COSENZA: SIAMO PRONTI...
Inviato da autonomix | 30 Gen, 2008
50 anni di galera: basterebbe questa cifra per
annunciare battaglia alla richiesta di condanne formulata il 24 gennaio
dal pubblico ministero di Cosenza, Fiordalisi, nei confronti di 13
compagne e compagni imputati per associazione sovversiva e cospirazione
politica. Ma non è sufficiente.
C’è infatti un dato che è stato ampiamente trascurato dalle cronache giornalistiche, e forse sottovalutato in alcune analisi di movimento: la richiesta di 26 anni complessivi di libertà vigilata per pericolosità sociale. Non si tratta semplicemente di un’aggravante in termini quantitativi, ma innanzitutto qualitativi. Proviamo a chiarire, leggendo in questo processo alcuni elementi paradigmatici rispetto alle trasformazioni delle forme di controllo e attacco ai movimenti degli ultimi anni.
Il teorema accusatorio di Fiordalisi è basato sul nulla, cioè su intercettazioni telefoniche in cui non si prova null’altro che gli imputati sono attivisti politici. Sponsorizzato da un’informativa dei Ros tesa ad arrestare l’onda montante dei movimenti, Fiordalisi ha agito come un autoimprenditore del sistema penale: formulando un folle capo d’imputazione, senza alcuna necessità di doverlo dimostrare, ha ottenuto nell’immediato ciò che voleva, cioè visibilità mediatica e possibilità di carriera, mandando nel novembre 2002 18 persone nei carceri speciali, con lo strascico di arresti domiciliari e obblighi di firma. Ecco il primo elemento: i capi di imputazione hanno come primo obiettivo quello di ottenere un’immediata limitazione delle libertà degli attivisti, indipendentemente dalla possibilità di essere dimostrate in sede processuale. Il meccanismo giuridico si rovescia: non spetta all’accusa di dover provare la colpevolezza, ma grava sull’imputato l’onere di dimostrare la propria innocenza. Così è stato per l’uso dispiegato delle imputazioni di devastazione e saccheggio, della ripresa dei reati associativi, dell’utilizzo dell’articolo 1 nei confronti dei soggetti ritenuti dalle questure “socialmente pericolosi”.
Arrivato in sede processuale, dopo essersi sfilato quando il processo perdeva di visibilità, Fiordalisi ritorna per calcare il palcoscenico mediatico con la propria requisitoria. E qui tira fuori dal cilindro un doppio livello. A fronte della non sostenibilità delle sue accuse, chiede da un lato condanne pesantissime, tentando di confermare il suo grottesco castello accusatorio; dall’altro, cerca di mercanteggiare la sua posizione con il giudice offrendo un compromesso, cioè concedergli la non totale infondatezza del suo teorema e riconoscendo che – anche se non costituissero un’associazione sovversiva – i suoi imputati sono comunque socialmente pericolosi, dunque da controllare. Se sospettassimo che Fiordalisi fosse un attento lettore di Philip Dick, potremmo pensare che ha cercato di riprodurne le dimensioni paranoiche della sua preveggenza fantascientifica. Più banalmente, questo processo si pone in continuità – secondo elemento da evidenziare – con quel paradigma del controllo preventivo che ormai è il dispositivo di guerra a bassa intensità dichiarato ai movimenti.
Terzo elemento, infine. Non solo il teorema di Fiordalisi è completamente costruito attraverso le intercettazioni telefoniche, ma il pubblico ministero nella sua requisitoria ha esplicitamente dichiarato di vedere dietro all’utilizzo dei mezzi di comunicazione telematici il nascondersi di pericolose forme di cospirazione. Ad essere messa sotto accusa è quindi quella stessa capacità cooperativa, relazionale e comunicativa che sta alla base delle forme di produzione contemporanee.
Per combattere adeguatamente i nuovi dispositivo di controllo è necessario comprenderle, cogliendo anche i punti di discontinuità con le rappresentazioni classiche della repressione. Laddove l’espressione moltitudinaria e le lotte del lavoro vivo hanno messo in crisi le forme tradizionali di governo, pena e disciplinamento, queste sono costrette a riconfigurarsi.
Il nuovo scenario, cioè il mutamento del sistema penale all’interno dei processi di governance, non è né meglio né peggio di quello precedente: è semplicemente differente. Le misure del controllo preventivo, che si nutrono della costruzione della figura del “socialmente pericoloso”, intervengono per tentare di rispondere alla forza dei movimenti, alla ricchezza dell’autorganizzazione e alle possibilità di liberazione della cooperazione sociale.
Se un arco garantista esiste, è proprio qua che deve intervenire: non solo a fronte delle eclatanti e spettacolari operazioni di carcerazione, non solo contro le folli condanne che si accumulano su chi dissente, ma anche per garantire l’agibilità politica degli attivisti. È questa che il paradigma della prevenzione vuole innanzitutto colpire. Da parte nostra, saremo per le strade di Cosenza sabato 2 febbraio, portando quella stessa determinazione che ci ha accompagnato a Genova insieme ad altre 100.000 persone. Soprattutto, continueremo con la gioia di sempre i nostri percorsi nelle università e con i precari, nei centri sociali e nella costruzione di spazio pubblico, contro la guerra e i dispositivi securitari. Perché è la continuazione dei processi di liberazione l’unico modo per lottare contro i processi costruiti sui teoremi.
