Sabato 23 agosto ore 22.00 - Nazirock + Live

Inviato da autonomix | 21 Ago, 2008

Pietrasanta(LU): violenza fascista al caffé la Versiliana ·

Inviato da autonomix | 21 Ago, 2008
Violenza fascista alla Versiliana

Ancora una volta il volto violento della destra viene fuori. Al caffè la Versiliana di Marina di Pietrasanta lo squadrismo fascista colpisce esponenti antifascisti locali che dopo l’ennesima affermazione apologetica protestavano pacificamente.
L’affermazione "state facendo apologia di reato” fa scatenare la rabbia dei nostalgici del fucilatore Giorgio Almirante che lanciano seggiole contro gli antifascisti e la polizia che si era frapposta. Negli episodi un giovane compagno viene colpito al naso da un cazzotto.
Al caffè la Versiliana la violenza fascista passa dalla teoria alla pratica mostrando che un simile caffè ha ormai connotati apertamente anticostituzionali.




Da
Il Tirreno


Alla Versiliana seggiolate e pugni agli antifascisti che contestavano
Finisce a botte l’incontro su Almirante

Luca Basile Donatella Francesconi

Volantini e cori partigiani contro il talk show sulla figura dell’ex leader Msi PIETRASANTA. Finisce in rissa e con due identificati l’incontro dedicato a Giorgio Almirante, leader storico della destra, ieri pomeriggio al Caffè della Versiliana di Marina di Pietrasanta. Un incontro duramente contestato da esponenti della sinistra e che è poi degenerato in calci, pugni e tafferugli davanti a una platea sconcertata e impaurita. L’episodio chiave è stato un’aggressione iniziale, anche a colpi di sedie.
C’era allerta per il tema dell’incontro, con carabinieri e polizia, presenti in discreto numero; il conduttore, Romano Battaglia, ha raccontato che intorno alle 17 la Digos aveva controllato palco e platea, dopo due telefonate anonime che annunciavano la presenza di una bomba.
Quando l’incontro è iniziato, su un lato si sono radunati una trentina fra attivisti di Rifondazione, Pdci e esponenti di Dada Viruz Project impegnati a distribuire volantini dove Almirante veniva definito «fascista, razzista e assassino», per un Caffè della Versiliana definito «sempre più nero». Poi il piccolo corteo si è trasferito a bordo palco, dove dibattevano il senatore Franco Servello, il giornalista Aldo Di Lello e il costituzionalista Paolo Armaroli, coordinati da Battaglia. A margine di un commento di Armaroli sul ruolo politico di Almirante si è levato un grido: «Questa è apologia di reato». Sull’istante, è parso l’annuncio dell’abbandono dell’incontro da parte della sinistra. Invece quelle parole hanno innescato una gazzarra.
Due spettatori si sono alzati dalla platea. Uno di questi, brandendo una sedia, si è scagliato contro uno dei contestatori. La sedia però ha colpito - come confermato dalla polizia - un poliziotto in borghese della Digos di Lucca. A quel punto il caos è degenerato in tafferugli sparsi; due persone sono finite per terra fra calci e pugni, poi divise dai poliziotti con fatica. Poi insulti, accuse reciproche, appellativi vari, “fascisti”, “comunisti di merda” e cori partigiani a conferma della delicatezza di un appuntamento che aveva lasciato i più perplessi, fin dal primo momento in cui era stato inserito in cartellone.
Alla fine del dibattito i due spettatori protagonisti dell’episodio iniziale sono stati identificati dagli agenti del commissariato di Forte dei Marmi.
Si tratta di due professionisti campani; uno di loro si sarebbe qualificato come un dirigente di An. Alla polizia ha detto: «Farò intervenire dei senatori che conosco bene». Dura la reazione dei due, davanti agli agenti: «Ci chiedete i documenti davanti a tutti - ha detto uno dei due rivolgendosi al dirigente di Ps - abbiamo dovuto ascoltare quelle insolenze e voi stavate a proteggerli...». Sull’altro versante, toni opposti. Secondo Dada Viruz Project, negli scontri un giovane dei contestatori è stato ferito al naso da un pugno.
Impegnato a Torre del Lago dove presiede il Festival Pucciniano, il presidente della Fondazione Versiliana, Massimiliano Simoni, coordinatore territoriale di An, è arrivato quando tutto era già finito. «Se a vent’anni dalla morte di Almirante non si può nemmeno parlarne in pubblico - è stato il suo commento - allora non mi preoccupa la deriva giovanile dei contestatori, ma il clima creato e sostenuto da persone come l’ex vicepresidente del Senato, Milziade Caprili, che con le sue dichiarazioni sulla stampa è il responsabile di quanto accaduto». Accompagnati dai poliziotti all’uscita, i contestatori hanno preannunciato una denuncia contro i due identificati. «Abbiamo ascoltato per 10 minuti, in silenzio: all’ennesimo intervento teso a celebrare la figura di Almirante, che - lo dice la storia - avallò le leggi razziali, ci siamo limitati a gridare “fate apologia di reato”. E’ bastato questo per scatenare la reazione di alcune persone presenti in platea e uno di questi ci ha aggredito. Questo è fascismo».
(20 agosto 2008)

