Conclusione dell’Osservatorio tecnico sulla Torino-Lione: tutti d’accordo!?

[Tav] Conclusione dell’Osservatorio tecnico sulla Torino-Lione: tutti d’accordo!?


[Valsusa/Torino, 29 giugno 2008] Con una conferenza stampa nella Prefettura di Torino è stato presentato, rimbalzando su ogni media, il documento finale per la prima sessione di lavori dell’Osservatorio tecnico sulla Torino Lione presieduto da Mario Virano. Il luogo dell’accordo si è dimostrato tale, commissario straordinario, sindaci della Valle, tecnici del governo e della Comunità montana, e istituzioni piemontesi hanno sancito il lavoro comune nel fare il Tav. Lasciando per un attimo da parte la propaganda mediatica, e allegando a lato il testo dell’accordo (in pdf), possiamo dire da subito che sebbene non si parli di tracciati definitivi, il documento è il suggello ad un percorso, quello dell’Osservatorio, che poteva solo portare a decidere il modo politico in cui tentare di realizzare l’opera. E così è stato, anche se nel documento di lineee e tunnel se ne parla, di comune accordo con i poveri sindaci a battere la mani, tutti hanno detto: il Tav si farà. Il come è chiaro: dialogando.

Alla lobby del Tav serviva questo, un si ufficiale da parte della comunità (i sindaci, 32 persone) per dire che il problema è risolto, siamo d’accordo, possiamo partire, cosicchè i finanziamenti europei saranno incassati, i politicanti canteranno vittoria di essere riusciti a mediare e il movimento  è un triste ricordo. Facile da dirsi e anche se nella società dello spettacolo la comunicazione è tutto…ci sono ancora un paio di conti da fare. La nuova era del governo Berlusconi vede un altro tassello incastonato nel mosaico delle cose fatte e dei problemi risolti: dopo i rifiuti di Napoli, la sicurezza per tutti, ecco le grandi opere; la realtà però e che così non è nemmeno su un punto, tutto è rimandato, con finezza e astuzia, ma rimandato e di risolto non c’è nulla. Il discorso sul Tav è complesso e la mediazione raggiunta con le amministrazioni locali è sicuramente dannosa, ma rappresenta ben poco considerando la vitalità del movimento no Tav e nessuna ombra di tracciato ufficiale.

Sono parole che però aprono delle strade chiare a chi vuole realizzare l’opera a tutti i costi e in questo i sindaci valsusini sono dei poveri complici, pavoneggiati dal governo, si sono ritagliati il ruolo degli utili idioti in questa vicenda. Prima con Prodi ora con Berlusconi hanno gettato le basi per un rapporto di potere che li lega strettamente a quel partito trasversale degli affari che vuole il Tav. Hanno presentato un tracciato alternativo, il Fare, un misto di lavori tecnici da fare in 50 anni, che però nasce calato sulle teste dei valsusini e che di per sè rappresenta una disponibilità a collaborare che prima non c’era mai stata. Forse credono in un ennesimo modo di dilatare i tempi, pensa qualcuno quando vede le foto dei blocchi del 2005, ma loro si sono già estromessi, volano alto, sono ri-diventati solo sindaci, e quindi come tutti gli altri, non più sindaci di movimento.

Il movimento dal canto suo ha poco da dimostrare, lo ha già fatto e lo sta facendo, l’ultima edizione di compra un posto in prima fila ha dimostrato una disponibilità alla resistenza che a tre anni dalle lotte di Venaus non era scontata e da lì riparte. L’Osservatorio prima fase si chiude comunque con una proposta di tracciato che Ltf ha fatto, e che per tutti i fan dell’alta velocità è la migliore in assoluto, tracciando una ferrovia veloce che s’interra nei paesi, che costeggia l’autostrada, che probabilmente farà crescere le margherite ad ogni treno che passa. Ed è su questo che i media dichiarano vincitori i proponenti e chiedono al movimento su quali basi ancora si oppone. Il no al Tav è un punto chiaro e fermo, significa la non accettazione di un ennesima infrastruttura che la valle deve subire, non serve neanche dire che questo fantomatico trasporto delle merci tutto su treno non è fattibile, nemmeno che la crisi economica mondiale non è destinata ad esaurirsi molto in fretta, nemmeno che un km di alta velocità costa a chi paga le tasse 60 milioni di euro, tanto nessuno lo pubblicherà mai. Servirà dimostrarlo, quando avranno un tracciato definitivo e li si che faremo la conta, a "moda nostra" come si dice nella Valle che Resiste.

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PRIDE DI BOLOGNA E FERMO DI GRAZIELLA(aggiornamenti)

In 200mila invadono le strade di Bologna! Cortei a Parigi e Berlino, incidenti a Brno e Sofia (interviste)


|Bologna, 28 giugno 2008| Dalle due torri fino a piazza 8 Agosto, passando per i Giardini Margherita, un lungo e variegato serpentone ha portato circa 200.000 persone nelle strade di Bologna in occasione del GLBTQ Pride nazionale.

Alle 14 erano già diverse migliaia le persone che da piazza Ravegnana hanno partecipato alla prima parte del corteo, senza camion ma con alcuni simpatici sostituti come tandem, carrelli o una portantina trainata da due biciclette…

Dai giardini Margherita la parata si è sviluppata in tutte le sue forme e colori con ben 32 carri inframezzati da molti altri gruppi. In testa molte realtà GLBT, le associazioni di donne, quelle dei genitori di omosessuali, le famiglie arcobaleno, poi Facciamo Breccia, i gruppi atei ed agnostici, ed in coda le realtà di movimento: il camion della rete QueeringBo, quello del Laboratorio Crash e di “Guai a chi ci tocca”.

Dallo spezzone del QueeringBo vengono distribuiti dei “pacchetti sicurezza” alternativi a quelli del governo: contengono un preservativo, una Galaxy Card, in sostituzione dei banali passaporti per poter girare il mondo, una Ru486-mentina, perché quella vera ancora non è possibile trovarla ed un kit "sniffa pulito".

Sul camion del Laboratorio Crash! c’è una cupola di S.Pietro trafitta da un surf che rappresenta la capacità di superare la palude di rigurgiti clerico-fascisti, “Surfando su un fiume di desideri”. Sull’altro lato alcuni robots dei ragazzi della Roboterie di Roma esprimono il bisogno di andare al di là dei generi biologici fino a chiedere il diritto all’autodeterminazione anche ai robots, “I need other genders… become robot!”

Verso le 17,30 il corteo passa di fronte al cassero di Porta Saragozza, un luogo storico del movimento Glbq perché la sede storica del movimento occupata nel ’82 ed ora consegnata alla Curia e diventata un museo alla Madonna di S.Luca… I ragazzi e le ragazze di Facciamo Breccia  e Fuori Campo vogliono ricordare l’importanza di quel luogo e, non senza qualche resistenza da parte della polizia, lo circondano con un lungo tessuto rosa. L’azione suscita l’entusiasmo del resto della parata e sono molti quelli che aiutano a reggere il lungo drappo come simbolo contro l’ingerenza della Chiesa.

>> ascolta l’intervista a Renato del collettivo AntagonismoGay e della rete Facciamo Breccia

Quando, alle 19, la testa della parata comincia ad entrare in piazza 8 Agosto già gremita di gente, il resto della parata ancora si snoda sui viali. Raccogliamo qualche valutazione della giornata.

>> ascolta l’intervista ad Enzo della rete QueeringBo

>> ascolta l’intervista a Melissa del Laboratorio Crash!

All’arrivo in via Indipendenza, la testa del corteo ha intonato "Bella Ciao", chiusa dal coro "meglio froci che fascisti". In piazza 8 Agosto il comizio ufficiale dal palco della piazza ha concluso la parata con l’alternarsi al microfono degli esponenti di alcuni tra i principali gruppi e associazioni promotori della parata.

>> ascolta stralci dall’invervento di Porpora del MIT


>> leggi il comunicato di Facciamo Breccia, diramato in seguito al fermo di polizia subito da Graziella

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Word Pride 2008: cortei a Parigi e Berlino,
incidenti a Brno e Sofia, intolleranza a Gerusalemme

GLBTQ Pride si sono svolti, oltre che a Bologna, anche in tante altre città del mondo. Due manifestazioni importanti sono state quelle di Parigi e Berlino. Nella capitale francese 400mila persone hanno sfilato da Denfert-Rochereau alla Bastiglia, dietro lo striscione "Per una scuola senza discriminazioni", in un corteo composto da 74 carri. Due cortei hanno invece percorso le vie di Berlino: 500mila i partecipanti. La manifestazione principale si è mossa dalla storica Unter den Linden, con alla sua testa Rudolf Brazda, 95enne omosessuale uscito vivo dalle persecuzioni naziste e dal campo di concentramento di Buchenwald. L’altro corteo, di dimensioni minori ma più radicale nei contenuti, ha sfilato per i quartieri di Kreuzberg e Neukoell. In Repubblica Ceca, a Brno, militanti dell’estrema destra hanno cercato di disturbare la sfilata del Pride lanciando uova e fumogeni, tre contestatori sono stati arrestati. In Bulgaria, a Sofia, la prima sfilata del Gay Pride ha trovato l’intolleranza e la violenza fascista di una sessantina di esponenti dell’ultra-destra, i quali hanno attaccato il corteo con una bomba molotov, uova sassi e bastoni, venendo poi tutti arrestati. Israele si conferma un paese ostico dove poter vivere liberamente la propria identità: come già successo negli anni passati, ebrei ultraortodossi ed estremisti di destra hanno tenuto una contromarcia a Gerusalemme, rispondendo così ai pride di Tel Aviv e Gerusalemme svoltosi lungo il mese di giugno, i quali han registrato tensioni e tafferugli tra manifestanti ed intolleranti. Infine, negli Stati Uniti, tutto è pronto per dar il via al 38esimo Gay Pride americano di San Francisco, il quale sarà accompagnato anche dalle manifestazioni che si svolgeranno a New Yok Chicago Seattle Houston e Honolulu. Il 28 giugno è il 39esimo anniversario degli scontri che avvennero nel 1969 a New York nel locale gay Stonewall Inn al Village tra polizia e clienti.


