunciata da un carabiniere durante una telefonata arrivata al 112 alle 7:36 del 25 settembre 2005. Federico è morto da un'ora. Al 112 arriva la chiamata di un carabiniere, arrivato in soccorso della polizia quando il ragazzo era già a terra. A un certo punto viene pronunciata la seguente frase: «Beh, sicuramente delle pesche/pecche ce le ha». La dottoressa Carraro, perito del Tribunale, ha spiegato che lei nella registrazione sente la parola pecche e che i consulenti di parte invece sentono la parola pesche per cui le inserisce entrambe.

11.10 Il giudice acquisisce le relazioni dei consulenti di parte e concede una pausa

11.30 L'udienza riprende

11.32 Viene chiamato a deporre Enzo Pontani, uno degli imputati
Pontani, uno dei poliziotti intervenuti la mattina del 25 settembre 2005 e imputato per il decesso di Federico, spiega che l'operatore Bulgarelli gli dice di andare in via Ippodromo perchè c'è un ragazzo che sta dando in escandescenza. "In quel momento mi trovavo in questura dove stavo facendo i verbali dei miei interventi in precedenza", racconta

11.34 Pontani: "Frasi sconnesse e urla, qualcuno dava calci al paraurti dell'auto"
"Durante il percorso per andare all'Ippodromo - racconta Enzo Pontani, uno degli agenti imputati per la morte di Federico Aldrovandi - Bulgarelli gli comunica che erano arrivate ulteriori sollecitazioni d'intervento arrivando all'altezza del parcheggio abbiamo iniziato a sentire delle frasi sconnesse e delle urla c'era qualcuno all'interno del parcheggio abbiamo puntato le luci sul parcheggio perchè era buio pesto abbiamo visto una persona che ha iniziato a dare due calci al paraurti della macchina".

11.40 Pontani: "Mi ha sconvolto il suo collo taurino, Aldrovandi era fuori di sè"
Il pm Nicola Proto chiede a Pontani dettagli sulla luce che hanno acceso, sui fari dell'auto, sui dettagli del loro arrivo "Noi ci fermiamo e all'improvviso sbuca questa persona che ci dà due calci al paraurto e l'autista istintivamente fa una breve retromarcia di qualche metro, non so dire quanto". Il pm chiede conferma: "Quindi non siete scesi immediatamente?". Risposta: "No, nel primo frangente no. Ho visto questa persona che gesticolava, aveva gli occhi fuori di sè". Aggiunge che "inizialmente mi sembrava un extracomunitario perchè era scuro, forse per via dell'ombra. Quello che mi ha sconvolto - dice mimando - era il collo. Aveva il collo taurino. Era fuori di sè"

11.44 Pontani: "Urlava polizia di merda, stato di merda e ha tirato un calcio contro l'auto"
Pontani prosegue nel racconto e dice che essendo abituato a situazioni di emergenza cerca il dialogo "ma questo inizia a urlare frasi del tipo stato di merda, polizia di merda e poi mi si scaglia contro, con un calcio diretto al volto, contro la portiera". Pontani continua a spiegare la dinamica dell' aggressione. Il pm chiede maggiori dettagli sulla posizione dell'agente e del ragazzo per l'azione e sui tempi. "Il ragazzo saltava a vuoto, alzava entrambe le gambe per aria, girandosi. Appena io mi sono rivolto a lui il ragazzo ha detto le frasi che gli ho già riferito"

11.48 Pontani: "Ha messo i piedi sul paraurti e il tergicristallo poi mi ha dato un calcio"
Il pm chiede maggiori dettagli sulla posizione dell'agente e del ragazzo per l'azione e sui tempi. Pontani spiega: "Il ragazzo saltava a vuoto, alzava entrambe le gambe per aria, girandosi. Appena io mi sono rivolto a lui il ragazzo ha detto le frasi che gli ho già riferito". Il poliziotto racconta che la sequenza dei fatti è stata immediata e, su invito del pm, spiega i gesti che avrebbe fatto Aldrovandi: "Ha fatto uno scatto fulmineo ha messo il piedi destro sul paraurti per darsi uno slancio, un secondo passo sul tergicristallo per darsi slancio e il terzo per dare un calcio diretto al mio volto". Pontani spiega di essere riuscito a schivare il calcio girandosi di schiena. Pontani dice: "Me lo ricordo benissimo" e spiega che Aldrovandi dopo questo calcio a vuoto "cade a faccia a terra"

11.52 Pontani: "Era una furia scatenata, ho chiesto aiuto al mio autista"
Il pm chiede se dopo avergli tirato il calcio Aldrovandi si è alzato a terra. "Come se nulla fosse si è rialzato - racconta Pontani - sembrava rimbalzato da terra. Ha iniziato a sferrarmi calci e colpi, e io mi sono limitato a parare questi colpi poi sono riuscito a cingerlo da dietro". Il poliziotto insiste di essere stato aggredito e ripete: "Sono riuscito a cingerlo alle spalle, ad avvinghiarlo sotto le spalle, solo che era una furia scatenata e ho urlato al mia autista: vieni, aiutami. Sono riuscito mala pena a trattenerlo a terra perchè lui ha inziato a sgomitare, a calciare. Sono riuscito con uno sforzo invcredibile a girarlo e a un certo punto mi sono sentito sfiorare la pistola e ho avuto paura perchè ho pensato se mi prende la pistola qui qualcuno si fa male"

11:54 Pontani: "Sembrava di avere un pesce tra le mani"
Pontani continua il racconto di quello che successe quella mattina dicendo che anche il suo autista aveva preso un calcio. "Sembrava di avere un pesce tra le mani", dice.

11.56 Pontani: "Si è avvinghiato alla portiera, mai visto niente del genere"
Pontani continua a raccontare e spiega che quel punto l'autista torna in auto, su sua richiesta, per chiedere rinforzi. "Sono salito anche io di corsa sulla macchina, chiudo la portiera, ma a quel punto non si chiude più". Spiega che Aldrovandi "si è rialzato e si è avvinghiato alla maniglia della portiera", descrive la scena e dice: "Non ho mai visto una cosa del genere". Pontani spiega che l'autista ha iniziato a fare piccoli strattoni per vedere se il ragazzo si staccava dalla portiera.

