RENATO BIAGETTI:NEGATA L'AGGRESSIONE FASCISTA..FU SOLO UNA RISSA

Inviato da autonomix | 21 Nov, 2007

Non un omicidio con una chiara matrice politica, ma una banale rissa tra «balordi». Quattro mesi dopo la sentenza che ha condannato il 19enne Vittorio Emiliani a 15 anni di carcere per l'omicidio volontario di Renato Biagetti, il gup Giovanni Giorgianni ha reso note le motivazioni di quella decisione. E la lettura del provvedimento ha suscitato dubbi e rabbia nella famiglia e negli amici del giovane assassinato nell'agosto del 2006 lungo il litorale romano. «Le motivazioni insultano la memoria di Renato e non chiariscono la ricostruzione dei fatti», affermano all'unisono quanti in questo ultimo anno si sono battuti per ristabilire l'esatta versione di ciò che è avvenuto quella notte.

Biagetti, 26 anni, fu ucciso con 8 coltellate fuori da un locale di Focene per mano di due giovani ragazzi del posto, di cui uno maggiorenne (con celtica tatuata sul braccio) e uno minorenne. «Tornatevene a casa vostra» gridarono i due aggressori al giovane romano e ai suoi amici. Un avvertimento ben scandito che ha portato alla sua morte e al ferimento di un altro ragazzo, Paolo Berardi, accoltellato vicino ai polmoni.
Chiarezza su quella vicenda non è mai stata fatta e nelle aule dei tribunali la verità sembra addirittura allontanarsi. Per il gup si trattò di una rissa finita male perché qualcuno dei litiganti aveva con sé il coltello. Una ricostruzione contestata dai compagni di Biagetti: «Non ci fu nessuna colluttazione tra due gruppi - ribadiscono - la violenza è stata unilaterale». Anche il collegio difensivo, composto dagli avvocati di parte civile Arturo Salerni, Maria Luisa D'Addabbo e Luca Santini, si dice «insoddisfatto»: «Se da una parte emerge un chiaro e incontrovertibile dolo diretto di Emiliani, dall'altra non viene fatta luce sulla vicenda». Con questa sentenza il rischio di stravolgere la verità affossando definitivamente il processo è alto. «Ancora non si è fatta chiarezza su alcuni aspetti fondamentali», dice Arturo Salerni, riferendosi alla leggerezza sulle indagini rispetto alla ricerca delle armi del delitto («Non è mai stato trovato il secondo coltello che per noi è stato utilizzato dal minore») e alla mancata verbalizzazione dei carabinieri di Ponte Galeria delle ultime parole dette da Renato in ospedale. Cosa che un agente ha fatto con quasi un anno di ritardo. Eppure tale verbale assume un ruolo probatorio centrale nell'articolazione delle motivazioni del gup.

Al contrario non viene dato adito alla ricostruzione di Laura Lombardelli e Paolo Berardi, aggrediti insieme a Biagetti quella notte. In base alla loro testimonianza il minorenne G. A., in attesa di giudizio al tribunale minorile e che con queste motivazioni esce «pulito», «colluttò per la maggior parte del tempo con Renato scappando completamente sporco del suo sangue». Tesi pare confermata dalla prognosi dell'ospedale che ha evidenziato ferite sul corpo di Biagetti sia davanti che dietro, come fosse stato colpito su due fronti contemporaneamente. «Laura e Paolo hanno fornito versioni dei fatti coerenti e precise fin dall'inizio, eppure le loro testimonianze vengono screditate», denuncia con sdegno Cristiana del centro sociale Acrobax, che continua: «L'obiettivo dei due imputati era quello di aggredire e allontanare dal proprio territorio chiunque fosse di sinistra o di una cultura alternativa». Insomma il movente politico sembra palese per tutti. Ma non per il giudice che già durante l'istruttoria aveva cercato di escludere il connotato politico, rifiutando la richiesta di costituzione di parte civile di Anpi e Comune di Roma.

«Non è dalle aule di tribunale che uscirà mai la verità sull'omicidio», commenta Stefania, la mamma di Renato, che denuncia le omissioni e i depistaggi in cui è avvolto il processo, nonché il clima fascista e intollerante in cui è maturato l'omicidio. Intanto l'avvocato Santini annuncia di voler procedere contro il minore in sede civile, per un risarcimento e perché «quella sede servirà per fare piena chiarezza sui fatti». Le associazioni nate dopo l'uccisione di Biagetti, «I Sogni di Renato» e «Mamme contro il fascismo», si preparano a mantenere alta l'attenzione e a promuovere iniziative in suo ricordo. A partire dall'inaugurazione di una sala prove musicale e una partita di rugby «antifascista».crash

FIERA DELLE AUTOPRODUZIONI NATURALI AL CSOA CARTELLA

Inviato da autonomix | 21 Nov, 2007

CSOA A Cartella: Serata Benefit per Sport Sotto Assedio e video sul g8 di Rostock 2007

Inviato da autonomix | 8 Nov, 2007
serata al cartella

Autobiografia di un diverso( parte seconda)

Inviato da autonomix | 19 Ott, 2007

 

il terzo capitolo del romanzo contro per i compagni, sul movimento, sulla vita reale di chi si sbatte il culo per cambiare questo fottutissimo mondo.. 

 

DUE

 

Lo stava seguendo. Praticamente lo stava pedinando. Ma che fai? Ma sei diventato tutto scemo? Ti metti a seguire le persone ora? Ma tornate a casa e stai li tranquillo! No, no. Devo seguirlo. Devo vedere dove và. Guarda, guarda come cammina, come è veloce. Che camminata, a testa bassa, sembra un fantasma. Nulla lo smuove, non fa caso a nulla, non osserva nulla. Alex era a una cinquantina di metri da lui. Riusciva benissimo a distinguere i suoi gesti, le sue mosse. E fotografava nella sua testa ogni suo piccolo movimento, ogni suo passo. Scesero viale Bovio, superarono Piazza Garibaldi, entrarono nel Corso principale di Terra. C’era tantissima gente che passeggiava. Riccardo affrettò il passo. Si confuse tra le centinaia di persone che camminavano. Schiamazzi, risate, grida, abbracci, baci e sorrisi. Riccardo si perse tra tutte quelle teste. Dov’e’?non lo vedo! Iniziò a balzare qua e là come se fosse un coniglio. Corse per un po’. Si ribloccò. Si alzava ogni secondo sulle punte per scovarlo. Eccolo! Girò ad una traversa del corso. L’aveva finalmente rivisto. Corse fino a esserli nemmeno a dieci metri da lui. Si dirigeva verso Porta Madonna, ma passando per i vicoli della cittadina. Alex sorrideva. Era felice. Sembrava che stesse vivendo un avventura. Ancora in un altro vicolo. Girò anche Alex. Dov’era?Riccardo? sparito. Non lo vedeva più. Dopo il vicolo era scomparso. Ma come poteva essere?non era possibile. L’aveva a pochi metri di distanza.” Circolo culturale anarchico Horst Fantazzini”. Un portone grande e vecchio con rifiniture in tipico stile barocco. Forse era entrato lì dentro. Il portone era aperto. Salì quelle scale e il cuore iniziò a batterli in gola. Sentiva le minuscole goccioline di sudore che gli si formavano sulle tempie, il respiro che si faceva leggermente più affannoso, le pupille degli occhi si ingrossavano sempre di più per via del buio pesto che c’era in quelle rampe di scale. Primo piano. Riconobbe la sua voce. Là dentro c’era Riccardo. E c’erano anche tante altre persone. Voci distinte di uomini e donne che parlavano in modo pacato, in una discussione che non riusciva a comprendere. Appoggiò lentamente l’orecchio su quella porta. Cercò di sentire quello che dicevano. Puum! Perse l’equilibrio, inciampò e si ritrovò dentro quel locale.

-Vieni pure Alex, accomodati,-disse tranquillo Riccardo- questo compagni è il mio nuovo coinquilino, è di Sud.

Non sapeva cosa fare. Titubante e impaurito, si raccolse nel suo corpicino e rimase immobile in piedi. Ma come faceva a sapere che ero lì? Perché non si era arrabbiato che lo stavo spiando? E ora che faccio? Che vergogna? Guarda quanta gente! Alex abbassò la testa.

-Ciao a tutti-. Fu l’unica cosa che gli venne in mente da dire.

Si sentì stupido. Ma che dici “ciao a tutti”. Ma sei deficiente? Ma che vuol dire? Scusati almeno no? Riccardo si alzò tranquillamente dal tavolo, andò verso di lui, lo prese dolcemente per una mano e lo portò attorno al grande tavolo dove tutti attorno erano seduti.

-Accomodati pure qui- e lo fece sedere spingendolo su una sedia. Attorno a lui c’era un silenzio di tomba. Tutti lo guardavano. Prima del suo arrivo c’era in atto una discussione. Ora si era creata un atmosfera alquanto bizzarra. Una quindicina di persone lo fissava, lui aveva la testa bassa, seduto con Riccardo in piedi al suo fianco. I nuvoli di fumo delle sigarette accese, il silenzio assordante della camera, la forma statica delle persone fisse verso Alex. Non avrebbe resistito ancora molto in questa situazione.

-Beh, Elisa, stavi appunto dicendo del percorso. Come mai non vuoi che passiamo davanti la questura?-Riccardo si sedette finalmente.

Passarono due secondi e come per magia la discussione si riaccese, come se non fosse successo nulla.

-No Ricki, non è che sono contraria. Il problema è che ci saranno migliaia di compagni. È logico che tra questi migliaia, ci potrebbe essere qualcuno che lì davanti potrebbe fare sciocchezze. Che so, lanciare oggetti o urlare slogan troppo forti. Ci siamo capiti no?-

-Continuo a no vedere il problema-rispose Riccardo, con l’aria un po’ annoiata.

Prese la parola un altro ragazzo, seduto esattamente di fronte ad Alex.

