SU I FATTI DI GENOVA 2001

Inviato da autonomix | 28 Dic, 2007
GENOVA 2001: (ALTRE) COSE DA NON DIMENTICARE (Network Antagonista Torinese)


Italia, dicembre 2007 - La sentenza di primo grado nel processo contro i 25 manifestant* che nelle giornate del G8 del 2001 hanno protestato contro le logiche e gli effetti della globalizzazione capitalista hanno rappresentato una cattiva notizia annunciata. Tuttavia alcuni aspetti della sentenza possono stimolare riflessioni non banali su aspetti che crediamo siano passati in secondo piano negli interventi di queste settimane.
Se la decisione del tribunale di Genova di condannare sostanzialmente tutti gli imputati (uno soltanto è stato assolto) fa da sfondo al messaggio politico generale (i manifestanti hanno avuto torto, lo stato ha avuto ed ha, a posteriori, ragione), un aspetto che non andrebbe sottovalutato è quello relativo alla notevole differenza tra le richieste formulate dall’accusa e le pene effettivamente comminate. Non si tratta della differenza complessiva degli anni di carcere destinati agli imputati, quanto piuttosto delle differenze nella distribuzione delle pene.
Se la tesi della procura di Genova era che tutti gli imputati (e di riflesso tutti i manifestanti “ignoti” che presero parte agli episodi in esame) fossero ugualmente colpevoli, e perciò dovessero ricevere condanne sostanzialmente uniformi, i giudici hanno voluto contestare questa impostazione. In particolare, secondo il tribunale, si tratta di distinguere due entità politiche: il “corteo di via Tolemaide” e il “Black Block”. Tanto i manifestanti che in via Tolemaide hanno resistito alle cariche dei carabinieri quanto coloro che altrove hanno praticato azioni dirette e hanno risposto alle cariche sono cioè colpevoli, ma in modo diverso: mentre per i primi si delinea una lesione “tradizionale” dell’ordine pubblico (qualificabile come resistenza a pubblico ufficiale, lesioni, danneggiamento, travisamento, ecc.), nel secondo caso scatta la condanna per il ben più grave reato di devastazione e saccheggio. La conseguenza è che mentre gli imputati di via Tolemaide ricevono in primo grado condanne tipiche, a livello quantitativo, per i militanti delle aree antagoniste che vengono processati per scontri di piazza (in particolare si tratta di pene inferiori alla soglia significativa dei 2-3 anni), i presunti appartenenti al Black Block vengono puniti con periodi di reclusione che giungono fino e oltre gli 11 anni, e in tre casi si applicano immediatamente misure di libertà vigilata in attesa del secondo grado.

La tesi fatta propria dai giudici differisce da quella dei PM perché circoscrive la paranoia cospirativa al solo Black Block, o comunque a chi è processato per fatti che non sono quelli di via Tolemaide e immediati dintorni. Là si sarebbe trattato di atti illegali commessi contro agenti dei CC e contro l’arredo urbano in presenza di uno scontro – peraltro determinato da una carica che i giudici considerano piuttosto apertamente essere stata illegittima –, mentre nell’altro caso si ravvisa una scelta non imposta dalla circostanza di una carica, ma predeterminata.
Come abbiamo scritto e ribadito più volte fin dal luglio 2001, la nostra lettura dei fatti di Genova tende a oltrepassare criticamente le distinzioni scolastiche e le astrazioni formali rispetto agli episodi di resistenza e azione diretta di quei giorni, che sono tutti da valorizzare politicamente e storicamente, siano essi avvenutoin corso Torino, in via Tolemaide o altrove. Le azioni dirette, le barricate e le resistenze contro carabinieri, polizia e guardia di finanza sono state praticate da migliaia e migliaia di persone e da centinaia di soggetti politici più o meno strutturati, provenienti da percorsi politici e storie geografiche molto differenti. Che i giudici, d’altro lato, scrivano oggi una storia diversa, sia nel tentativo di criminalizzare le lotte nel loro complesso, sia praticando distinzioni forzose nella ricerca di capri espiatori, non stupisce. Quello che stupisce è invece che nessuno abbia rilevato con quale precisione la tesi del tribunale sia sovrapponibile alla narrazione giornalistica dei fatti di Genova che si è imposta già durante i fatti, e non è più cambiata. Una narrazione che purtroppo è stata avallata anche da importanti settori del movimento.
Secondo questa versione da una parte ci furono manifestanti (divisi in associazioni, partiti e disobbedienti) e dall’altra il Black Block. Stando a quanto scritto anche in molti opuscoli e libri comparsi dopo il G8, il BB sarebbe stato un attore estraneo e ambiguo, e ancora nelle ricostruzioni giornalistiche recenti (come i documentari a cura di Minoli e Lucarelli per la Rai), siamo in presenza del mito di un BB compatto e militarizzato, tutto intento a cospirare anzitutto contro gli altri manifestanti, magari in combutta con la polizia. (Le immagini che ritraggono presunti infiltrati non spiegano peraltro in che senso essi “farebbero parte” del “Black Block”, senza contare che lo stesso ministero degli interni ha più volte ammesso di aver messo in atto tentativi di infiltrazione in ogni settore del movimento).