11.59 Pontani: "Siamo andati via dal piazzale ma lui continuava a urlare"
Pontani spiega come si siano riusciti ad allontanare dal piazzale per aspettare rinforzi e nello stesso tempo per mantenere il controllo su "quella persona" che, secondo il poliziotto, "continuava a urlare". "Lo vedevamo a tratti mentre usciva e entrava nel parchetto", spiega l'agente delle volanti, che racconta di essersi preoccupato."Ero bloccato in auto, la portiera con quel tira e molla si era bloccato". Dice di non sapere quanto tempo è rimasto in auto, di non essere riuscito a calcolarlo perchè "in quei momenti si pensa ad altro non al tempo"

12.03 Il Pm: "Se era buio come ha visto il collo taurino?". Pontani: "Ho una buona vista"
Il pm gli chiede come fa ad avere visto il collo taurino di Federico se c'era tutto quel buio. Pontani risponde dicendo: "Ho una buona vista" e aggiungendo che comunque, durante la prima aggressione, "era vicinissimo a me".

12:07 Pontani: "Pensavo volesse aggredire la mia collega, mi sono messo in mezzo
A un certo punto arriva la seconda volata, con a bordo gli altri due imputati, gli agenti Monica Segatto e Paolo Forlani. La volante è guidata dalla Segatto. Pontani racconta: "Forlani riesce con due o tre strattoni ad aprirmi la porta, io scendo e spiego che c'era una persona pericolosissima che mi aveva aggredito". In quel momento, secondo la ricostruzione dei fatti dal poliziotto, Federico sarebbe uscito nuovamente dal parchetto. Pontani aggiunge: "Capisco che voleva aggredire la mia collega e ho pensato: se le salta addosso l'ammazza". "Ho visto la mia collega spaurita, che stava indietreggiando e a quel punto mi sono frapposto tra lui e lei". A quel punto, secondo la ricostruzione, Aldrovandi avrebbe indirizzato "la sua furia verso di me".

12:10 Pontani: "C'ero io e i miei colleghi. Nessun altro può dire com'è andata"

12.12 Pontani: "Federico con un calcio ha rotto il manganello di un collega"
L'imputato continua a parlare dell'aggressione, dei colpi e dei calci e ripete nuovamente: "Era una furia, non mi dava tregua. A quel punto i miei colleghi si sono avvicinati e vedendo in che situazione mi trovavo l'hanno circondato e hanno inziato a colpire con i manganelli e a chivare nel contempo i suoi calci". Pontani spiega anche che con un calcio Federico ha dato un calcio al manganello di Pollastri facendoglielo volare via. "Ho visto il pezzo di manganello volare"

12.19 Pontani: "Io e Forlani siamo riusciti a ributtare giù il ragazzo"
L'imputato continua con la descrizione della colluttazione tra Aldrovandi e l'altro agente, Paolo Forlani. Spiega che alla fine lui e il collega Forlani insieme sono riusciti "a ributtare giù il ragazzo". Il pm insiste sui manganelli, su quanti li avessero presi in mano sul momento esatto in cui li hanno afferrati. La mattina della morte di Federico Aldrovandi in via dell'Ippodromo due manganelli sono stati spezzati. Il primo, appunto, sarebbe stato rotto da Aldrovandi con un calcio.

12.23 Pontani: "L'ho ammanettato ma ha ricominciato a scalciare"
Il poliziotto continua sottolineando la difficoltà della Segatto che "poverina stava prendendo un sacco di calci". Pontani descrive la concitazione del momento, "la furia del ragazzo", le loro riflessioni "non arrivano mai le ambulanze?". Racconta anche il momento in cui, "dopo un calo di forze del ragazzo", riescono ad ammanettargli prima una poi l'altra mano dietro la schiena, in posizione supina. "Nel momento in cui dopo averlo ammanettato, mi sono alzato nuovamente lui ha ripreso a scalciare".

12.27 Pontani: "Arriva l'ambulanza e a noi sembra tutto a posto. Ma i sanitari si agitano"
Secondo Pontani le forze del ragazzo iniziano a calare nel momento in cui arriva in ausilio un auto dei carabinieri. La situazione sembra calmarsi tant'è che lui invita la collega Monica Segatto che "era distrutta e dolorante" a sedersi in auto. "Chiamo la centrale (è la telefonata delle 6.12) e sento in lontananza le ambulanze". A quel punto, con il personale del 118 sul posto, al ragazzo vengono tolte le manette e iniziano le manovre di soccorso. Gli agenti, racconta Pontani, raccolgono i manganelli, "ci mettiamo a due metri dagli operatori del 118 e ci sembrava tutto normale. Poi vediamo i sanitari agitarsi, la dottoressa anche"

12.32 Il pm fa notare a Pontani che è in contraddizione, diverbio con la difesa
Pontani spiega che fino a quando non ha visto i sanitari agitarsi era tranquillo, poi ha iniziato a preoccuparsi: "Ci chiedavamo, ma che sta succedendo, perchè?". Il pm gli fa notare che quest'ultima affermazione contrasta con la telefonata delle 6.12 in cui "sembrava molto concitato e agitato". Intervengono gli avvocati della difesa, sostenendo che non può osservare questo perchè "la stessa telefonata ad altri sembrava affannata e non preoccupata o concitata". Nasce un diverbio tra pm e difesa. Il giudice li richiama all'ordine: "Pubblico ministero faccia l'esame all'imputato e poi alla fine si riserva le sue conclusioni"

12.34 "L'abbiamo bastonato di brutto, è mezzo morto". Pontani: "Volevo solo spiegare"
Il pm riformula la domanda: "Fino al momento in cui ha visto i sanitari agitarsi era preoccupato o no?".
L'imputato risponde: "Ero tranquillo" e a quel punto il pm ripete il testo della telefonata in centrale in cui lui parlando con l'operatore il poliziotto dice: "L'abbiamo bastonato di brutto, è mezzo morto". L'imputato spiega di avere detto quella frase gergale "brutta fin che si vuole" ma per spiegare la situazione, senza essere realmente preoccupato delle condizioni del ragazzo