Presentazione del GLBTQ Pride nazionale, oggi la sfilata per le vie di Bologna!

Oggi 28 Giugno 2008 l’estate bolognese sarà invasa da decine di migliaia di corpi desideranti!

Il GLBTQ Pride nazionale quest’anno assume un’importanza particolare per il clima tetro in cui si viene a calare. Un momento in cui rialzano la teste poteri omofobi, razzisti, fascisti e clericali. Purtroppo gli esempi sono molteplici: dalle aggressioni delle ronde bestiali contro le lavoratrici transgender, alle campagne contro un diritto fondamentale dell’autodeterminazione del proprio corpo come il diritto all’aborto,, alle dichiarazioni dell’ennesimo esponente del potere Vaticano che non perde l’occasione di delirare sulla pericolosità dell’omosessualità…

Fortunatamente, però, sono molti i soggetti che a questo imbarbarimento hanno saputo rispondere ribadendo che il proprio desiderio non può essere normato, gestito, catalogato in, ormai superati, generi biologici. E’ scesa in piazza la voglia di autodeterminazione, di lotta nella difesa di diritti acquisiti come nel rilancio verso nuovi immaginari ed si è espressa neli fischi contro il Ferrara antiabortista, in un 8 marzo di lotta, nella manifestazione antifascista di Verona… e si esprime continuamente in quei luoghi che continuano a costruire città antifasciste, antirazziste, antisessite.

Il Pride sarà attraversato da questi soggetti resistenti: dalle diverse associazioni globtq alle realtà antifasciste, antirazziste bolognesi che dallo spezzone QueeRingBo sapranno comunicare la voglia di essere tutte quelle identita’ e differenze negate da un potere clerico-fascista sempre più invadente e infestante.

						
						
						
						


Tutte/i con Graziella. Comunicato di Facciamo Breccia sui fatti avvenuti al Pride di Bologna

Facciamo breccia esprime sconcerto e preoccupazione politica per quanto avvenuto ieri, 28 giugno 2008, alla conclusione del pride di Bologna, a Graziella Bertozzo, nostra compagna di lotta e figura storica del movimento lgbt italiano. Durante gli interventi conclusivi, mentre parlava Porpora Marcasciano, vicepresidente del MIT e attivista di Facciamo Breccia, il nostro coordinamento saliva sul palco per aprire uno striscione con la scritta: "28 giugno 1982. Indietro non si torna. Facciamo Breccia" per rivendicare la storia del movimento lesbico, gay e trans che in quella data aveva ottenuto il Cassero di Porta Saragozza, prima sede assegnata da un’istituzione pubblica al movimento, poi restituita nel 2001 alla Curia. Graziella Bertozzo, a differenza delle altre e degli altri attiviste/i di Facciamo Breccia, viene fermata all’ingresso del palco da una volontaria del Comitato Bologna Pride e da questa additata ad un uomo in borghese che non si è qualificato in nessun modo e che solo dopo avremmo appreso che era un funzionario della Digos. Graziella viene spintonata a terra e quindi cerca di rialzarsi (non sapendo che l’ uomo che l’aveva fermata era un funzionario di polizia), intervengono allora altri poliziotti in divisa, la ammanettano e la trascinano fuori dalla piazza tenendole una mano sul collo, abbassandole la testa verso terra, la caricano a forza su un cellulare e la portano via a sirene spiegate. Altri compagni di Facciamo Breccia cercano di intervenire e altre persone presenti al pride o affacciate alle finestre gridano che la "signora" non aveva fatto niente e che la situazione era incomprensibile. Graziella viene rilasciata dopo tre ore di fermo, indagata per "Resistenza a pubblico ufficiale e lesioni finalizzate alla resistenza". Graziella stava partecipando ad un’azione di comunicazione politica con altri/e compagni e compagne che rientrava nei contenuti che Facciamo Breccia ha scelto di portare in piazza al pride di Bologna, mostrando uno striscione che due ore prima, durante il corteo avevamo aperto davanti al Cassero di Porta Saragozza, per rivendicare la storia del movimento lgbt che in questo periodo le destre e il Vaticano stanno tentando di oscurare e criminalizzare in ogni modo, per ridurre nuovamente le nostre soggettività al silenzio. Il Cassero è stato simbolicamente circondato di drappi rosa e arricchito di cartelli di rivendicazione politica, la polizia ha lasciato svolgere l’azione del tutto pacifica che ha riscosso molto riconoscimento dai/dalle partecipanti al corteo che hanno festosamente preso parte. Siamo sconcertate/i che, alla conclusione di un grande corteo che pacificamente e festosamente voleva rivendicare diritti e cittadinanza per tutte/i, sotto il palco sia potuto accadere un simile fatto ai danni di Graziella Bertozzo, una delle prime lesbiche visibili del nostro movimento, per anni alla direzione di Arcigay – Arcilesbica, da sempre impegnata in tanti percorsi per i diritti di lesbiche, gay e transessuali e, tra le altre cose, una delle organizzatrici del Forum Sociale Europeo di Firenze del 2002. Non si era mai vista la polizia legittimata sul palco di un pride: il concetto di "sicurezza" messo in opera, – in una manifestazione dal clima del tutto pacifico – è risultato un’azione violentemente repressiva e diffamatoria contro un’ attivista riconosciuta da tutte e tutti. Chiediamo oggi a tutte le componenti del movimento lgbt italiano e a tutte le soggettività politiche che si riconoscono nelle istanze di autodeterminazione, cittadinanza, diritti di assumersi la gravità di quanto avvenuto e di prendere posizione in merito ad accuse paradossali comminate ad una nostra compagna. Chiediamo a tutte e tutti, ed in particolare al Comitato Bologna Pride, di spendersi affinché la questione giudiziaria si chiuda immediatamente rendendo chiaro che l’azione di polizia è stata causata da un abnorme "equivoco". Coordinamento Facciamo Breccia www.facciamobreccia.org

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Domenica 29 luglio ore 21.00 – Reading + presentazione

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Emiliano è libero, la verità non si arresta!

D’improvviso la notizia, una bellissima notizia, finalmente, dopo tante menzogne, dopo tante mistificazioni. Emiliano è libero!
Libero e con noi, dopo un mese di arresti domiciliari, ingiusti oltre che insopportabili. È libero dopo che la verità è stata rovesciata, dopo che l’aggressione messa in atto dai neofascisti di Forza Nuova lo scorso 27 maggio è stata trasformata in una rissa, nessuna distinzione tra aggressori e aggrediti. Emiliano e noi tutti assieme a lui riconquistiamo la libertà dopo aver risposto in tante e in tanti alle accuse ingiuste e alle operazioni vigliacche di parte della stampa.
A partire dal 27 maggio, l’università la Sapienza è stato luogo ricco di solidarietà, partecipazione, determinazione, coraggio. Il 29 maggio un corteo di oltre 2000 studenti ha vigilato attorno all’università dichiarando Forza Nuova soggetto non gradito. Giovedì 19 giugno, al seguito del giudizio del tribunale del riesame, migliaia di studenti e decine di artisti sul palco hanno chiesto libertà per Emiliano e verità per i fatti della Sapienza.
Un’anomalia, la Sapienza, che non vuole essere normalizzata, luogo aperto alle pratiche di libertà ma ostile agli integralismi e alla xenofobia neofascista. La difesa di Emiliano parla di una battaglia di verità che non si ferma: non c’è alcun discorso sul pluralismo che tenga, ci sono discorsi e pratiche che l’università respinge, che il corpo vivo degli atenei rifuta!
Per chi vuole ridurre al silenzio gli studenti, le esperienze di autogestione e di autoformazione, per chi vuole trasformare un agguato in uno scontro tra bande, la nostra risposta è chiara: l’università è il sapere sono spazi di libertà!
In questo senso abbiamo deciso di essere in tante e tanti mercoledì mattina (2 luglio) presso il tribunale di P. Clodio che a partire dalle 9:30 ospiterà la prima udienza del processo che vede coinvolto tanto Emiliano, quanto Giuseppe. Saremo lì, a partire dalle 11:00 (l’appuntamento all’università è alle ore 10, di fronte alla facoltà di Lettere), per chiedere verità, per respingere le menzogne!
Rete per l’Autoformazione ─ Roma
Esc, atelier occupato
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Chiaiano, cresce la militarizzazione, non si fermano le proteste! Agnano si prepara a resistere (interviste)

