DUE GIORNI DI CONFRONTO E DISCUSSIONE AL CRASH!

Inviato da autonomix | 27 Feb, 2008
2 marzo 2008 @ Laboratorio occupato Crash (via Zanardi 106 - Bologna) 2 gg di confronto e discussione: "Istituzioni/Movimenti/Crisi della rappresentanza"

Con la caduta del governo Prodi, lo scenario della politica istituzionale italiana si appresta a rimodellarsi sulla base di nuove esigenze e di nuovi modelli di amministrazione del sociale. Sebbene la crisi di legittimità della rappresentanza politica si estenda ben oltre i limiti spaziali e temporali di quest'ultimo turn-over governativo, con difficoltà si colgono segnali positivi di una ripresa della conflittualità sociale, solo occasionalmente questa lontananza della politica istituzionale dalla sostanzialità del sociale trova forma in istanze di radicale cambiamento dell'esistente. Si aprono spazi in cui i conflitti si delineano come non mediati e non mediabili, ma, dall'altro lato, essi sembrano inscriversi all'interno di una tendenziale incapacità di individuare priorità nelle lotte, di innescare a catena altri conflitti, di estendere le proprie maglie fino a divenire crisi sistemica.

Consci della caduta, assieme a questo governo, della illusoria prospettiva di un cambiamento da ricercarsi all'interno del quadro istituzionale, che aveva connotato alcuni settori del movimento reduce dei social-forum, rimane ora il compito di rilanciare su una base più organica battaglie e lotte che in questi anni hanno saputo in ogni caso darsi passaggi di forte visibilità. Per farlo fondamentale è ricercare quel sistematico confronto, quella potenziale unità di intenti che costituiscono condizione necessaria per ancorare le battaglie che quotidianamente portiamo avanti nei territori ad un progetto più esteso e complessivo, capace di divenire proposta concreta e materiale di nuove lotte e battaglie.

Da qui nasce l'esigenza di avviare percorsi di confronto ad un livello più esteso: la capacità di essere agenti protagonisti dei conflitti che emergono passa inevitabilmente dalla ricomposizione dei soggetti che li agiscono, dall'individuazione delle contraddizioni sistemiche, dalla capacità di articolare battaglie laddove queste contraddizioni possono diventare punti critici della tenuta complessiva.

L'intento rimane comunque quello di eleggere, destinandoli a successivi momenti di confronto a partire dall'appuntamento di Torino in occasione delle iniziative di boicottaggio del Salone del Libro, altri argomenti sui quali intavolare una discussione ed un confronto.

All’interno della 2 gg i compagn* di Torino presenteranno anche il percorso di mobilitazione che, assieme ad altre forze politiche e sociali, stanno costruendo in direzione dell’edizione annuale della Fiera del Libro (la più grossa kermesse culturale del capoluogo piemontese) che quest’anno vede come ospite d’onore lo stato d’Israele.
Lungi dalla casualità, l’invito fatto allo stato sionista si configura come una decisa e interessata scelta politica volta ad offrire una vetrina d’immagine ad uno stato d’apartheid nel 60° anniversario della sua fondazione, senza considerare che per qualcun altro quell’evento ha costituito l’inizio di una catastrofe (Nakba) sempre rinnovata. Né convince la retorica letterarista rivendicante una supposta autonomia del culturale, Retorica questa delle più pericolose, non a caso abbracciata da una miriade via via crescente di scrittori di tutti i generi (e qualità) tanto desiderosi di pensarsi e palesarsi nella propria separatezza.
Boicottare questa Fiera del Libro non corrisponde a nessuna pregiudiziale ostilità contro la cultura ebraica ma si definisce anzi come scelta politica lucida e consapevole di quante e quanti non accettano il ricatto morale che pone sullo stesso piano l’antisionismo (posizionamento politico) con l’antisemitismo (ideologia razzista).


@ Laboratorio Occupato Crash
via Zanardi 106 - Bologna
1-2 marzo 2008

Mobilitazione a Firenze contro la repressione: 1° Marzo

Inviato da autonomix | 24 Feb, 2008
7 anni di carcere per Resistenza alla Guerra.
Questa è la sentenza che il Tribunale di Firenze ha emesso il 28 gennaio 2008 per 13 manifestanti che il 13 maggio 1999, in occasione dello sciopero generale del sindacalismo di base contro la guerra della Nato nella ex Jugoslavia, “resistettero” alle cariche sotto il Consolato Usa. 7 anni per resistenza aggravata. E’ chiaro che l’unica aggravante in una sentenza così vergognosa è quella politica. La stessa volontà di vendetta presente nella sentenza di Genova per il G8 del 2001 e nelle richieste dell’accusa per il processo di Cosenza contro il Sud Ribelle, come i processi di Milano per gli antifascisti. Queste sentenze vogliono sancire lo slittamento del conflitto sociale all'interno della normativa penale. Una normativa ed un diritto penale, che rimane legato al Codice Rocco del ventennio fascista, e prevede di fatto tali pene (fino a 15 anni) così pesanti per reati connessi all’ordine pubblico, come quello di resistenza a pubblico ufficiale. Per lo stato la conflittualità politica non è ammessa, e l’incompatibilità con il sistema istituzionale si paga a caro prezzo. Declinare e rinchiudere 10 anni di movimento nelle aule giudiziarie, questo crediamo sia il senso di questa come di innumerevoli altre storie giudiziarie. E’l’altra faccia del delirio che avvolge le città e che si presenta come tema principale della prossima scadenza elettorale. Sperimentare la tenuta di "nuovi" reati, quali devastazione e saccheggio, mantenendo i "vecchi" resistenza e danneggiamento. Dal 1999 in poi, anno della guerra nei Balcani, innumerevoli sono le inchieste e le condanne per reati che vanno dai danneggiamenti ai blocchi contro le grandi opere, dall’associazione sovversiva alla resistenza, dalle occupazioni di case e spazi sociali. I provvedimenti legislativi servono a qualificare tutte le forme di insorgenza come emergenza ed a dettare continui stati di eccezionalità.,La vera emergenza riteniamo sia quella dell’agibilità dell’iniziativa politica. Ed in questo senso questa è una sentenza che parla a tutti. Non c’è più spazio per una critica al sistema. Non si deve manifestare, tanto meno contro la guerra. E poi, se al governo c'è il centrosinistra è ancora più grave, viene meno ogni "giustificazione politica". Quella di Firenze è una sentenza che va oltre ogni misura e rappresenta uno strappo nello stesso tessuto giuridico-repressivo del paese. E’ una sentenza che lancia un messaggio preciso: tutti da punire severamente e simbolicamente, in questo caso con 7 anni di carcere per avere manifestato contro la guerra. Di fronte a quello che sta succedendo a Firenze e non solo, crediamo non si possa e non si debba stare zitti. Crediamo necessaria una mobilitazione forte e continuativa che sappia far vivere questo processo in città e nei movimenti. Una mobilitazione che sappia rispondere al significato politico delle sentenze e nello stesso tempo costruisca e faccia crescere il movimento: per rispondere ai tentativi di criminalizzare con una generalizzazione delle pratiche conflittuali e con la capacità di mettere davanti la solidarietà alle divisioni. Un movimento capace di tenere alta la testa e di rovesciare la sentenza di Firenze e le altre analoghe.