12.44 Pontani: "Il ragazzo non chiese aiuto. Solo urla e cose incomprensibili"
Il pm gli chiede se abbia sentito chiedere aiuto o pronunciare altre frasi a Federico Aldrovandi. Pontani risponde: "Mai, solo urla, cose incomprendibili"

12.47 Il pm: "Ha sentito urla strozzate?" Pontani: "Erano ringhi"
Il pm insiste: "Ci sono testimoni che l'hanno sentito chiedere basta". La difesa di Pontani obietta: "Cosa vuol dire tanti? Si dica di quanti testimoni si sta parlando e in che momento". Il pm chiede allora: "Ha sentito F.A. chiedere aiuto?". "Assolutamente no", risponde Pontani. Il pm prosegue: "Ha sentito delle urla strozzate?". "Erano ringhi", risponde Pontani

12.51 Pontani: "Spingere il ragazzo mentre era a terra? La polizia non fa queste cose"
Il pm chiede se quando Federico era a terra qualcuno dei poliziotti si è messo seduto a cavalcioni del ragazzo. Pontani nega: "Gliel'ho già spiegato come lo avevamo immobilizzato, tenendolo per braccia e gambe". Il pm chiede ancora se qualcuno ha spinto Federico con una mano sulla schiena, quando era a terra. Pontani nega anche questa circostanza: "La polizia non fa queste cose".

12.53 Pontani: "Non ho avuto la percezione che il ragazzo stava morendo"
"Lei ha avuto la percezione che Federico stava morendo?", chiede il pubblico ministero all'agente Pontani. "No, in tanti anni di strada - risponde lui - ho visto persone assopirsi, riprendersi..."

12.56 Pontani: "La relazione di servizio? Mi sono fatto aiutare dall'ispettore Dossi"
Si prende in esame la relazione di servizio firmata dall'imputato e prodotta, a suo stesso dire, la sera attorno alle 19, dopo essere rientrato dall'ospedale. Il poliziotto spiega: "Generalmente non mi aiuta nessuno, ma questa volta ero così distrutto che mi sono fatto aiutare dall'ispettore Dossi". E poi aggiunge: "Le relazioni sono fatte in maniera sintetiche e quando parliamo di ausilio intendiamo che abbiamo chiamato anche l'ambulanza"

13.00 Pontani: "Mi sono tolto la pistola. Un poliziotto non lo fa mai"
Il pm insiste perchè tra le accuse che vengono formulate ai poliziotti vi è anche il ritardo nel chiamare il 118. Enzo Pontani si difende da una parte con la sintesi che è "necessaria e inevitabile" nello stendere una relazione di servizio e poi ripete di avere atteso a lungo, insieme ai colleghi, l'arrivo dei medici. E ricorda anche che per la prima volta nella sua vita "si è tolto la pistola per evitare conseguenze peggiori", quando "un poliziotto non se la toglie mai". Quest'ultimo passaggio indicherebbe secondo l'imputato la sua volontà di difendere sè e i colleghi, contenendo le possibili conseguenze.

13.06 Pontani "E' stata un'aggressione nei nostri confronti. Eravamo sconvolti"
Il pm chiede se, dopo l'arrivo dei colleghi, Pontani sia rimasto sul posto per dare una mano a ricostruire quel che era accaduto. Pontani risponde: "Guardi che essendo stata un'aggressione nei nostri confronti avrei potuta trattarla io come volanti, ma proprio perchè aveva avuto un epilogo così terribile ed essendo noi sconvolti, sono intervenuti i colleghi".

13:12 Pontani viene interrogato dall'avvocato di parte civile, Fabio Anselmi
Rispondendo alle domande di Anselmi Pontani spiega di essere rimasto colpito "dall'insensibilità del ragazzo al dolore"

13.32 Pontani ripete all'avvocato di parte civile che nessuno è salito a cavalcioni su Federico
Prende la parola Beniamino Del Mercato, altro avvocato di parte civile, che chiede
informazioni sull'ammaccatura della volante e chiarimenti sulle parti finali della collutazione quando Federico era ormai a terra, ammanettato, con il volto riverso a terra, in una posizione che secondo le perizie medico-legali gli ha impedito di respirare causandone il soffocamento. Il poliziotto ripete quanto detto prima: nessuno, secondo la sua ricostruzione, sarebbe salito a cavalcioni del ragazzo o lo avrebbe spinto a terra, ma solo tenuto fermo per evitare che si divincolasse ancora

13: 46 Pontani: "Ci aspettavamo arrivasse anche un'ambulanza"
Gli avvocati che assistono la famiglia chiedono come mai i quattro agenti non abbiano chiamato l'ambulanza prima, dato lo stato di agitazione psico-fisico che Federico - a detta dell'imputato - aveva dimostrato. Pontani chiarisce di aver chiesto ausilio in senso generico, e che dunque si aspettavano che arrivasse anche un'ambulanza

13.52 L'agente Pontani viene interrogato dall'avvocato della difesa
Prendono la parola, uno a uno, gli avvocati difensori dei quattro imputati. I difensori cercano di mettere in luce come i poliziotti abbiano reagito a un'aggressione, si siano difesi, cercando di non fare degenerare la situazione e non abbiano commesso errori o ritardi nel chiamare i soccorsi. In sostanza mirano a demolire la ricostruzione del pm che li vede imputati di eccesso colposo per aver "cagionato o comunque concorso a cagionare il decesso" del 18enne

14.10 La parola al giudice. "Come spiega le ferite al volto del ragazzo?"
La parola passa al giudice Francesco Maria Caruso che chiede chiarimenti sul momento esatto in cui la portiera si è bloccata - una circostanza già racocntata da Pontani durante l'interrogatorio del Pm - e sulle parole e sulle frasi pronunciate dal ragazzo durante la prima colluttazione. Il giudice Caruso chiede anche al poliziotto come si spiega le ferite al volto del ragazzo

14.21 Pontani: "Aldrovandi si è ferito al volto cadendo dopo essersi arrampicato sull'auto"
Pontani spiega di ritenere plausibile che quelle ferite al volto siano state provocate dalla caduta del ragazzo a terra nella primissima fase della collutazione quando si è arrampicato sull'auto. Il giudice Caruso gli chiede esplicitamente: "Esclude che ci siano stati comportamenti lesivi vostri che abbiano potuto provocare quelle lesioni?". L'imputato lo esclude, continuando ad imputarle al comportamento autolesivo del ragazzo e alla sua prima aggressione