La vita rubata

Inviato da autonomix | 21 Ago, 2008
L’estate sta finendo tra stucchevoli dispute sulla perdita di memoria di Walter Veltroni e sul ruolo della “pubblica opinione”, condotte da alcuni maître à penser che scrivono sui giornali. Un dibattito sulla irrancidita società italiana che, per paradosso, dichiara la crisi della coscienza etica e della cultura espressa da ciò che siamo abituati a chiamare “sinistra”, aggirandosi lontanissimo dai nodi tematici che andrebbero affrontati per risolverla. C’è, per esempio, qualcosa di particolarmente agghiacciante nell’accanimento con cui lo Stato si sforza, di questi tempi, di imporre la vita a Eluana Englaro. Ma inquieta, in generale, l’attenzione maniacale con cui il legislatore si è messo a seguire molti dei nostri atti più comuni e quotidiani allo scopo di preservarci in salute. Bisogna eliminare tutti i pretesti al pessimo vizio di fumare e di bere, al malcostume di ingrassare come a quello di distrarci mentre siamo alla guida dell’automobile. Mentre l’invecchiamento della popolazione si trasforma in problema da affidare agli studi statistici, a Bologna Sergio Cofferati, il più fedele custode, tra i sindaci italiani, del “discorso imperativo” contemporaneo - la pubblica istituzione come garanzia della salvezza del corpo e della sicurezza del cittadino - ha di recente proibito il ricorso al piercing nelle parti intime, la cui funzionalità “potrebbe essere compromessa”. “Meglio la morte della salute che ci è data in sorte”, ha scritto Deleuze nel 1990: l’amministrazione dell’esistenza, l’imposizione della sicurezza, si sono estese fino ad avere un ruolo centrale nell’economia politica del capitalismo contemporaneo e, con ciò, nello scorrere dei vari momenti della nostra esistenza. Come ha indicato Foucault, i sistemi della modernità devono obbligatoriamente includere, e a un tempo controllare, le forze vive e generatrici, nonché i dati biologici essenziali degli esseri umani. Non solo ogni atto, ma ogni singola definizione del campo dell’umano provoca oggi ricadute decisive sul piano politico, economico, sociale. E la riproduzione sta perfettamente al centro di tutto il processo: il corpo femminile comprende al suo stesso interno ciò che il capitalismo si costringe disperatamente a imitare e a regolare. Si prova a separare la funzione generativa dai corpi delle donne attraverso il ricorso alle biotecnologie, ovvero, viceversa, normandone e controllandone diversamente gli andamenti, a seconda di ogni diversa fase. Qualche settimana fa, a Londra, la signora Nicole Brewer, responsabile della Commissione pari opportunità e critiche di genere della Gran Bretagna, ha sostenuto che i congedi per maternità garantiti alle donne per legge finiscono per impedire loro di far carriera: “Bisogna ripensarci: la strada che per tanti anni abbiamo percorso e che ci ha portate a combattere per ottenere il diritto a stare a casa per occuparci dei nostri figli forse non è la strada più giusta”. In febbraio, a Napoli, latitudine differente della stessa vecchia Europa, un pubblico ministero era stato colto dal sospetto che l’aborto terapeutico a cui si era sottoposta una donna fosse irregolare e aveva perciò disposto un’ispezione dei carabinieri con tanto di sequestro del feto, più che mai “corpo del reato”. Il mese di settembre si aprirà con la discussione di una legge Finanziaria che, quest’anno, ha rischiato di veder cancellato l’assegno sociale, unica forma di reddito, nella vecchiaia, per molte casalinghe italiane impossibilitate a dimostrare il proprio ruolo “produttivo”. La difformità degli esempi forniti non esclude, volendo, di cogliere l’unico disegno sottostante e la sua trama particolare: il presente ha operato una decostruzione radicale degli assunti principali della teoria politica classica, scombinando il meccanismo di inclusione/esclusione su cui si fondano alcuni concetti cardine nonché, storicamente, i rapporti tra i generi (cittadinanza; produttività; riproduzione; pubblico e privato). Nuove, sottili, imprendibili, linee guida impongono (consigliano/sconsigliano, secondo il bisogno e il caso) di avere oppure non avere figli. Lo scopo è quello di minare nel profondo la potenza generativa (vale a dire l’autodeterminazione) delle donne. La sfera riproduttiva e sessuale è oggi riconosciuta come luogo fondamentale di produzione e di circolazione del potere e in quanto tale va precisamente governata. D’altro lato, il lavoro produttivo viene incentivato con convinzione, prescindendo sempre più dal genere del soggetto.
L’invenzione della precarietà ne accresce efficacemente il desiderio, trasformandosi il lavoro in oggetto oscuro e labile, con suggestiva cesura e conseguente risultato – il soggetto è costretto a inseguirlo e ad anelarlo costantemente - rispetto ad altre ere, anche recenti. E’ dunque estremamente importante perché fa ordine quanto scrive Rosi Braidotti in un libro da poco pubblicato Trasposizioni. Sull’etica nomade (Luca Sossella editore): “Le società industriali producono una proliferazione delle differenze per assicurarsi il massimo profitto (…) E’ così saltato il rapporto dialettico tradizionale con i referenti empirici dell’Alterità. Il capitalismo avanzato appare come un sistema che promuove il femminismo senza donne, il razzismo senza razze, le leggi naturali senza la natura, la riproduzione senza il sesso, la sessualità senza i generi sessuali, il multiculturalismo senza la fine del razzismo, la crescita economica senza sviluppo, i flussi di capitale senza i soldi”. Ecco che, dentro una dinamica in perenne tensione, in un gioco contraddittorio e schizofrenico dove contraddizione e schizofrenia sono parte inclusa nell’ordito stesso, il lavoro esprime infine, per sua stessa costituzione, la sua dimensione monista, provando a schiacciare il molteplice contenuto nelle singole soggettività, all’interno di un’unica estrinsecazione. Nuovi e vecchi processi produttivi gravano contemporaneamente sui corpi. Arcaico e moderno convivono negli stessi territori. Mentre nelle periferie della zona industriale di Padova le operaie magrebine dividono la spazzatura adoperando le loro nude mani, le tecnologie della comunicazione della “wikinomics 2.0” non solo imitano la realtà circostante ma mutano le percezioni del corpo, segnando una nuova via alla tecnologia che si fa strada all’interno della sfera sensoriale umana, in un universo sempre più digitale. La condizione esistenziale precaria diventa dunque comune denominatore delle differenze che producono valore e ricchezze, sempre più espropriabili. Tuttavia non basta ancora. Il governo della vita – e il corpo femminile, capace di generare è, da questo punto di vista, paradigma d’eccezione - è il perno dell’impianto, elemento a un tempo simmetrico e supplementare. Ricatto del lavoro e comando sui corpi agiscono specularmente e fotografano la qualità moderna della repressione e dell’imposizione degli attuali comandi sociali, economici e culturali, laddove anche la Chiesa si ritaglia un ruolo di primissimo piano. Non più il solo tempo di lavoro è oggetto del controllo: lo sono gli infiniti attimi della nostra esistenza, dall’ambito sessuale-riproduttivo a quello dell’immaginazione e della proiezione di sé nel mondo. L’uso estensivo e privo di confini del corpo che abbiamo, fino a qui, cercato sommariamente di descrivere, non trasforma, conseguentemente, l’interpretazione classica della teoria della creazione del valore poiché essa viene modificata dal “basso”, dall’uso più complessivo e complesso che della vita tende a fare il capitalismo avanzato? Tutte le dinamiche rappresentate hanno a che vedere con forme diverse di controllo e appropriazione del corpo e della sua potenza. Ebbene, esse non dovrebbero indurci a rivendicare, coerentemente, una nuova misura del valore? Eppure, nel mercato globale, nel postmoderno, questa nuova misura del valore è attualmente introvabile. Il ragionamento meriterebbe ben più ampia trattazione, ma è proprio, fortemente, su questo aspetto che occorre sforzarsi di indagare per dare forza alla richiesta del reddito (bioreddito) come “contromisura” che non va più definita come redistributiva ma è eminentemente distributiva del nuovo e più ampio valore estratto dalla potenza della vita (affetti; cura; attenzione; relazione; dono di sé; rappresentazione di sé). E’ a partire dalla nuova forma che il valore assume nell’onnivoro capitalismo contemporaneo che la richiesta del basic income va inquadrata. Le donne possono spingere lungo quest’asse non per farne una rivendicazione di “genere” ma a partire da un’esperienza materiale più incarnata, a partire da uno sguardo che si confronta più direttamente con le politiche di controllo dei loro corpi.
L’autodeterminazione delle donne, oggi, passa, per forza, da questo imprescindibile elemento che aumenta le possibilità di autovalorizzazione dei soggetti. Per chiudere il cerchio da dove siamo partiti, la sinistra smemorata e alla ricerca di identità avrebbe molti, nuovi, compiti da svolgere. Basta che ricominci a osservare il mondo.