SABATO 1 MARZO ad un mese dalle condanne GIORNATA DI MOBILITAZIONE

MATTINA ASSEMBLEA NAZIONALE del Patto contro la guerra

MANIFESTAZIONE ORE 15.OO PIAZZA SAN MARCO

Cantiere Sociale K100fuegos, Movimento Antagonista Toscano, Cpa Firenze sud, Collettivo Politico di Scienze Politiche, Collettivo FuoriLOGO di Economia, Voci dalla Macchia, Rete dei Collettivi Studenti Medi Fiorentini

LIVORNO, OCCUPATA LA GRAN GUARDIA!

Inviato da autonomix | 22 Feb, 2008


22 febbraio 2008 - Era nell'aria da parecchi giorni e c'erano volantini su tutti i muri della città ma forse nessuno si aspettava che l'occupazione rivendicativa del Movimento Antagonista Livornese colpisse lo storico teatro della Gran Guardia, ex fiore all'occhiello della città e in procinto di diventare una galleria di negozi (almeno così dicono....).


Un'occupazione che gli "organizzatori" chiamano rivendicativa perchè pensata e portata avanti per fare luce sul problema più devastante che sta colpendo i livornesi, in particolare le giovani generazioni: l'accesso alla casa e a una vita indipendente.

La data non è casuale perchè proprio in questi giorni è stato riaperto il bando per la graduatoria delle case popolari ma, come fanno capire anche negli uffici preposti, non ci sarà molto da distribuire perchè di case popolari da riassegnare ce ne sono poche, forse nessuna.

Proprio per questo gli occupanti lanciano dal palco, reale e mediatico, della Gran Guardia un appello/rivendicazione al Sindaco chiedendo di destinare gli immobili (ex caserme) che presto passeranno dal Ministero della Difesa agli enti locali, all'edilizia popolare dando il via a delle vere politiche abitative che allentino il giogo dei mutui, degli affitti inaccessibili e dei 3000 euro il metro quadro sulle fasce medio-basse della popolazione. (red)

 

Valerio Vive- a 28 anni dalla morte di Valerio Verbano, per mano fascista

Inviato da autonomix | 22 Feb, 2008

"Siamo amici di suo figlio e vorremmo parlargli". Il 22 febbraio del 1980 a Roma tre ragazzi armati e con il volto coperto fanno irruzione in casa Verbano, al quarto piano di Via Montebianco 114 al quartiere Montesacro. Legano e imbavagliano il padre e la madre e attendono l’arrivo del loro unico figlio Valerio, 18 anni, attivista di Autonomia Operaia, che in quel momento è ancora a scuola. Ai genitori dicono che devono solo fare delle domande a Valerio, vogliono sapere dei nomi. Sono le ore 13 circa.
Passano 50 minuti, durante i quali gli assassini rovistano nella camera da letto di Valerio, 50 minuti in cui la madre spera che il figlio faccia un incidente con la vespetta e non rientri a casa. Ma Valerio torna. Appena apre la porta i genitori sentono i rumori di una colluttazione, le grida del figlio e uno sparo soffocato. I tre assassini scappano di corsa per le scale, quasi subito accorrono i vicini che slegano i genitori e soccorrono Valerio, ma ormai non c’e’ più niente da fare, l’unico proiettile e’ entrato nella spalla sinistra, dall’alto verso il basso e ha reciso l’aorta uccidendo il ragazzo. Nella fuga i banditi lasciano un paio d’occhiali da sole, un bottone, una pistola con silenziatore e quasi inspiegabilmente un guinzaglio per cani.

L’omicidio di Valerio Verbano è uno dei grandi enigmi degli anni di piombo. Un assassinio dalle mille ipotesi rivendicato sia da destra che da sinistra, che apre squarci improvvisi su anni inquieti  e che rimane ancora oggi insoluto. “ Molti sono stati i pentiti di destra e di sinistra che hanno cercato di ricostruire le dinamiche che avvenivano in quegli anni. Solo alcuni omicidi non hanno trovato una paternità nonostante le numerose confessioni rese da moltissime persone e tra i pochissimi quello di Valerio Verbano” (Antonio Capaldo, magistrato).
 
Le rivendicazioni
Lo stesso giorno dell’omicidio arrivano due rivendicazioni la prima è di una formazione di sinistra “Gruppo Proletario Rivoluzionario Armato” che afferma di aver ucciso Verbano perchè è una spia, un delatore, un “servo della polizia” anche se dicono “è stato un errore, volevamo solo gambizzarlo”. Un’ora dopo verso le 21 arriva una seconda rivendicazione dei “Nuclei Armati Rivoluzionari, avanguardia di fuoco” (NAR), la sigla di punta dell’estrema destra:

“Abbiamo giustiziato Valerio Verbano mandante dell’omicidio Cecchetti. Il colpo che l’ha ucciso è un calibro 38. Abbiamo lasciato nell’appartamento una calibro 7.65. La polizia l’ha nascosta”. In tarda serata arriva un'altra telefonata del Movimento Popolare Rivoluzionario, una formazione di destra.