-Forse qui non ci siamo capiti, compagni. Tra 4 mesi c’è Jenova, il G8, e ci stiamo preparando per partecipare attivamente. Ma una settimana fa, una guardia, una lurida guardia ha fatto finire in coma un ragazzo di 17 anni, un nostro compagno, un nostro fratello. Ci rendiamo conto della situazione? Mario, stava manifestando pacificamente a Nammoli. Tranquillo com’era. Manifestazione pre Jenova per i migranti. E finisce in coma perché una guardia lo manganella talmente tante volte sulla testa da farlo finire in ospedale con una commozione celebrale. E tutto questo 4 mesi prima del g8. come a dire: Attenti che a Jenova sarà ancora più dura per voi noglobal del cazzo. E no, Elisa. Io non ci sto. Questa ti pare democrazia? E cosa è allora? Io propongo non solo di passare davanti alla questura, ma di rimanerci pure li davanti e leggere la lettera della madre di Mario. E se parte qualcosa contro quell’edificio, io certamente non starò lì ad applaudire quel gesto, ma sicuramente non avrò nemmeno il coraggio di dire ai compagni che non devono lanciare nulla. E questo è quanto!-

Alcuni ragazzi applaudirono.

-Ma che cazzo dici, Ste. E questa è la risposta non violenta del movimento? Questo lo chiami pacifismo? Se ora quel ragazzo fosse qui con noi sicuramente non sarebbe d’accordo su questa scelta. Ricordiamoci che non dobbiamo mai rispondere alle provocazioni, altrimenti facciamo il loro sporco gioco-

 Si alzò Riccardo.

-E tu cosa ne pensi Alex?-

Aveva chiamato me? O madonna santa,e ora che dico? Che figura faccio! Non aveva mai partecipato a riunioni politiche, non parlava la loro lingua. Si trovava spaesato. Certo le sue idee le aveva sempre portate avanti, a scuola, con le occupazioni, le autogestioni, ma non si era mai schierato, non aveva mai parlato il politichese, non conosceva nulla di quel mondo. Non aveva tessere di partito, non frequentava associazioni. Non conosceva nemmeno quel G8. cioè, ne aveva sentito parlare, in modo molto marginale, s’era fatto la propria idea, ma non l’aveva mai esposta a nessuno. Riccardo lo fissava, come per incalzarlo a parlare. Alex allora si alzò in piedi.

-Beh, se ho capito bene, un ragazzo durante una manifestazione è stato ferito..-

-No cazzo, Mario è in coma, non è stato ferito e quei..- interruppe Stefano.

-Ma fallo parlare- esclamò Riccardo fulminando Stefano con gli occhi. -Continua pure Alex-

-Dicevo,-riprese-che un ragazzo è in coma per via di un poliziotto. E che tra 4 mesi c’è il G8 a Jenova. E voi state organizzando una manifestazione qui a Terra, contro le repressione, per questo ragazzo e per prepararvi al G8.Giusto?”

-Perspicace il ragazzo, ci sei arrivato! Mah.. questi di Sud sono tutti così? Sentenziò Elisa.

Alex riprese a parlare emozionato.

-Credo che la polizia sia di per sé un organo istituzionale che non funziona, un controllo che non serve. O meglio, serve ora, in questa società malata. Ma se tra gli uomini ci fosse tolleranza e fratellanza, beh, la polizia sarebbe inutile. Chi controllare se tra le persone regna la buonafede? Comunque il controllo statale sulle persone che la pensano diversamente è effettivamente qualcosa di mostrosuamente nocivo alla democrazia. Questa per andare avanti ha bisogno di avere persone che pensino con la propria testa, di persone differenti, di persone con opinioni. E se si cerca di limitare il loro pensiero, di spianare la loro diversità e di delimitare la loro azione, beh la cosiddetta democrazia non esisterebbe più. Detto questo, credo che il miglior modo di protesta, anche pacifica, su questa situazione sia fare un semplice corteo. Un corteo normale. Che passi per il centro della città. Che parli con le persone ai lati della strada. Che faccia capire perché si è contro questo G8. Magari con volantini, ma scritti in una maniera semplice, non con tutte le solite parole auliche che ho sempre letto sui volantini politici. Magari anche parlando con i signori che ci osservano. Poi magari creare un cordone autorganizzato di persone che distanzi il più possibile la polizia dal resto dei manifestanti, per avere più agibilità. E ad un certo punto del corteo, deviare dal percorso stabilito con la questura e dirigersi verso la prefettura o la questura stessa. Ovviamente tutti dovranno seguire il camion che apre il corteo. Una volta arrivati davanti la prefettura, beh sarebbe bello entrare tutti in massa, in modo pacifico, e lanciare da dentro la segreteria del prefetto un comunicato ai giornali e alla città, spiegare il motivo di quella occupazione simbolica e di leggere davanti al prefetto questa famosa lettera della madre del ragazzo in coma. Penso che noi potremmo fare così. Il bastone tra le loro ruote.-

Si sedette. Non era soddisfatto delle cose che aveva detto e abbassò la testa in segno di resa.

-Bello!!

-Si si, si può fare!

-Bella pensata.

-Grande sto ragazzino!

Alex alzò la testa. Le persone attorno a quel tavolo iniziarono a parlare, a discutere di quello che aveva detto. Tutti sembrarono entusiasti. E lui, non poteva crederci. Forse non aveva detto delle cretinate, forse a qualcuno piaceva ciò che pensava, lo ascoltavano, non era un numero, non era zero. Riccardo voltò la testa verso il suo coinquilino

-Ottima idea Alex. Allora compagni, pensate tutti a come mettere in pratica l’idea di Alex e domani alla stessa ora ci vediamo qui e ne discutiamo assieme. A domani allora. Quelli del circolo invece restano qui che dobbiamo parlare di un'altra questione. –

Quasi tutti si alzarono. Salutarono con un abbraccio Riccardo. Evidentemente avevano un gran rispetto per lui. Si vedeva da come gli parlavano, da come facevano quasi la fila per salutarlo. Rimasero seduti solo in sei. “ Ok,Riccardo, vado allora. Ci vediamo a casa”. “ ma dove vai?tu resti qui. Dobbiamo parlare” e gli fede segno di sedersi.  Spaesato e incredulo, ubbidì.Tutti uscirono dal locale. Rimasero Riccardo, Alex, Alessia, Stefano, Francesca, Roberto, Luigi e Marika.

-Ricki, ma non è meglio che esce anche lui?- disse quest’ultima.

-No, voglio che ascolti per bene!-disse Riccardo-allora tralasciando per ora il discorso corteo di sabato prossimo, vi comunico ufficialmente che abbiamo individuato un posto. Persino in centro.

-Davvero?Da paura

-Dove Ricki?- tutti si chiesero.

-Allora avete presente l’Ipercoop? Beh dietro c’e una vecchia cascina. E’ abbandonata. Al catasto risulta di essere di un tale che è emigrato in Svizzera. Ieri siamo andati a vederla con  compagni del collettivo SenzaConfini ed è in ottime condizioni. C’è solo da ripulirla e attaccare la corrente.

-Dai, e che aspettiamo allora?

Alex stava ad ascoltare. In silenzio. Ma stavolta non più con la testa bassa. Aveva conquistato un po’ di fiducia. Allora prese ancora un po’ più di coraggio e interruppe le loro discussioni.

-Scusate ragazzi, cosa è questo posto?Cioè non capisco.

 Di nuovo si sentì osservato. Tutti smisero di parlottare. Lo iniziarono di nuovo a fissare. Servì ancora un uscita di Riccardo per riportare tutto alla normalità.

-Hai ragione Alex. Scusami. E’ colpa mia. Prima ti invito alle nostre discussioni e poi non mi spiego bene-

Alex pensò che in realtà non l’aveva invitato lui.

E’ da troppo tempo che siamo in cerca di un posto da occupare. Finalmente pensiamo di averlo trovato.-

Un posto da occupare?occupare per cosa?perchè? queste domande non le fece però. Stavolta se ne stette in silenzio.

-Sei dei nostri, vero?-sentenziò Luigi.

-Ma certo che è dei nostri, vero Alex?-gli chiese Riccardo.

Alex nascondeva un certo imbarazzo.

-Eh, eh.. si si si! Certo. Come no. Ovvio.-Ma che sto dicendo?sono con loro? Ma in cosa?uffa non c sto capendo nulla! Occupare un posto. Ma che vuol dire!?

-Perfetto Compagni. Domani dopo la riunione con gli altri, non prendete impegni. Domani notte si occupa.

Si levò un grido di gioia corale. Tutti si abbracciarono

-E vai!

-Si!

-Finalmente!

Per non essere da meno anche Alex esultò.

-Che bello si occupa!-disse. Ma fu l’unica voce stonata. E si ritirò un po’.

Ma la gioia e la felicità in quelle quattro mura era troppa. E nessuno se ne rese  conto più di tanto. Nell’aria colma di fumo di sigaretta, si sentiva l’odore denso di emozione. Quella sera l’emozione aveva un profumo. Sapeva di quei sette ragazzi. Sapeva di misticità e di allegria. E anche Alex né fu trasportato.

Tornando a casa quella sera i due non si parlarono. Non c’era bisogno. Capivano che stava nascendo qualcosa tra di loro. E le parole non avevano senso in quei momenti. Quando furono dentro casa Riccardo prese la mano di Alex.

-Tu sei come me. Sei un anarchico. Buonanotte. A domani.

Alex si sentì per svenire. Troppe emozioni, troppe quel giorno. Tutte assieme, poi. Troppi cambiamenti nella sua vita. Tutti concentrati. Entrò barcollando nella sua camera. Si spogliò e si mise a letto. Spense la luce.

-Io, io sono anarchico!

Autobiografia di un diverso( parte prima)

Inviato da autonomix | 29 Set, 2007

Pubblichiamo come promesso la seconda parte del romanzo...

da leggere con attenzione..