La «ribellione in musica» dei giovani palestinesi

Inviato da autonomix | 21 Ago, 2008
Hip Hop L'Intifada delle parole

Un concerto a Betlemme ha concluso il programma «Hip Hop Palestine». Un fenomeno artistico e politico cresciuto tra i quartieri arabi di Gerusalemme, la Cisgiordania e Gaza, tra scantinati e sale di fortuna, dà voce alla rivolta contro l'occupazione israeliana ma anche contro la mancanza di libertà individuali, ad esempio delle donne.

Michele Giorgio

BETLEMME-Mancano pochi minuti all'inizio delle esibizioni. Un poster enorme del poeta nazionale palestinese Mahmud Darwish, scomparso una settimana fa, domina la sala conferenze dell'università di Betlemme, dove è in programma il concerto finale di «Hip Hop Palestine».
Terminate le lezioni gli studenti si affrettano a raggiungere la sala. Qualche ragazzo osserva in silenzio il palcoscenico dove i tecnici si affannano a sistemare e provare i microfoni. Ragazze con il velo islamico a passi veloci raggiungono i posti ancora disponibili nelle ultime file.
«Siamo all'atto finale, finalmente i nostri allievi potranno mostrare cosa hanno imparato in queste settimane. Tante cose però me le hanno insegnate loro in questo periodo di tempo trascorso qui in Cisgiordania. E' stata una esperienza importante per loro e per me», spiega Wahid Mahmud, 22anni, cantante e istruttore di breakdance. E' danese ma di origini palestinesi, i suoi genitori sono entrambi di Jenin. «Ho trovato ragazzi e ragazze che hanno voglia di esprimersi, di tirare fuori quello che hanno dentro e hanno capito che rap, spoken word e breakdance consentono tutto questo».
Dentro la sala cresce l'attesa del pubblico e la tensione della «prima volta» dei giovani artisti, alcuni dei quali non hanno più di 15 o 16 anni. Tra cavi elettrici e un mixer si agita sudato Sameh Zakout, detto Saz, uno dei rapper palestinesi emergenti: ha fatto da «insegnante» nel progetto di Hip Hop Palestine. Viene anche lui da quella fucina di hip hop che è diventato il quartiere arabo della cittadina di Lod, in Israele. Sta per cominciare. Un presentatore prende un microfono e chiede un minuto di raccoglimento per Mahmud Darwish. Poi tra gli applausi parte lo spettacolo. Sul palco si alternano rapper, talenti della breakdance e i ragazzi della spoken word, letteralmente «parola parlata», la recitazione senza musica in cui il corpo e la voce pesano quanto le parole.
Hip Hop Palestina è uno dei più importanti progetti avviati per dare ulteriore impulso a un fenomeno in fortissima crescita nei Territori occupati e nei centri arabi in Israele. Rapper e band hip hop spuntano come i funghi, ogni mese si sentono nomi nuovi, in Cisgiordania e anche a Gaza. I giovani palestinesi hanno ripreso a piene mani dalla vicenda umana e artistica dei rapper americani, osservando quanto nasce nelle periferie più povere ed emarginate delle città statunitensi, nei ghetti per neri e latinos: e hanno trasformato questa forma di «ribellione in musica», così lontana dalla loro tradizione, in un movimento politico e sociale.
«Non siamo venuti qui ad imporre modelli ma solo a offrire strumenti ai giovani palestinesi per esprimersi, per sviluppare le loro potenzialità», precisa davanti alla telecamera di una televisione tedesca Janne Andersen, responsabile di Hip Hop Palestina assieme alla scuola di musica Sabreen di Gerusalemme. «Dalla Danimarca sono giunti quattro giovani specialisti di rap, breakdance e spoken word con origini palestinesi e arabe che hanno avuto il compito di seguire decine di ragazzi a Jenin, Nablus, Betlemme, Ramallah e Gerusalemme Est. Purtroppo le restrizioni israeliane non hanno consentito di allargare il progetto anche ai ragazzi di Gaza», aggiunge.
Eppure il fenomeno hip hop è esplosivo proprio a Gaza dove tra scantinati e sale improvvisate si svolgono sempre più frequenti concerti ed esibizioni di giovani che non desiderano altro che raccontare la loro vita: l'occupazione israeliana, l'embargo economico, i valichi chiusi in faccia agli ammalati gravi ma anche la mancanza di libertà individuale, le imposizioni della religione, i condizionamenti della famiglia.
Hamas lascia fare, i suoi attivisti non intervengono: ma quando i testi dei rapper - come Dead Army, RMF, PR, Mohammed Farra - mettono in discussione l'ordinamento sociale, allora fanno la voce grossa. «Il rap, con quel modo di cantare e parlare, è comprensibile ai ragazzi di là, stanchi di canzonette d'amore. Gaza ha bisogno di voci che sappiamo riferire il suo dolore, le sue ansie, non di qualche strofa che addolcisce il cuore», spiega Sami, dei Dead Army.
Anche in Cisgiordania e Gerusalemme l'hip hop, grazie anche a gruppi come i Ramallah Underground e i Ghetto Town, si sta trasformando da subcultura giovanile a movimento politico, capace di superare le barriere territoriali creando così un fronte di protesta e ribellione che unisce i ragazzi palestinesi sotto occupazione e dei campi profughi a quelli che vivono in Israele. E le sue potenzialità sono vaste. Se Suheil, Tamer e Mahmud dei Dam rimangono la band simbolo del rap palestinese più combattivo - si esibiscono in arabo, inglese ed ebraico -, oggi accanto a loro ci sono ragazzi di Nazareth, Akko, Haifa, del Neghev - cioè arabi di Israele - che hanno cominciato a denunciare lo stato di oppressione dei palestinesi ma anche a mettere in discussione ruoli e destini, primo fra tutti, quello della donna e il suo posto nella società.
Abir Alzinaty, 24 anni di Lod, nota come Sabrina DaWitch, è la più rappresentativa delle rapper palestinesi. «Offro la mia voce per la liberazione del mio popolo dall'oppressione ma mi batto anche per i diritti delle donne, contro il ruolo esclusivo di moglie e madre che la società vuole imporci. Il mio concetto di liberazione perciò è ampio, include l'attivismo politico per la Palestina e quello per l'emancipazione femminile», spiega la giovane rapper che di recente ha stabilito contatti stabili con i Philistines, rapper palestinesi di Los Angeles. «Dobbiamo collaborare, unire la nostra voce in tutto il mondo, per farla sentire ancora più forte, aggiunge.
Sabrina DaWitch, i Dam, PR e Mohammed Farra di Gaza, WE7 di Nazareth, Mahmud Shalaby e le ragazze Arapayat di Akko, sono stati protagonisti del film Slingshot Hip Hop, della regista arabo-americana Jackie Salloum, sul rap palestinese, selezionato per il Sundance Festival e che da mesi continua a girare tra gli Stati Uniti, l'Europa, il mondo arabo, Israele e i Territori occupati. «Attraverso l'hip hop i giovani palestinesi rafforzano la loro identità nazionale, ribadiscono i principi comuni e provano a scardinare le forme più oppressive dell'ordinamento sociale . E' un'esigenza diffusa che ho raccolto ovunque, a Beddawi, Shatila, Burj al Barajne e nei altri campi profughi palestinesi in Libano dove un paio di settimane fa ho proiettato il film«, dice Salloum.
All'hip hop locale il commentatore palestinese Omar Barghuti, noto anche come critico d'arte e coreografo, rimprovera la mancanza di «genuinità». I giovani palestinesi, dice, «hanno fatto copia e incolla di questa forma d'arte della protesta che viene dall'America, senza svilupparne una propria». Riconosce però lo spessore politico del fenomeno. «Le potezialità politiche e sociali sono enormi. Soprattutto nelle zone arabe di Israele ormai non è più possibile organizzare un raduno politico senza invitare un rapper, il potere di questa musica sui nostri giovani è eccezionale", spiega. C'è chi parla di «Intifada hip hop», una rivolta dei giovani contro l'occupazione israeliana destinata sostituirsi a quella della moschea di al-Aqsa, che molti palestinesi considerano un fallimento. Lina Odeh di Beit Jala (Betlemme) ha solo 15 anni ma con le idee molto chiare. «Abbiamo bisogno di qualcosa di nuovo, che ci consenta di dire tutto quello che ci portiamo dentro». ci dice prima di salire sul palcoscenico di Hip hop Palestina: «Il rap è la strada nuova che tanti ragazzi come me stanno percorrendo nella lotta contro il muro e l'occupazione, nel nome della libertà del nostro popolo».