Il giorno dopo arrivano le smentite la prima è del “Gruppo Proletario Rivoluzionario Armato” con un volantino, poi quella dei NAR: “Non avevamo nessun interesse a suscitare una guerra tra movimenti rivoluzionari”. Un altro volantino recapitato verso mezzogiorno, sempre dei NAR (“comandi Thor, Balder e Tir”), non parla esplicitamente di Verbano ma del “martello di Thor che ha colpito a Montesacro”. Dieci giorni dopo compare un altro volantino a Padova ancora a firma NAR che smentisce categoricamente qualsiasi coinvolgimento nel delitto Verbano. Ma per gli inquirenti la rivendicazione più probabile è la prima telefonata dei NAR, che fa a riferimento al calibro 38. Quando arrivò quella telefonata infatti non c’era ancora la conferma del medico legale sul calibro che aveva ucciso Valerio. Come potevano saperlo?

Valerio

Valerio era figlio unico, si interessava di politica, ma in casa, ricorda la mamma Carla , non se ne parlava mai. I genitori non erano dunque a conoscenza del coinvolgimento e del grado d’impegno di Valerio. Il rapporto in casa era comunque tranquillo Valerio studiava, usciva con gli amici, aveva la sua fidanzata: un ragazzo normale come tanti.

La militanza politica di Valerio Verbano comincia nel 1975 al liceo scientifico Archimede sezione D. Una militanza attiva che non evita lo scontro fisico e diretto con l’avversario. Valerio va in palestra pratica il judo e il karate dall’età di otto anni. I suoi interessi comprendono anche la musica: i Beatles i Pink Floyd e la Roma, la sua squadra, una vera fissazione. La fotografia è una sua altra grande passione che metterà presto al servizio del suo impegno politico.

Ma il 20 aprile 1979 lo arrestano, viene sorpreso in un casolare abbandonato insieme a quattro amici mentre fabbricano ordigni incendiari. Le istruzioni sono contenute nel libro Il sangue dei Leoni edito da Feltrinelli nel 1969, un manuale di guerriglia urbana molto diffuso all’epoca. Nella perquisizione della sua stanza gli agenti trovano anche una pistola: una berretta 765 con la matricola limata. I genitori cascano dalle nuvole quando vedono la pistola. "Le armi all’epoca giravano, ne giravano parecchie, era facile procurarsele. Era difficile non accorgersene" ricorda un amico. Valerio sconta sette mesi a Regina Coeli. Quando entra in carcere ha diciotto anni e due mesi, è forse il detenuto più giovane di tutto il carcere romano.

Il Dossier di Valerio
Durante la perquisizione gli agenti trovano infatti anche una grande quantità di materiale, un archivio con centinaia di foto e nomi di militanti dell’estrema destra romana. Un lavoro iniziato nel 1977 quando Valerio aveva soltanto sedici anni. Valerio aveva formato il collettivo autonomo dell’Archimede, un gruppo che si specializza, ricorda un amico : “ nella controinformazione, documentavamo, fotografavamo..…eravamo organizzati come un piccolo servizio segreto, nel nostro piccolo estremamente efficiente. Ci avvicinavamo a manifestazioni dell’estrema destra o ai loro luoghi di ritrovo. Scattavamo foto e poi cercavamo d’identificarli…veniva fatta la raccolta di tutti gli articoli di giornale che parlavano dell’estrema destra, degli arresti. Avevamo un archivio fotografico e uno storico con tutti i fatti dell’estrema destra e degli informatori infiltrati negli ambienti dell’estrema destra. Tutto finiva in un quaderno in cui venivano catalogate tutte queste persone…in quel momento c’era la sensazione che ci potesse essere da un momento all’altro un colpo di stato della destra in Italia. Quindi ci si doveva preparare a contrastarlo in qualche maniera. Avevamo l’esempio del Cile, dell’Argentina. I dati servivano se succedeva qualcosa”.

Dell'esistenza di questo "dossier" è a conoscenza, e probabilmente lo ha tra le mani, anche un giudice che indaga sull'eversione nera, Mario Amato. Il giudice Amato morirà per mano dei NAR il 24 giugno 1980 a Roma in Viale Jonio a pochi passi dall’abitazione di Valerio Verbano. 

Roma: i quartieri  Montesacro e Trieste
La Roma di quegli anni è una città dura e violenta dove ogni giorno si scontrano ragazzi di destra e di sinistra armati e pronti allo scontro. I quartieri su cui ruota questa storia e anche molte altre di quel tragico periodo sono due: Montesacro, zona rossa per eccellenza e Trieste roccaforte dei giovani di destra di Terza Posizione, nel mezzo quasi a segnare una divisione ideologica e geografica scorre un piccolo fiume l’Aniene, affluente del grande Tevere.

Ci si accanisce contro le sezione dei rispettivi partiti di riferimento: PCI e MSI. Centinaia di azioni intimidatorie da l’una e l’altra parte per il controllo del territorio, per non permettere al nemico di prevalere.

All’interno di questi confini dal 1976 al 1983 si consumano ben nove omicidi a sfondo politico: Vittorio Occorsio magistrato, 45 anni, 10 luglio 1976, ore 8.15, via Mogadiscio; Stefano Cecchetti, studente, 19 anni, 10 gennaio 1979, ore 19.30, Largo Rovani ; Francesco Cecchin, 17 anni, studente, 28 maggio 1979, ore 24, Via Montebuono ; Valerio Verbano studente, 18 anni, 22 febbraio 1980 ore 14.00, via Montebianco; Angelo Mancia, fattorino, 27 anni, 12 marzo 1980, ore 8, Via Federico Tozzi; Franco Evangelista, appuntato di Polizia, 37 anni, 28 maggio 1980 ore 8.10, Corso Trieste; Mario Amato, 42 anni, magistrato, 23 giugno 1980, ore 8.00, Viale Jonio; Luca Perucci, studente, 18 anni, 6 gennaio 1981 ore 17.15, Via Lucrino; Paolo di Nella, studente, 20 anni, 2 febbraio 1983, ore 22.45, Viale Libia.

