Autobiografia di un diverso( parte seconda)
Inviato da autonomix | 19 Ott, 2007
il terzo capitolo del romanzo contro per i compagni, sul movimento, sulla vita reale di chi si sbatte il culo per cambiare questo fottutissimo mondo..
DUE
Lo stava seguendo. Praticamente lo stava pedinando. Ma che fai? Ma sei diventato tutto scemo? Ti metti a seguire le persone ora? Ma tornate a casa e stai li tranquillo! No, no. Devo seguirlo. Devo vedere dove và. Guarda, guarda come cammina, come è veloce. Che camminata, a testa bassa, sembra un fantasma. Nulla lo smuove, non fa caso a nulla, non osserva nulla. Alex era a una cinquantina di metri da lui. Riusciva benissimo a distinguere i suoi gesti, le sue mosse. E fotografava nella sua testa ogni suo piccolo movimento, ogni suo passo. Scesero viale Bovio, superarono Piazza Garibaldi, entrarono nel Corso principale di Terra. C’era tantissima gente che passeggiava. Riccardo affrettò il passo. Si confuse tra le centinaia di persone che camminavano. Schiamazzi, risate, grida, abbracci, baci e sorrisi. Riccardo si perse tra tutte quelle teste. Dov’e’?non lo vedo! Iniziò a balzare qua e là come se fosse un coniglio. Corse per un po’. Si ribloccò. Si alzava ogni secondo sulle punte per scovarlo. Eccolo! Girò ad una traversa del corso. L’aveva finalmente rivisto. Corse fino a esserli nemmeno a dieci metri da lui. Si dirigeva verso Porta Madonna, ma passando per i vicoli della cittadina. Alex sorrideva. Era felice. Sembrava che stesse vivendo un avventura. Ancora in un altro vicolo. Girò anche Alex. Dov’era?Riccardo? sparito. Non lo vedeva più. Dopo il vicolo era scomparso. Ma come poteva essere?non era possibile. L’aveva a pochi metri di distanza.” Circolo culturale anarchico Horst Fantazzini”. Un portone grande e vecchio con rifiniture in tipico stile barocco. Forse era entrato lì dentro. Il portone era aperto. Salì quelle scale e il cuore iniziò a batterli in gola. Sentiva le minuscole goccioline di sudore che gli si formavano sulle tempie, il respiro che si faceva leggermente più affannoso, le pupille degli occhi si ingrossavano sempre di più per via del buio pesto che c’era in quelle rampe di scale. Primo piano. Riconobbe la sua voce. Là dentro c’era Riccardo. E c’erano anche tante altre persone. Voci distinte di uomini e donne che parlavano in modo pacato, in una discussione che non riusciva a comprendere. Appoggiò lentamente l’orecchio su quella porta. Cercò di sentire quello che dicevano. Puum! Perse l’equilibrio, inciampò e si ritrovò dentro quel locale.
-Vieni pure Alex, accomodati,-disse tranquillo Riccardo- questo compagni è il mio nuovo coinquilino, è di Sud.
Non sapeva cosa fare. Titubante e impaurito, si raccolse nel suo corpicino e rimase immobile in piedi. Ma come faceva a sapere che ero lì? Perché non si era arrabbiato che lo stavo spiando? E ora che faccio? Che vergogna? Guarda quanta gente! Alex abbassò la testa.
-Ciao a tutti-. Fu l’unica cosa che gli venne in mente da dire.
Si sentì stupido. Ma che dici “ciao a tutti”. Ma sei deficiente? Ma che vuol dire? Scusati almeno no? Riccardo si alzò tranquillamente dal tavolo, andò verso di lui, lo prese dolcemente per una mano e lo portò attorno al grande tavolo dove tutti attorno erano seduti.
-Accomodati pure qui- e lo fece sedere spingendolo su una sedia. Attorno a lui c’era un silenzio di tomba. Tutti lo guardavano. Prima del suo arrivo c’era in atto una discussione. Ora si era creata un atmosfera alquanto bizzarra. Una quindicina di persone lo fissava, lui aveva la testa bassa, seduto con Riccardo in piedi al suo fianco. I nuvoli di fumo delle sigarette accese, il silenzio assordante della camera, la forma statica delle persone fisse verso Alex. Non avrebbe resistito ancora molto in questa situazione.
-Beh, Elisa, stavi appunto dicendo del percorso. Come mai non vuoi che passiamo davanti la questura?-Riccardo si sedette finalmente.
Passarono due secondi e come per magia la discussione si riaccese, come se non fosse successo nulla.
-No Ricki, non è che sono contraria. Il problema è che ci saranno migliaia di compagni. È logico che tra questi migliaia, ci potrebbe essere qualcuno che lì davanti potrebbe fare sciocchezze. Che so, lanciare oggetti o urlare slogan troppo forti. Ci siamo capiti no?-
-Continuo a no vedere il problema-rispose Riccardo, con l’aria un po’ annoiata.
Prese la parola un altro ragazzo, seduto esattamente di fronte ad Alex.