Chiaiano, cresce la militarizzazione, non si fermano le proteste! Agnano si prepara a resistere (interviste)

|Napoli, 27 giugno 2008| Una settimana calda quella napoletana, iniziata con l’annuncio del sottosegretario all’emergenza rifiuti, Guido Bertolaso, continuata con la conferenza stampa del sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino. Dal governo è arrivata la conferma dell’individuazione di Chiaiano come loco dove costruire una discarica da 500mila tonnellate di monnezza, dal Comune è stata indicata la scelta del sito da adibire ad inceneritore del napoletano. Un tratto comune ha accompagnato questi due annunci: l’interessata trasversalità (politica e mediatica) nel presentare i due progetti come pacificati ed innocui, La Repubblica di Napoli titolava "Chiaiano accetta la discarica" e la Iervolino si presentava dinnanzi alla stampa sostenendo la non pericolosità degli inceneritori.. Le popolazioni campane non si sono ovviamente prestate a questo gioco, tornando in piazza e preparando l’opposizione.
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CHIAIANO: UN CORTEO DI 139 AUTO BLOCCA LA TANGENZIALE!

La risposta dei cittadini di Chiaiano, Mugnano, Marano, non si è fatta attendere: dopo l’annuncio del sottosegretario Bertolaso sono stati fatti blocchi stradali alla rotonda Titanic, è stato occupata la sede dell’VIII municipalità di Napoli. Il governo ha ribadito come il sito da adibire a discarica verrà presidiato non solo dalle forze dell’ordine, ma anche dall’esercito: per il momento, quel a cui Chiaiano sta assistendo è una crescente militarizzazione del territorio da parte delle forze dell’ordine, delle cave come delle strade, con uomini e mezzi. I manifestanti a questo han risposto rinforzando le molteplici barricate presenti da mesi lungo le strade, via Cupa del Cane è praticamente ostruita al passaggio di mezzi. Inoltre, il comitato in difesa delle cave di Chiaiano ha messo in campo una riuscita e comunicativa azione di protesta contro la conferma del sito nella giornata di mercoledì: 139 auto, ad una velocità di 20 km/h, hanno formato un corteo lungo la tangenziale che collega Pozzuoli a Napoli, bloccandola per ore, mandando in tilt la circolazione partenopea per dimostrare che effetti avrebbe il traffico cittadino con i 139 autocompattatori che dovrebbero passare quotidianamente lungo le arterie di comunicazione dirette alle cave di Chiaiano.
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AGNANO: PRIMI PRESIDI ED ASSEMBLEE CONTRO L’INCENERITORE!


Individuato il sito dove è previsto sorga l’inceneritore per la provincia di Napoli: nel quartiere di Agnano, tra Bagnoli e Fuorigrotta, nella sede dell’ex spaccio Nato. Un quartiere già appesantito dai disastri strutturali creati in passato, alimentato da decenni da promesse di rilancio del quartiere. Zona fortemente popolata, roccaforte operaia, figlia della vita e delle lotte all’Italsider di Bagnoli. Negli ultimi anni era sembrato che per il quartiere fosse in cantiere una riqualificazione, finora tentato attraverso la costruzione/ristrutturazione di infrastrutture da utilizzare per gli "eventi napoletani". Zona ad alto rischio sismico, oltre che collocata alle pendici della solfatara, vulcano ancora attivo. Nonostante tutto ciò, il sindaco Iervolino ha indicato Agnano come quartiere predisposto ad accettare l’inceneritore.. facendolo, tra l’altro, sfacciatamente, ciò negando ogni rischio per le aree limitrofe al termovalorizzatore.. Le popolazioni di Agnano, Bagnoli e Fuorigrotta hanno già fatto arrivare il loro niet: subito dopo l’annuncio del Comune si sono svolte assemblee, presidi e blocchi, vi sono stati già i primi segnali di mobilitazione, in preparazione di un’opposizione forte e determinata contro l’ennesimo strumento di morte.

ascolta/scarica l’intervista con Massimo
del comitato dell’Assise di Bagnoli e della Rete Campana Salute e Ambiente

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No ai CPT. Né in Veneto, né altrove!

Sabato 28 giugno 2008 13:22 No ai CPT. Né in Veneto, né altrove!

Blitz all’ex caserma Primo Roc di via Roveri ad Abano

Guarda le fotografie dell’iniziativa

Il nuovo Ministro dell’Interno Roberto Maroni ne vuole uno in ognuna delle sei regioni dove ancora questi centri non c’erano: Toscana, Liguria, Veneto, Marche, Umbria e Campania.
Cambia il nome da CPT a CIE (Centri per l’identificazione e l’espulsione dei clandestini) e il tempo di trattenimento massimo che raggiunge i 18 mesi.
In Veneto la proposta di utilizzare l’ex caserma Primo Roc di via Roveri ad Abano ha scatenato polemiche da destra e da sinistra. In prima fila il sindaco di centro destra Andrea Bronzato secondo il quale la presenza del centro danneggerebbe la zona turistica di Abano.
Un centinaio di attivisti contro ai Cpt oggi verso le 13.00 ha raggiunto il sito prescelto e tracciato scritte sul muro della Caserma, ancora attiva. Sono stati appesi striscioni con scritto "No ai CPT. Nè in Veneto, nè altrove!" e "Paroni a casa nostra, Maroni a casa sua". "Non chiedetevi dove sarà fatto, ma se riusciranno a farlo!", scrivono gli attivisti nel comunicato diffuso al termine dell’azione.

Vedi anche:
Nessun Cpt nelle Marche!
Ancora morte a Venezia, frontiera d’Europa
Sherwood Festival, Padova – Un giorno senza di noi. Incontro delle realtà migranti autogestite per la costruzione di una giornata di sciopero sociale.
Un giorno senza di noi. Uno sciopero sociale per mostrare come sarebbe un paese senza migranti

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Caso Aldrovandi – Parlano gli assassini | Aggiornato

Qui di seguito la cronaca dell’udienza e le deposizioni degli sbirri assassini.

Testo e immagini dal sito di Parma.Repubblica.it

E’ piena l’aula B del tribunale di Ferrara. Gli amici di Federico siedono in silenzio, con una spilla appuntata al petto. E’ un piccolo girasole, il fiore preferito dal ragazzo, lo stesso che si arrampica sui muri di via dell’Ippodromo, nel punto in cui il 18enne perse la vita. Ci sono i ragazzi che con lui trascorsero la notte a Bologna, in un centro sociale, ma ci sono anche uomini e donne che non hanno mai conosciuto Federico. Arrivano da Ancona, Milano, Roma… Sono qui perché da quando hanno letto il blog della madre Patrizia chiedono verità. E perché oggi, dopo 1013 giorni di silenzio, gli imputati dovranno parlare di fronte al giudice Francesco Caruso.

9.15 Aula piena per l’udienza del processo in cui parleranno gli imputati

9.30 I quattro imputati arrivano in aula
Arrivano in aula i quattro imputati, Paolo Forlani, Enzo Pontani, Luca Pollastri e Monica Segatto. Sono imputati di eccesso colposo per aver «cagionato o comunque concorso a cagionare il decesso di Federico Aldrovandi»: reato, come riportato dal capo di imputazione per cui è prevista la pena dell’omicidio colposo. Durante l’intervento per immobilizzare Federico Aldrovandi ebbero con lui una violenta colluttazione, superando – secondo l’accusa – i limiti consentiti.

9.40 Arrivano in aula i genitori di Federico insieme al figlio minore Stefano

9.45 Inizia l’udienza

9.50 Il perito analizza le telefonate fatte la mattina della morte di Aldrovandi.
La dottoressa Carraro, il perito incaricato dal tribunale, spiega l’esito dell’esame sull’audio delle telefonate arrivate al centralino del 112, quelle tra il 112 e il 113 e quelle fatte al 118, sottolineando le incertezze e le discordanze riscontrate nell’analisi e anche nell’ambientale dei centralini. Spiega le modalità tecniche delle analisi e i risultati elaborati incrociando audio e video, ascoltando i consulenti tecnici di difesa e parti civili

10.35 Gli avvocati interrogano il perito
L’avvocato di parte civile Fabio Anselmo e il legale della difesa Giovanni Trombini interrogano il perito chiedendo chiarimenti sulle parole su cui c’è discordanza tra i consulenti tecnici di parte

10,45 Si analizza la telefonata di un carabiniere: "Delle pesche ce le ha"
La discussione verte su una parola pronunciata da un carabiniere durante una telefonata arrivata al 112 alle 7:36 del 25 settembre 2005. Federico è morto da un’ora. Al 112 arriva la chiamata di un carabiniere, arrivato in soccorso della polizia quando il ragazzo era già a terra. A un certo punto viene pronunciata la seguente frase: «Beh, sicuramente delle pesche/pecche ce le ha». La dottoressa Carraro, perito del Tribunale, ha spiegato che lei nella registrazione sente la parola pecche e che i consulenti di parte invece sentono la parola pesche per cui le inserisce entrambe.

