Arrestato ex assessore dell’Udeur in Calabria

Smascherato un sodalizio mafioso. L’organizzazione aveva interessi
negli appalti delle centrali idroelettriche, nel turismo e nello spaccio di droga

Appalti e droga, 50 in manette
Arrestato ex assessore dell’Udeur

In manette Pasquale Tripodi, che, fino a ieri, era a capo del turismo in Calabria

REGGIO CALABRIA
– Oltre 50 arresti tra Umbria e Calabria. Un mix di mafiosi, politici
ed esponenti delle banche. In manette anche l’ ex assessore regionale
al Turismo della Regione Calabria, Pasquale Tripodi, dell’Udeur.
L’operazione dei carabinieri, chiamata Naos, ha smascherato un
intreccio criminale che espandeva i proprio tentacoli dall’edilizia, al
traffico di droga, alla estorsioni. E nei guai è finito anche il
responsabile della filiale umbra di un noto istituto di credito.

Al centro delle indagini condotte dal Ros, un sodalizio di tipo mafioso
collegato al clan camorristico dei Casalesi e alla cosca della
‘ndrangheta dei Morabito-Palamara-Bruzzaniti, di cui è stata
documentata anche la diffusa infiltrazione nel settore
economico-imprenditoriale, in particolare nell’edilizia e nel mercato
immobiliare. Gli inquirenti hanno accertato in particolare che gli
interessi illeciti dell’organizzazione criminale puntavano sugli
appalti legati a centrali idroelettriche, come quella della Vallata
dello Stilaro, nel comune di Bivongi (Reggio Calabria), ed
infrastrutture turistiche calabresi. Manovre agevolate dalla collusione
con esponenti delle amministrazioni pubbliche comunali e regionali. Ed
è a questo punto che entra in ballo Tripodi, che da ieri non era più
assessore al Turismo della Regione Calabria. Il presidente Agazio
Loiero lo aveva revocato per la sua incompatibilità politica
determinata dal fatto che aveva scelto di restare nell’Udeur e quindi
di andare col centrodestra.

Tra gli arresti fatti in Calabria, ci sono anche il sindaco di Staiti,
Vincenzo Ielo, il vicesindaco di Brancaleone, Gentile Scaramuzzino, ed
un tecnico del comune di Brancaleone, Domenico Vitale.

Secondo gli inquirenti i proventi dell’attività illecita
dell’organizzazione venivano reimpiegati nella costituzione di diverse
società impegnate nell’edilizia, che riuscivano ad imporsi grazie ai
prezzi concorrenziali offerti ai committenti. Un’egemonia favorita
dalla scarsa qualità dei materiali impiegati e dalla sistematica
violazione delle normative sulla sicurezza del lavoro e la previdenza
della manodopera, composta in buona parte da extracomunitari
clandestini.

Per gli investigatori l’organizzazione utilizzava metodi mafiosi, sia
nell’ambito del traffico degli stupefacenti, che del reimpiego di
capitali in attività edilizie, per passare al traffico di autovetture
rubate o "clonate" fino al riciclaggio di assegni falsificati.

Per quanto riguarda il settore della droga è emerso il coinvolgimento
degli indagati in un presunto traffico di cocaina destinati al mercato
perugino. In Umbria la commercializzazione della droga era
prevalentemente affidata ad una componente costituita da albanesi e
pregiudicati locali.

(13 febbraio 2008)

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