Cindy Sheehan : ”Sono stronzate”

Inviato da autonomix | 21 Ago, 2008
Fossero così i pacifisti di casa nostra… L'icona del pacifismo Usa si candida al Congresso nel collegio della democratica Nancy Pelosi. E dice la sua.

Sono stronzate

di Cindy Sheehan


"Non dobbiamo chiederci se saremo estremisti, ma chiederci invece: che tipo di estremisti saremo?"
- Dr. Martin Luther King, Jr -

Sai, non mi importa se non è appropriato per un candidato al Congresso dire la parola “stronzate". Non mi importa se non è una buona “tattica” farsi cacciare da una seduta di inchiesta del Congresso che non trattava dell’impeachment1 e che era, comunque, soltanto una stronzata. Non mi importa se mi si accusa di essere troppo “estrema” per il fatto di essermi ribellata al sistema2 facendo di tutto, dal campeggio in un fosso a Crawford, in Texas, alla disobbedienza civile non violenta, all’essermi candidata al Congresso indipendentemente (che scandalo!) da qualunque partito.

Cindy SheehanSe la gente non riesce a vedere che questa nazione è sull’orlo dell’abisso della rovina finanziaria e che sta trascinando il resto del pianeta nel baratro con noi, mentre distruggiamo il nostro ambiente…se le persone non si rendono conto di quanto disperata sia la nostra situazione, devo dire, è una stronzata!

Sono arrabbiata. No, sono furente che centinaia di migliaia di persone siano morte, morenti, ferite, in fuga della loro case o imprigionate e torturate dai sadici che risiedono o lavorano 1600 Pennsylvania Avenue, con l’approvazione dei loro complici vicini di casa, al Congresso. Sono furente di aver dovuto seppellire il mio figlio maggiore quando aveva 24 anni, a causa delle bugie impenitenti e i crimini impuniti della banda di Bush. Tu sei furente? In caso contrario, forse dovresti chiederti: "Perché?" Così, a livello ipotetico: "Perché non sono infuriato del fatto che il mio Paese ha ucciso o ferito così tante persone per nessuna causa nobile, a nome mio e con la mia tacita approvazione?"

Sono furente che la classe lavoratrice debba nuovamente pagare gli eccessi dei criminali capitalisti che nutrono i loro appetiti da rapaci con la carne e il sangue dei nostri figli e non troveranno requie fino a che non avranno ottenuto ogni centesimo e ogni potere a questo mondo.

Forse dirai, "Ma Cindy, non è educato essere arrabbiati o usare queste parole forti in pubblico." Stronzate! Secondo me, ogni cittadino di questo Paese dovrebbe sollevarsi con rabbia ed ESIGERE che George Bush e Dick Cheney non solo siano incriminati e rimossi dalla carica, ma che siano processati e condannati per omicidio e crimini contro la pace e l’umanità!

Dovremmo tutti andarcene dai nostri posti di lavoro, rifiutarci di lavorare e rifiutarci di essere degli ingranaggi nel meccanismo psicotico del consumismo fino a quando le nostre truppe, gli appaltatori dell’esercito (“contractors”) e le basi permanenti sono state ritirate dall’Iraq e dall’Afghanistan. Dovremmo, ma la maggior parte di noi non lo farà. Non lo faremo, perché potrebbe significare che potremmo perdere qualcosa di “valore”. I beni materiali sono qualcosa di talmente transitorio, come le nostre stesse vite. Possiamo lasciare un’impronta permanente con il nostro coraggioso attivismo e il sacrificio morale, o possiamo lasciare un mucchio di metallo che arrugginisce e legno che marcisce. Scelgo, per me, di seguire la prima via.

Dovremmo uscire dal nostro coma collettivo fatto di troppi notiziari TV e di troppo poche informazioni obiettive, per sostenere delle alternative ai combustibili fossili che siano pulite e rinnovabili, protestare contro gli impianti nucleari e le piattaforme petrolifere marine, come si faceva una volta quando alle persone importava abbastanza di non avvelenare il nostro mondo, da alzarsi dal divano oppure (oggi) da uscire da dietro lo schermo del computer, per fare qualcosa di costruttivo invece di sganciare tranquilli e soddisfatti centinaia di dollari alla settimana per la benzina e per il cibo.

Nancy Pelosi, speaker della Camera dei rappresentantiMi incazzo così tanto quando uno dei miei sostenitori ha il mal di denti e non può permettersi di andare da un dentista per farsi curare, o vedendo mia sorella, che ha la tosse da quasi due anni e non ha l’assicurazione sanitaria di cui ha bisogno per guarire completamente. E vedo rosso quando penso che quasi 50 milioni di persone in questo Paese non hanno una copertura sanitaria, o ne hanno una insufficiente. Perché, in uno dei Paesi più ricchi del mondo, alcune persone hanno il “privilegio” di avere una copertura piena ed essere sani, quando le cure sanitarie sono un basilare diritto umano, non un privilegio per chi appartiene ad un’élite? Mi fa male il cuore ogni notte, quando gli uomini che dormono appoggiati all’ufficio da dove dirigo la mia campagna elettorale, accoccolati stretti sotto le loro coperte per proteggersi dal freddo della notte a San Francisco, mi augurano la “buona
notte" e non mi esce la voce per potergli rispondere con le stesse parole, né riesco a fare granché d’altro, tranne dargli del caffè per scaldarsi e dei libri da leggere per passare il tempo. Ogni giorno vengono nel mio ufficio dei veterani della guerra in Iraq che non riescono ad avere accesso all’aiuto che gli serve per guarire nel corpo e nella psiche—e io sarei “estrema”, perché voglio davvero che le cose cambino davvero e scelgo quindi di agire in proposito e non stare seduta a fare finta che queste stronzate non esistano?