-Forse qui non ci siamo capiti, compagni. Tra 4 mesi c’è Jenova, il G8, e ci stiamo preparando per partecipare attivamente. Ma una settimana fa, una guardia, una lurida guardia ha fatto finire in coma un ragazzo di 17 anni, un nostro compagno, un nostro fratello. Ci rendiamo conto della situazione? Mario, stava manifestando pacificamente a Nammoli. Tranquillo com’era. Manifestazione pre Jenova per i migranti. E finisce in coma perché una guardia lo manganella talmente tante volte sulla testa da farlo finire in ospedale con una commozione celebrale. E tutto questo 4 mesi prima del g8. come a dire: Attenti che a Jenova sarà ancora più dura per voi noglobal del cazzo. E no, Elisa. Io non ci sto. Questa ti pare democrazia? E cosa è allora? Io propongo non solo di passare davanti alla questura, ma di rimanerci pure li davanti e leggere la lettera della madre di Mario. E se parte qualcosa contro quell’edificio, io certamente non starò lì ad applaudire quel gesto, ma sicuramente non avrò nemmeno il coraggio di dire ai compagni che non devono lanciare nulla. E questo è quanto!-
Alcuni ragazzi applaudirono.
-Ma che cazzo dici, Ste. E questa è la risposta non violenta del movimento? Questo lo chiami pacifismo? Se ora quel ragazzo fosse qui con noi sicuramente non sarebbe d’accordo su questa scelta. Ricordiamoci che non dobbiamo mai rispondere alle provocazioni, altrimenti facciamo il loro sporco gioco-
Si alzò Riccardo.
-E tu cosa ne pensi Alex?-
Aveva chiamato me? O madonna santa,e ora che dico? Che figura faccio! Non aveva mai partecipato a riunioni politiche, non parlava la loro lingua. Si trovava spaesato. Certo le sue idee le aveva sempre portate avanti, a scuola, con le occupazioni, le autogestioni, ma non si era mai schierato, non aveva mai parlato il politichese, non conosceva nulla di quel mondo. Non aveva tessere di partito, non frequentava associazioni. Non conosceva nemmeno quel G8. cioè, ne aveva sentito parlare, in modo molto marginale, s’era fatto la propria idea, ma non l’aveva mai esposta a nessuno. Riccardo lo fissava, come per incalzarlo a parlare. Alex allora si alzò in piedi.
-Beh, se ho capito bene, un ragazzo durante una manifestazione è stato ferito..-
-No cazzo, Mario è in coma, non è stato ferito e quei..- interruppe Stefano.
-Ma fallo parlare- esclamò Riccardo fulminando Stefano con gli occhi. -Continua pure Alex-
-Dicevo,-riprese-che un ragazzo è in coma per via di un poliziotto. E che tra 4 mesi c’è il G8 a Jenova. E voi state organizzando una manifestazione qui a Terra, contro le repressione, per questo ragazzo e per prepararvi al G8.Giusto?”
-Perspicace il ragazzo, ci sei arrivato! Mah.. questi di Sud sono tutti così? Sentenziò Elisa.
Alex riprese a parlare emozionato.
-Credo che la polizia sia di per sé un organo istituzionale che non funziona, un controllo che non serve. O meglio, serve ora, in questa società malata. Ma se tra gli uomini ci fosse tolleranza e fratellanza, beh, la polizia sarebbe inutile. Chi controllare se tra le persone regna la buonafede? Comunque il controllo statale sulle persone che la pensano diversamente è effettivamente qualcosa di mostrosuamente nocivo alla democrazia. Questa per andare avanti ha bisogno di avere persone che pensino con la propria testa, di persone differenti, di persone con opinioni. E se si cerca di limitare il loro pensiero, di spianare la loro diversità e di delimitare la loro azione, beh la cosiddetta democrazia non esisterebbe più. Detto questo, credo che il miglior modo di protesta, anche pacifica, su questa situazione sia fare un semplice corteo. Un corteo normale. Che passi per il centro della città. Che parli con le persone ai lati della strada. Che faccia capire perché si è contro questo G8. Magari con volantini, ma scritti in una maniera semplice, non con tutte le solite parole auliche che ho sempre letto sui volantini politici. Magari anche parlando con i signori che ci osservano. Poi magari creare un cordone autorganizzato di persone che distanzi il più possibile la polizia dal resto dei manifestanti, per avere più agibilità. E ad un certo punto del corteo, deviare dal percorso stabilito con la questura e dirigersi verso la prefettura o la questura stessa. Ovviamente tutti dovranno seguire il camion che apre il corteo. Una volta arrivati davanti la prefettura, beh sarebbe bello entrare tutti in massa, in modo pacifico, e lanciare da dentro la segreteria del prefetto un comunicato ai giornali e alla città, spiegare il motivo di quella occupazione simbolica e di leggere davanti al prefetto questa famosa lettera della madre del ragazzo in coma. Penso che noi potremmo fare così. Il bastone tra le loro ruote.-
Si sedette. Non era soddisfatto delle cose che aveva detto e abbassò la testa in segno di resa.