Le indagini
Gli inquirenti sembrano partire con il piede giusto. Un vicino di casa ha visto quei ragazzi, viene costruito un identikit. Afferma anche di aver visto Valerio parlare proprio a quei ragazzi il giorno prima dell’omicidio davanti alla sala giochi. Ma questa preziosa testimonianza verrà poi ritrattata, l’uomo telefona al padre di Valerio e si scusa: “Mi dispiace, ho un figlio di quindici anni…”, forse è stato minacciato. Dopo poco tempo comunque cambia casa e se ne va dal quartiere.

Il padre di Valerio Sardo Verbano, comunque non ha intenzione di aspettare gli eventi: è un assistente sociale che lavora per il Ministero degli Interni e pochi mesi dopo la morte del figlio decide di svolgere delle indagini in proprio. Nasce così una sorta di memoriale in cui fa tre ipotesi precise sulla morte di suo figlio Valerio.

La prima ipotesi
Un primo possibile movente, scrive Sardo, potrebbe essere legato allo scontro avvenuto il 19 settembre 1978 a Piazza Annibaliano al quartiere Trieste tra quattro autonomi e un gruppo di Terza Posizione facente parte dei Nar e della cosiddetta “Legione”. Valerio per difendere un compagno aggredito ferisce con una coltellata un ragazzo di destra Nanni De Angelis . Valerio riceve una martellata nel petto. Dopo la colluttazione tutti fuggono, ma rimane a terra la borsa di tolfa di Valerio. Secondo Marcello de Angelis, il fratello di Nanni, in quella borsa non c’era nulla che potesse far risalire al proprietario: solo un goniometro e una penna. Secondo la madre di Valerio c’erano i documenti del figlio e così gli aggressori hanno potuto sapere chi era e dove abitava.

Il padre di Valerio dopo l’assassinio chiede un incontro con Nanni De Angelis, che accetta, dal dialogo i genitori si convincono che De Angelis non abbia nulla a che fare con la morte di Valerio.

La seconda ipotesi
Un altro movente che ipotizza il padre Sardo è legato a quel dossier che Valerio stava preparando sui NAR, Terza Posizione e sull’estrema destra romana. Forse vennero a sapere del dossier dopo l’arresto di Valerio nel 1979. Riapparso e poi scomparso, che cosa ci fosse in quel dossier e che importanza avesse per la destra eversiva non è ancora chiaro. Degli appunti di Valerio Verbano restano solo delle fotocopie, l’originale è stato sequestrato dagli inquirenti nel 1979 al momento dell’arresto, poi è scomparso.
Dalle poche fotocopie fatte dalla Digos è possibile comunque ricostruire una mappa della Destra a Roma. Un materiale prezioso che avrebbe potuto portare gli inquirenti sulla pista giusta.

Nel 1981 nell’ambito delle indagini sulla strage di Bologna vengono fuori quasi per caso delle informazioni interessanti anche per il caso Verbano. A parlare è Laura Lauricella, compagna di un personaggio di spicco dell’estrema destra di quel periodo Egidio Giuliani. La Lauricella decide di parlare tra le cose che racconta fa riferimento a un silenziatore che il Giuliani avrebbe dato all’assassino di Verbano. Lo scambio avvenne al poligono di Tor di Quinto a Roma, dove molti neofascisti si incontrano. La Lauricella racconta che Giuliani le avrebbe confidato che lui stesso aveva costruito quel silenziatore e che lo avrebbe dato a un ragazzo che quel giorno sparava vicino a lui . Quel ragazzo è Roberto Nistri membro di spicco di Terza Posizione.

Il giudice Claudio d’Angelo che indaga sull’omicidio Verbano interroga sia Nistri che Giuliani entrambi negano ogni addebito e chiedono un confronto con la Lauricella, ma quel confronto non ci sarà mai. Il 30 settembre 1982 Walter Sordi, ex terrorista dei Nar pentito, fa nuove rivelazioni sul delitto Verbano dice di aver raccolte le confidenze di un altro esponente dei Nar Pasquale Belsito : “ fu Belsito a dirmi che a suo avviso gli autori dell’omicidio Verbano erano da identificarsi nei fratelli Claudio e Stefano Bracci e in Carminati Massimo. Il 25 gennaio 1984 nell’unico interrogatorio a cui è sottoposto Claudio Bracci nega ogni addebito e smentisce di conoscere Pasquale Belsito. In ottobre Massimo Carminati rilascia identiche risposte.

Ai pentiti e ai collaboratori si unisce anche Angelo Izzo, detenuto dal 1975, per i fatti del Circeo. Izzo afferma di aver raccolto in carcere le confidenze di Luigi Ciavardini, militante di terza Posizione poi passato a i Nar. “Luigi Ciavardini mi disse che l’omicidio era da far risalire a militanti di Terza Posizione, mi disse che il mandante era sicuramente Nanni de Angelis, per quanto riguarda gli esecutori mi disse che sicuramente si trattava di componenti del gruppo capeggiati da Fabrizio Zani. Solo un pasticcione come Zani poteva perdere la pistola durante la colluttazione con Verbano”.

Ma anche le parole di Izzo non trovano nessun riscontro. Da tutta questa serie di pentiti non uscirà nessun elemento concreto tutti gli indiziati verranno prosciolti nel 1989, l’inchiesta è chiusa.
 
La terza ipotesi
Il padre di Verbano indica anche un altro possibile movente : “ nei giorni precedenti al suo assassinio, mio figlio Valerio, potrebbe essere venuto a conoscenza di un gruppo composto da autonomi e neofascisti che svolgevano traffici di armi e droga. Questo gruppo venuto a conoscenza che Valerio indagava su di loro avrebbe inviato i tre assassini per interrogare Valerio e sapere quali nomi e fatti conoscesse”. Nel memoriale Sardo Verbano scrive un nome che è la perfetta sintesi di questa alleanza criminale tra rossi e neri, si tratta di Marco Guerra , un informatore di Valerio.