11.10 Il giudice acquisisce le relazioni dei consulenti di parte e concede una pausa

11.30 L’udienza riprende

11.32 Viene chiamato a deporre Enzo Pontani, uno degli imputati
Pontani, uno dei poliziotti intervenuti la mattina del 25 settembre 2005 e imputato per il decesso di Federico, spiega che l’operatore Bulgarelli gli dice di andare in via Ippodromo perchè c’è un ragazzo che sta dando in escandescenza. "In quel momento mi trovavo in questura dove stavo facendo i verbali dei miei interventi in precedenza", racconta

11.34 Pontani: "Frasi sconnesse e urla, qualcuno dava calci al paraurti dell’auto"
"Durante il percorso per andare all’Ippodromo – racconta Enzo Pontani, uno degli agenti imputati per la morte di Federico Aldrovandi – Bulgarelli gli comunica che erano arrivate ulteriori sollecitazioni d’intervento arrivando all’altezza del parcheggio abbiamo iniziato a sentire delle frasi sconnesse e delle urla c’era qualcuno all’interno del parcheggio abbiamo puntato le luci sul parcheggio perchè era buio pesto abbiamo visto una persona che ha iniziato a dare due calci al paraurti della macchina".

11.40 Pontani: "Mi ha sconvolto il suo collo taurino, Aldrovandi era fuori di sè"
Il pm Nicola Proto chiede a Pontani dettagli sulla luce che hanno acceso, sui fari dell’auto, sui dettagli del loro arrivo "Noi ci fermiamo e all’improvviso sbuca questa persona che ci dà due calci al paraurto e l’autista istintivamente fa una breve retromarcia di qualche metro, non so dire quanto". Il pm chiede conferma: "Quindi non siete scesi immediatamente?". Risposta: "No, nel primo frangente no. Ho visto questa persona che gesticolava, aveva gli occhi fuori di sè". Aggiunge che "inizialmente mi sembrava un extracomunitario perchè era scuro, forse per via dell’ombra. Quello che mi ha sconvolto – dice mimando – era il collo. Aveva il collo taurino. Era fuori di sè"

11.44 Pontani: "Urlava polizia di merda, stato di merda e ha tirato un calcio contro l’auto"
Pontani prosegue nel racconto e dice che essendo abituato a situazioni di emergenza cerca il dialogo "ma questo inizia a urlare frasi del tipo stato di merda, polizia di merda e poi mi si scaglia contro, con un calcio diretto al volto, contro la portiera". Pontani continua a spiegare la dinamica dell’ aggressione. Il pm chiede maggiori dettagli sulla posizione dell’agente e del ragazzo per l’azione e sui tempi. "Il ragazzo saltava a vuoto, alzava entrambe le gambe per aria, girandosi. Appena io mi sono rivolto a lui il ragazzo ha detto le frasi che gli ho già riferito"

11.48 Pontani: "Ha messo i piedi sul paraurti e il tergicristallo poi mi ha dato un calcio"
Il pm chiede maggiori dettagli sulla posizione dell’agente e del ragazzo per l’azione e sui tempi. Pontani spiega: "Il ragazzo saltava a vuoto, alzava entrambe le gambe per aria, girandosi. Appena io mi sono rivolto a lui il ragazzo ha detto le frasi che gli ho già riferito". Il poliziotto racconta che la sequenza dei fatti è stata immediata e, su invito del pm, spiega i gesti che avrebbe fatto Aldrovandi: "Ha fatto uno scatto fulmineo ha messo il piedi destro sul paraurti per darsi uno slancio, un secondo passo sul tergicristallo per darsi slancio e il terzo per dare un calcio diretto al mio volto". Pontani spiega di essere riuscito a schivare il calcio girandosi di schiena. Pontani dice: "Me lo ricordo benissimo" e spiega che Aldrovandi dopo questo calcio a vuoto "cade a faccia a terra"

11.52 Pontani: "Era una furia scatenata, ho chiesto aiuto al mio autista"
Il pm chiede se dopo avergli tirato il calcio Aldrovandi si è alzato a terra. "Come se nulla fosse si è rialzato – racconta Pontani – sembrava rimbalzato da terra. Ha iniziato a sferrarmi calci e colpi, e io mi sono limitato a parare questi colpi poi sono riuscito a cingerlo da dietro". Il poliziotto insiste di essere stato aggredito e ripete: "Sono riuscito a cingerlo alle spalle, ad avvinghiarlo sotto le spalle, solo che era una furia scatenata e ho urlato al mia autista: vieni, aiutami. Sono riuscito mala pena a trattenerlo a terra perchè lui ha inziato a sgomitare, a calciare. Sono riuscito con uno sforzo invcredibile a girarlo e a un certo punto mi sono sentito sfiorare la pistola e ho avuto paura perchè ho pensato se mi prende la pistola qui qualcuno si fa male"

11:54 Pontani: "Sembrava di avere un pesce tra le mani"
Pontani continua il racconto di quello che successe quella mattina dicendo che anche il suo autista aveva preso un calcio. "Sembrava di avere un pesce tra le mani", dice.

11.56 Pontani: "Si è avvinghiato alla portiera, mai visto niente del genere"
Pontani continua a raccontare e spiega che quel punto l’autista torna in auto, su sua richiesta, per chiedere rinforzi. "Sono salito anche io di corsa sulla macchina, chiudo la portiera, ma a quel punto non si chiude più". Spiega che Aldrovandi "si è rialzato e si è avvinghiato alla maniglia della portiera", descrive la scena e dice: "Non ho mai visto una cosa del genere". Pontani spiega che l’autista ha iniziato a fare piccoli strattoni per vedere se il ragazzo si staccava dalla portiera.

11.59 Pontani: "Siamo andati via dal piazzale ma lui continuava a urlare"
Pontani spiega come si siano riusciti ad allontanare dal piazzale per aspettare rinforzi e nello stesso tempo per mantenere il controllo su "quella persona" che, secondo il poliziotto, "continuava a urlare". "Lo vedevamo a tratti mentre usciva e entrava nel parchetto", spiega l’agente delle volanti, che racconta di essersi preoccupato."Ero bloccato in auto, la portiera con quel tira e molla si era bloccato". Dice di non sapere quanto tempo è rimasto in auto, di non essere riuscito a calcolarlo perchè "in quei momenti si pensa ad altro non al tempo"

12.03 Il Pm: "Se era buio come ha visto il collo taurino?". Pontani: "Ho una buona vista"
Il pm gli chiede come fa ad avere visto il collo taurino di Federico se c’era tutto quel buio. Pontani risponde dicendo: "Ho una buona vista" e aggiungendo che comunque, durante la prima aggressione, "era vicinissimo a me".

12:07 Pontani: "Pensavo volesse aggredire la mia collega, mi sono messo in mezzo
A un certo punto arriva la seconda volata, con a bordo gli altri due imputati, gli agenti Monica Segatto e Paolo Forlani. La volante è guidata dalla Segatto. Pontani racconta: "Forlani riesce con due o tre strattoni ad aprirmi la porta, io scendo e spiego che c’era una persona pericolosissima che mi aveva aggredito". In quel momento, secondo la ricostruzione dei fatti dal poliziotto, Federico sarebbe uscito nuovamente dal parchetto. Pontani aggiunge: "Capisco che voleva aggredire la mia collega e ho pensato: se le salta addosso l’ammazza". "Ho visto la mia collega spaurita, che stava indietreggiando e a quel punto mi sono frapposto tra lui e lei". A quel punto, secondo la ricostruzione, Aldrovandi avrebbe indirizzato "la sua furia verso di me".

12:10 Pontani: "C’ero io e i miei colleghi. Nessun altro può dire com’è andata"

12.12 Pontani: "Federico con un calcio ha rotto il manganello di un collega"
L’imputato continua a parlare dell’aggressione, dei colpi e dei calci e ripete nuovamente: "Era una furia, non mi dava tregua. A quel punto i miei colleghi si sono avvicinati e vedendo in che situazione mi trovavo l’hanno circondato e hanno inziato a colpire con i manganelli e a chivare nel contempo i suoi calci". Pontani spiega anche che con un calcio Federico ha dato un calcio al manganello di Pollastri facendoglielo volare via. "Ho visto il pezzo di manganello volare"

12.19 Pontani: "Io e Forlani siamo riusciti a ributtare giù il ragazzo"
L’imputato continua con la descrizione della colluttazione tra Aldrovandi e l’altro agente, Paolo Forlani. Spiega che alla fine lui e il collega Forlani insieme sono riusciti "a ributtare giù il ragazzo". Il pm insiste sui manganelli, su quanti li avessero presi in mano sul momento esatto in cui li hanno afferrati. La mattina della morte di Federico Aldrovandi in via dell’Ippodromo due manganelli sono stati spezzati. Il primo, appunto, sarebbe stato rotto da Aldrovandi con un calcio.