14.32 Pontani: "i manganelli li impugnavamo in 4. Lo hanno colpito alle gambe"
Il giudice Caruso chiede ulteriori chiarimenti sui manganelli. Pontani risponde: "Li impugnavamo tutti e quattro, i miei tre colleghi li hanno utilizzato per colpirlo alle gambe"

14.36 Pontani: "Il corpo venne spostato dai sanitari"
La parola passa di nuovo alla difesa che mostra all'imputato le foto dei rilievi della scientifica in via dell'Ippodromo per chiedergli ragione della posizione del corpo che, secondo l'accusa è stata spostato. L'imputato spiega che il ragazzo era stato spostato dai sanitari che lo hanno girato per prestargli i primi soccorsi

14.37 Termina l'esame del primo imputato, Enzo Pontani. Si riprende alle 15

15.15 Riprende l'udienza con l'esame dell'imputato Luca Pollastri
Il procuratore Nicola Proto chiede se riconferma la ricostruzione fornita dal precedente imputato. Pollastri la riconferma ma aggiunge alcuni dettagli ad esempio sul significato della parola ausili, che anche lui utilizza chiamando la centrale operativa. Spiega di avere immobilizzato Federico Aldrovandi che era a terra supino, di essere riuscito ad ammanettare un polso del ragazzo mentre la Segatto era sedute sulle sue gambe.

15.27 Chiarimento tra il pm e l'imputato sulle richieste di ambulanza
Il pm chiede a Pollastri: "Come mai nella prima annotazione che lei fa nella sua relazione dice che ha chiesto solo ausili, mentre nella seconda annotazione (riferita alla seconda comunicazione via radio) specifica che ha richiesto sia rinforzi che l'intervento di un'ambulanza? L'imputato, dopo un botta e risposta tra il pm e l'avvocato della difesa Vecchi che si è opposto alla formulazione della domanda, risponde sostenendo che "la relazione è per forza di cose sintetica"

15.43 Pollastri: "Ho colpito il ragazzo con lo sfollagente nella parte bassa delle gambe"
Poi l'imputato inizia a raccontare le fasi dell'ammanettamento del giovane e della rottura del suo sfollagente specificando come sia stato difficile ammanettarlo perchè sebbe il ragazzo fosse supino e bloccato dai colleghi continuava a divincolarsi. Pollastri: "Sicuramente ho colpito alcune volte con lo sfollagente il ragazzo nella parte bassa delle gambe"

15.45 Pollastri: "Non ho sentito Federico chiedere aiuto o dire 'basta'"

15.47 Pollastri: "Quando sono arrivati i carabinieri Federico era ancora vivo. Stava bene"
Il procuratore chiede all'imputato quand'è che ha visto l'ultima volta Federico Aldrovandi muoversi. Pollastri risponde: "L'ultima volta che ho visto il giovane dimenarsi è stato quando sono arrivati i carabinieri sul posto. Che era morto l'abbiamo saputo venti minuti dopo". Spiega di avere sentito il polso e di avere visto il ragazzo respirare anche quando sono arrivati i carabinieri e afferma, quindi: "Quando sono arrivati i carabinieri era sicuramente vivo. Stava sicuramente bene". Poi precisa: "Una persona che respira secondo me dal punto di vista vitale sta bene"

15.54 Pollastri: "L'abbiamo colpito solo alle gambe. Volevamo solo fermarlo"
Ha visto i suoi colleghi Segatto e Forlani usare gli sfollagente? "Sì sempre nelle gambe"
Alla domanda del pubblico ministero se lo abbiano colpito nelle parti alte del corpo risponde di no perchè "il nostro intento era solo quello di fermarlo"

15.57 Inizia l'esame di Luca Pollastri da parte degli avvocati di parte civile

16.01 Pollastri: "Non gli ho chiesto come stava, mi bastava sapere che respirava"
Incalzato dalle domande, l'imputato afferma di non avere chiesto a Federico come stava perchè "dopo quello che era successo mi bastava sapere che respirava" Era arrabbiato con lui? "No, non c'è l'ho mai con nessuno anche se mi prendo delle parole o delle botte" perchè comunque "sono un professionista"

16.05 Pollastri: "E' stato forte veder rianimare il rqagazzo senza capire perchè"
Pollastri spiega di avere passato il pomeriggio su una barella in ospedale e dice che per loro "è stata una cosa abbastanza forte vedere le pratiche di rianimazione sul ragazzo senza capirne il perchè"

16.07 Pollastri: "Le ferite alla testa? Per me compatibili con la caduta a terra"
Gli avvocati chiedono a Pollastri se abbia visto del sangue, ma la risposta dell'imputato è no. Pollastri dice di non aver mai visto una macchia di sangue dietro la testa del ragazzo e quando gli si chiede cosa ne pensa delle ferite al capo e al volto riscontrate dalle perizie medico-legali e visibili anche dalle foto della scientifica il poliziotto risponde di non esserselo chiesto, ma di ritenerle compatibili con la caduta di Federico a terra.

16.23 Il giudice chiede ancora chiarimenti su come Pollastri sia stato colpito dal ragazzo
Anche la difesa chiede all'imputato di chiarire meglio la dinamica del momento in cui ammanettano il giovane. Il giudice gli chiede in che occasione è stato colpito dal ragazzo, gli fa ripetere nuovamente la ricostruzione della collutazione fisica e del calcio che lo ha raggiunto a un braccio. Lui spiega che a seguito di un vecchio incidente medico ha dei problemi a quel braccio. Il giudice gli chiede come mai sia stato riconosciuto idoneo all'attività di polizia dai suoi superiori se ha di questi problemi al braccio. Pollastri risponde al giudice: "Meglio di me potrebbe risponderle un medico"

16.29 Viene chiamato il terzo imputato, Paolo Forlani

16.30 Forlani: "Non sapevamo cosa ci aspettava, andavamo solo ad aiutare i colleghi"
L'imputato racconta l'arrivo della volante in via Ippodromo: "Imbocchiamo la strada e la percorriamo abbastanza lentamente perchè non sapevamo che cosa ci aspettava, sapevamo solo di andare in ausilio alla volante dei colleghi". Forlani racconta del precedente intervento in via Olivieri, della comunicazione via radio della centrale che gli comunica di andare in ausilio in via Forlani e della telefonata che la Segatto fa subito dopo in centrale per avere delucidazioni poi racconta cos'ha visto appena arrivato sul posto