Sentito dal giudice il 20 marzo del 1987, Marco Guerra dichiara: “All’epoca dl delitto Verbano facevo parte di un gruppo di giovani che si riconoscevano nel Movimento Comunista rivoluzionario, fino al 1978 avevo militato nella destra extraparlamentare, ma poi confluimmo nel movimento comunista rivoluzionario”. Prima di aderire all’estrema sinistra Marco Guerra frequenta il gruppo di estrema destra capeggiato da Egidio Giuliani e Armando Colantoni. Secondo gli investigatori questo gruppo avrebbe tentato un approccio con formazioni del terrorismo rosso per esaminare la possibilità di una strategia comune.

Questa terza ipotesi non è stata mai presa in considerazione e non c’è comunque nessuna prova che Valerio Verbano sia stato ucciso da un gruppo misto rosso e nero, uniti per eliminare un ragazzo troppo curioso che forse aveva scoperto troppo.

Un altro elemento…trascurato dagli inquirenti.
Il 28 maggio del 1980 tre mesi dopo l’omicidio Verbano un commando dei NAR uccide Franco Evangelista, detto "Serpico", agente di guardia davanti al liceo Giulio Cesare. Da queste indagini esce un elemento che potrebbe essere significativo anche per l’omicidio Verbano . Durante le indagini finisce nella rete un ragazzino di sedici anni Elio De Scala, soprannominato “Kapplerino”, nella sua abitazione viene trovato un vero e proprio arsenale: tre pistole , dieci silenziatori centinaia di pallottole, sul comodino le chiavi di un auto rubata usata per due sanguinose rapine.
Ma c’è un elemento che non quadra: la rivendicazione di quelle due rapine sono firmate dai NAR, ma la rivendicazione del furto di quell’automobile era stata firmata dalla sigla “Proletari Organizzati. Gruppo Valerio Verbano” in un linguaggio intriso del linguaggio dell’estrema sinistra. Il gruppo “Proletarii organizzati” scrivono i giornali è una sigla per depistare le indagini. E’ una novità che potrebbe gettare luce sul delitto di Via Montebianco. Eppure non si muove nulla, non ci sono indagini mirate, interrogatori nel fascicolo dell’istruttoria non c’è alcun riferimento.

La lettera della madre di Valerio a Pasquale Belsito
Ma la madre di Valerio non si arrende ancora, ha deciso di scrivere all’ultimo irriducibile dei Nar Pasquale Belsito, arrestato nel 2001 in Spagna e estradato in Italia nel 2005, per chiedergli aiuto:

Durante questi anni non ho mai perso la speranza di poter conoscere la verità sull’omicidio di mio figlio, mi rivolgo a lei Pasquale Belsito perché ha conosciuto e frequentato gli ambienti di estrema destra: Nar, Terza Posizione. Chi meglio di lei conosce la storia di quel particolare momento. Lei ha oggi quarantaquattro anni, gli stessi che avrebbe il mio Valerio, è in carcere da quasi quattro anni e mezzo, non so quanta pena debba scontare complessivamente, credo però che ne passeranno molti prima che possa riprendere la sua vita. Spero che lei sappia qualcosa e che abbia voglia di raccontarlo a una madre in cerca della verità. Non voglio vendetta ma solo giustizia, quella che è stata negata fino ad ora dal silenzio assordante che ha coperto l’assassinio di mio figlio. Credo che la decisione di raccontare le cose come stanno potrebbe portare sollievo anche a lei”. (Pina Carla Verbano).

Tratto da www.lastoriasiamonoi.rai.it 

La Camera rifinanzia la guerra in Afghanistan: che tristezza!

Inviato da autonomix | 22 Feb, 2008
La Camera rifinanzia la guerra in Afghanistan
Sinistra Arcobaleno già divisa: Prc e Comunisti Italiani votano ‘no’; Verdi e Sd si astengono
Il rifinanziamento 2008 della missione militare italiana in Afghanistan è stato approvato giovedì pomeriggio dalla Camera dei Deputati e ora passerà al vaglio del Senato.
Hanno votato ‘sì’ alla conversione in legge del decreto governativo 340 deputati di Partito Democratico, Radicali, Socialisti, Italia dei Valori, Udeur, Udc, Forza Italia, Alleanza Nazionale, Lega Nord e Destra.
 
Italiani in AfghanistanSinistra divisa sul ‘no’. Solo 50 i voti contrari: quelli dei parlamentari di Rifondazione e Comunisti Italiani. I deputati di Sinistra Democratica e Verdi sono invece usciti dall'aula al momento della votazione, creando una prima divisione all'interno della neonata Sinistra Arcobaleno che invece, nelle commissioni Difesa ed Esteri della Camera, aveva votato compattamente ‘no’.
Angelo Bonelli, Verdi, invitando a non drammatizzare le modalità diverse di voto, spiega che “comunque il giudizio di tutti noi della Sinistra Arcobaleno è contro la missione in Afghanistan”. Arturo Scotto, Sinistra Democratica, durante le dichiarazioni di voto aveva detto: “Noi della Sinistra Democratica non possiamo votare questo decreto sulle missioni all'estero. Ciascun deputato e ciascuna deputata valuterà come esprimersi al momento del voto”.
Il leader del Pdci, Oliviero Diliberto, si limita a parlare per il proprio partito: “Abbiamo votato risolutamente e coerentemente contro dopo aver votato per due anni a favore per lealtà verso Prodi”.
 
Carro armato italiano in AfghanistanMaquillage elettorale. Per distinguersi dalle destre, il Partito Democratico ha presentato un ordine del giorno che impegna il governo (Prodi?) a cercare “un mandato internazionale che unifichi le due missioni attualmente in Afghanistan (Isaf a guida Nato ed Enduring freedom a guida Usa) e abbia come obiettivo primario la protezione dei civili, con un maggior controllo internazionale sulla pianificazione delle azioni militari”. L’odg approvato dall’esecutivo uscente prevede anche il rilancio dell’impegno dell’Italia per arrivare a “una conferenza di pace regionale” e il sostegno a “una strategia politica in Afghanistan volta al coinvolgimento in un processo di riconciliazione nazionale di tutti coloro che si mostrano disponibili ad accettare la democrazia, lo Stato di diritto e il rispetto dei diritti umani”.
Soddisfatto il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, ideatore della proposta di unificare Isaf ed Enduring Freedom (che è esattamente quello che vuole il Pentagono): “Sono lieto che la Camera abbia approvato il decreto che finanzia i nostri militari impegnati in missione di pace nel mondo”.
I nostri incursori e le nostre truppe impegnate a ‘pacificare’ i talebani ringraziano sentitamente.