-Bello!!
-Si si, si può fare!
-Bella pensata.
-Grande sto ragazzino!
Alex alzò la testa. Le persone attorno a quel tavolo iniziarono a parlare, a discutere di quello che aveva detto. Tutti sembrarono entusiasti. E lui, non poteva crederci. Forse non aveva detto delle cretinate, forse a qualcuno piaceva ciò che pensava, lo ascoltavano, non era un numero, non era zero. Riccardo voltò la testa verso il suo coinquilino
-Ottima idea Alex. Allora compagni, pensate tutti a come mettere in pratica l’idea di Alex e domani alla stessa ora ci vediamo qui e ne discutiamo assieme. A domani allora. Quelli del circolo invece restano qui che dobbiamo parlare di un'altra questione. –
Quasi tutti si alzarono. Salutarono con un abbraccio Riccardo. Evidentemente avevano un gran rispetto per lui. Si vedeva da come gli parlavano, da come facevano quasi la fila per salutarlo. Rimasero seduti solo in sei. “ Ok,Riccardo, vado allora. Ci vediamo a casa”. “ ma dove vai?tu resti qui. Dobbiamo parlare” e gli fede segno di sedersi. Spaesato e incredulo, ubbidì.Tutti uscirono dal locale. Rimasero Riccardo, Alex, Alessia, Stefano, Francesca, Roberto, Luigi e Marika.
-Ricki, ma non è meglio che esce anche lui?- disse quest’ultima.
-No, voglio che ascolti per bene!-disse Riccardo-allora tralasciando per ora il discorso corteo di sabato prossimo, vi comunico ufficialmente che abbiamo individuato un posto. Persino in centro.
-Davvero?Da paura
-Dove Ricki?- tutti si chiesero.
-Allora avete presente l’Ipercoop? Beh dietro c’e una vecchia cascina. E’ abbandonata. Al catasto risulta di essere di un tale che è emigrato in Svizzera. Ieri siamo andati a vederla con compagni del collettivo SenzaConfini ed è in ottime condizioni. C’è solo da ripulirla e attaccare la corrente.
-Dai, e che aspettiamo allora?
Alex stava ad ascoltare. In silenzio. Ma stavolta non più con la testa bassa. Aveva conquistato un po’ di fiducia. Allora prese ancora un po’ più di coraggio e interruppe le loro discussioni.
-Scusate ragazzi, cosa è questo posto?Cioè non capisco.
Di nuovo si sentì osservato. Tutti smisero di parlottare. Lo iniziarono di nuovo a fissare. Servì ancora un uscita di Riccardo per riportare tutto alla normalità.
-Hai ragione Alex. Scusami. E’ colpa mia. Prima ti invito alle nostre discussioni e poi non mi spiego bene-
Alex pensò che in realtà non l’aveva invitato lui.
E’ da troppo tempo che siamo in cerca di un posto da occupare. Finalmente pensiamo di averlo trovato.-
Un posto da occupare?occupare per cosa?perchè? queste domande non le fece però. Stavolta se ne stette in silenzio.
-Sei dei nostri, vero?-sentenziò Luigi.
-Ma certo che è dei nostri, vero Alex?-gli chiese Riccardo.
Alex nascondeva un certo imbarazzo.
-Eh, eh.. si si si! Certo. Come no. Ovvio.-Ma che sto dicendo?sono con loro? Ma in cosa?uffa non c sto capendo nulla! Occupare un posto. Ma che vuol dire!?
-Perfetto Compagni. Domani dopo la riunione con gli altri, non prendete impegni. Domani notte si occupa.
Si levò un grido di gioia corale. Tutti si abbracciarono
-E vai!
-Si!
-Finalmente!
Per non essere da meno anche Alex esultò.
-Che bello si occupa!-disse. Ma fu l’unica voce stonata. E si ritirò un po’.
Ma la gioia e la felicità in quelle quattro mura era troppa. E nessuno se ne rese conto più di tanto. Nell’aria colma di fumo di sigaretta, si sentiva l’odore denso di emozione. Quella sera l’emozione aveva un profumo. Sapeva di quei sette ragazzi. Sapeva di misticità e di allegria. E anche Alex né fu trasportato.
Tornando a casa quella sera i due non si parlarono. Non c’era bisogno. Capivano che stava nascendo qualcosa tra di loro. E le parole non avevano senso in quei momenti. Quando furono dentro casa Riccardo prese la mano di Alex.
-Tu sei come me. Sei un anarchico. Buonanotte. A domani.
Alex si sentì per svenire. Troppe emozioni, troppe quel giorno. Tutte assieme, poi. Troppi cambiamenti nella sua vita. Tutti concentrati. Entrò barcollando nella sua camera. Si spogliò e si mise a letto. Spense la luce.
-Io, io sono anarchico!


la
prima fase che noi individuiamo è quella del rifiuto del
progetto e del tentativo, attraverso la mobilitazione popolare, di
bloccarne l’approvazione da parte del Governo locale e centrale.