C’è infatti un dato che è stato ampiamente trascurato dalle cronache giornalistiche, e forse sottovalutato in alcune analisi di movimento: la richiesta di 26 anni complessivi di libertà vigilata per pericolosità sociale. Non si tratta semplicemente di un’aggravante in termini quantitativi, ma innanzitutto qualitativi. Proviamo a chiarire, leggendo in questo processo alcuni elementi paradigmatici rispetto alle trasformazioni delle forme di controllo e attacco ai movimenti degli ultimi anni.
Il teorema accusatorio di Fiordalisi è basato sul nulla, cioè su intercettazioni telefoniche in cui non si prova null’altro che gli imputati sono attivisti politici. Sponsorizzato da un’informativa dei Ros tesa ad arrestare l’onda montante dei movimenti, Fiordalisi ha agito come un autoimprenditore del sistema penale: formulando un folle capo d’imputazione, senza alcuna necessità di doverlo dimostrare, ha ottenuto nell’immediato ciò che voleva, cioè visibilità mediatica e possibilità di carriera, mandando nel novembre 2002 18 persone nei carceri speciali, con lo strascico di arresti domiciliari e obblighi di firma. Ecco il primo elemento: i capi di imputazione hanno come primo obiettivo quello di ottenere un’immediata limitazione delle libertà degli attivisti, indipendentemente dalla possibilità di essere dimostrate in sede processuale. Il meccanismo giuridico si rovescia: non spetta all’accusa di dover provare la colpevolezza, ma grava sull’imputato l’onere di dimostrare la propria innocenza. Così è stato per l’uso dispiegato delle imputazioni di devastazione e saccheggio, della ripresa dei reati associativi, dell’utilizzo dell’articolo 1 nei confronti dei soggetti ritenuti dalle questure “socialmente pericolosi”.
Arrivato in sede processuale, dopo essersi sfilato quando il processo perdeva di visibilità, Fiordalisi ritorna per calcare il palcoscenico mediatico con la propria requisitoria. E qui tira fuori dal cilindro un doppio livello. A fronte della non sostenibilità delle sue accuse, chiede da un lato condanne pesantissime, tentando di confermare il suo grottesco castello accusatorio; dall’altro, cerca di mercanteggiare la sua posizione con il giudice offrendo un compromesso, cioè concedergli la non totale infondatezza del suo teorema e riconoscendo che – anche se non costituissero un’associazione sovversiva – i suoi imputati sono comunque socialmente pericolosi, dunque da controllare. Se sospettassimo che Fiordalisi fosse un attento lettore di Philip Dick, potremmo pensare che ha cercato di riprodurne le dimensioni paranoiche della sua preveggenza fantascientifica. Più banalmente, questo processo si pone in continuità – secondo elemento da evidenziare – con quel paradigma del controllo preventivo che ormai è il dispositivo di guerra a bassa intensità dichiarato ai movimenti.
Terzo elemento, infine. Non solo il teorema di Fiordalisi è completamente costruito attraverso le intercettazioni telefoniche, ma il pubblico ministero nella sua requisitoria ha esplicitamente dichiarato di vedere dietro all’utilizzo dei mezzi di comunicazione telematici il nascondersi di pericolose forme di cospirazione. Ad essere messa sotto accusa è quindi quella stessa capacità cooperativa, relazionale e comunicativa che sta alla base delle forme di produzione contemporanee.
Per combattere adeguatamente i nuovi dispositivo di controllo è necessario comprenderle, cogliendo anche i punti di discontinuità con le rappresentazioni classiche della repressione. Laddove l’espressione moltitudinaria e le lotte del lavoro vivo hanno messo in crisi le forme tradizionali di governo, pena e disciplinamento, queste sono costrette a riconfigurarsi.
Il nuovo scenario, cioè il mutamento del sistema penale all’interno dei processi di governance, non è né meglio né peggio di quello precedente: è semplicemente differente. Le misure del controllo preventivo, che si nutrono della costruzione della figura del “socialmente pericoloso”, intervengono per tentare di rispondere alla forza dei movimenti, alla ricchezza dell’autorganizzazione e alle possibilità di liberazione della cooperazione sociale.
Se un arco garantista esiste, è proprio qua che deve intervenire: non solo a fronte delle eclatanti e spettacolari operazioni di carcerazione, non solo contro le folli condanne che si accumulano su chi dissente, ma anche per garantire l’agibilità politica degli attivisti. È questa che il paradigma della prevenzione vuole innanzitutto colpire. Da parte nostra, saremo per le strade di Cosenza sabato 2 febbraio, portando quella stessa determinazione che ci ha accompagnato a Genova insieme ad altre 100.000 persone. Soprattutto, continueremo con la gioia di sempre i nostri percorsi nelle università e con i precari, nei centri sociali e nella costruzione di spazio pubblico, contro la guerra e i dispositivi securitari. Perché è la continuazione dei processi di liberazione l’unico modo per lottare contro i processi costruiti sui teoremi.
LifeType