12.23 Pontani: "L’ho ammanettato ma ha ricominciato a scalciare"
Il poliziotto continua sottolineando la difficoltà della Segatto che "poverina stava prendendo un sacco di calci". Pontani descrive la concitazione del momento, "la furia del ragazzo", le loro riflessioni "non arrivano mai le ambulanze?". Racconta anche il momento in cui, "dopo un calo di forze del ragazzo", riescono ad ammanettargli prima una poi l’altra mano dietro la schiena, in posizione supina. "Nel momento in cui dopo averlo ammanettato, mi sono alzato nuovamente lui ha ripreso a scalciare".

12.27 Pontani: "Arriva l’ambulanza e a noi sembra tutto a posto. Ma i sanitari si agitano"
Secondo Pontani le forze del ragazzo iniziano a calare nel momento in cui arriva in ausilio un auto dei carabinieri. La situazione sembra calmarsi tant’è che lui invita la collega Monica Segatto che "era distrutta e dolorante" a sedersi in auto. "Chiamo la centrale (è la telefonata delle 6.12) e sento in lontananza le ambulanze". A quel punto, con il personale del 118 sul posto, al ragazzo vengono tolte le manette e iniziano le manovre di soccorso. Gli agenti, racconta Pontani, raccolgono i manganelli, "ci mettiamo a due metri dagli operatori del 118 e ci sembrava tutto normale. Poi vediamo i sanitari agitarsi, la dottoressa anche"

12.32 Il pm fa notare a Pontani che è in contraddizione, diverbio con la difesa
Pontani spiega che fino a quando non ha visto i sanitari agitarsi era tranquillo, poi ha iniziato a preoccuparsi: "Ci chiedavamo, ma che sta succedendo, perchè?". Il pm gli fa notare che quest’ultima affermazione contrasta con la telefonata delle 6.12 in cui "sembrava molto concitato e agitato". Intervengono gli avvocati della difesa, sostenendo che non può osservare questo perchè "la stessa telefonata ad altri sembrava affannata e non preoccupata o concitata". Nasce un diverbio tra pm e difesa. Il giudice li richiama all’ordine: "Pubblico ministero faccia l’esame all’imputato e poi alla fine si riserva le sue conclusioni"

12.34 "L’abbiamo bastonato di brutto, è mezzo morto". Pontani: "Volevo solo spiegare"
Il pm riformula la domanda: "Fino al momento in cui ha visto i sanitari agitarsi era preoccupato o no?".
L’imputato risponde: "Ero tranquillo" e a quel punto il pm ripete il testo della telefonata in centrale in cui lui parlando con l’operatore il poliziotto dice: "L’abbiamo bastonato di brutto, è mezzo morto". L’imputato spiega di avere detto quella frase gergale "brutta fin che si vuole" ma per spiegare la situazione, senza essere realmente preoccupato delle condizioni del ragazzo

12.44 Pontani: "Il ragazzo non chiese aiuto. Solo urla e cose incomprensibili"
Il pm gli chiede se abbia sentito chiedere aiuto o pronunciare altre frasi a Federico Aldrovandi. Pontani risponde: "Mai, solo urla, cose incomprendibili"

12.47 Il pm: "Ha sentito urla strozzate?" Pontani: "Erano ringhi"
Il pm insiste: "Ci sono testimoni che l’hanno sentito chiedere basta". La difesa di Pontani obietta: "Cosa vuol dire tanti? Si dica di quanti testimoni si sta parlando e in che momento". Il pm chiede allora: "Ha sentito F.A. chiedere aiuto?". "Assolutamente no", risponde Pontani. Il pm prosegue: "Ha sentito delle urla strozzate?". "Erano ringhi", risponde Pontani

12.51 Pontani: "Spingere il ragazzo mentre era a terra? La polizia non fa queste cose"
Il pm chiede se quando Federico era a terra qualcuno dei poliziotti si è messo seduto a cavalcioni del ragazzo. Pontani nega: "Gliel’ho già spiegato come lo avevamo immobilizzato, tenendolo per braccia e gambe". Il pm chiede ancora se qualcuno ha spinto Federico con una mano sulla schiena, quando era a terra. Pontani nega anche questa circostanza: "La polizia non fa queste cose".

12.53 Pontani: "Non ho avuto la percezione che il ragazzo stava morendo"
"Lei ha avuto la percezione che Federico stava morendo?", chiede il pubblico ministero all’agente Pontani. "No, in tanti anni di strada – risponde lui – ho visto persone assopirsi, riprendersi…"

12.56 Pontani: "La relazione di servizio? Mi sono fatto aiutare dall’ispettore Dossi"
Si prende in esame la relazione di servizio firmata dall’imputato e prodotta, a suo stesso dire, la sera attorno alle 19, dopo essere rientrato dall’ospedale. Il poliziotto spiega: "Generalmente non mi aiuta nessuno, ma questa volta ero così distrutto che mi sono fatto aiutare dall’ispettore Dossi". E poi aggiunge: "Le relazioni sono fatte in maniera sintetiche e quando parliamo di ausilio intendiamo che abbiamo chiamato anche l’ambulanza"

13.00 Pontani: "Mi sono tolto la pistola. Un poliziotto non lo fa mai"
Il pm insiste perchè tra le accuse che vengono formulate ai poliziotti vi è anche il ritardo nel chiamare il 118. Enzo Pontani si difende da una parte con la sintesi che è "necessaria e inevitabile" nello stendere una relazione di servizio e poi ripete di avere atteso a lungo, insieme ai colleghi, l’arrivo dei medici. E ricorda anche che per la prima volta nella sua vita "si è tolto la pistola per evitare conseguenze peggiori", quando "un poliziotto non se la toglie mai". Quest’ultimo passaggio indicherebbe secondo l’imputato la sua volontà di difendere sè e i colleghi, contenendo le possibili conseguenze.

13.06 Pontani "E’ stata un’aggressione nei nostri confronti. Eravamo sconvolti"
Il pm chiede se, dopo l’arrivo dei colleghi, Pontani sia rimasto sul posto per dare una mano a ricostruire quel che era accaduto. Pontani risponde: "Guardi che essendo stata un’aggressione nei nostri confronti avrei potuta trattarla io come volanti, ma proprio perchè aveva avuto un epilogo così terribile ed essendo noi sconvolti, sono intervenuti i colleghi".

13:12 Pontani viene interrogato dall’avvocato di parte civile, Fabio Anselmi
Rispondendo alle domande di Anselmi Pontani spiega di essere rimasto colpito "dall’insensibilità del ragazzo al dolore"

13.32 Pontani ripete all’avvocato di parte civile che nessuno è salito a cavalcioni su Federico
Prende la parola Beniamino Del Mercato, altro avvocato di parte civile, che chiede
informazioni sull’ammaccatura della volante e chiarimenti sulle parti finali della collutazione quando Federico era ormai a terra, ammanettato, con il volto riverso a terra, in una posizione che secondo le perizie medico-legali gli ha impedito di respirare causandone il soffocamento. Il poliziotto ripete quanto detto prima: nessuno, secondo la sua ricostruzione, sarebbe salito a cavalcioni del ragazzo o lo avrebbe spinto a terra, ma solo tenuto fermo per evitare che si divincolasse ancora

13: 46 Pontani: "Ci aspettavamo arrivasse anche un’ambulanza"
Gli avvocati che assistono la famiglia chiedono come mai i quattro agenti non abbiano chiamato l’ambulanza prima, dato lo stato di agitazione psico-fisico che Federico – a detta dell’imputato – aveva dimostrato. Pontani chiarisce di aver chiesto ausilio in senso generico, e che dunque si aspettavano che arrivasse anche un’ambulanza

13.52 L’agente Pontani viene interrogato dall’avvocato della difesa
Prendono la parola, uno a uno, gli avvocati difensori dei quattro imputati. I difensori cercano di mettere in luce come i poliziotti abbiano reagito a un’aggressione, si siano difesi, cercando di non fare degenerare la situazione e non abbiano commesso errori o ritardi nel chiamare i soccorsi. In sostanza mirano a demolire la ricostruzione del pm che li vede imputati di eccesso colposo per aver "cagionato o comunque concorso a cagionare il decesso" del 18enne

14.10 La parola al giudice. "Come spiega le ferite al volto del ragazzo?"
La parola passa al giudice Francesco Maria Caruso che chiede chiarimenti sul momento esatto in cui la portiera si è bloccata – una circostanza già racocntata da Pontani durante l’interrogatorio del Pm – e sulle parole e sulle frasi pronunciate dal ragazzo durante la prima colluttazione. Il giudice Caruso chiede anche al poliziotto come si spiega le ferite al volto del ragazzo

14.21 Pontani: "Aldrovandi si è ferito al volto cadendo dopo essersi arrampicato sull’auto"
Pontani spiega di ritenere plausibile che quelle ferite al volto siano state provocate dalla caduta del ragazzo a terra nella primissima fase della collutazione quando si è arrampicato sull’auto. Il giudice Caruso gli chiede esplicitamente: "Esclude che ci siano stati comportamenti lesivi vostri che abbiano potuto provocare quelle lesioni?". L’imputato lo esclude, continuando ad imputarle al comportamento autolesivo del ragazzo e alla sua prima aggressione