Da quando è morto Casey, anche se ogni giorno mi sento colma di dolore e angoscia, ho tentato di essere la portavoce di questo dolore, dicendo ai miei vicini e ai miei compatrioti come ci si sente ad essere profondamente feriti dal complesso industriale militare e che non sarebbe passato molto tempo, prima che il cancro rappresentato da Bush e Co. colpisse ogni casa statunitense e adesso che questa profezia si sta terribilmente avverando, vedo sempre più apatia e sempre meno azione.

Tre anni fa oggi mi sono seduta per la prima volta in un fosso a Crawford, in Texas e tre anni dopo, siamo in una situazione gravissima, amici miei e la prognosi non è buona, a meno che non ci si sforzi tutti e in maniera consapevole di sacrificare una parte della comodità di oggi per amore del futuro dei nostri figli e nipoti.

Sessantatre anni fa oggi, i mostri della macchina bellica statunitense hanno usato un’arma di distruzione di massa su centinaia di migliaia di donne e bambini innocenti e da allora questa nazione non ha fatto altro che decadere, verso un’ulteriore spirale di guerra, approfittando della guerra, preparando la guerra e nuovamente approfittando della guerra; una spirale che sta distruggendo ogni aspetto della nostra società e DOBBIAMO riprendere le nostre stesse anime dal complesso industriale militare prima che sia troppo tardi.

Vi prego di non aspettare novembre o gennaio o l’alba dell’Età dell’Acquario, perché ogni secondo in cui permettiamo che continui questa dinamica folle è un secondo di troppo!

Datevi una mossa!

_____________________
1 Nota del Traduttore: trattasi dell'incriminazione di un funzionario governativo federale

2 Nota del Traduttore: l’autrice ha scritto (cyst)em invece di system, per indicare che ritiene il sistema attuale qualcosa di incistato, una forma tumorale, come dirà in seguito, che alligna nella democrazia statunitense. Purtroppo il gioco di parole non si lascia tradurre in italiano allo stesso modo.

da peacereporter.net

Riassumete Dante De Angelis!

Inviato da autonomix | 21 Ago, 2008
Una petizione online per il reintegro del macchinista Dante De Angelis, licenziato dopo essere intervenuto sulla vicenda degli Eurostar spezzati, è stata attivata dall'organizzazione 'Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza' che invitano chi vuole aderire all'iniziativa a sottoscrivere il testo e ad inviare la mail con nome, cognome, azienda e qualifica all'indirizzo: bazzoni_m@tin.it.

Il testo della petizione chiede "il reintegro immediato del macchinista e rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (rls) De Angelis, che ha solo ricordato che lo spezzamento degli Eurostar a Milano il 14 e il 22 luglio scorsi, sono stati incidenti molto pericolosi, e un campanello d'allarme, che pone con forza all`attenzione di tutti la questione della manutenzione, della progettazione e dei controlli sugli Etr". Non bisogna dimenticare- prosegue il testo della petizione - che anche l'amministratore delegato di Trenitalia Mauro Moretti, 'ammise' in qualche maniera la questione, in un comunicato Fs".


Il testo della petizione on line della Campagna di Solidarietà a Dante De Angelis.

Le FS hanno licenziato il macchinista/RLS Dante De Angelis. L’aver esercitato il diritto di critica ed il ruolo di scrupoloso RLS è costato, ancora una volta, il posto di lavoro a Dante De Angelis, macchinista in forza al deposito locomotive di Roma S. Lorenzo.
Con questo atto la Società vorrebbe chiudere la bocca ad un delegato che ha osato mettere in evidenza le possibili lacune, ammesse anche dallo stesso AD Moretti, che hanno determinato lo spezzamento di due Eurostar nell’arco di 10 giorni. Con questa azione, che segue quella degli 8 licenziamenti di Genova ai danni di operai che avevano già terminato l’attività di manutenzione programmata il gruppo dirigente delle FS spa apre uno scontro senza precedenti contro i lavoratori delle FS, ai quali si chiede di tacere anche quando, nel ruolo di RLS, hanno l’obbligo di segnalare ogni possibile elemento di rischio che possa pregiudicare la sicurezza dei lavoratori, dei treni e dei cittadini che ogni giorno li usano con fiducia.
Dopo le abbuffate di ipocrisia (precedenti la stesura del Testo Unico) che lo volevano al centro di un sistema virtuoso tendente al progressivo miglioramento delle condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro, il ruolo del RLS, col licenziamento di Dante De Angelis, torna a essere quello delle origini: scomodo e, quindi, da ridurre al minimo, al silenzio.
In più, Dante è stato licenziato perchè ha posto al servizio della collettività, dei cittadini-viaggiatori, la propria esperienza, una sorta di garanzia che, per qualità del servizio ferroviario, si potesse contare soprattutto sui diretti artefici: i ferrovieri stessi.
Per questo abbiamo tutti il dovere di rispondere in modo adeguato a questa sfida, richiedendo il reintegro immediato di Dante De Angelis.

Varese - Divampa incendio dentro fabbrica di carceri e strumenti per la vivisezione

Inviato da autonomix | 16 Ago, 2008
La Tecniplast è la principale azienda produttrice di gabbie e strumenti da laboratorio nel mondo.

Segue articolo e foto tratte da varese news.

Solbiate Arno - L'incendio, divampato intorno alle 4.30 di mercoledì 13 agosto: sul posto vigili del fuoco da tutta la provincia. Il materiale all'interno del capannone è andato completamente distrutto
Fiamme distruggono azienda di materie plastiche

Le fiamme si sono alzate dal tetto del capannone alle 4.30 di mattina. L’incendio che ha devastato la Tecniplast Spa di Solbiate Arno in via delle Industrie nella prima mattina di mercoledì 13 agosto è impressionante: la colonna di fumo nero si vede da lontanissimo ancora alle 8 di mattina. Sul posto le squadre dei vigili del fuoco di tutta la provincia sono ancora impegnate a spegnere il fuoco: i 2400 metri quadrati di capannone sono quasi completamente distrutti, il tetto è crollato e la struttura resiste a fatica. All’interno del deposito di materiali plastici finiti, manufatti di marche rinomate come Cartell stipate su scaffali alti fino al soffitto. La Tecniplast stoccava non solo sedie e oggetti d’arredamento, ma anche materiale per piccoli animali, gabbie per cavie in particolare, cosa che in passato aveva creato qualche problema con le associazioni animaliste antivivisezione, tant’è che erano stati rimossi cartelli e riferimenti a qual tipo di produzione. Sono bruciati tutti e con essi i muletti, curati maniacalmente dagli addetti della ditta.

Fuori, ad osservare le operazioni di spegnimento insieme a carabinieri, tecnici dell’Arpa (esclusi problemi per la salute degli abitanti, i valori sono nella norma), uomini del 118 (non ci sono intossicati né feriti), anche alcuni dipendenti dell’azienda (una decina quelli impiegati a Solbiate) che osservano impotenti, senza trovare una spiegazione al disastro. Il magazzino era chiuso per ferie, a sentire loro dentro non erano accesi impianti di refrigerazione o riscaldamento, né illuminazione di nessun tipo. Il capannone era moderno, curato e dotato di mezzi di protezione proprio per tutelarsi in casi simili: un canale corre all’esterno del cortile su tutto il perimetro, ma l’entità dell’incendio ha portato i vigili del fuoco ad esaurire l’acqua disponibile in poche decine di minuti.