16.36 Forlani: "La Segatto ha chiesto ai colleghi: 'Ma vi hanno sparato?"
Forlani racconta cos'ha visto appena arrivato in via Ippodromo. "Il vetro dell'auto dei colleghi era rotto. La mia collega (Monica Segatto ndr) è scesa dall'auto e ha iniziato a chiedere: 'ma vi hanno sparato?'. Pontani gli risponde di no e gli parla di una persona esagitata, fuori di sè". L'imputato racconta che si è guardato attorno e ha visto uscire dal parco un ragazzo e dice di avere detto alla Segatto per due volte: "Apri il baule"

16.42 Forlani: "Aldrovandi era arrabbiato, carico, digrignava i denti"
Forlani continua il suo racconto e spiega di aver visto questo ragazzo "veramente arrabbiato, carico, digridgnava i denti, stava venendo avanti e mentre stavo chiudendo la portiera sento Pollastri che sollecita nuovamente l'ambulanza"

16.44 Forlani: "GLi ho afferrato il cappuccio e l'ho tirato indietro"
Forlani racconta la scena per quello che dalla sua posizione riusciva a vedere, lo vede "andare verso la Segatto" , poi spiega di avere visto la collutazione con Pontani ritrovandosi dietro "Aldrovandi" e spiega di avere iniziato anche lui a colpire con il manganello il ragazzo "per destabilizzarlo. Non c'era nessun'altra soluzione. In quel momento "mi sono gettato su di lui, gli ho afferrato il cappuccio e l'ho tirato indietro"

16.46 Forlani: "Aldrovandi mi è caduto addosso". Poi chiarisce: "E' caduto sull'asfalto"
Forlani racconta di essere rovinato a terra con Aldrovandi perchè il ragazzo lo ha preso per il maglione e lo ha trascinato. Su domanda del procuratore, chiarisce che Aldrovandi non è caduto su di lui, ma sull'asfalto e spiega che una volta a terra gli ha immobilizzato un braccio

16.51 Forlani: "Per tenerlo fermo gli ho premuto una mano sulla spalla e una sul gomito"
Il pm chiede a Forlani di entrare nel dettaglio dell'amanettamento. L'imputato spiega che
"Luca (Pollastri ndr) gli ha messo un anello, ammanettando prima un polso" e spiega che c'è riuscito nel momento in cui "il ragazzo ha avuto un calo". Poi aggiunge che "anche ammanettato si continuava ad agitare" e incalzato dalle domande del pm spiega che per tenerlo fermo gli ha premuto una mano sulla spalla e un'altra sul gomito a pancia in giù.

16.53 Forlani: "Quando l'abbiamo ammanettato Federico respirava ancora"
"In quel momento - spiega - lo stavamo trattenendo in due perchè ancora si dimenava". Gli agenti, racconta, lasciano Federico quando sentono che si è calmato. Anche Forlani, come i colleghi che lo hanno preceduto, dice che in quel momento il ragazzo respirava ancora.

16.55 Forlani: "Mai sentito dire 'basta'. Non mi sembrava facesse fatica a respirare"
Forlani spiega che non ha mai sentito Federico Aldrovandi dire basta e che non ha "assolutamente avuto percezione che fosse in pericolo di vita". Il pm gli chiede: "Ma non gli è venuto in mente di girarlo per farlo respirare?" Anche lui risponde di no perchè non aveva la sensazione che faticasse a respirare, che fosse in pericolo o che avesse chiesto aiuto

17.05 Forlani: "Il manganello si è rotto mentre cadevo per terra con Aldrovandi"
Il pm gli chiede dei manganelli spezzati e rimossi della relazione fatta al ritorno dall'ospedale, delle ferite al volto e soprattutto chiede perchè nella sua relazione abbia usato una formula in negativo per spiegare la rottura del manganello, ovvero ha escluso che si sia "rotto per colpo inferto". Lui risponde di averlo fatto perchè la relazione è sintetica e quindi ribadisce quanto detto poco prima: il manganello si sarebbe spezzato mentre lui rovinava a terra con Aldrovandi

17.19 Forlani: "Non ho sentito nessuno dire 'C'è sangue' o 'moderatevi'"
Gli avvocati di parte civile continuano a insistere su ciò che è accaduto dopo che il ragazzo è stato ammanettato e prima dell'arrivo dei carabinieri, in quella frazione di tempo in cui gli imputati sostengono che Federico era ancora vivo. Vogliono sapere che cosa si sono detti tra di loro in quei momenti, se si sono scambiati delle frasi. Chiedono all'imputato se ha sentito dire da qualcuno frasi come "Moderatevi ci sono le luci accese" o "c'è sangue". Anche lui, come gli altri imputati, nega: "Assolutamente no"

17.28 Forlani: "Voleva colpire gli agenti. Dopo che lo abbiamo ammanettato voleva rialzarsi, era reattivo"
La difesa chiede a Forlani se il ragazzo in quel momento stava dando calci anche agli altri agenti oltra a Pontani. Forlani: "Si, la sua intenzione era colpire gli agenti". "Non ho mai ricevuto in 26 anni di carriera denunce di nessun tipo" spiega Forlani. Il giudice interviene per chiedere cosa è successo dopo che gli agenti hanno ammanettato il ragazzo. Forlani spiega: "Noi lo abbiamo girato. Lui cercava di muoversi e di alzarsi. Si muoveva su un fianco e voleva ancora alzarsi. Era molto reattivo"

17.33 Forlani: "Non abbiamo verificato lo stato delle ferite del ragazzo, nè in faccia nè altrove"
Forlani ammette che non è stato verificato lo stato delle ferite del ragazzo, nè in faccia nè altrove. Il giudice chiede ancora dei chiarimenti della versione di Forlani sulla rottura del manganello. L'imputato spiega ancora: "Il mio manganello ha fatto perno sull'asfalto e si è spezzato all'altezza dell'impugnatura"

17.45 Termina la deposizione di Paolo Forlani. Ora tocca a Monica Segatto

17.43 Segatto: "Sisentivano delle urla, anzi non erano urla, erano più ringhi"
Viene ascoltata Monica Segatto, l'ultima dei quattro imputati, l'unica donna a essere presente quella notte in via Ippodromo. "Ricordo che non era una nota che aveva carattere d'urgenza" e spiega di avere chiamato la centrale per ulteriori chiarimenti, cosa piuttosto usuale. "Arriviamo in via Ippodromo molto lentamente", ricorda di avere visto la portiera lesionata e il finestrino rotto. "Si sentivano delle urla, ma urla non è il termine giusto, erano più ringhi..."