 

Uno

 

 

La mattina si svegliò di soprassalto, investito da una voglia irrefrenabile, una voglia quasi disumana. Ma di che voglia si trattasse, non lo aveva capito. Si guardava attorno spaurito, quasi a dire: ma che ci sto a fare qui? La camera era vuota, le valigie pronte. Quel pomeriggio la madre lo avrebbe accompagnato in macchina a Terra,dove lo aspettava una casa nuova, un ambiente diverso, un posto certamente differente. Erano mezzogiorno, ma prima di partire voleva salutare i suoi amici, almeno quelli che erano rimasti ancora a Sud. Si vestì velocemente e uscì di corsa.

Alex era un tipo strano, differiva molto dai ragazzi della sua età. Pensava con la sua testa e criticava qualsiasi cosa che non lo convinceva. Parlava spesso con i professori di temi d’attualità e a volte i docenti si spaventavano del suo immenso bagaglio culturale.Aveva una sensibilità acuta ma non ancora ideologizzata. Non era di destra, quello solo diceva, e aggiungeva che nemmeno la sinistra gli andava a genio. Ma non si capiva bene cosa volesse dire. Quando gli amici lo sfottevano, perché si vestiva strano o faceva discorsi sulla politica, lo etichettavano: ecco, ora inizia a fare il comunista. Ma lui rispondeva che non era comunista, ma che non era di destra. Un giorno era alla Trinità, la piazza dove si incontrava sempre con i suoi amici, a parlottare con Stefano e Mary. Si avvicinò a lui un ragazzo di colore che vendeva accendini.

-Tre accendini, un euro, compra amico-.

 Stefano lo guardò con disprezzo e lo mandò a quel paese. Alex, aveva solo 16 anni, rimase fermo un attimo, esaminò nella sua testa la questione. Il marocchino si allontanò,coperto dagli insulti di Stefano; Alex, dopo un minuto, lo inseguì e rimase a parlottare con lui. Tornò dopo parecchi minuti da Mary e Stefano. Aveva in mano una ventina di accendini,ne aveva comprati il più possibile. Stefano lo guardò perplesso.

- Ma sei scemo? Ma lo sai che questi qui ci rubano il lavoro a noi italiani, spacciano e rubano, so’ delinquenti!-.

Ad Alex si infiammò il cuore.

-Ma ti sei mai chiesto perché lo fanno? Ma lo sai da dove vengono? In che condizioni vivevano nel loro Paese? Credi che si divertano a vendere accendini, credi che se loro potessero non farebbero altro, credi che sia facile per un ragazzo di venti anni abbandonare la propria terra, la propria famiglia e venire in un altro Stato dove neanche parlano e conoscono la lingua, credi che sia facile vivere vendendo accendini?eh? pezzo di cretino, non pensi che bisognerebbe aiutarli?tuo nonno sessanta anni fa per sopravvivere dove pensi che fu costretto ad andare? In America. Altrimenti qui con la miseria e la povertà sarebbe crepato. Ora però tu ci mangi, grazie ai sacrifici di tuo nonno. Hanno bisogno di venire in Italia, sai, hanno bisogno di vivere anche loro!-Stefano era allibito. Mentre Alex parlava gli brillavano gli occhi, era come se avesse accumulato anni di collera e fosse esploso.

-Oh, scusa Alex, io stavo solo a scherzà un po’-

-Eh, vedi di non scherzare su stè cose, che mi girano i coglioni, sté!-.

Diede un bacio a Mary e se ne andò da solo per il Corso a riprendere quel ragazzo di colore. Poi con Bambah sarebbe diventato amico.

Quella tarda mattinata arrivò alla Trinità con il cuore angosciato, un po’ perché aveva paura di non trovarsi bene a Terra un po’ perché in fondo gli dispiaceva di lasciare la città in cui era nato e cresciuto, gli amici, i posti dell’infanzia. C’erano tutti in piazza, Sara, Mary, Stefano, Mauro. Tutti sapevano che Alex stava partendo.

-Oh, però il fine settimana torni qui vero? Mica mo’ fai come gli altri che non torni più?- facevano in coro i ragazzi.

-Ma smettetela, dai, che domenica sono gia qui-.

Poi si prese sotto braccio Sara e si aqquattò con lei. Sara era la sua migliore amica. Quattro anni fa ci si era mezzo fidanzato, erano stati assieme per un po’, ma poi avevano capito che la loro era una amicizia troppo bella per andarsi a rovinare con un classico fidanzamento. Sara era bellissima, corteggiatissima da tutti, alta, capelli scuri lunghissimi, sorriso da favola, corpo mozzafiato. E poi era come lui: una sognatrice,amava la natura, i prati, leggeva tantissimo, ascoltava la musica a go go, era impegnata politicamente e socialmente, disegnava e faceva teatro. Si era segnata a lettere e filosofia. Rimase a chiacchierare con lei con un magone enorme in gola. Sara cercava di tranquillizzarlo che sarebbe venuta a trovarlo spessissimo, che tanto si vedevano a Sud quando tornava. Dopo un ora di abbracci e qualche lacrimuccia sparsa qua e là, salutò tutti e si diresse verso casa.

Dopo pranzo la madre e il nonno lo aiutarono a caricare le valigie in macchina e si partì. La madre di Alex si chiamava Franca, era una donna molto giovane, di appena 38 anni. Era infermiera a Sud. Con Alex aveva un rapporto strano, a volte distaccato a volte presentissima. Fino a 14 anni, Alex la amava alla follia, le ubbidiva sempre e la seguiva in ogni suo ragionamento. Franca lo aveva abituato a sentirsi indipendente, lo faceva tornare tardi la sera, le aveva insegnato ad andare solo a scuola fin da piccolo col bus, a cucinare ogni tanto. Era sempre molto presente come mamma, ma incentrava la sua educazione rivolta al futuro. Per questo gia a 13 anni, parlava di sesso con il figlio, di precauzioni. Poi crescendo Alex si era allontanato da lei. E la frattura si consumò per anni e anni.

In macchina quel giorno nessuno dei due parlava. Alex era emozionatissimo e scalpitava pensando alla sue nuova vita. La casa che aveva affittato era carinissima, al centro di Terra, una cittadina piccola come Sud, accogliente e molto nuova. Aveva in precedenza gia conosciuto i suoi inquilini. Fabio, Riccardo e Remo. Tre ragazzi di Leccare, paesino in Toscana, che erano già amici ed erano iscritti al secondo anno di Scienze politiche. Fabio gli era parso un ragazzo molto allegro, spigliato, capelli lunghissimi, grosso e tozzo. Quando lo conobbe aveva una maglietta a maniche corte con lo stemmino dei Gechi, il piccolo partito della sinistra ecologista, e gia gli era simpatico. Aveva la camera tappezzata di poster e fotografie sul ’68, sul Pci. Remo era uno sportivo; altissimo, quasi 1, 95 cm, grande e corpulento. Giocava a basket, come Alex, era un professionista e militava in B2. Nella sua camera aveva raffigurazioni dei più grandi cestisti della storia. E Riccardo era il più misterioso. Aveva 20 anni, barba incolta, occhi grandi e neri, basso e bruttino. Quando lo conobbe non ci scambiò nessuna parola; era vestito di nero, con una felpa strana, con una scritta bianca che recitava: ACAB. Jeans neri e scarpette da ginnastica rosse. La sua camera non l’aveva vista. Ma ad Alex gli era apparso un poco antipatico, asociale.

Finalmente arrivò a Terra.

La madre lo aiutò a scaricare le innumerevoli valigie che si era portato e insieme suonarono all’uscio di casa. Nessuno rispose. Aprirono allora con le chiavi che in precedenza il proprietario dell’abitazione aveva dato ad Alex e assieme portarono dentro i bagagli. La madre lo salutò frettolosamente avvertendolo che lo avrebbe richiamato la sera.

Si ritrovò solo in quella casa sconosciuta.

Entrò nella sua camera:era tutta bianca, vuota, sapeva di uno struggente odore di intonaco andato a male. Ma era felice, si sentiva sollevato da quella strana sensazione di stordimento. Per anni aveva cercato conforto in un mondo che desiderava creare, ma che ancora esisteva, e quella camera vuota e silenziosa gli suggeriva un punto ottimo d’inizio. Stranamente non aveva più timore, tutti i suoi dubbi sulla sua nuova esistenza sparirono. Credeva che era più facile cambiare le cose laddove c’era una spianata di nulla davanti a sé. E quella camera così fatiscentemente vuota, era per lui un mondo da riempire. Alex sognava e si arrabbiava. Non capiva come gli altri ragazzi della sua età si accontentavano di una vita così piatta, ripetitiva, noiosa. Voleva rompere le catene di quella particolare omologazione all’esistenza, voleva strappare dal grembo di quella società un fiore di speranza nuovo e duraturo. E la sua arma era la scrittura. Teneva sempre appresso carta e penna, ma dall’altra sera aveva cominciato finalmente ad utilizzare il suo portatile. E senza pensarci troppo, con ancora le valigie piene da sistemare, seduto sul suo letto ancora da rifare, iniziò a scrivere frasi su frasi sulla sua nuova vita. Penso e ripenso al flusso continuo delle onde, al fruscio degli alberi sospinti dal vento, al crepitio della pioggia che cade sul terreno arso. Mi immagino una società senza classi, senza odio, senza guerre, senza porte alle case, senza armi e senza televisioni, senza divise. Mi immagino una società con una fratellanza di fondo, che tenga uniti gli animi diversi delle persone, con i pensieri liberi delle genti, con la possibilità di scegliere il proprio futuro, senza costrizioni ne barriere ne limiti di alcun genere. Vorrei volare per il mondo e vedere con i miei occhi che tutti gli esseri di questo pianeta collaborino assieme per principi come equità, solidarietà e benessere sociale. Ecco, osservo gli occhi dei bambini in questo mondo. Gli vedo felicemente innocenti,gli vedo avvicinarsi ad un barbone con faccia stupita e regalargli un sorriso sincero, gli vedo ammirare le stelle e chiedersi” Cosa sono quelle lucine?”, gli vedo correre dietro un uccellino per poterlo afferrare, per poter volare con lui, forse, gli vedo chiedersi perché si fa la guerra, gli vedo innamorarsi dei prati, buttarsi per terra nel fango e divertirsi da matti sporcandosi a più non posso, gli vedo sempre più spesso disubbidire agli ordini, quasi se seguissero una legge morale interna che tiene conto della felicità e ignorare le imposizioni che provengono dalla società, dalla famiglia, dai grandi, gli vedo piangere disperarsi da matti e poco dopo, per una semplice caramella tornare a sorridere, trovare la pace interiore. E volo a pensare a quanto sarebbe bello vivere in un mondo fatto di soli bimbi, dove qualora nascano delle controversie, delle guerre, e si iniziasse a piangere, ad arrabbiarsi, a gridare, basterebbe una caramella alla fragola a riportare la pace. Si, in un mondo di bambini, la pace si farebbe con una caramella alla fragola.