A dare l’allarme sarebbe stata una donna che abita in una casa a pochi metri dal capannone: la signora avrebbe visto le fiamme alte sul tetto e poi chiamato i titolari dell’azienda confinante con la Tecniplast (da circa 9 anni a Solbiate Arno), la “Scambi commerciali esteri – Macchine utensili” di Franco Lanfranconi. La moglie di quest’ultimo osserva il capannone di fianco che cade a pezzi e tira un sospiro di sollievo per gli spazi della loro ditta, graziata dal fuoco: i pannelli sui muri tra un’azienda e l’altra hanno tenuto, così anche i vetri, ma la tensione resta fino al termine delle operazioni dei vigili del fuoco. Sulle cause dell’incendio nessuno si sbilancia. Come detto non c’erano impianti elettrici accesi all’interno del capannone andato in fumo e all’interno c’era solo plastica e cartone, con alcune colonne di bancali di legno accatastate all’esterno. Le indagini chiariranno eventuali responsabilità e cause dell’incendio.

Giovedì 21 agosto - Presentazione libro + serata hip-hop

Inviato da autonomix | 16 Ago, 2008

incontro con Atanasio Bugliari Goggia, autore di OUTSIDERS METROPOLITANI - Etnografia di storie sovversive, analisi del radicalismo politico di estrema sinistra basata sulle teorie socio-criminologiche "dell'etichettamento...

 

Comunicato di Libera dopo lo Sgombero/Demolizione

Inviato da autonomix | 16 Ago, 2008
Non lasceremo la città in mano a chi usa metodi fascisti.
Con l'uso della forza alcuni burocrati della giunta modenese hanno demolito lo spazio sociale autogestito, ecologico, anarchico Libera per favorire la peggiore delle speculazioni. Modena ha perso così un pezzo di campagna, un naturale corridoio ecologico, uno spazio di socialità non mercificata per lasciare spazio al solito grigiore politico e umano che le componente politiche ed economiche della città hanno sempre espresso. Il cofferatismo che con la scusa di una legalità ideologica ha cercato di eliminare le esperienze autogestite dal basso ha fatto scuola anche a Modena.
I repubblichini della giunta, PD in testa, hanno alzato lo scontro utilizzando la violenza, coinvolgendo anche la polizia municipale, responsabile dell'operazione, e i vigili del fuoco, questo è GRAVISSIMO. Le compagne e i compagni feriti sono tanti, picchiati violentemente con la complicità della polizia municipale.
La sede di Libera è stata demolita immediatamente con tutto quello che c'era dentro.
Denunciamo anche lo squallore di vedere operai che demolivano la casa di altri operai.
La solidarietà da Modena e da tutta Italia è stata enorme.
Sapremo riprenderci dal basso quegli spazi occupati dai dittatori della maggioranza, dai mafiosi della politica e dagli speculatori conniventi. Libereremo spazi per sperimentare una socialità antiautoritaria, difenderemo le terre di Marzaglia e l'ambiente contro l'autodromo e lotteremo decisi contro i burocrati della politica.

Sabato 20 Settembre CORTEO NAZIONALE.
19, 20 e 21 Settembre tre giornate di azioni.
Altre azioni non verranno annunciate preventivamente.

Assemblea permanente di Libera
Collettivo libertario anarchico de "Gli Agitati".
Sezione modenese dell'USI-AIT
Gruppo anarchico Rivoluzio Gilioli
http://www.libera-unidea.org/home.htm

Festival No Dal Molin: venite a vedere se ci siamo arresi

Inviato da autonomix | 16 Ago, 2008

Torna il Festival No Dal Molin: dal 3 al 14 settembre, nei campi di via Madre Teresa di Calcutta, a Caldogno, la seconda edizione

Ci sarà la musica; ci saranno i dibattiti; e ci saranno la cucina e la pizzeria, con piatti ghiotti e pizze speciali. Ma la seconda edizione del Festival No Dal Molin sarà soprattutto un momento di mobilitazione. Una manifestazione di 10 giorni per prepararsi alla consultazione popolare, ma soprattutto per ribadire che, nonostante l’arroganza del Governo e la sentenza del Consiglio di Stato, siamo ancora qui, ben determinati a tenere aperta quella porta che, in tanti, vorrebbero sbatterci in faccia.

La seconda edizione del Festival arriva in un momento delicato; alle spalle la sentenza con cui il Consiglio di Stato ha stracciato i diritti dei cittadini e la sospensiva del Tar del Veneto, dichiarando tra l’altro che l’impatto ambientale, anche se non è stata fatta alcuna valutazione tecnica, non deve destare preoccupazione. All’orizzonte la consultazione popolare del 5 ottobre, quando la popolazione vicentina sarà chiamata ad esprimere la propria opinione sul futuro del Dal Molin; una consultazione che rischia di essere calpestata a priori dalle ruspe della CMC le quali, bardate con le bandiere a stelle e strisce, si preparano ad entrare con arroganza nel territorio che tanti vicentini vorrebbero trasformare in un parco.

Il Festival, dunque, non può che essere un momento di mobilitazione. Perché la consultazione popolare va difesa e riempita di significato contro chi vorrebbe renderla marginale e ininfluente rispetto ai progetti a stelle e strisce; perché la città ha diritto ad esprimersi, ma anche a difendersi da chi le vuole imporre, con le buone o con le cattive, un’installazione militare devastante e pericolosa.

Dal 3 al 14 settembre difendiamo Vicenza, il suo territorio ed i diritti dei suoi cittadini. Non puoi mancare

A breve sarà pubblicato il programma con tutti gli eventi Nel frattempo, si preparano le liste dei volontari che dovranno montare le strutture e garantire il funzionamento del Festival. Per dare la propria disponibilità scrivere a festival@nodalmolin.it

Festival No Dal Molin: guarda la pagina dell’edizione dell’anno scorso [ clicca qui ]

LIBERA E' STATA ABBATTUTA! RESOCONTO COMPLETO DELLA GIORNATA

Inviato da autonomix | 9 Ago, 2008

Stamani verso le 11.30 si sono avute le prime avvisaglie dello sgombero, quando diverse macchine della digos sono arrivate in Via Pomposiana e una pattuglia dei vigili ne ha chiuso l'accesso. Nonostante il blocco molti compagni riescono a passare, e nel pomeriggio quasi un centinaio di solidali sarà sotto il Libera a fronteggiare la sbirraglia.
Verso le 2 i poliziotti riescono ad entrare nell'edificio dall'ingresso posteriore, dopo avere spinto via i compagni che cercavano di impedire l'irruzione, scagliandosi poi anche contro chi sorvegliava l'entrata principale. Diversi compagni sono strattonati e i poliziotti tentano più volte di fermare i fotografi (inclusa la stampa accreditata). Una poliziotta lancia un tavolo nel mucchio di compagni e fotografi. A breve la situazione si calma e desistono dall'aggressione contro le persone all'ingresso. Ma ormai sono entrati e noi siamo tutti fuori.