17.50 Segatto: "Aveva lo sguardo perso e la bocca aperta, con i denti serrati"
La Segatto continua a raccontare cosa avvenne dopo il suo arrivo a via Ippodromo con la seconda auto. Spiega che sentiva il ragazzo, ma non riusciva a vederlo, capiva che era all'interno del parchetto, dove era buio pesto. I colleghi le fanno un breve resoconto e le dicono di togliere la pistola. Poi il ragazzo avanza dal parchetto. "Vedo che è un uomo - racconta la poliziotta - poi mentre si avvicina vedo che è grosso". L'imputata continua a descrivere Federico Aldrovandi e spiega che la cosa che l'ha più impressionata era "lo sguardo perso" e la bocca aperta "con i denti serrati"

17.54 Segatto: "Fu il mio capopattuglia a dire di prendere almeno gli sfollagente"
La Segatto spiega che quando Enzo Pontani gli dice di mettere via le pistole, qualcun altro dice: "Almeno prendiamo gli sfollagente". Così, continua la donna, "Io e il mio capo-pattuglia lo abbiamo preso". Il pm le chiede chi ha detto di prenderli, lei risponde che probabilmente lo ha detto il suo capopattuglia. Poi ritorna con i ricordi a qualche istante prima: "Ricordo che ho chiesto se gli avevano sparato", dubbio che le è venuto alla vista del finestrino rotto e della portiera lesionata. Ripete quello che, con altre parole, hanno già detto i colleghi prima di lei, cioè i calci e i pugni che il ragazzo le avrebbe rivolto e sostiene di avere pensato: "Ma chi è ?".

17.57 Segatto: "Pontani era il suo obiettivo, ma tirava anche calci laterali"
La Segatto spiega di aver colpito Federico Aldrovandi da una posizione laterale "perchè era una persona che anadava immobilizzata". "Pur continuando a cercare di colpire Pontani" che secondo lei era ormai diventato "il suo obiettivo" Federico avrebbe cominciato a sferrare anche "calci laterali".

18.00 Segatto: "Il ragazzo non ha mai chiesto aiuto, non ha mai parlato nè prima, nè dopo la collutazione"
L'imputata poi parla del primo tentativo di bloccare il ragazzo, di quando secondo la ricostruzione, i suoi colleghi lo avrebbero atterrato della sua fatica a trattenerlo "Non ce la facevo", assicura che Federico non ha mai parlato, non ha mai chiesto aiuto o detto 'basta'. Il pm le chiede chiaramente se ha mai percepito il ragazzo come una persona che chiedeva aiuto. "Non lo ha mai fatto, non ha mai chiesto aiuto, non ha mai parlato nè prima, nè dopo la collutazione".

18.04 Segatto: "Abbiamo percepito che stava accadendo qualcosa quando sono iniziate le manovre per rianimarlo"
Il pm incalza l'imputata per sapere quando lei si è accorta che il ragazzo era morto. "All'inizio quando sono arrivati i sanitari sembrava una normale operazione sanitaria", racconta la donna, poi sono cominciate le manovre per rianimarlo "e lì abbiamo percepito che qualcosa stava accadendo. Non potevamo chiederglielo, ma dopo due minuti, tre o quattro...". La Segatto allarga le mani come a far capire che a quel punto gli era chiaro quel che stava accadendo

18.23 Adesso tocca agli avvocati di parte civile e della difesa interrogare Monica Segatto
Il Pm si risiede e prendono la parola gli avvocati di parte civile. L'avvocato le chiede se si ricorda di aver detto che era necessario chiamare un avvocato. Lei risponde che non ricorda. Intervengono gli avvocati della difesa per puntualizzare ancora le modalità dell'intervento e delle telefonate intercorse tra la centrale e le volanti. In particolare l'avvocato Pellegrini le chiede di spiegare dove si trovasse quando è stata chiamata in ausilio dei suoi colleghi e anche di chiarire perchè abbia usato il telefono e non la radio per avere maggiori informazioni. La Segatti risponde che è prassi per le comunicazioni lunghe

18.28 Polemica sull'agenda della Segatto, su cui la donna ha appuntato l'intervento
Gli avvocati di parte civile fanno notare che non esiste una relazione di servizio compilata dalla Segatto sull'intervento realizzato prima di andare in via Ippodromo e che pertanto non ci si può basare solo sulla copia della pagina dell'agenda in cui la Segatto quella notte ha annotato l'intervento. I legali chiedono che quanto meno sia acquisita come prova l'agenda originale, avanzando il sospetto che ci possa essere una falsificazione del brogliaccio della centrale operativa. In sostanza chiedono di acquisire l'originale dell'agenda per confrontarla con il brogliaccio della questura. Alla parola falsificazione la difesa insorge e il giudice fa circolare l'originale dell'agenda in maniera tale che anche gli avvocati di parte civile possano confrontare la fotocopia con l'originale. Il giudice quindi dà per acquisita la fotocopia.