14.32 Pontani: "i manganelli li impugnavamo in 4. Lo hanno colpito alle gambe"
Il giudice Caruso chiede ulteriori chiarimenti sui manganelli. Pontani risponde: "Li impugnavamo tutti e quattro, i miei tre colleghi li hanno utilizzato per colpirlo alle gambe"

14.36 Pontani: "Il corpo venne spostato dai sanitari"
La parola passa di nuovo alla difesa che mostra all’imputato le foto dei rilievi della scientifica in via dell’Ippodromo per chiedergli ragione della posizione del corpo che, secondo l’accusa è stata spostato. L’imputato spiega che il ragazzo era stato spostato dai sanitari che lo hanno girato per prestargli i primi soccorsi

14.37 Termina l’esame del primo imputato, Enzo Pontani. Si riprende alle 15

15.15 Riprende l’udienza con l’esame dell’imputato Luca Pollastri
Il procuratore Nicola Proto chiede se riconferma la ricostruzione fornita dal precedente imputato. Pollastri la riconferma ma aggiunge alcuni dettagli ad esempio sul significato della parola ausili, che anche lui utilizza chiamando la centrale operativa. Spiega di avere immobilizzato Federico Aldrovandi che era a terra supino, di essere riuscito ad ammanettare un polso del ragazzo mentre la Segatto era sedute sulle sue gambe.

15.27 Chiarimento tra il pm e l’imputato sulle richieste di ambulanza
Il pm chiede a Pollastri: "Come mai nella prima annotazione che lei fa nella sua relazione dice che ha chiesto solo ausili, mentre nella seconda annotazione (riferita alla seconda comunicazione via radio) specifica che ha richiesto sia rinforzi che l’intervento di un’ambulanza? L’imputato, dopo un botta e risposta tra il pm e l’avvocato della difesa Vecchi che si è opposto alla formulazione della domanda, risponde sostenendo che "la relazione è per forza di cose sintetica"

15.43 Pollastri: "Ho colpito il ragazzo con lo sfollagente nella parte bassa delle gambe"
Poi l’imputato inizia a raccontare le fasi dell’ammanettamento del giovane e della rottura del suo sfollagente specificando come sia stato difficile ammanettarlo perchè sebbe il ragazzo fosse supino e bloccato dai colleghi continuava a divincolarsi. Pollastri: "Sicuramente ho colpito alcune volte con lo sfollagente il ragazzo nella parte bassa delle gambe"

15.45 Pollastri: "Non ho sentito Federico chiedere aiuto o dire ‘basta’"

15.47 Pollastri: "Quando sono arrivati i carabinieri Federico era ancora vivo. Stava bene"
Il procuratore chiede all’imputato quand’è che ha visto l’ultima volta Federico Aldrovandi muoversi. Pollastri risponde: "L’ultima volta che ho visto il giovane dimenarsi è stato quando sono arrivati i carabinieri sul posto. Che era morto l’abbiamo saputo venti minuti dopo". Spiega di avere sentito il polso e di avere visto il ragazzo respirare anche quando sono arrivati i carabinieri e afferma, quindi: "Quando sono arrivati i carabinieri era sicuramente vivo. Stava sicuramente bene". Poi precisa: "Una persona che respira secondo me dal punto di vista vitale sta bene"

15.54 Pollastri: "L’abbiamo colpito solo alle gambe. Volevamo solo fermarlo"
Ha visto i suoi colleghi Segatto e Forlani usare gli sfollagente? "Sì sempre nelle gambe"
Alla domanda del pubblico ministero se lo abbiano colpito nelle parti alte del corpo risponde di no perchè "il nostro intento era solo quello di fermarlo"

15.57 Inizia l’esame di Luca Pollastri da parte degli avvocati di parte civile

16.01 Pollastri: "Non gli ho chiesto come stava, mi bastava sapere che respirava"
Incalzato dalle domande, l’imputato afferma di non avere chiesto a Federico come stava perchè "dopo quello che era successo mi bastava sapere che respirava" Era arrabbiato con lui? "No, non c’è l’ho mai con nessuno anche se mi prendo delle parole o delle botte" perchè comunque "sono un professionista"

16.05 Pollastri: "E’ stato forte veder rianimare il rqagazzo senza capire perchè"
Pollastri spiega di avere passato il pomeriggio su una barella in ospedale e dice che per loro "è stata una cosa abbastanza forte vedere le pratiche di rianimazione sul ragazzo senza capirne il perchè"

16.07 Pollastri: "Le ferite alla testa? Per me compatibili con la caduta a terra"
Gli avvocati chiedono a Pollastri se abbia visto del sangue, ma la risposta dell’imputato è no. Pollastri dice di non aver mai visto una macchia di sangue dietro la testa del ragazzo e quando gli si chiede cosa ne pensa delle ferite al capo e al volto riscontrate dalle perizie medico-legali e visibili anche dalle foto della scientifica il poliziotto risponde di non esserselo chiesto, ma di ritenerle compatibili con la caduta di Federico a terra.

16.23 Il giudice chiede ancora chiarimenti su come Pollastri sia stato colpito dal ragazzo
Anche la difesa chiede all’imputato di chiarire meglio la dinamica del momento in cui ammanettano il giovane. Il giudice gli chiede in che occasione è stato colpito dal ragazzo, gli fa ripetere nuovamente la ricostruzione della collutazione fisica e del calcio che lo ha raggiunto a un braccio. Lui spiega che a seguito di un vecchio incidente medico ha dei problemi a quel braccio. Il giudice gli chiede come mai sia stato riconosciuto idoneo all’attività di polizia dai suoi superiori se ha di questi problemi al braccio. Pollastri risponde al giudice: "Meglio di me potrebbe risponderle un medico"

16.29 Viene chiamato il terzo imputato, Paolo Forlani

16.30 Forlani: "Non sapevamo cosa ci aspettava, andavamo solo ad aiutare i colleghi"
L’imputato racconta l’arrivo della volante in via Ippodromo: "Imbocchiamo la strada e la percorriamo abbastanza lentamente perchè non sapevamo che cosa ci aspettava, sapevamo solo di andare in ausilio alla volante dei colleghi". Forlani racconta del precedente intervento in via Olivieri, della comunicazione via radio della centrale che gli comunica di andare in ausilio in via Forlani e della telefonata che la Segatto fa subito dopo in centrale per avere delucidazioni poi racconta cos’ha visto appena arrivato sul posto

16.36 Forlani: "La Segatto ha chiesto ai colleghi: ‘Ma vi hanno sparato?"
Forlani racconta cos’ha visto appena arrivato in via Ippodromo. "Il vetro dell’auto dei colleghi era rotto. La mia collega (Monica Segatto ndr) è scesa dall’auto e ha iniziato a chiedere: ‘ma vi hanno sparato?’. Pontani gli risponde di no e gli parla di una persona esagitata, fuori di sè". L’imputato racconta che si è guardato attorno e ha visto uscire dal parco un ragazzo e dice di avere detto alla Segatto per due volte: "Apri il baule"

16.42 Forlani: "Aldrovandi era arrabbiato, carico, digrignava i denti"
Forlani continua il suo racconto e spiega di aver visto questo ragazzo "veramente arrabbiato, carico, digridgnava i denti, stava venendo avanti e mentre stavo chiudendo la portiera sento Pollastri che sollecita nuovamente l’ambulanza"

16.44 Forlani: "GLi ho afferrato il cappuccio e l’ho tirato indietro"
Forlani racconta la scena per quello che dalla sua posizione riusciva a vedere, lo vede "andare verso la Segatto" , poi spiega di avere visto la collutazione con Pontani ritrovandosi dietro "Aldrovandi" e spiega di avere iniziato anche lui a colpire con il manganello il ragazzo "per destabilizzarlo. Non c’era nessun’altra soluzione. In quel momento "mi sono gettato su di lui, gli ho afferrato il cappuccio e l’ho tirato indietro"

16.46 Forlani: "Aldrovandi mi è caduto addosso". Poi chiarisce: "E’ caduto sull’asfalto"
Forlani racconta di essere rovinato a terra con Aldrovandi perchè il ragazzo lo ha preso per il maglione e lo ha trascinato. Su domanda del procuratore, chiarisce che Aldrovandi non è caduto su di lui, ma sull’asfalto e spiega che una volta a terra gli ha immobilizzato un braccio

16.51 Forlani: "Per tenerlo fermo gli ho premuto una mano sulla spalla e una sul gomito"
Il pm chiede a Forlani di entrare nel dettaglio dell’amanettamento. L’imputato spiega che
"Luca (Pollastri ndr) gli ha messo un anello, ammanettando prima un polso" e spiega che c’è riuscito nel momento in cui "il ragazzo ha avuto un calo". Poi aggiunge che "anche ammanettato si continuava ad agitare" e incalzato dalle domande del pm spiega che per tenerlo fermo gli ha premuto una mano sulla spalla e un’altra sul gomito a pancia in giù.