Alle 4 del pomeriggio la tensione è un pò calata rispetto a qualche ora prima, quando gli sbirri hanno devastato l'interno di Libera. Viene fatto arrivare il camion dei pompieri con la scala e il cestello per salire sul tetto, dove 4 compagni resistono ad oltranza. Uno sbirro e un pompiere restano quasi un ora penzolanti nel cestello a 2 metri da Colbi incatenato. Per raggiungere il retro di Libera e posizionarsi, la gru dei pompieri ha dovuto percorrere il lunghissimo viale di accesso alla casa. Tutte le persone presenti sono corse impedirne l'avanzata. Prima con barricate improvvisate (tirate via dalla polizia, addosso alla gente) poi fronteggiandola metro per metro sotto gli spintoni, i calci e le violenze di un'eterogenea sbirraglia a stento tenuta a freno dal capo della digos (baffetti e giacchino scamosciato, il topos del dirigente digotto anni '90). Erano presenti un folto numero di vigili urbani, corpo non titolato ad occuparsi di ordine pubblico. Hanno contribuito a malmenare, sollevare di peso e gettare a terra chi tentava di fermare l'avanzata della gru. Gia domani verrà sporta denuncia contro di loro, sia per i singoli casi di violenza documentati, sia per l'illegale presenza in loco. Alla fine la gru passa, circondata dagli sbirri che la cordonano. Diversi i contusi tra i manifestanti.

Inizia il balletto del cestello a fianco del tetto. Ci sono dentro uno sbirro e un pompiere. Il primo seccherà inutilmente Colbi per un ora, con blandizie e ragionamenti. Intanto sul tetto è salito un altro carabiniere, che attacca anche lui a parlare senza ottenere nulla, e la testa baffuta del capodigos spunta dall'abbaino. Resteranno li 2 ore finchè abbandonati discorsi taglieranno le catene che assicuravano Colbi, sollevandolo di peso nel cestello e calandolo giù. In breve caleranno tutti dal tetto, assetati e arroventati dal sole. Gli ombrelloni glieli hanno tirati via 2 ore prima e da ore impediscono l'arrivo di acqua.

Ora è la volta di Benna, con il braccio ancorato dentro un bidone di cemento da 200 kg, e delle 2 ragazze incatenate alla finestra accanto a lui. Le 2 ragazze non vogliono lasciar tagliare le catene e non vogliono andare via abbandonando Benna solo con gli sbirri. Ma uno di questi, aiutato da una vigilessa, le afferra brutalmente. E' una scena schifosa. Una delle 2 ragazze, quasi in lacrime, urla perchè le stanno toccando i seni e le parti intime. Tutte/i le/i compagne/i sono alle finestre attorno che gridano la loro rabbia e il disprezzo contro quelle bestie... impotenti ad aiutare le compagne. Iniziano a lanciare acqua sulle carogne con il bell'effetto di intralciarli e disorientarli. Lo sbirro che stà molestando la compagna, sbraita e grida più volte alla sua truppa di sgomberare tutti dalle finestre. Così la situazione precipita. Un funzionario esce e si mette a capo dello schieramento urlando che lui è l'amministratore della violenza e adesso ce la amministra. Parte il fronteggiamento che diventa una carica in cui i picchiatori non si tengono più e menano manganellate. Un ragazzo esce fuori con la testa spaccata, un fiotto di sangue sul viso e i vestiti. Altri se la cavano con contusioni al busto e alle braccia. Diversi fotografi e cameramen vengono malmenati. Di li a poco inizeranno a rimuovere col flessibile e lo scalpello il cemento che blocca Benna.

L'avvocato di Libera spiega brevemente il senso dello sgombero. Lo stabile è da anni assegnato ad una associazione, il Collettivo degli agitati, che è composto dagli abitanti di Libera. Questi si sono visti assegnare unilateralmente l'edificio dalla giunta. Senza che nemmeno lo avessero richiesto. Probabilmente le mire del comune, all'epoca, erano di proporgli poi un cambio di sede. Sta di fatto che l'assegnazione scade a novembre 2008 e fino ad allora gli abitanti occupano legittimamente la casa. La giunta modenese dà ugualmente alla polizia il mandato di sgombero. Ma non contro l'associazione: contro i singoli abitanti che loro dire la occupano illegalmente... sta di fatto che i soggetti coincidono. I presunti abusivi sono i legittimi abitanti. Ma intanto lo sgombero viene effettuato.
LIBERA VIENE STATA RASA AL SUOLO IN SERATA.
Domani verrà presentato ricorso contro lo sgombero, e se anche i compagni vinceranno come probabile la causa, otterranno solo un rimborso dei danni per ciò che è andato distrutto nel crollo. La casa però non ci sarà più (non c'è gia più!) e il comune non avrà l'obbligo del ripristino. Così si è tolta di mezzo Libera, con una sporca manovra.

Attualmente i compagni sono in riunione, all'interno della biblioteca anarchica che gestiscono in
città (Via Sant'Agata 13, in centro). Decidono le azioni da intraprendere nei prossimi giorni.

Degno di nota è come i vigili del fuoco si siano prestati senza problemi allo sgombero, vestendo i panni degli sbirri e sbrigando il lavoro al posto loro. Non male per una categoria che da anni si batte contro la militarizzazione del corpo.

 

 NEWS SU:

http://www.anarchiainazione.org/

 

LIBERA E' STATO SGOMBERATO(news e aggiornamenti)

Inviato da autonomix | 9 Ago, 2008

Oggi hanno sgomberato Libera, spazio Anarchico/Libertario di Marzaglia, nelle campagne di Modena. Oggi hanno sgomberato un luogo che in 8 anni ha prodotto cultura attraverso incontri, dibattiti, cineforum, laboratori di teatro, pittura, sala prove popolare; oggi hanno sgomberato un luogo di socialità e condivisione; oggi hanno sgomberato un luogo in cui gli individui che vi sono transitati -poco importa se per un ora, un giorno, un mese o un anno- hanno ricevuto quel calore che si accorda ai propri simili senza che l'estrazione sociale, il conto in banca o il posto occupato in società fungessero da discriminante; oggi gli infami del pd, appoggiati dai verdi e da rifondazione comunista hanno deciso che era giunto il momento di mettere fine ad un'esperienza di otto anni per far spazio ad un autodromo...e pensare che fino a qualche anno fa quella zona era protetta da vincolo ambientale...Un bastardo assessore di rifondazione, frequentatore assiduo delle serate danzanti di Libera, ha avallato senza battere ciglio il provvedimento di sgombero...con tutta l'ipocrisia di cui gli uomini(?) di potere sono capaci.
Oggi il potere ha agito con decisione e violenza (sotto libera oltre che gli sbirri in anti-sommossa si sono presentate -da subito- anche varie ambulanze...lasciando presagire la mattanza) contro chi, con la sua pratica quotidiana ha messo è meterà -statene certi- in discussione in maniera radicale ogni atomo di quest'organizzazione sociale vincolata al profitto e ubriacata d'autoritarsimo...Liberà sarà rasa al suolo per permettere a delle scatole di metallo di correre quanto più velocemente possibile...Libera ha rifiutato ogni compromissione con un potere che ha come suo strumento principe l'uso della violenza respingendo al mittente ogni ipotesi di assegnazione di uno spazio alternativo...Libera vive nelle menti ed i cuori di chi in lei ha visto uno spiraglio di futuro liberato nella densa coltre di questo grigio presente autoritario. Non credano lor signori che qualche manganellata possa sopire il desiderio esagerato di Libertà che portiamo nei cuori. Solidarietà agli occupanti, Possono sgomberare quattro mura ma le idee quelle no, quelle non si sgomberano.