18.30 La seduta è tolta. Il giudice aggiorna al 15 luglio per la diciassettesima udienza del processo Aldrovandi

Comunicato sulla quinta udienza del processo in corso a Milano contro i compagni arrestati lo scorso 12/02/2007

Inviato da autonomix | 23 Giu, 2008

21/06/2008: Comunicato sulla quinta udienza del processo in corso a Milano contro i compagni arrestati lo scorso 12/02/2007


Il dato più significativo di questa udienza, del 17/6/2008, è stata la buona riuscita del presidio davanti al tribunale con una partecipata presenza di parenti, amici, compagni di lavoro e di movimento che hanno espresso solidarietà ai compagni sotto processo ma anche a tutti i prigionieri rivoluzionari che oggi resistono alla brutalità del carcere imperialista in ogni parte del mondo, in particolare nella repressiva Europa dei padroni e in un’Italia dove, il governo della reazione e del razzismo, incattivisce sempre più le misure repressive e fasciste.
Una giornata che ha voluto con un’iniziativa concreta farci sentire uniti a tutti coloro che in questi giorni si mobilitano per la giornata dedicata ai rivoluzionari prigionieri in occasione del 19 giugno in cui si ricorda il massacro, nel 1986, da parte del governo peruviano di 300 prigionieri politici del Partito Comunista mentre eroicamente lottavano contro le condizioni carcerarie e i loro trasferimenti.
Fuori dall’aula, striscioni, volantini, una mostra sulla solidarietà internazionale, lettura di lettere dei prigionieri hanno contrastato il grigiore del tribunale di Milano accentuato da una mattinata di nubi e pioggia. La forte partecipazione di giovani, anche una delegazione straniera proveniente da Zurigo (dell’assemblea giovanile del Revolutionärer Aufbau) è stata una nota che ha infuso e dato nuovo impulso per un rinnovato slancio della solidarietà in contrapposizione, ancora una volta, all’idea del “Tramonto” veicolata da chi ha orchestrato questa inchiesta in combutta con i mass media.
Dentro l’aula, i compagni, forti nella resistenza contro le condizioni carcerarie, si sono uniti più volte al pubblico negli slogan a sostegno di tutti i prigionieri.
Vincenzo Sisi si trova ancora in isolamento nonostante le promesse del direttore del carcere di Ferrara di essere spostato di sezione, dopo il presidio del 31 maggio davanti al carcere.
Claudio Latino, invece, è stato trasferito al Centro Clinico nel carcere di Solliciano (FI) per la cura di una spalla e gli è stato imposto di rinunciare al processo se voleva sottoporsi alle terapie mediche. In una lettera alla Corte, letta in aula dall’avvocato difensore, ha denunciato di essere stato posto nella condizione di scegliere fra diritto alla salute e diritto alla difesa.
La pm Bocassini, come in altre circostanze, ha fatto la scandalizzata asserendo che ciò era impossibile e assicurando che si sarebbe indagato. Ha inoltre citato gli arresti, avvenuti in Belgio il 5 giugno scorso, di 6 compagni, quasi tutti appartenenti al Soccorso Rosso di quel paese, con un’operazione poliziesca volta a criminalizzare la solidarietà internazionale. E’ uno dei tanti tentativi di creare allarme attorno al processo, di dimostrare la pericolosità degli imputati, di fermare la solidarietà. Tentativo malriuscito visto la forte presenza solidale.
Successivamente gli avvocati della difesa hanno mosso opposizione sia all’accettazione di vari fascicoli provenienti da altre inchieste e inseriti dalla pm nelle prove d’accusa, sia alla richiesta della pm di ascoltare parte dei suoi testi incappucciati. Questa richiesta potrebbe sembrare una carnevalata, ma sappiamo bene che in realtà fa parte del disegno di ingigantire la pericolosità dei compagni dietro le sbarre per condannarli con più facilità. E’ la stessa finalità perseguita dal grottesco dispiegamento di forze di polizia di ogni tipo in aula, dalle vergognose doppie sbarre alle gabbie, dal servile e complice silenzio stampa su tutto ciò che riguarda la difesa e la solidarietà agli imputati e, invece, l’ingigantimento delle notizie fornite ai pennivendoli dall’accusa.
E’ stata inoltre presentata una perizia tecnica che smentisce in toto un’intercettazione fondamentale portata dall’accusa sui presunti preparativi di un’azione contro Ichino e che getta una pesante ombra di dubbio su tutte le trascrizioni delle intercettazioni.
Su tutte queste opposizioni, vista la grande mole di carte, di intercettazioni audio e video messe in discussione dalla difesa e quindi necessitando di tempo per visionare, la Corte ha deciso di sospendere l’udienza riaggiornando il dibattimento al 25 giugno.
Diamo appuntamento alla prossima udienza, il 25 giugno 2007

Milano, 17/04/08
Associazione solidarietà Parenti e Amici degli arrestati il 12/02/07

parentieamici@libero.it

Kandahar, assalto alla prigione, liberi centinaia di detenuti!!

Inviato da autonomix | 14 Giu, 2008
Il commando attacca un carcere per liberare oltre quattrocento compagni
Nella confusione fuggono più di mille i prigionieri, morti tra i poliziotti e i miliziani

Kandahar, assalto alla prigione
Fuga in massa dei Talebani

Un camion pieno di esplosivo fa saltare la porta dell'edificio intorno alle 22.30 locali
Poi la pioggia di fuoco con lanciarazzi, pistole e fucili, in azione anche kamikaze


Kandahar, assalto alla prigione Fuga in massa dei Talebani

Gruppo di talebani

KANDAHAR- Un vero e proprio assalto alla prigione e una fuga di massa, come nei film. Un gruppo di talebani ha fatto saltare in aria l'ingresso della principale prigione di Kandahar, in Afghanistan, dove sono imprigionati molti sospetti terroristi. Un'azione in cui sono stati impiegati esplosivo, armi leggere e lanciarazzi. I prigionieri, circa 1.100, tra cui 400 talebani, sarebbero fuggiti quasi tutti. Ci sarebbero molte vittime, tra cui poliziotti e kamikaze.

Secondo una prima versione riportata da Wali Karzai, presidente del consiglio provinciale di Kandahar e fratello del presidente, il commando avrebbe sfondato l'entrata principale con un camion pieno di esplosivo, forse guidato da un kamikaze. Poi sarebbero entrati altri kamikaze, con l'aiuto dei quali i miliziani avrebbero frantumato altri due muri della prigione, costruita principalmente di fango.

Il tutto è successo alle 22.30 locali, le 20 in Italia. "Tutti gli agenti di guardia sono morti - ha riferito il direttore della struttura Abdul Qadir alla Reuters, mentre in sottofondo si sentiva ancora il crepitio dei proiettili - Molti uomini sono rimasti sotto le macerie". I ribelli hanno poi scatenato un inferno di fuoco, con lanciarazzi, fucili e pistole.