La verità è che la caccia al capro espiatorio è iniziata molto prima di questa sentenza, e questa sentenza la rispecchia piuttosto tristemente. I politici del PRC che si vantavano sui giornali di aver indicato per telefono alla polizia la posizione dei “devastatori”, Giuliano Giuliani che – nessuno ha mai capito a quale titolo – insultava le compagne e i compagni dalle colonne dei quotidiani (in attesa di poter ben presto stringere davanti ai riflettori la mano ad alti funzionari della PS) sono stati accompagnati da dichiarazioni degli organizzatori del corteo di via Tolemaide dove si dichiarava di avere le prove che il BB aveva agito su indicazione dei carabinieri, e si indicavano curiosamente tutta una serie di manifestanti come “estranei al movimento”.
Il Manifesto ha continuato per settimane a coprire di insulti, illazioni e menzogne un BB invero molto generico, dove venivano catalogati tutti i “neri” (la maggior parte dei quali come è noto non vestivano affatto di nero) che avevano rovinato il progetto iniziale di giornate festose, pacifiche e colorate (leggi compatibili). Gli stessi film prodotti nel 2001 e distribuiti dal Manifesto mettono in risalto le presunte ambiguità politiche del BB, fino ad alludere addirittura a una matrice fascista degli atti compiuti dai soggetti non inquadrabili nelle strutture del GSF. Poche settimane dopo un personaggio di spicco del Sisde, appena nominato da Prodi e probabilmente su sua indicazione (come ricostruito dettagliatamente dalla stampa nazionale alcuni mesi fa) inventa la bufala di infiltrazioni neonaziste tra i manifestanti “violenti”, e viene divulgata l’ennesima menzogna.

Alla fine dei conti, però, il prezzo più alto lo stanno pagando proprio alcuni dei cosiddetti “violenti”, quelli cioè che stavano per scelta fuori del GSF, cioè dalla variegata congerie di personaggi e organizzazioni oggi in gran parte interni al sistema di governo del centro-sinistra, che hanno ben presto lasciato i cortei per le poltrone, che di fatto hanno impedito ai successivi movimenti contro la guerra di imboccare una strada conflittuale e costruita su una critica viva e lontana dalla retorica, che in alcuni casi hanno sfilato in seguito in favore all’invio di truppe italiane in Libano (o ce le hanno mandate, come hanno contribuito coi loro partiti alla prosecuzione dell’occupazione dell’Afghanistan).
Chi paga di più invece oggi sono proprio quelli che, secondo qualche mente fantasiosa e nella maggior parte dei casi disonesta, avrebbero agito soggettivamente o oggettivamente in favore della repressione del movimento, quindi nell’interesse del potere. E perché, allora, il potere oggi li condanna? E perché chi già allora li condannò, oggi è al potere?
Anche questi interrogativi meritano una riflessione storica, perché la storia del movimento è storia di tutto il movimento: comprende anche i soggetti scomodi da ricordare o analizzare, per una ragione (aver usato il movimento per fini estranei ad esso, magari con il supporto di parti di esso) o per l’altra (aver arricchito il movimento di una pluralità di forme di lotta, anche fuori dalle regole pattuite dal GSF con i responsabili dell’ordine pubblico). L’esercizio della memoria, insomma, è foriero di difficoltà e omissioni per i nostri nemici ma – se profondo e critico – anche per la stessa soggettività politica che, in forme spesso problematiche, ha cercato di affrontarli come tali in quelle giornate.

Network Antagonista Torinese
(csoa Askatasuna - csa Murazzi - collettivo universitario autonomo)

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