INDETTO PRESIDIO ANTIRAZZISTA

Inviato da autonomix | 22 Feb, 2008

Domenica 17 febbraio, piazza Rebaudengo. Alcuni antirazzisti decidono di salutare – a modo loro – un gruppo di leghisti in partenza per una manifestazione. Al primo momento di tensione, la polizia di scorta salta addosso agli antirazzisti e ne arresta tre. Ad una settimana di distanza, uno è ancora in carcere e gli altri liberi, ma costretti a firmare tutti i giorni in questura.

Negli ultimi mesi si sono moltiplicati gli attacchi a sfondo razziale. Insulti e aggressioni ai danni di stranieri stanno diventando episodi comuni nel paesaggio cittadino. Un giorno semplici minacce, il giorno dopo una testa rotta, e poi ancora il rogo di un campo Rom: così, come se fosse normale.
La propaganda dei gruppi leghisti o fascisti – ritenuta da molti marginale e folkloristica – sta facendo presa, trasformandosi in pratica diffusa e pericolosa.
Il tumore razzista produce metastasi, che rischiano di divenire incontrollabili.
Del resto, quando si fatica ad arrivare alla fine del mese, quando non ci si sente più a casa da nessuna parte, quando non si capisce bene cosa ci possa riservare il futuro, la propaganda razzista fornisce rassicurazioni a buon prezzo: la colpa di tutto è sempre degli ultimi arrivati, «che rubano donne, lavoro e sicurezza».
E mentre si scalda la guerra tra i poveri, i padroni ingrassano. Perché le paranoie razziste e quelle securitarie rimettono in riga tutti quegli stranieri – clandestini o regolari che siano – costretti a lavorare in condizioni di semi-schiavitù nei cantieri, nelle fabbriche, nelle case e per le strade della città. Le aggressioni di questi mesi, unite alle continue retate, allo spettro della clandestinità, ai titoli isterici dei giornali, alle politiche repressive degli amministratori comunali, convincono anche i più riottosi a lavorare duro e, soprattutto, in silenzio.
In tanti si dividono la responsabilità di questa situazione, oppure ne approfittano: politici di destra e di sinistra, questori e prefetti, industriali, malavitosi e piccoli imprenditori – italiani e stranieri.

Fermare il tumore razzista in città è urgente e necessario. E la prima cosa da fare per fermarlo è tappare la bocca a tutti quei gruppi che hanno fatto del razzismo il proprio cavallo di battaglia, il centro della propria propaganda.
Se i discorsi razzisti non sono più solo parole al vento, neanche i sinceri antirazzisti possono più limitarsi alle chiacchiere.

Sabato 23 febbraio dalle 11,30
Piazza Borgo Dora - Torino

Riflessioni: Torino--Post-Olimpico Inferiore

Inviato da autonomix | 22 Feb, 2008

Succede, in una cascina alle porte di Torino, che intere famiglie vengano sgomberate e arrestate per furto di corrente. Avevano in fondo, anche loro, come tante altre, un problema di carovita. Ma stiamo parlando di famiglie Rom, si capisce.

Succede poi, alle porte del carcere di Torino, che un carabiniere in vena di quelle che per lui sono spiritosaggini, commenti: "Le carceri scoppiano? Altro che indulto, bisognerebbe riaprire i forni". Si parla ovviamente di Rom, quelli della cascina, si capisce.

Così come succede, nelle periferie di Torino, che alcuni giovani tirino tardi la sera (e cosa tirino, non è difficile immaginarlo…) per sprangare stranieri e… tossicodipendenti, e per incendiarli davvero quei maledetti campi Rom. Fedeli interpreti del nostro tempo, combattono la guerra civile tra poveri che tanto piace ai gendarmi dell'ordine sociale, e tanto giova ai loro padroni.

Ogni tanto, succede anche che altri giovani si organizzino per contestare i razzisti: nelle redazioni dei loro giornali, sotto un gazebo al mercato, in partenza per un viaggetto organizzato. Alla guerra civile tra poveri, preferiscono combattere adesso la guerra sociale contro i responsabili del disastro in cui stiamo precipitando, disposti anche a correre il remoto rischio di una rivoluzione, un giorno…

Succede, una volta tanto, che la polizia faccia il suo dovere, e di questi sfacciati antirazzisti cinque vengono denunciati, due vengono arrestati e rilasciati con obbligo di firma quotidiana e uno si trova tuttora detenuto in carcere. I razzisti, commossi, ringraziano.

Dice un mediocre sindaco: "Chi agisce e pensa così è indegno di far parte di una comunità" ed è "contrario alle più elementari norme di rispetto e civiltà". Così dice, e non si capisce di cosa stia parlando.

Scrive poi, un mediocre giudice della procura di Torino, che questi giovani "dimostrano una totale influenzabilità e soggezione rispetto a un malinterpretato senso di appartenenza, all'interno del quale si inseriscono azioni delittuose". Così scrive il giudice, e non si capisce di cosa stia parlando.