E mentre era assolto nelle sue riflessioni, sulle su scritture, gli balenò improvvisamente nella testa il bisogno di vedere la camera di Riccardo. Infatti era l’unica cosa della casa che non conosceva, che non aveva visto. Ora lì con lui non c’era nessuno e quale occasione migliore poteva avere di ficcanasare nella camera del suo inquilino. Si alzò di scatto dal letto e si diresse verso quella stanza. Sulla porta c’era un poster di un metro e mezzo nero, con una poesia lunga lunga. Rimase minuti a leggerla, a osservarla. Era quasi impietrito di fronte a quella scritta.

Il campanello della porta suonò d’improvviso e riportò sulla Terra Alex.

Remo e Fabio erano tornati a casa.

Corse di fretta verso l’entrata della casa; con un respiro graffiante e roco, si fermò di scatto facendo finta di sistemare ancora le ultime cose in cucina, e attese l’entrata dei due.

-Ehi, ma dove siete stati?- esclamò Alex, con un finto sorriso che gli si stendeva sul viso, un po’ come un ombrellone da mare sta sul cucuzzolo di una montagna abruzzese.

Riccardo accennò un saluto e si diresse subito in camera, rinchiudendo lentamente la porta.

-Beh, compà che hai fatto fino a mo’? Dove sei stato? Non mi dire che tutto ‘sto tempo l’hai passato in camera?-

Alex abbassò la testa.

-Si, perché?-

-Ma compà è pieno di fighe in giro a st’ora, potevi farti una passeggiata no?-

-Vado in camera a fumare- rispose scocciato Alex.

Remo tolse delicatamente le valigie e le borse di Alex che erano ancora rimaste in soggiorno e le riportò nella sua camera.

-Oh, compà sicuro che non vuoi farti due passi?Dai che io sto a riusci! Dai vie’ co me.-

-Grazie Remo, ma sono stanco e ho da sistemare ancora tutte queste cose qui, ci metterò un’eternità. Magari domani andiamo.-

Remo diede una pacca sulla spalla ad Alex ed uscì sorridendo. E così il ragazzo rimase solo soletto nella sua camera. Con calma mise tutto a posto, appese poster, piegò per bene tutti i vestiti, spolverò le mensole e ripose tutti i ricordi e gli oggetti a lui tanto cari, scopò a terra e in poco più di due ore la camera era perfetta, pulita e pronta per la vita. Come diceva lui. Quella era la camera della vita. Aveva il pensatoio: una poltroncina girata in un angolo verso il muro, dove c’erano scritte con una matita le seguenti parole: “al’interno di ogni uomo si nasconde una potenza enorme, un temporale di istinti, una tempesta di sensazioni, un uragano di emozioni, turbinii di pensieri.. e i cambiamenti nel mondo, avvengono solo grazie a questi misteriosi pensieri nascosti dentro ogni persona. E soltanto i pensieri di un grande uomo possono cambiare il mondo, a patto che questo grande uomo un giorno smetta di pensare e agisca.” Questa frase l’aveva scritta lui, e imprimendola sul muro, l’aiutava a riflettere. Lui diceva che quando era in difficoltà, che aveva paura, che non sapeva come risolvere una situazione, si sedeva sul pensatoio e, puff, come per magia, poco dopo stava meglio. Non aveva risolto il problema, ma tornava allegro. Oltre al pensatoio, i muri erano tappezzati di scritte di Gabriel Garcia Marquez, di Voltaire, di Gandhi, Prhoudon. Poi c’era l’angolo della rivolta. Uno spazio su una mensola dove aveva una candela accesa e dietro una pergamena con incise in lettere antiche delle date: 12-12-1969. Le lenzuola e le coperte del letto erano nere, il suo colore preferito. Per terra c’erano cataste di libri e cd, ordinatamente riposti per autore. Al fianco del letto aveva sistemato un’arazzo regalatoli da una sua amica, disposto dei cuscini per terra. E questa era la camera di Alex, appena arredata, il giorno del suo arrivo a Terra. Era certamente incompleta, ma agli occhi di una persona normale destava certamente curiosità.

Appena finito di sistemare il tutto si guardò attorno con aria soddisfatta, si mise per terra con il computer sulle gambe, si accese una sigaretta e cominciò a scrivere,preso come da un raptus sessuale e maniacale con le emozioni. Le parole scivolavano sinuose sulla tastiera del notebook, sospinte da un qualcosa di magico, di misterioso. Pigiava forte i tasti, come se sentisse dentro il cuore quello che stava scrivendo, come se quelle frasi sgorgassero fuori in tumulto perpetuo. Se la stava prendendo contro i ritmi frenetici della vita, contro le tradizioni perse, contro le tecnologiche esistenze futuristiche. Così, da un momento all’altro aveva cambiato espressione. Prima tutto felice per la camera appena riordinata, un attimo dopo cupo e arrabbiato per come si stava evolvendo l’universo. Era fatto così quel ragazzo. “E’ un attimo, un batter di ciglia.. Nessuno qui si rende conto che, risparmiando tempo, in realtà risparmia tutt'altro. Nessuno vuole ammettere che la sua vita diventava sempre più povera, sempre più monotona e sempre più fredda.
Se ne rendono conto i bambini, invece, perché nessuno ha più tempo per loro. Se ne rendono conto invece i fratelli migranti, perché nessuno tende più loro una mano mentre vengono rinchiusi nei Cpt. Se ne rendono conto i cortili e i parchi, perché nessuno più trova il tempo di correre tra l’erba e sentire il profumo inebriante degli alberi in autunno. Se ne rendono conto le nostre emozioni, che vengono paralizzate, freddate e spazzate via dalla logica dell’immediatezza e della frenetica ricerca del risparmio temporale.
Ma il tempo è vita. E la vita risiede nel cuore. E quanto più ne risparmiamo, tanto meno ne abbiamo.

Corriamo come dannati per la città, stressandoci e innervosendoci se il semaforo rosso ci ingabbia per un minuto in più sulla strada,fissiamo appuntamenti ore dopo ore e, per rispettarli, facciamo salti mortali, limitando il tempo che dovremmo passare con i nostri figli, ci strozziamo per ingurgitare un tramezzino sotto il bar del nostro ufficio, pronti subito a scattare per riprendere il posto di lavoro puntuali e precisi, pur di risparmiare tempo siamo disposti a fare acquisti su internet, pagare le bollette su internet, innamorarci su internet, fare amicizie su internet, fare sesso su internet.. Abbiamo perso completamente la testa stando dietro a questa società che ci impone ritmi sferzanti di tempi lampo. Questa società classista e capitalista che ci abbandona come relitti in un oceano e che è manovrata da soli pochi grandi potenti.

Abbiamo fame, dobbiamo lavorare per mangiare. Abbiamo bisogno di muoverci, dobbiamo pagare per farlo. Vogliamo una casa, dobbiamo  lavorare per affittarla/comprarla. Vogliamo cultura, leggere, ascoltare musica, vedere mostre, dobbiamo pagare e andare a lavorare per avere ciò. Vogliamo studiare, dobbiamo pagare. Viaggiare e pagare. Leggere e pagare. Bere e pagare. Avere luce gas e acqua e pagare. Respirare e pagare. E il lavoro?A volte precario, a volte in nero, a volte continuativo, a volte massacrante, demoralizzante, RIPETITIVO, pericoloso ci prende ore ed ore interminabili nella giornata. Così facendo ci costringono a lavorare, ci tengono buoni con il lavoro, ci estraniano dalla vita sociale, ci lobotomizzano il cervello con facili guadagni ed incentivano chi lavora di più, ci controllano facilmente e ci tengono sott’occhio e soprattutto riescono così a farci fare quello che loro vogliono, per i loro sporchi profitti. Ci rubano i nostri respiri, le nostre passioni, i nostri sogni. Ci tagliano le ali per volare, ci frammentano le nostre sensazioni e ci rendono impauriti e tremanti davanti al futuro. Questo tempo, per il quale siamo sempre di fretta, per il quale non riusciamo a stare tranquilli, lo rivogliamo! Basta con questa frenetica vita impazzita, dove tutto corre e sfreccia. Basta. Sapete, nella Lucania del secolo scorso, uomini come noi, italiani, contadini, celebravano il rito del capro espiatorio, per allontanare – all’inizio dell’inverno – il timore del “vuoto vegetale”, ossia di quel deserto che rimaneva dopo i raccolti, dopo il fuoco del Sole sulla terra riarsa dell’estate. Folli.
Oggi siamo così sicuri del ritorno della primavera e abbiamo così poco tempo  da spendere che non sentiamo il bisogno di corteggiarla con un rito, non avvertiamo la necessità d’evocarla per tacitare la nostra paura del vuoto e del buio invernale, del tetro avanzare del freddo che ci ricaccerà nei nostri cubicoli superbamente arredati – CD, DVD, CCD, DVX, DDT, ADSL, USB, DS, AIDS – con tutto quel che serve per fare spallucce al gelo dell’inverno. Non abbiamo più tempo per l’amore. Gli italiani non trombano quasi più, non ne hanno tempo: almeno, lo fanno più “correttamente”, “coscienziosamente”, “responsabilmente” e “consapevolmente”. Per meglio dire, con troppa “mente” e poco corpo, meno sudore e più docce, poca passione e tanto calcolo. “Posso invitarti a cena” è diventato quasi sinonimo di “forse, possiamo farci una scopata”: un tempo, queste cose si lasciavano al linguaggio non scritto dei corpi aggrappati nel ballo, attratti, sfregati dalla voglia e sfrenati nella passione.                                                                                          «Ciò che è vuoto è destinato inevitabilmente a riempirsi, e ciò che è pieno a vuotarsi» affermava nella notte dei tempi Lao-Tze, forse mentre osservava l’acqua scorrere nelle risaie a terrazza dell’antica Cina, oppure mentre ascoltava fremere il corpo dell’amata.
Con la perdita del valore temporale ci siamo riempiti le case di cazzate e le abbiamo svuotate di figli, di parenti, d’amici, di discorsi, di emozioni, di intelligenza. Non sappiamo più vivere nelle vecchie case a ballatoio, con il cortile a fare da teatro per tutte le passioni e le miserie del caseggiato: avremmo paura. Svuotati di passioni, privati di sentimenti, annegate persino le idee nel nome del “politically correct”, ci coaguliamo – statici – di fronte ad uno schermo di vetro dove scorrono gli stereotipi della nostra vita, l’ammaestramento che ci è necessario per continuare a morire di noia. Senza tempo.                                                                                                   “La demografia italiana ne soffre” sussurrano dal più alto Colle fino all’ultima sacrestia dello Stivale: non ci sono più stuoli di ragazzini che riempiono gli oratori ed i campi di calcio – quelli “liberi”, ovviamente – perché quelli “targati” qualcosa – fosse anche la squadra del Ranuncolo Rampante – diventano subito il sogno dei genitori, quello di vedere trasformati i polpacci del proprio figlio in dobloni. Con i quali comprare subito l’ultimo modello di cellulare che invia nell’etere anche frecce, chewing-gum e pannolini. Cellulari e viaggi “last minute”, portatili dei quali useremo il 5% delle risorse e televisori in ogni angolo della casa: soldi, servono soldi, lavorare, mungere, sfruttare, vincere per avere altri cellulari, altri viaggi…
A questo ci siamo ridotti. A questo ci hanno portato. E continuano a manovrarci come burattini. Senza tempo.