16.53 Forlani: "Quando l’abbiamo ammanettato Federico respirava ancora"
"In quel momento – spiega – lo stavamo trattenendo in due perchè ancora si dimenava". Gli agenti, racconta, lasciano Federico quando sentono che si è calmato. Anche Forlani, come i colleghi che lo hanno preceduto, dice che in quel momento il ragazzo respirava ancora.

16.55 Forlani: "Mai sentito dire ‘basta’. Non mi sembrava facesse fatica a respirare"
Forlani spiega che non ha mai sentito Federico Aldrovandi dire basta e che non ha "assolutamente avuto percezione che fosse in pericolo di vita". Il pm gli chiede: "Ma non gli è venuto in mente di girarlo per farlo respirare?" Anche lui risponde di no perchè non aveva la sensazione che faticasse a respirare, che fosse in pericolo o che avesse chiesto aiuto

17.05 Forlani: "Il manganello si è rotto mentre cadevo per terra con Aldrovandi"
Il pm gli chiede dei manganelli spezzati e rimossi della relazione fatta al ritorno dall’ospedale, delle ferite al volto e soprattutto chiede perchè nella sua relazione abbia usato una formula in negativo per spiegare la rottura del manganello, ovvero ha escluso che si sia "rotto per colpo inferto". Lui risponde di averlo fatto perchè la relazione è sintetica e quindi ribadisce quanto detto poco prima: il manganello si sarebbe spezzato mentre lui rovinava a terra con Aldrovandi

17.19 Forlani: "Non ho sentito nessuno dire ‘C’è sangue’ o ‘moderatevi’"
Gli avvocati di parte civile continuano a insistere su ciò che è accaduto dopo che il ragazzo è stato ammanettato e prima dell’arrivo dei carabinieri, in quella frazione di tempo in cui gli imputati sostengono che Federico era ancora vivo. Vogliono sapere che cosa si sono detti tra di loro in quei momenti, se si sono scambiati delle frasi. Chiedono all’imputato se ha sentito dire da qualcuno frasi come "Moderatevi ci sono le luci accese" o "c’è sangue". Anche lui, come gli altri imputati, nega: "Assolutamente no"

17.28 Forlani: "Voleva colpire gli agenti. Dopo che lo abbiamo ammanettato voleva rialzarsi, era reattivo"
La difesa chiede a Forlani se il ragazzo in quel momento stava dando calci anche agli altri agenti oltra a Pontani. Forlani: "Si, la sua intenzione era colpire gli agenti". "Non ho mai ricevuto in 26 anni di carriera denunce di nessun tipo" spiega Forlani. Il giudice interviene per chiedere cosa è successo dopo che gli agenti hanno ammanettato il ragazzo. Forlani spiega: "Noi lo abbiamo girato. Lui cercava di muoversi e di alzarsi. Si muoveva su un fianco e voleva ancora alzarsi. Era molto reattivo"

17.33 Forlani: "Non abbiamo verificato lo stato delle ferite del ragazzo, nè in faccia nè altrove"
Forlani ammette che non è stato verificato lo stato delle ferite del ragazzo, nè in faccia nè altrove. Il giudice chiede ancora dei chiarimenti della versione di Forlani sulla rottura del manganello. L’imputato spiega ancora: "Il mio manganello ha fatto perno sull’asfalto e si è spezzato all’altezza dell’impugnatura"

17.45 Termina la deposizione di Paolo Forlani. Ora tocca a Monica Segatto

17.43 Segatto: "Sisentivano delle urla, anzi non erano urla, erano più ringhi"
Viene ascoltata Monica Segatto, l’ultima dei quattro imputati, l’unica donna a essere presente quella notte in via Ippodromo. "Ricordo che non era una nota che aveva carattere d’urgenza" e spiega di avere chiamato la centrale per ulteriori chiarimenti, cosa piuttosto usuale. "Arriviamo in via Ippodromo molto lentamente", ricorda di avere visto la portiera lesionata e il finestrino rotto. "Si sentivano delle urla, ma urla non è il termine giusto, erano più ringhi…"

17.50 Segatto: "Aveva lo sguardo perso e la bocca aperta, con i denti serrati"
La Segatto continua a raccontare cosa avvenne dopo il suo arrivo a via Ippodromo con la seconda auto. Spiega che sentiva il ragazzo, ma non riusciva a vederlo, capiva che era all’interno del parchetto, dove era buio pesto. I colleghi le fanno un breve resoconto e le dicono di togliere la pistola. Poi il ragazzo avanza dal parchetto. "Vedo che è un uomo – racconta la poliziotta – poi mentre si avvicina vedo che è grosso". L’imputata continua a descrivere Federico Aldrovandi e spiega che la cosa che l’ha più impressionata era "lo sguardo perso" e la bocca aperta "con i denti serrati"

17.54 Segatto: "Fu il mio capopattuglia a dire di prendere almeno gli sfollagente"
La Segatto spiega che quando Enzo Pontani gli dice di mettere via le pistole, qualcun altro dice: "Almeno prendiamo gli sfollagente". Così, continua la donna, "Io e il mio capo-pattuglia lo abbiamo preso". Il pm le chiede chi ha detto di prenderli, lei risponde che probabilmente lo ha detto il suo capopattuglia. Poi ritorna con i ricordi a qualche istante prima: "Ricordo che ho chiesto se gli avevano sparato", dubbio che le è venuto alla vista del finestrino rotto e della portiera lesionata. Ripete quello che, con altre parole, hanno già detto i colleghi prima di lei, cioè i calci e i pugni che il ragazzo le avrebbe rivolto e sostiene di avere pensato: "Ma chi è ?".

17.57 Segatto: "Pontani era il suo obiettivo, ma tirava anche calci laterali"
La Segatto spiega di aver colpito Federico Aldrovandi da una posizione laterale "perchè era una persona che anadava immobilizzata". "Pur continuando a cercare di colpire Pontani" che secondo lei era ormai diventato "il suo obiettivo" Federico avrebbe cominciato a sferrare anche "calci laterali".

18.00 Segatto: "Il ragazzo non ha mai chiesto aiuto, non ha mai parlato nè prima, nè dopo la collutazione"
L’imputata poi parla del primo tentativo di bloccare il ragazzo, di quando secondo la ricostruzione, i suoi colleghi lo avrebbero atterrato della sua fatica a trattenerlo "Non ce la facevo", assicura che Federico non ha mai parlato, non ha mai chiesto aiuto o detto ‘basta’. Il pm le chiede chiaramente se ha mai percepito il ragazzo come una persona che chiedeva aiuto. "Non lo ha mai fatto, non ha mai chiesto aiuto, non ha mai parlato nè prima, nè dopo la collutazione".

18.04 Segatto: "Abbiamo percepito che stava accadendo qualcosa quando sono iniziate le manovre per rianimarlo"
Il pm incalza l’imputata per sapere quando lei si è accorta che il ragazzo era morto. "All’inizio quando sono arrivati i sanitari sembrava una normale operazione sanitaria", racconta la donna, poi sono cominciate le manovre per rianimarlo "e lì abbiamo percepito che qualcosa stava accadendo. Non potevamo chiederglielo, ma dopo due minuti, tre o quattro…". La Segatto allarga le mani come a far capire che a quel punto gli era chiaro quel che stava accadendo

18.23 Adesso tocca agli avvocati di parte civile e della difesa interrogare Monica Segatto
Il Pm si risiede e prendono la parola gli avvocati di parte civile. L’avvocato le chiede se si ricorda di aver detto che era necessario chiamare un avvocato. Lei risponde che non ricorda. Intervengono gli avvocati della difesa per puntualizzare ancora le modalità dell’intervento e delle telefonate intercorse tra la centrale e le volanti. In particolare l’avvocato Pellegrini le chiede di spiegare dove si trovasse quando è stata chiamata in ausilio dei suoi colleghi e anche di chiarire perchè abbia usato il telefono e non la radio per avere maggiori informazioni. La Segatti risponde che è prassi per le comunicazioni lunghe

18.28 Polemica sull’agenda della Segatto, su cui la donna ha appuntato l’intervento
Gli avvocati di parte civile fanno notare che non esiste una relazione di servizio compilata dalla Segatto sull’intervento realizzato prima di andare in via Ippodromo e che pertanto non ci si può basare solo sulla copia della pagina dell’agenda in cui la Segatto quella notte ha annotato l’intervento. I legali chiedono che quanto meno sia acquisita come prova l’agenda originale, avanzando il sospetto che ci possa essere una falsificazione del brogliaccio della centrale operativa. In sostanza chiedono di acquisire l’originale dell’agenda per confrontarla con il brogliaccio della questura. Alla parola falsificazione la difesa insorge e il giudice fa circolare l’originale dell’agenda in maniera tale che anche gli avvocati di parte civile possano confrontare la fotocopia con l’originale. Il giudice quindi dà per acquisita la fotocopia.