E scrive ancora, lo stesso giudice, che "un continuo contatto con le forze dell'ordine può costituire un adeguato monito dal ricadere nel reato". Così scrive il giudice, e non si capisce di cosa stia parlando. Ma le sue carte, questo lo si capisce fin troppo bene, cominciano ad accendere quei forni che tanto piacciono ai suoi gendarmi, e tanto giovano ai suoi padroni.

da www.autistici.org/macerie

FIERA DELLE AUTOPRODUZIONI NATURALI AL CSOA CARTELLA

Inviato da autonomix | 19 Feb, 2008

Abruzzo - Sgomberata nuova occupazione

Inviato da autonomix | 15 Feb, 2008

Da qualche giorno sulla strada statale che collega teramo a giulianova, all'altezza del casello autostradale dell'A14, era stato occupato uno stabile abbandonato di proprietà privata. Da subito l'allarmismo si espandeva nella pacata e pacificata zona, cosicchè, alla costante veduta di loschi figuri aggirarsi all'esterno del casato, dalle finestre dello stabile veniva esposto lo striscione "EX FRANTOIO OCCUPATO". La solerte attività di controllo statale metteva così in moto la propria macchina repressiva. Il 13 febbraio, nel primo pomeriggio, carabinieri di pattuglia e in borghese sfondavano la porta d'ingresso dello stabile, identificando quattro persone che si trovavano all'interno. Altre tre persone sono state fermate ed identificate all'esterno del casolare. A seguire la solita ritualistica.
Mai ravveduti, alla prossima....

ANARCHICI DELL'EX FRANTOIO OCCUPATO

per contatti: laraje@libero.it

All’attenzione dell’A.N.P.I. e di tutti gli antifascisti

Inviato da autonomix | 14 Feb, 2008

All’attenzione dell’A.N.P.I. e di tutti gli antifascisti

Sentiamo l’esigenza di chiarire quanto accaduto in Piazza dell’Unità al termine del corteo “Rompiamo il silenzio”, che si è tenuto sabato 9 febbraio a Bologna. Un corteo che ha voluto riportare nelle strade temi importanti, quali la lotta alla repressione e la solidarietà. Solidarietà con chi viene arrestato perché di fronte a soprusi che reputa intollerabili non resta indifferente ma sceglie di mettersi in gioco e interviene.
La manifestazione si è conclusa in Piazza dell’Unità, dove sono stati bruciati un tricolore e una bandiera dell’unione europea, posti dietro ai due canestri del campo da basket.
Vorremmo precisare che il gesto non era intenzionalmente rivolto contro l’associazione nazionale partigiani, ma... se è stato bruciato il tricolore è perché per noi viene istintivo collegarlo con repressione e oppressione. Perché è la bandiera che “adorna” i carri armati delle truppe di occupazione. Perché è la bandiera che sventola davanti ai C.P.T., come quello di Via Mattei, posti in cui gli immigrati vengono rinchiusi per la sola colpa di non avere in tasca il pezzo di carta giusto. Perché è cucito sulle spalle di ogni carabiniere e di tutti coloro che portano una divisa, che oggi come allora sono soliti obbedir tacendo. Perché è cucito sulle spalle di troppi neofascisti.

Non volevamo bruciare una bandiera dell’A.N.P.I. abbiamo capito che erano state messe lì da voi solo troppo tardi. Mentre la notizia riportata dai giornali secondo cui anche la lapide sarebbe stata danneggiata è falsa, come poteva verificare chiunque si fosse recato direttamente sul posto.
Certo non volevamo e non vogliamo offendere chi ha combattuto con le armi contro i nazi-fascisti. Ci dispiace di aver provocato questo malinteso e per questo vi chiediamo scusa.

Invece non ci interessa minimamente chiedere scusa a chi starnazza sentenze sul senso civico, mentre approva le guerre e resta passivo di fronte allo stillicidio di morti sul lavoro. Crediamo che il fascismo non sia morto con la Liberazione, ma che sia implicitamente ed esplicitamente sopravvissuto nelle istituzioni di Stato. Per noi l’antifascismo non è finito, e la Resistenza non è solo una bandiera.

Coordinamento Rompere il Silenzio – Bologna, 10 febbraio 2008

Milano - 11 marzo, giudici: «Scempio voluto da tutti»

Inviato da autonomix | 14 Feb, 2008

Sentenza della prima Corte d'appello di Milano
Confermate le condanne a quattro anni per 15 imputati, due assolti e uno assolto dal reato di devastazione ma condannato a quattro mesi

Fu uno «scempio», per i giudici della prima Corte d'appello di Milano, quello compiuto in corso Buenos Aires la mattina dell'11 marzo 2006, nel corso di una manifestazione dei centri sociali che protestavano contro il corteo della Fiamma Tricolore che si sarebbe svolto poco distante nel pomeriggio dello stesso giorno. Per quei fatti, qualificati come devastazione, la Corte d'appello ha confermato le condanne a quattro anni di reclusione nei confronti di 15 imputati, mentre due persone sono state assolte in secondo grado e una è stata assolta dal reato di devastazione e condannata a quattro mesi per un reato minore. «Ad avviso di questa Corte - scrivono i giudici - proprio la contestaualità di tempo e di luogo tra le condotte che hanno portato prima all'erezione della barricata e poi allo scempio di cui si è detto, induce a ravvisare, anche in capo a coloro che non hanno compiuto direttamente episodi violenti, la prova certa non solo della consapevolezza ma anche del proposito di contribuire a quanto stava accadendo».

LA SENTENZA - I giudici parlano anche di «accertata preordinazione» dei fatti, che videro la parte iniziale di corso Buenos Aires trasformata in vero campo di battaglia con lancio di molotov, bulloni, una bomba carta, auto incendiate, un centro elettorale di An devastato dalle fiamme. È di tutta evidenza, secondo la Corte, che quanto accaduto in seguito alle prime forme di protesta «alle spalle della barricata, in un tratto di strada ben delimitato, con manifestazioni particolarmente spettacolari e violente, non può essere sfuggito alla comprensione dei manifestanti presenti, che, permanendo nel gruppo e adottando una condotta attiva e partecipe, hanno così inteso dare il loro contributo all'azione criminosa in essere, ormai definitasi nella portata e nei precisi contorni». La condotta di chi era in quel momento dietro la barricata pur «non compiendo direttamente atti di violenza» ha finito per «influire sulla mente e sulle condotte materiali degli atti di devastazione e incendio, rafforzando la loro psiche e garantendo, con la sua presenza, la forza numerica e la compattezza del gruppo stesso e, quindi, in definitiva, il buon esito della protesta, nelle sue forme estreme».