Addirittura non facciamo più figli; non ne abbiamo tempo. La natalità in questo Paese è ai limiti storici.

I consumi, per Dio! Non sia mai che crollino i consumi, altrimenti l’anno prossimo mi potrò solo sognare il trekking sulle Ande ed il safari fotografico in Kenya! La produzione, per Dio! Se non c’è nessuno che lavora, come produciamo per consumare?
E poi noi saremmo dei folli, soltanto perché predichiamo da anni che l’economia liberista non solo conduce al collasso ecologico del pianeta, ma ci sta uccidendo nella psiche e nel corpo? Quale segnale attendere ancora, quale messaggio è più forte di una specie che non si riproduce più? Non basta riflettere che metà della popolazione – chi più e chi meno – fa uso di psicofarmaci? Senza Tempo. Ci hanno rubato tutto. Persino i figli.

Come delle serpi, ipnotizziamo le future prede che attraversano il mare su malferme barchette dopo aver morso l’esca fatta di talk-show e telefonini, oppure sospinte come branchi d’acciughe verso la rete dagli squadroni della morte che seminiamo nel mondo, dal Kurdistan al Sudan, dalla Colombia alla Cecenia, dall’Iraq all’Aghanistan.

Abbiamo bisogno di calma, di respirare con attenzione, di meno lavoro, di più vita sociale. Di parlare di più, di fare più sesso, di usare meno la macchina, di passeggiare di più, di vedere meno Tv e usare meno il telefono, di abbandonare per un pò Internet, di viaggiare di più, di ascoltare di più, di comandare di meno, di amare di più. E magari di farci più canne. Si. Magari lavoriamo e amiamo con lentezza. Magari.

Riappropriamoci del nostro tempo, rigettiamo questa società malata e iniziamo a curare di più il nostro cuore e la nostra anima. Perché se davvero non abbiamo più tempo da dedicare ai nostri bimbi, vuol dire che stiamo andando verso la distruzione totale delle nostre vite, delle nostre anime, perché se davvero non abbiamo più tempo per i nostri figli vuol certamente dire che siamo diventati una specie di cyborg omologalizzati a questa società che ci vuole tutti uguali senza diritti, ne poteri, ne emozioni. Badiamo bene, che questo siamo diventati e che i nostri figli crescono senza più l’odore dei campi sotto il naso. E noi abbiamo bisogno dei nostri figli. I figli, più che il prodotto del denaro, sono il frutto dei nostri sogni, oramai azzerati. “ E mentre scriveva queste parole, Riccardo entrò improvvisamente in camera.

-Che stai a fa, Alex?- disse con quella sua voce dolce e misteriosa.

-Oh, niente niente, cazzate,scrivevo- rispose il ragazzo, balbettando e chiudendo repentinamente il computer. Non fece a tempo a nascondere il pc dietro di sé che Riccardo l’aveva gia in mano che leggeva quello che aveva appena scritto. Stette in silenzio per qualche minuto, mentre Alex lo fissava stupito ma bloccato e impotente. Non voleva assolutamente che qualcuno leggesse le cose che scriveva. La scrittura, le sue riflessioni, quelle sue parole erano soltanto di Alex, a lui appartenevano e mai nessuno aveva la possibilità di leggerle. Soltanto quando avrebbe riposto tutto in un libro, finito e pubblicato, allora si che si sarebbe affidato alla critica e ai pensieri della gente. Ma non prima. Mai nessuno prima ad allora era riuscito a strappare un pezzo di carta dove aveva scritto, o sbirciato nel suo computer. E si stava chiedendo perché proprio ora aveva dato il suo notebook a Riccardo,uno sconosciuto. E mentre era lì che cercava di capire il senso della sua immobilità, Riccardo gli ripose il pc sulle gambe.

-Hai stoffa ragazzo- esclamò e uscì velocemente dalla camera. Scese le scale in fretta e furia, salutò Fabio e Remo e uscì di casa.

Alex rimase impietrito da quelle parole, rimase esterrefatto dalla sua voce sinuosa e melodiosa. Era attratto da quel ragazzo, non sapeva perché ma era come se la sua anima lo spingesse verso di lui. Attorno alla sua voce, ai suoi movimenti, al suo modo di gesticolare, a come si vestiva, c’era un alone strano che strappava letteralmente il fiato ad Alex, che lo incuriosiva a tal punto da rimanerne trafitto. Doveva seguirlo, voleva vedere come si muoveva a Terra, dove andava, con chi si vedeva, cosa faceva in giro.

Autobiografia di un diverso

Inviato da autonomix | 24 Set, 2007

da oggi, per 1 mese a questa parte, pubblicheremo un romanzo contro, un romanzo di un compagno, che prova a raccontare la vita di un semplice ragazzo che cerca di combattera questa società..

 

BUONA LETTURA A TUTTI e A TUTTE!!

 

Autobiografia di un diverso

 

di .............

 

 

Zero

 

 

Credeva di volare, di sognare e di reagire così alle batoste prese fino ad allora, e invece si scopriva solo, inutile come un colore senza la carta su cui disegnare, come uno scrittore senza mani.

Pioveva a dirotto quel giorno, il cielo era scuro e inquietante, le nuvole grosse come elefanti, e tirava un vento che ti risucchiava l’anima. In giro non c’era nessuno, i vicoli della città deserti, e gli alberi mugugnavano un lamento che sapeva di grido d’allarme. Un grosso cane, sporco e nero, era disteso sulla strada, incurante delle urla del cielo, quasi per niente spaventato dai lampi che ogni tanto illuminavano la cittadina e straziavano quel silenzio assordante che riempiva l’aria; mezzo addormentato, osservava le foglie ormai morte e giallastre che danzavano sospinte dal vento davanti ai suoi occhi.

La gente era tutta rinchiusa in casa, assopita dalle voci rassicuranti delle televisioni e riscaldate dai camini accesi e dai termosifoni bollenti. Sud era una città molto piccola, contava appena 60000 abitanti, divisa quasi a metà: da una parte c’era la cittadella antica, con monumenti, resti d’altri tempi e chiese storiche, alta,fredda, posizionata su un colle dalla quale si scorgevano i monti che la circondavano e la vallata che le stava ai piedi; e poi c’era la parte bassa, Sud Scalo, dove c’era la stazione, dove erano sorti i grandi centri commerciali, dove c’era il polo universitario, i pub e  i locali, negozi scintillanti e poca cultura, sorta e cresciuta da pochi decenni laddove prima non esisteva assolutamente nulla,lì crebbero le fabbriche, le prime aziende multinazionali.

Erano le undici di sera del 5 Settembre 2000, ed Alex era appena uscito di casa per farsi due passi e fumarsi una sigaretta. Abitava in centro, a poche centinaia di metri dal corso principale di Sud, in una casa grande e molto accogliente. Con lui vivevano i nonni, la madre e il suo gatto. Il padre abitava invece a Sud Scalo, insieme all’altra sua mamma e i suoi due fratelli, Lilly e Manu.

Alex aveva 18 anni, era alto, magro, con i capelli corti di un biondo scuro particolare, un viso molto espressivo, e degli occhi grandi e colorati tipo cartone animato giapponese, di un verde acqua splendente. Portava con sé sempre uno zainetto dietro le spalle, pronto ad essere riempito di cianfrusaglie all’occasione, dei grossi e larghi pantaloni verdi, un maglione colorato di lana, un giubbotto rosso e una kefia al collo che non lo abbandonava mai, neppure d’estate sotto il sole cocente. Ma quella sera era particolarmente fredda e più che altro la utilizzava come sciarpa con la quale coprirsi fino all’altezza degli occhi; in testa aveva il suo solito cappellino militare, alle mani i guanti che le aveva regalato sua nonna. Così coperto camminava con calma e senza fretta per la città, sotto la pioggia battente e senza un ombrello che lo riparasse. Passeggiava senza meta, sotto i portici del corso, per via Gramsci, via Pollione. E pensava. Pensava alla sua vita e a come si stava evolvendo ultimamente.