I prigionieri, più di un migliaio, tra cui quattrocento talebani, hanno approfittato della confusione e dell'oscurità per evadere. Sempre secondo Karzai, sarebbero scappati tutti. Secondo altre fonti i fuggiaschi non arriverebbero a 800. Molti infatti potrebbero essere morti nell'incursione.

Ora è caccia all'uomo. Subito dopo la fuga, la zona è stata circondata di checkpoint e le autorità afghane hanno chiesto assistenza agli alleati. Un elicottero canadese è decollato da una postazione vicina per aiutare nelle ricerche. Ma i talebani sembrano non dare tregua ai loro oppositori. Poche ore dopo l'assalto, alcuni missili hanno colpito una base usata dalle truppe alleate, situata in un'altra zona della città.

Milano: IL CPO LA FUCINA SOTTO SGOMBERO

Inviato da autonomix | 12 Giu, 2008
Il 9 giugno alcuni operai dell’acqua potabile sono arrivati in via Falck 44 a Sesto, dove hanno sede il Cpo La Fucina e altre associazioni, con l’ordine di sospendere la fornitura di acqua. Quando i compagni presenti hanno spiegato che lo stabile è tuttora frequentato, il distacco è stato fortunatamente rinviato.
Questo stabile era gestito dal Comune di Sesto, che lo ha ceduto mesi fa alla Fondazione Pelucca, la quale intenderebbe trasformare l’area, dove tuttora convivono diverse associazioni, in un centro diurno per anziani. Soldi permettendo, ovviamente. Il Comune aveva, a suo tempo, promesso di trovare una sistemazione alternativa alle associazioni presenti, che, a parte la Fucina, erano regolari assegnatarie della sede. Tante chiacchiere, ma nessuna soluzione concreta, mentre invece la privatizzazione dello stabile, ceduto alla Fondazione Pelucca è andata avanti, creando una sorta di limbo in cui Comune e Fondazione applicano la politica dello scaricabarile e del fatto compiuto, staccando le utenze.
Quello che si configura è uno scenario già visto in decine di occasioni: si chiude uno stabile animato da iniziative che coinvolgono idee e persone, per tenerlo inutilizzato a lasciar marcire nel degrado, in attesa che partano ipotetici lavori di ristrutturazione.
Più in generale, l'annunciato sgombero della Fucina si va a sommare agli sgomberi di spazi sociali che si sono succeduti negli ultimi mesi nel territorio nazionale e milanese (dal Garibaldi alla Fornace, dall’Orso, allo spazio occupato a Lecco pochi giorni fa) e a quelli minacciati a Monza e Milano; senza dimenticare le continue minacce di sgombero alle occupazioni storiche di case (via Conterosso e via dei Transiti) o ai residenti cosiddetti ‘abusivi’, mentre la speculazione edilizia è alle stelle.
Tutto ciò necessariamente deve essere inquadrato in quel piano sistematico di desertificazione politica e sociale che il Capitale sta applicando nel tentativo di trasformare i territori in meri luoghi di transito, da un lavoro sempre più precario a una ‘casa’ sempre più ‘fortezza’, in cui rinchiuderci tutti al “sicuro” dai presunti pericoli, siano essi immigrati o writers. Le città vengono così defraudate degli spazi di aggregazione e iniziativa politica antagonisti al capitalismo mentre lascia sempre maggior agibilità a fascisti e razzisti, loro sì “in regola” e istituzionalizzati e per questo legittimati ad aprire sedi in tutta tranquillità: pare che Forza Nuova, sotto mentite spoglie, abbia fatto formale richiesta di aprire una nuova sede proprio nel comune di
Sesto!
Inutile dire che non resteremo in silenzio di fronte a questo sgombero, non solo per quello che rappresenta l’esperienza della Fucina, ma anche per difendere uno spazio di agibilità politica e sociale per giovani, anziani, lavoratori, compagni e realtà sociali per i quali in questi anni La Fucina ha rappresentato un punto di aggregazione, approfondimento e mobilitazione. Siamo convinti che la chiusura di ogni singolo spazio di lotta, rappresenti un indebolimento per tutti coloro che vogliono far vivere contenuti e valori diversi da quelli che vanno ora per la maggiore: l’uguaglianza sociale, la libertà, l’antifascismo, la solidarietà di classe, la lotta contro lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sull’ambiente, la difesa del diritto alla casa e ai servizi sociali, l’internazionalismo e la resistenza contro la guerra imperialista.
Nei prossimi giorni continueremo a vigilare per contrastare altri tentativi di ‘distacco-coatto’, sviluppando iniziative per dare un segnale chiaro ai padroni della città: la lotta continua!

No agli sgomberi degli spazi sociali!

09/06/2008
Cpo la Fucina, via Falck 44 Sesto S.G.

cplafucina@yahoo.it

Abruzzo - Perquisizione al Laboratorio Anarchico "Il Mulino"

Inviato da autonomix | 12 Giu, 2008

Marted 10 giugno una ventina di sgherri, tra DIGOS, polizia e scientifica, effettuavano una perquisizione nel Laboratorio Anarchico il Mulino durante lora di apertura al pubblico. La perquisizione veniva effettuata con la scusa di un danneggiamento, e la ricerca di materiale di natura eversiva. Venivano sequestrati libri, opuscoli e volantini, e venivano fotocopiate le copertine di un'ottantina di libri. La scientifica ha effettuato meticolose riprese video, e copiato l'hardisk del computer.
La perquisa si è estesa nelle abitazioni di due compagni, provincia di Chieti e Teramo.

Dalle minacce sbirresce, e dalle infamità dei quotidiani del giorno seguente, veniamo a conoscenza di un imminente sgombero del Laboratorio.
In una società che emargina e rinchiude il diverso, e reprime fino alla morte i ribelli, la scusa dello sgombero di un posto in affitto è che utilizzato in modo non conforme alla sua destinazione.
Ben sappiamo che non si tratta di conformità igienica, ma di non conformità di pensiero e di vita a quello che ci vogliono imporre.

Il Laboratorio continua nella sua attività con la gioia che solo la rivolta concede.

ANARCHICI DEL LABORATORIO

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