 


LIBERA E' STATO SGOMBERATO

* * * * *

ORE 17.00 I COMPAGNI HANNO FATTO RESISTENZA PASSIVA SEDUTI O SDRAIATI SULLO STRADELLO DAVANTI A LIBERA PER IMPEDIRE IL PASSAGGIO DEI POMPIERI. I POLIZIOTTI HANNO SPOSTATO I COMPAGNI DALLO STRADELLO UTILIZZANDO ANCHE CALCI E PUGNI. DOPO QUASI UN'ORA I POMPIERI SONO RIUSCITI A GIUNGERE NEL CORTILE SUL RETRO E SI STANNO AVVICINANDO AL TETTO CON L'AUTOSCALA. PER TUTTI QUELLI CHE SI STANNO AVVICINANDO A LIBERA ADESSO - PORTARE DELL'ACQUA!!!

ORE 16.20 5 COMPAGNI RESISTONO SUL TETTO 2 POLIZIOTTI SONO ORA SUL TETTO E STANNO SLEGANDO UNA DELLE COMPAGNE I POMPIERI STANNO ENTRANDO ORA NELLO STRADELLO DI LIBERA PER AVVICINARSI AL TETTO CON L'AUTOSCALA

ORE 15.4O I POLIZIOTTI SONO ENTRATI, SONO AL SECONDO PIANO E STANNO CERCANDO DI ANDARE SUL TETTO. DENTRO STANNO DISTRUGGENDO TUTTO. LA PORTA SUL RETRO E' APERTA, MA NONOSTANTE QUESTO STANNO CARICANDO I COMPAGNI POSIZIONATI DAVANTI ALL'INGRESSO PRINCIPALE

* * * * *

ORE 12.30:
- 20 MEZZI DELLA CELERE SONO DAVANTI LIBERA: LO SGOMBERO E' INIZIATO

ORE 11.30:
- I COMPAGNI SONO BARRICATI A LIBERA - LA CELERE DI BOLOGNA SI TROVA ORA A MODENA - PER ORA A LIBERA NON SI SONO VISTI --- AGGIORNAMENTO DI OGGI: sgombero imminente e certo dalle ore 12 di oggi venerdì 8 agosto

Chi può venga al punto di ritrovo in via Emilia Ovest angolo viaPomposiana (quasi di fronte Grandemilia e vicino chiesa di Cittanova).

* * * * *

x arrivare a libera: uscire a Modena Nord, seguire per Reggio Emilia, siarriva su via Emilia, si passa a destra il centro commerciale Grandemilia,si incontra un'insensato edificio chiamato chiesa e subito dopo si gira asinistra in via Pomposiana, si prosegue fino ad un'incrocio a T dove sigira a destra, avanti 2km sulla sinistra c'è Libera. Per chi viene dallastazione deve prendere il 9/A in direzione Marzaglia,che si prende su viaMonte kosica. passa alle :03 di ogni ora, l'ultimo è alle 20.03

 

 

Liberazione da allevamento di conigli dell' ALF con foto e video

Inviato da autonomix | 9 Ago, 2008

\

comunicato anonimo ricevuto e inoltratoci da LA NEMESI

"a notte tra il 28 e il 29 luglio 2008 siamo entrati nell'allevamento di conigli di Lino Fasolato in via Appia 98 ad Abano Terme (PD). Da molti anni questo signore rifornisce i vivisettori di tutta italia e nel 1991 fu scoperto un altro suo losco traffico: accalappiava cani per le strade senza averne la licenza e li rivendeva ai laboratori di vivisezione.
Il lavoro della famiglia Fasolato non è degno di rispetto e noi non abbiamo avuto problemi di coscienza nel rovinare la sua attività.
Ciò che per questa gente è solo merce da vendere in realtà sono esseri viventi incantevoli, ognuno con una propria individualità e con il desiderio innato di respirare aria pulita, vedere la luce del sole, correre sull'erba, scavare nella terra, costruirsi delle tane, vivere la vita.
Per chi lo vede dall'esterno l'allevamento è solo un capannone come tanti, per chi ci lavora è un lavoro come altri.
Per gli animali che qui sono concentrati è un luogo infernale ,una tortura perenne. Chiusi e ammassati l'uno sull'altro in gabbie piccole che non permettono nemmeno di alzarsi in piedi, di allungare le zampe, di fare i movimenti di cui tutti i corpi di tutti gli esseri vivienti necessitano, i conigli giacciono senza capire il perchè di una vita così sprecata: uccisi prima dalla noia, dal dolore fisico, dalla disperazione, dallo stress e dalla depressione, e poi uccisi dall'ignoranza e dalla crudeltà dei ricercatori nei laboratori.
Queste persone presentano il loro lavoro come indispensabile per la nostra vita, dando per scontato che le migliaia di farmaci e cosmetici immessi sul mercato e precedentemente testati sugli animali siano necessari e irrinunciabili per il benessere dell'umanità.
Ma anche se lo fossero non c'è ragione per cui altri abitanti di questo mondo vengano fatti nascere e fatti soffrire unicamenete per soddisfare dei bisogni umani.
Ogni animale (compreso l'uomo) possiede il vitale istinto di nascondersi quando si sente in pericolo, di avere una propria area protetta da invadenze esterne, e per questi conigli il fatto di non poter scavare cunicoli e crearsi una tana è fonte di disagio da far impazzire.
Non riusciamo a smettere di pensare a loro: dalla prima volta che siamo entrati, durante un sopralluogo, i loro occhi e le loro condizioni sono rimasti un pensiero fisso: decine di conigli nati da pochi giorni caduti dalle gabbie nelle latrine sottostanti e sommersi dalle feci; altri schiacciati dai loro simili e con orrende malformazioni e deformazioni del corpo.
Dopo aver svuotato completamente alcune file di gabbie, le abbiamo distrutte in modo che l'allevatore avrà difficoltà a risistemare gli animali eventualmente ricatturati.
Una trentina di conigli più fortunati sono venuti via insieme a noi e ora vivono liberi e al sicuro.
Alcune foto e un video sono a disposizione di chi voglia farsi una idea dell'azienda di Fasolato.
NO alla torturaà!
NO alla vivisezione!
Dedicato a tutti i conigli che non abbiamo potuto portar fuori da quell'inferno.
Dedicato ai fratelli e alle sorelle che sono in carcere per il loro impegno,
Dedicato a Paola, Francesco e Daniele rinchiusi nelle carceri italiane
Dedicato agli attivisti austriaci...questa è anche per voi!!
Fronte di Liberazione Animale"

* * * * *

ricevuto e inoltrato da LA NEMESI
il video sarà a breve on line su you tube

1 2 3 ... 37 38 39  Successivo»