Mentre camminava e con gli occhi bassi continuava il suo minuzioso lavoro di scervellamento personale sui dubbi esistenziali, si rese conto che si era del tutto infradiciato e decise di ripararsi  sotto i portici di San Giustino.

Si sedette sulla scalinata e si accese la sua prima sigaretta della serata.

Guardava la pioggia scendere giù con veemenza. Pensava che sarebbe stato bello essere una goccia di pioggia, così piccola e indifesa, ma così importante ed egocentrica; erano a migliaia le gocce che scendevano ogni secondo, avevano durata breve, ma in quelle frazioni di attimi, tutte, collettivamente, scendevano con un unico scopo, con una unica direzione, e tutti se ne accorgevano; mai le gocce di pioggia passavano inosservate,tutti, animali e uomini, oggetti e piante, sentivano la loro presenza, e nessuno poteva fermarle. Quando la pioggia voleva scendere giù dal cielo, niente e nessuno poteva contrastarle, nemmeno le creature più potenti e ricche e forti dell’universo potevano impedire alla pioggia di scendere; ci si poteva solo riparare. Erano minuscole prese una per una, queste goccioline di acqua, ma insieme, erano belle forti ed uniche nella loro maestosità. A volte potevano essere danno per la natura e per l’uomo, altre volte erano semplicemente vitali, ma sempre e comunque le misere e piccole goccioline di pioggia avevano uno scopo ben preciso che portavano sempre a termine e soprattutto chiunque non poteva che fare a meno di accorgersi del proprio passaggio. E di Alex? Qualcuno si era accorto della sua vita? O stava passando inosservato? Questo si chiedeva il ragazzo ,tra un tiro e un altro di fumo. E mentre era rapito dai suoi pensieri, vide da lontano un omone che si dirigeva correndo verso di lui. Alex alzò lo sguardo, e sussultò quasi dallo spavento quando si accorse che l’uomo correva proprio velocemente verso di lui. Forse qualcuno allora si era accorto di lui. Forse qualcuno sentiva il bisogno di correre da lui per dirgli:” Alex, guarda che io ti ho notato, non sei affatto inutile”. Ma si, sicuramente era così. Certamente qualcuno aveva sentito, percepito da lontano le sue riflessioni, le sue paure e stava accorrendo da lui a dirgli che non era una persona inutile, insignificante , ma che era importante, fondamentale; e i suoi occhi si accesero di un bagliore fluorescente, buttò via la sigaretta e mentre pensava a quello che doveva rispondere al gentile uomo, qualora gli avesse detto quello che si immaginava, un sorriso di gioia purissima cominciò a scardinarli il viso. Era tutto ad un tratto diventato felice; il cupo e la tristezza erano scivolati via con l’acqua piovana e si preparava ad accogliere l’uomo con una fierezza degna di un leone. L’uomo arrivò sotto i portici, si levò il cappuccio che lo copriva dalla pioggia e si avvicinò ad Alex.

 -Mi fai accendere per favore?-chiese al ragazzo e  prese una sigaretta dalla tasca mettendola con calma in bocca.

Alex morì dentro; pensava chissà cosa, fantasticava nel suo mondo ideale chissà quali magiche parole l’uomo gli avesse rivolto, già pregustava un discorso mistico da intraprendere con l’omone, e invece, nulla, il nulla, assolutamente nulla di tutto ciò.

 - Ah si, tenga- rispose Alex con tiepida freddezza, sconsolato e immediatamente tornato nello status in cui prima era immerso. E mentre l’uomo si allontanava con la sua cicca in bocca, il giovane ragazzo abbassava gli occhi, metteva le mani in tasca e prendeva un pennarello nero, di quelli che servono a scrivere su tutte le superfici. Si girò e sul muro scrisse: MI SENTO SOLO, FORSE LO SONO, MA PRIMA O POI, ANCHE DA SOLO, CAMBIERO’ IL MONDO.

Si alzò, si risistemò i pantaloni, il cappello e si riavviò con calma verso casa, non prima di aver acceso la sua seconda sigaretta.

Rientrato a casa, si diede una asciugata veloce, si infilò il pigiama e si mise sotto la coperta. Prima di addormentarsi, accese lo stereo, infilò dentro un cd della 99posse, prese il portatile, lo mise sulle sue gambe e scrisse per un po’. Amava scrivere, o meglio così Alex diceva. Ogni volta che si metteva a scrivere qualcosa, metteva su delle frasi, delle belle idee, poi si stufava e lasciava tutto li. Diciamo che amava pensare, ecco. Pensava tantissimo, si faceva viaggi lunghissimi di pensieri, quando parlava con gli amici spiegava i suoi pensieri, ma quando si trattava di scriverli, non gli piaceva più. Si definiva uno scrittore, ma non lo era. Era un pensatore, era un parolaio. Avrebbe detto a voce il suo libro, ma non lo avrebbe scritto. Lo avrebbe pensato, ideato, ma si annoiava a dover stare le ore a trascriverlo su carta o davanti al pc. Le frasi in testa, invece, scivolavano via rapide e sinuose, senza tempo, senza censure, senza errori di grammatica o di sintassi, senza star li a ricontrollare tutto. Per questo si era comprato un registratore vocale: quando gli veniva una bella cosa in mente, schiacciava rec e la diceva al microfono del registratore. Il fatto è che poi le frasi che registrava, non le trascriveva mai, non ne aveva proprio voglia.

Aveva un diario, rosso, bellissimo, che gli aveva regalato la sorella al compleanno. Aveva iniziato a scrivere li i suoi pensieri, all’inizio con una frequenza di tre volte al giorno, poi solo una al giorno, infine scriveva appena 2 paginette a settimana.

Insomma era un gran sognatore, ma svogliato. Non aveva voglia di scrivere, solo di pensare e parlare.

Quella sera decise un cambiamento drastico: prese il diario e lo mise nel cassetto ripromettendosi di non riprenderlo più. Era capitolo chiuso. Ora era maggiorenne, stava per trasferirsi a Terra, dove si era iscritto alla facoltà di scienze politiche, e quindi doveva assolutamente iniziare a scrivere un libro. Il suo sogno era sempre stato quello di provare a cambiare le cose con le parole, con la scrittura. Allora prese il  suo pc nero e iniziò di getto a scrivere, come solitamente di far suo.

CREDO NEI SOGNI, SONO UN SOGNATORE. O FORSE SONO SEMPLICEMENTE UN SOGNO. GUARDO QUESTO MONDO E MI CHIEDO: PERCHè? PERCHè IL CIELO è BLU? PERCHè SONO NATO BIANCO E NON NERO? PERCHE’ LA TERRA è MARRONE E IL SOLE GIALLO? PERCHè IL FUOCO è ROSSO? CREDO CHE DIO SIA UN PITTORE, UN PITTORE CHE SI è DIVERTITO A DIPINGERE IL MONDO COME LUI DESIDERAVA, COME A LUI GARBAVA. MICA HA CHIESTO CONSIGLIO A QUALCUNO? NO. HA DECISO LUI E BASTA. E SE DIO FOSSE MORTO, PERCHE’ ALLORA NOI DOBBIAMO CONTINUARE AD AVERE IL CIELO BLU, IL SOLE GIALLO, IL FUOCO ROSSO? SE QUALCUNO DOMANI SI SVEGLIASSE CON LA VOGLIA DI AVERE UN CIELO VERDE, UNA TERRA BLU E UN FUOCO NERO? NON LO POTREBBE AVERE.

POI TORNO A PENSARE CHE TANTO IO NON CREDO IN DIO E QUINDI IL MONDO ME LO DIPINGO COME VOGLIO IO.

SONO UN RIVOLUZIONARIO E CREDO CHE LA PRIMA COSA DA RIVOLUZIONARE SIANO I COLORI.

VORREI CHE GLI AFRICANI AVESSERO LA PELLE BIANCHISSIMA, NOI NERISSIMA. POI VORREI CHE IL COMUNISMO SIA GIALLO, L’ANARCHIA ROSSA, IL LIBERALISMO MARRONE, IL FASCISMO MI VA BENE NERO. MI PIACEREBBE AVERE UN BABBO NATALE VESTITO DI BLU E UNA COCA COLA TUTTA VIOLA. ANZI, MI CORREGGO. VORREI CHE LA COCA COLA NON ESISTESSE PROPRIO..

Alex così scriveva l’inizio del suo libro; certo era strano, ma in lui si prospettava gia un futuro, si vedeva che aveva la stoffa dello scrittore , era palpabile la sua diversità intensa. Alternava semplicità a profondità. E poi, in quello che scriveva ci credeva. Ci credeva fino alla morte. E questa è la prima cosa che serve ad un vero rivoluzionario.

Ma mentre scriveva e pensava queste cose, si addormentò davanti al computer.

 

fine primo capitolo.. 

LETTERE E COMUNICATI PER I COMPAGNI ARRESTATI A PADOVA

Inviato da autonomix | 18 Lug, 2007
NESSUNA TREGUA AL TERRORISMO DI STATO!

Esprimiamo incondizionata
solidarietà ai due compagni arrestati la notte tra il 5 e il 6 luglio a
Padova, uno dei quali un lavoratore precario di appena 19 anni, nell´
ambito dell´inchiesta che il 12 febbraio ha portato all´incarcerazione
di altri 13 compagni e una compagna.
A differenza dell´operazione di
cinque mesi fa, l´accusa di banda armata e associazione sovversiva è
data per concorso esterno. Questi nuovi arresti serviranno, inoltre, ad
allungare i tempi dell´indagine e della carcerazione preventiva.
Ancora
una volta ad essere colpito in particolar modo è il Centro Popolare
Occupato "Gramigna" di Padova perché da sempre è in prima linea nelle
battaglie a difesa dei diritti dei lavoratori, nella mobilitazione
contro le guerre imperialiste, in appoggio alle resistenze dei popoli
oppressi e nelle lotte sociali e popolari in difesa dell´ambiente, come
in Val di Susa, o contro le basi militari, come a Vicenza.
Da sempre
il Gramigna è stato la spina nel fianco dello stato terrorista che a
più riprese ha cercato di metterlo a tacere. Infatti, nell´ultimo
ventennio, ha collezionato 13 sgomberi e decine di denunce e multe a
carico dei compagni e che il 23 giugno, nonostante divieti, tentativi
di ghettizzazione e 200 sbirri in assetto antisommossa, è riuscito ad
organizzare con successo un presidio davanti alla stazione.
Con queste
manovre il governo tende ad instaurare, all´interno del movimento
rivoluzionario, un clima di terrore che cerca di spaventare e dividere
le masse in modo da impedire che seguano l´esempio della lotta di chi
non si fida più delle istituzioni. Nonostante l´enorme campagna di
criminalizzazione mediatica stile "sbatti il mostro in prima pagina",
intorno ai compagni si estende un´enorme solidarietà attaccata a più
riprese dai sindacati e dal governo socialfascista di Prodi.