14 febbraio 2008

Sorvegliare, in special modo

Inviato da autonomix | 14 Feb, 2008

L'11 febbraio scorso, un anarchico, già sottoposto da un anno a sorveglianza speciale - misura di isolamento sociale e limitazione della libertà che affonda le sue radici nei codici fascisti - è stato condannato per altri otto mesi alla medesima misura repressiva perché "con un atteggiamento di repulsione delle prescrizioni imposte," non ha minimamente cercato di allontanarsi dal movimento anarco-insurrezionalista, ma anzi ha mantenuto saldi i rapporti con esso. Questo scrive il Pubblico Ministero. Ad un attacco così motivato, la magistratura, che non perde occasione per sbandierare la propria autonomia a difesa della democrazia, poteva rispondere in due modi. Poteva dire che le idee, in questo caso quelle anarchiche, sono punibili e reprimibili in quanto tali o affermare che le idee non si toccano. Hanno scelto la prima aggrappandosi a una delle prescrizioni della misura di prevenzione, quella che dice "non dare ragione di sospetti."

I LORO SOSPETTI

IL SOSPETTO che occupare uno spazio in disuso possa diventare una possibilità per tessere dei rapporti reali, non basati sul denaro ma sull'autogestione.
IL SOSPETTO che pronunciare un no secco alla costruzione di basi e cittadelle militari possa minare un ordine mondiale basato su guerre di conquista.
IL SOSPETTO che esistano individui per i quali le toghe e le divise non meritano alcun rispetto.
IL SOSPETTO che, oggi, parlare di libertà sia un attacco al totalitarismo definito democrazia.
IL SOSPETTO che le idee tendano irresistibilmente a diventare azione.

LE NOSTRE CERTEZZE
LA CERTEZZA che l'arma silenziosa dell'isolamento, carcerario e sociale, sia inutile contro chi non si uniforma.
LA CERTEZZA che la magistratura, alla faccia della sua sbandierata indipendenza sia in realtà un organo al servizio del potere politico, poliziesco e mafioso.
LA CERTEZZA che uno Stato in guerra come l'Italia, oggi impegnata su almeno venti fronti, abbia la necessità di zittire ogni voce di dissenso interna.
LA CERTEZZA che il malcontento generale e la ribellione nei confronti di un mondo che ormai fa schifo siano sempre più diffusi e incontrollabili.
LA CERTEZZA che la solidarietà sconfigge la repressione, perché i rapporti nati nell'opporsi ad un sistema di coercizione non si possono spezzare.
LA CERTEZZA che i continui attacchi repressivi, gli arresti, i fogli di via e gli avvisi orali, distribuiti in tutta Italia, non possano uccidere il nostro desiderio di libertà.

Vorrebbero che abiurassimo le nostre idee, vorrebbero che ci pentissimo delle nostre scelte di vita, vorrebbero farla finita con chi urla il proprio dissenso, vorrebbero relegarci tutti al guardare in silenzio da una finestra.
Hanno dimenticato una cosa: la passione per la libertà è più forte di qualsiasi isolamento.

Anarchici insuscettibili di ravvedimento

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Giornata di mobilitazione nazionale contro la repressione

Inviato da autonomix | 14 Feb, 2008
[Euskal Herria] Giornata di mobilitazione nazionale contro la repressione e lo stato d'eccezione: scontri, arresti, blocchi, barricate


14 febbraio 2008 - Dopo l'impennata repressiva dell'ultima settimana, le condizioni minime per potere ancora parlare di uno stato di diritto sembrano venir meno nel territorio rivndicato dai baschi come Euskadi.

Tra venerdì 8 e marted' 12 febbraio, sono stati a decine gli arresti di militanti baschi della sinistra indipendentista (abertzale); nuovi coordinamenti elettorali sono stati sospesi dalla "concorrenza democratica". A gestire questa manovra, ancora una volta, il super-giudice Baltazar Garzon, emblema e simbolo di una "sinistra" cultura giustizialista che sembra fare scuola. Dietro le sue operazioni repressive, la convinzione che tutto in Euskal Herria sia "Eta".
In questi anni tutti i settori della vita politica e sociale in cui si esprime l'indipendentismo di sinistra (e non solo) sono stati metodicamente smantellati, colpiti e repressi dal super-giudice applicando la nota tecnica contro-insurrezionale secondo la quale "bisigna togliere l'acqua in cui il pesce galleggia".

Un capolavoro di cultura giuridica che pone però qualche problema: se tutto quel che si muove nei Paesi Baschi è Eta (cosa improbabile dentro una cultura politica dinamica e fortemente articolata in diverse posizioni come è quella basca) - se anch questo assunto fosse vero, ciò equivarrebbe a dire che Eta rappresenta una parte consistente del popolo basco, con tutte le conseguenze (e il bisogno) di un approccio necessariamente "politico" alla "questione basca".
Ma Garzon e Zapatero non la pensano così!
Il presidente spagnolo sta anzi preparando la sua futura ri-elezione a suon di dichiarazioni anti_Eta ribadendo che, in caso di sua rielezione, non ci saranno alcube trattative con i "terrorosti". In Spagna la campagna anti-Eta funziona sempre in termini elettorali.

> Ascolta l'intervista con Nicola La Torre da Bilbao


La risposta di un popolo: una nazione bloccata!

Da questa mattina la nazione basca sta riempendo le strade, le piazze, le ferrovie e le principali vie di comunicazione dei Paesi Baschi del Sud (quelli sotto controllo spagnolo). Una mobilitazione indetta come "sciopero generale contro la repressione" per dire NO allo stato d'eccezione con cui il governo centrale spagnolo sta strozzando ogni ambito della vita civile basca.

> Spot video per la manifestazione di oggi


Oltra ai cortei autorizzati dislocati nei principali centri urbani (il più grosso corteo mattutino si è tenuto a Donostia-San Sebastian) ci sono stati blocchi
e barricate lungo alcune tratte ferroviarie e stradali.
Gli arresti si contano già a decine ma sono certamente destinati ad aumentare visto che le manifestazioni del pomeriggio sono tutte vietate.

> Video di azioni di blocco stradale

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