NON UN
PASSO INDIETRO,
ESTENDIAMO LA SOLIDARIETA´!
CON I COMPAGNI ARRESTATI IL
6 LUGLIO!
AL FIANCO DI TUTTI I RIVOLUZIONARI PRIGIONIERI!
CON LA
RESISTENZA DEL CPO GRAMIGNA!

I compagni e le compagne del Filorosso di
Foggia
 
 
 
 
 Esprimiamo la nostra solidarietà ai compagni arrestati il 6 luglio.

Gli arresti, le perquisizioni e le intimidazioni non fermeranno le lotte.
Libertà per i compagni arrestati.
A loro tutta la nostra solidarietà.

Centro di Documentazione Proletaria Borgorosso - Genova
 
 
 Esprimiamo piena solidarietà ai due compagni arrestati a Padova il 6 luglio.
I compagni arrestati sono interni alle lotte dei lavoratori e alle
lotte per gli spazi sociali.
Ancora una volta si vuole far passare che i compagni sono delle
"schegge impazzite" o delle "mele marce". I rivoluzionari invece
sono
sempre in prima fila per le rivendicazioni per il diritto al lavoro,
alla casa, agli spazi sociali, a una vita degna di essere vissuta.
Le vere mele marce sono i burocrati sindacali, che cogestiscono le
manovre economiche dei governi borghesi, tese ad arricchire i padroni
e a sfruttare i lavoratori. Sono i funzionari dei partiti della
sinistra istituzionale che tradiscono gli interessi delle masse
popolari.
La solidarietà ai compagni in carcere, militante o spontanea che sia,
è necessaria per l'avanzamento di tutte le lotte proletarie.
Chi sinceramente crede che questo sistema sia marcio e basato solo
sullo sfruttamento, e che ci sia bisogno di un nuovo mondo, deve
rendersi conto che i rivoluzionari sono la punta più avanzata delle
lotte per migliorare le nostre condizioni materiali e sociali di vita
e di lavoro.

compagni/e contro la persecuzione dei rivoluzionari-napoli

Attentato al progettista del Cpt - Il Cpt di corso Brunelleschi

Inviato da autonomix | 18 Lug, 2007
Attentato al progettista del Cpt - Il Cpt di corso Brunelleschi
Le minacce scritte sul cofano dopo aver distrutto l'auto

TORINO, 15 lug - Attentato intimidatorio, la scorsa notte, contro un geometra progettista della Coema Edilità Srl, l'impresa che sta terminando il raddoppio del Cpt di corso Brunelleschi. Ignoti, che carabinieri e polizia definiscono nei loro rapporti «anarco-insurrezionalisti», hanno preso di mira la Renault Clio di F. D., 28 anni. L'auto era parcheggiata a Collegno, in una strada vicina all'abitazione del professionista. I teppisti hanno scritto con un punteruolo, sul cofano, la frase «Al centro del mirino» ed hanno poi vergato sulle portiere le parole «Tic-Tac», cerchiando la A nel modo in cui è simboleggiata l'anarchia. Prima di andarsene, poi, i soliti ignoti hanno anche sfilato il nottolino da una delle portiere e strappato, con fini vandalici, i fili dell'accensione. In tutto un danno di un migliaio di euro. Non ci sono dubbi sulla paternità del gesto, da attribuire agli anarco-insurrezionalisti, non nuovi ad iniziative intimidatorie nei confronti della Coema. Anche se nessuno sembra avere notato nulla, considerato che la zona è abbastanza periferica e poco frequentata. La Coema Edilità srl aveva vinto, nella primavera del 2006, un appalto del Ministero delle Infrastrutture da 11 milioni di euro per l'ampliamento del Cpt e le opere, in fase di ultimazione, sono iniziate l'anno scorso. L'ampliamento riguarda le aree fra via Monginevro e corso Brunelleschi, che passeranno da 88 posti a circa 170. Quando sarà inaugurato il primo lotto (quattro strutture realizzate ex novo tra via Monginevro e corso Brunelleschi), gli «ospiti» verranno trasferiti e il cantiere si sposterà nell’attuale Cpt. La parte nuova, infatti, occupa il settore sino a pochi mesi fa rimasto inutilizzato, dove una volta c’era il poligono di tiro della vicina caserma. Un’area con una storia: gli alberi tagliati avevano oltre mezzo secolo, ripiantumati dopo che quelli precedenti erano serviti ai residenti, durante la guerra, come legna da ardere per l’inverno. L’ingresso principale non sarà più in in corso Brunelleschi ma in via Maria Mazzarello. I vecchi muri sono stati sostituiti da una cinta di sicurezza, in cemento armato. Spariranno le reti e il cortile. Nelle strutture, stanze di due letti con bagno, aria condizionata e tv. I pasti arriveranno dall’esterno, forse con lo stesso catering che serve altri servizi pubblici. Infine l’infermeria, grande e attrezzata. I lavori sono ovviamente «top secret», classificati come quelli di una caserma militare; non ci sono cartelloni con le indicazioni delle caratteristiche tecniche. Il cantiere è seguito, passo dopo passo, dai tecnici del Demanio Pubblico. Le opere sono state realizzate con buona solerzia nonostante il documento, recapitato l'anno scorso ai giornali, in cui gli anarco-insurrezionalisti consigliavano «calorosamente» alla Coema di sciogliere il contratto. Aggiungendo: «Non avremo alcuno scrupolo a colpire duramente chi collabori anche in maniera marginale con la Coema». Alla sede della ditta, in corso Unione Sovietica, era giunta esattamente un anno fa anche una bomba carta: l'ordigno non esplose grazie alle contromisure prese a difesa dell'azienda, la bomba fu fatta brillare in cortile dagli artificieri. Gli anarco-insurrezionalisti (che hanno firmato le rivendicazioni con la sigla Fai-Rat) non avevano dimenticato di prendersela anche con i giornali: in una lettera, giunta a La Stampa, avevano promesso «fuoco e piombo» a carceri, Cpt, sbirri e giornalisti («fomentatori di odio razziale»). E' la prima volta che, dopo quelle minacce, viene direttamente colpito uno dei dipendenti dell'impresa. Ed è anche la prima volta che, spedizioni di pacchi bomba a parte, si cerca di intimidire direttamente una persona fisica, in questo caso un professionista. L'episodio dell'altra sera potrebbe comunque avere qualche attinenza con la denuncia, avanzata dalla Digos tre giorni fa alla Magistratura, di quattro anarchici accusati di avere scritto slogan sui nuovi muri del Cpt. I quattro - tre ragazzi e una giovane donna di nazionalità bosniaca - hanno agito in via Maria Mazzarello scrivendo «Questo è un lager della Croce Rossa» nonchè «Rivoltelle ai rivoltosi».

DOMANI SABATO 14 LUGLIO: GIORNATA ANTIFASCISTA

Inviato da autonomix | 13 Lug, 2007

 

 

 

Sabato 14 luglio sarà una giornata di mobilitazione antifascista e contro la
repressione, con una serie di iniziative coordinate in varie città d'Italia.
Ognuno secondo le proprie possibilità e modalità: dalle più semplici, come
attacchinaggi, scritte o striscioni, alle più articolate come presidi o
murales dedicati a Carlo, Renato, Dax, Aldro.
Due giorni dopo, il 16 luglio, a Milano verrà pronunciata la sentenza
d'appello del processo "San Paolo". L'ennesimo processo farsa che si scontra
con una verità condivisa e collettiva. È questa verità che ribadiremo ancora
con forza insieme a tutti coloro che vorranno mobilitarsi ed essere presenti
in aula a portare solidarietà attiva agli imputati. Era la notte del 16
marzo quando Davide Cesare, Dax, veniva accoltellato a morte da un gruppo di
fascisti. I suoi compagni e le sue compagne accorsi al pronto soccorso
dell'ospedale S. Paolo trovarono ad aspettarli pattuglie di polizia e
carabinieri. La situazione precipitò rapidamente in una caccia all'uomo con
violente cariche sia all'interno che all'esterno dell'ospedale. Il sangue
per terra e sui muri, le decine di ragazzi e ragazze feriti, hanno rievocato
prepotentemente le immagini del luglio 2001 a Genova. È indelebile nelle
menti di molti il ricordo di quelle giornate. La città blindata, le cariche
indiscriminate, la brutalità delle forze dell'ordine, la mattanza alla
scuola Diaz, le torture nella caserma di Bolzaneto e l'assassinio di Carlo
Giuliani.Se alla Diaz la mattanza venne giustificata con il ritrovamento di due
bottiglie molotov all'interno dell'edificio (poi si scoprì collocate dalle
stesse forze dell'ordine), per i fatti del San Paolo, il questore di Milano
Boncoraglio sostenne assurdamente che i suoi uomini erano stati costretti ad
intervenire per impedire che i ragazzi e le ragazze sottraessero la salma
del loro compagno.
Non sono però bastati i pestaggi e, così, la magistratura ha condannato in
primo grado due delle persone presenti quella notte a un anno e 8 mesi di
reclusione, più 70.000 euro di multa.
Degli appartenenti alle forze dell'ordine, invece, un solo agente, ripreso
da un video amatoriale mentre picchiava un ragazzo rimasto a terra, ha
ricevuto una blanda condanna a 7 mesi. Proprio come a Genova, persino i
documenti video non valgono nulla di fronte alla cecità disarmante della
magistratura.

E' la storia di un paese ad essere messa alla sbarra. Più che il giudizio
della magistratura, da cui poco o nulla possiamo, per altro, attenderci, ci
interessa perciò il giudizio politico di quanto accadde.
Di fronte a casi come questi si pongono interrogativi seri sul clima che si
respira nelle caserme italiane e sulle condizioni di salute della democrazia
nella nostra società.

Questi episodi sono espressione di un'involuzione autoritaria che interessa
tutti gli aspetti della società italiana e che trova la sua manifestazione
più evidente proprio nella gestione dell'ordine pubblico.
Una deriva alimentata attraverso le politiche securitarie condotte dai
diversi governi che si avvicendano al potere, a prescindere dalla loro
collocazione politica. La sicurezza che ci viene offerta si manifesta
attraverso territori militarizzati, controllo totale e nuove sofisticate
forme di razzismo, mentre le vere emergenze sociali, come la casa, il
lavoro, la salute e la precarietà, rimangono ai margini del dibattito
politico. Così può capitare essere ammazzati di botte durante un "normale"
controllo di polizia, com'è successo nel settembre del 2005, a Ferrara, a
Federico Aldrovandi, un ragazzo di 18 anni. Il caso è venuto alla ribalta,
dopo vari tentativi di insabbiamento, solo grazie alla strenua lotta per la
verità dei famigliari e degli amici di Aldro. Purtroppo questo tragico
episodio non rappresenta un caso isolato.

L'azione brutale delle forze dell'ordine si coniuga con quella della
magistratura, il cui "attivismo" nei confronti dei movimenti antagonisti non
sembra estraneo a logiche di tipo politico, che poco hanno a che vedere con
l'applicazione del diritto. A Genova 26 persone sono accusate di
"devastazione e saccheggio", reato a cui la magistratura è ricorsa anche nel
processo di Milano per i fatti dell'11 marzo 2006, dove 18 antifascisti e
antifasciste furono condannati per "concorso morale in devastazione e
saccheggio" a 6 anni (scontati a 4 per il rito abbreviato), per essersi
opposti alla sfilata fascista di Fiamma Tricolore. Un reato da codice di
guerra che, ritroviamo anche in altre inchieste riguardanti il movimento
antagonista: una consuetudine giudiziaria che si traduce in lunghe
detenzioni preventive e in condanne spropositate. Allo stesso scopo si
ricorre anche ad altre imputazioni come l'associazione sovversiva, o
l'aggravante di eversione dell'ordine democratico, quest'ultima nuova
frontiera (di dubbia legittimità costituzionale) della repressione politica.
Gli ultimi arresti in ordine di tempo sono quelli di tre studenti che si
sono opposti alla presenza del FUAN in Università a Torino.
Ad essere sotto attacco è il diritto al dissenso e alla Resistenza, il
diritto a lottare per modificare lo stato delle cose presenti, il diritto di
manifestare liberamente le proprie opinioni e di opporsi a ciò che si
ritiene essere ingiusto, a dire "no" anche quando tutti gli altri tacciono.

Nel clima di diffusa intolleranza le destre trovano insperati spazi di
agibilità. Mentre razzisti dichiarati e post-fascisti riscuotono ampi
consensi strisciando tra le paure irrazionali della gente e possono
rappresentare senza contraddizione le istituzioni della "Repubblica nata
dalla Resistenza", gli episodi di squadrismo si moltiplicano
spaventosamente, tra l'indifferenza dei più e la sostanziale impunità che lo
Stato accorda a questi stupidi e idioti burattini. È il caso
dell'accoltellamento di Davide, un ragazzo di vent'anni frequentatore di un
centro sociale, avvenuto pochi giorni fa a Melzo, (coltellate in faccia e
all'addome in 10 contro 1) nell'hinterland milanese, ad opera di un gruppo
di fascisti della zona.
E' il caso della città di Roma, dove la giunta veltroniana si è
contraddistinta per una politica di equidistanza accordando agibilità
politica e fisica alle formazioni fasciste, che negli ultimi 2 anni le
aggressioni squadriste sono state centinaia, fino a quella tragica notte del
27 agosto scorso quando fuori da una dance hall reggae sul litorale romano,
due giovani di destra aggredivano ed uccidevano con otto coltellate Renato
Biagetti. Al momento del fermo di entrambi si scoprì che uno era figlio di
un Carabiniere, dello stesso nucleo che stava svolgendo le indagini. Da quel
momento si è assistito a diversi tentativi d'insabbiamento ed ad un clima
pesante ed assurdo fuori e dentro le aule di tribunale. E' proprio a Roma
che si è registrata l'ultima grave aggressione durante un concerto, il
bilancio è di diversi feriti di cui due gravi. Anche in questo caso ai
coltelli dei fascisti è seguita l'azione repressiva della polizia e della
magistratura che ha denunciato quattro persone, due tratte in arresto e
attualmente sottoposti ad obbligo di firma, colpevoli di volersi difendere
prima dai fascisti e poi dall'arroganza poliziesca.

E' per Carlo, Dax, Aldro, Renato e per tutti gli altri, per continuare a far
vivere questi nostri fratelli e compagni, che il prossimo 14 luglio ci
riprenderemo le strade e i muri delle nostre città, con diverse iniziative,
perchè esiste un filo rosso che unisce tutte queste e molte altre storie.

Chi pensa di fermarci, vedrà muoverci. Chi pensa di zittirci ci sentirà
urlare la nostra rabbia e verità.

L'Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura,
pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a
contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo. Essere laici,
liberali, non significa nulla, quando manca quella forza  morale che riesca
a vincere la tentazione di essere partecipi a un mondo che apparentemente
funziona, con le sue leggi allettanti e crudeli. Non occorre essere forti
per affrontare il fascismo nelle sue forme pazzesche e ridicole: occorre
essere fortissimi per affrontare il fascismo come normalità, come
codificazione, direi allegra, mondana, socialmente eletta, del fondo
brutalmente egoista di una società.
Pier Paolo Pasolini


Carlo, Dax, Aldro, Renato, noi sappiamo chi è STATO.

Sabato 14 luglio: Giornata di mobilitazione nazionale, aderiscono per ora:
Milano, Bergamo, Brescia,Padova, Viareggio, Firenze, Roma.

Giovedì 12 luglio : ore 9:30 presso il Tribunale di Civitavecchia ultima
udienza per il processo di primo grado per l'omicidio di Renato.

Lunedì 16 luglio: ore 9:00 presso il Tribunale di Milano sentenza d'appello
per il processo del San Paolo.

ASSALTO FASCISTA A CASALBERTONE

Inviato da autonomix | 12 Lug, 2007

Roma - Casal Bertone, gli antifascisti di Roma:"Non è piú possibile accettare la presenza di ideologie e pratiche fasciste"

Il comunicato degli antifascisti e antifasciste di Roma

 
 

Di seguito il comunicato degli "antifasciste e gli antifascisti di Roma" in merito agli scontri avvenuti questa notte nel quartiere Casal Bertone, nella periferia est di Roma.

"Respinto l'assalto fascista all'occupazione abitativa di Casal Bertone.La notte tra l'11 e il 12 luglio è avvenuta l'ennesima aggressione fascista a Roma, nel quartiere di Casal Bertone.Un gruppo proveniente dal Circolo Futurista, sede del gruppo ultras Padroni di Casa, appartenenti a Fiamma Tricolore, al termine dell'attacchinaggio di manifesti, ha tentato di assaltare l'occupazione abitativa di Via De Dominicis, dove vivono da anni decine di famiglie dei movimenti di lotta per la casa. La prontezza degli occupanti e la risposta degli abitanti del quartiere ha respinto l'attacco e messo in fuga la squadraccia, che si è dileguata sotto gli occhi indifferenti delle forze dell'ordine, sopraggiunte nel frattempo.L'attacco è stato premeditato e vigliacco. Armato di mazze, catene, coltelli il gruppo, non ha avuto remore a colpire donne e uomini, ferendo gravemente 6 persone, di cui una accoltellata all'inguine.In pochi minuti centinaia di persone sono scese in strada per difendere l'occupazione e reagire all'aggressione, praticando il legittimo diritto di resistenza.L'aggressione è avvenuta nel quartiere di Casal Bertone, dove da mesi i cittadini, le associazioni, i movimenti sociali denunciano e contrastano l'apertura del sedicente circolo Futurista, in via degli Orti di Malabarba 15, covo fascista sito all'interno di un palazzo di proprietà dell'Inps, che inneggia all'odio e al razzismo, attraverso, scritte, manifesti e intimidazioni. Nei mesi è cresciuta la protesta del quartiere, abitato da molti studenti fuori sede e con una lunga tradizione di lotte sociali, di associazionismo, e di iniziative culturali.Questa è la campagna per il mutuo sociale di Fiamma Tricolore: da una parte inneggiano alla "casa agli italiani" e "piú case meno calabresi", dall'altra provano a colpire chi nei fatti conquista il diritto alla casa per tutti.Tutto ció avviene a due settimane esatte dall'assalto squadrista a Villa Ada e dopo centinaia di aggressioni avvenute negli ultimi due anni nei confronti di chi lotta per i diritti sociali e di cittadinanza, chi libera spazi di socialità e cultura, o chi semplicemente frequenta concerti e iniziative culturali.Come hanno denunciato con forza le migliaia di persone scese in piazza sabato scorso nel quartiere Trieste-Salario non è piú possibile accettare la presenza e la diffusione di ideologie e pratiche fasciste, coperte dalla destra istituzionale e favorite dalla colpevole "equidistanza" del sindaco Veltroni, del governo e delle amministrazioni locali, che hanno concesso sedi e agibilità politica, tollerando e lasciando impunite nella "democratica" città di Roma le scorribande dell'estrema destra"

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