18.30 La seduta è tolta. Il giudice aggiorna al 15 luglio per la diciassettesima udienza del processo Aldrovandi

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Le ignobili parole di un presidente di circoscrizione in quota Rifondazione

[Torino] Le ignobili parole di un presidente di circoscrizione in quota Rifondazione

I profughi di via Bologna? "Qui abbiamo già i drogati, meglio mandarli altrove"
26 giugno 2008| Dopo le irricevibili proposte del ministro Maroni che vorebbe ripristinare le schedature etniche e lo sgombero milanese dello scalo ferroviario che ha buttato per strada più di 200 migranti che occupavano l’ex stabilimento FS di piazzale Lodi, anche l’amministrazione torinese voleva dimostrare di non essere da meno nelle politiche riguardanti il "degrado" e la "pubblica vivibilità".

Quello che stupisce è che a rendersi responsabile di dichiarazioni e proposte tanto insulse questa volta non è il leghista di turno o un sindaco-scerifffo ma, molto più modestamente, il presidente di una circoscrizione del Comune di Torino, la VI.
Gigi Malaroda, noto esponente della "società civile" torinese, eletto come indipendente nelle file di Rifondazione Comunista, con un passato nel Torino Social Forum e voce di spicco nel movimento glbtq.

Di fronte alla proposta della realizzazione di una centro di accoglienza nella sua circoscrizione, il presidente Malaroda ha accampato una serie di scuse e opposizione alla oncretizzazione dell’opera.
Qui di seguito un collage delle sue dichiarazioni apparse oggi su alcuni quotidiani cittadini:

"Questo quartiere sopporta la discarica comunale, ha la pià alta concentrazione di case popolari, i campi nomadi e pure quello che voi chiamate Tossic Park,ora anche i profughi: non è giusto" (La Stampa).

"Non ne possiamo più di avere tutti i problemi sociali scaricati sulle nostre spalle" (E-Polis).

Ovviamente tutta la vicenda vede anche l’attiva e interessata speculazione politica dell’Assessore del Pd Roberto Tricarico cui non par vero di poter così speculare sulle debolezze e contraddizioni interne di Rifondazione Comunista, tante volte fonte di problema nel non garantire tutte le maggioranze desiderate dal’ammistrazione Chiamparino. Da parte sua, più che a un comportamento espilcitamente razzista, l’atteggiamento del Malaroda fa pensare all’opportunismo da politicante in carriera di chi vuol difendere al sua poltrona, costi quel che costi…
Tutto questo però si sta consumando sulla pelle dei profughi di via Bologna che in questi mesi hanno condotto una battaglia per i diritti e la dignità.
Tra l’altro, in più occasioni, gli abitanti del quartiere hanno saputo mostrare la loro solidrietà all’occupazione o comunque la tolleranza di fronte a una situazione difficile.

> Ascolta il commento di Andrea (comitato di solidarietà con profughi e migranti)

> Pier Paolo (del comitato) fa il riassunto sulla lotta degli occupanti di via Bologna (registrata ieri, prima delle esternazioni del Presidente della VI circoscrizione).

Sulla vicenda di via Bologna, vedi l’archivio di InfoAut: YOU SHALL RISE!

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Da 3 mesi senza stipendio, occupano la fabbrica! (Intervista)

[Tecumseh/Tecnamotor] Da 3 mesi senza stipendio, occupano la fabbrica! (Intervista)

Torino, giugno 2008 – Da quasi due settimane, lavoratrici e lavoratori della ex-Tecumseh di strada Delle Cacce, oggi Tecnamotor, stanno occupando, giorno e notte, la fabbrica da cui continuano a non vedersi corrisposti i salari degli ultimi 3 mesi. Da quando la nuova proprietà guidata dall’imprenditore cuneese Domenico Moletto sta tentando un operazione di speculazione su terreni che fanno gola a molti, cercando di liberarsi del "costo operaio" di questi 66 lavoratori/lavoratrici "superstiti". Dallo scorso 5 giugno, la Tecnamotor è però in liquidazione…

La storia della Tecumseh, e dei suoi operai, è infatti simile alle dismissioni industriali degli ultimi anni, basso continuo del panorama produttivo deltorinese. La multinazionale una volta proprietaria dello stabilimento ha delocalizzato le produzioni altrove, avviando pesanti riduzioni del personale. In 3 anni i dipendenti si sono così ridotti da 400 a 66.
Oltretutto, lo stabilimento di strada delle Cacce si trova in un’area che ha perso la sua vecchia destinazione produttiva e che si appesta a tramutarsi, come ovunque per i miracoli del Capitale, in zona residenziale. Questi terreno facevano gola agli immobiliaristi già prima del pasaggio di proprietà. Tra i diretti interessati anche la Bertone che ha ottenuto i diritti sull’immobile mentre Moletto è diventato proprietario della parte industriale. La fabbrica produce(va) moto-falciatrici d’erba.

Presi in mezzo e stritolati da questi meccanismi i lavoratori e le lavoratrici che non ghanno intenzione di accettare a testa bassa un destini segnato e deciso dai profitti dei soliti noti. Da 2 setimane occupano los tabilimento e si dicino determinati a vendere cara la pelle. Tra loro, le più determinate sono le donne.

> Ascolta l’intervista con Giusy

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Dalla Striscia di Gaza all’Iran: tra rifiuto della pax americana e resistenze



|Giugno 2008|
Palestina, Afghanistan, Libano, Iran. Quattro territori non pacificati, avvolti dalla guerra o dalle pressioni internazionali, obbligatoriamento nelle agende delle diplomazie occidentali (e non solo) per le loro nature conflittuali, per gli interessi e gli appettiti che generano.

Nel 2004, durante il primo mandato dell’Amministrazione Bush, all’interno della cornice di preparazione dei lavori del G8 del 2004 a Sea Island (Georgia, Stati Uniti), venne introdotto il concetto e la ridisegnazione del "Nuovo Medioriente". Condoleezza Rice, segretario di Stato americano, durante i bombardamenti a tappeto di Israele contro il Libano, nell’estate del 2006, si spingeva ad annunciare l’embrionale costruzione del piano di ridefinizione, dicendo che si stava assistendo "alle doglie del Nuovo Medioriente". Oggi la presidenza di George W. Bush è in dirittura d’arrivo: se da una parte non possiamo considerare il "Nuovo Medioriente" un progetto fallito, dato che non sarebbe stato costruibile, neppure nelle migliori delle ipotesi (..), nel solo arco di due mandati e che il filone neo-con proseguirà sulla scia abbozzata, è innegabile il disastro che Bush junior consegnerà nelle mani del prossimo presidente degli Stati Uniti. Un paese, gli Usa, fedele all’aggressività e alla muscolarità della sua politica estera, prepotente ed arrogante nello sprezzo dei popoli, imperiale attraverso i suoi avamposti d’occupazione, percepito come ostile in più parti del mondo, soprattutto nei teatri di guerra.

La pax americana prospettata dall’Amministrazione Bush non ha fatto breccia nei territori dove questa voleva esser portata, anzi ha generato resistenze e conflitti: l’ultimo tour europeo del presidente americano ha tentato quindi di ritessere i fili della "giustezza" dell’opera portata avanti attraverso la guerra, di autocelebrarsi rispetto al processo europeo giocatosi ai confini di Unione Europea e Nato, di costruire le fondamenta per un potenziale attacco militare all’Iran. Un rifacimento del trucco fatto nel tentativo di nascondere, o meglio, mettere in mostra in altra (falsata) luce, un fallimento a tutto campo incassato da Bush rispetto al nodo del Medioriente: l’Iraq rappresenta un pantano indistricabile che si sta pagando ad un prezzo carissimo, la caduta di Saddam Hussein è corrisposta al reale inizio del conflitto; la Striscia di Gaza continua a registrare una sempre maggiore legittimità di Hamas come soggetto politico, allontanando e portando al fallimento innanzitutto il pompato vertice di Annapolis; il Libano è pervaso dal vento delle opposizioni, che han costretto alla capitolazione la linea filo-americana del governo Siniora e al successo il progetto politico di Hezbollah; l’Afghanistan incarna la sconfitta americana nella "guerra al terrore", a sette anni dal 2001 è il nuovo Vietnam del XXI secolo; l’Iran è il nuovo obiettivo/nemico, il paese a cui si vuol sbarrare la strada usando lo spauracchio della presunta bomba nucleare persiana, fino ad oggi attraverso la manna delle sanzioni internazionali, domani probabilmente scatenando una nuova guerra.


GEOGRAFIA DEI CONFLITTI IN MEDIORIENTE

Striscia di Gaza _ Tregua tra Israele e Hamas

E’ scattata alle 6 del 19 giugno la tregua tra Israele e Hamas. Raggiunta tramite la mediazione dell’Egitto, ha messo fine alla guerra bassa intensità imperversante lungo il confine tra lo Stato isreliano e la Striscia di Gaza. Si svolgerà in due fasi, anticipate da una tre giorni che metterà alla prova i reali intenti dei soggetti in lotta, dopodichè la prima fase consentirà nell’apertura di un valico con Gaza per poter far entrare il materiale di prima necessità mancante da mesi nei Territori Occupati, a causa di un embargo criminale che non ha tentennato nel produr vittime tra le fasce più deboli della popolazione, mentre la seconda fase sarà incentrata nelle trattative per il rilascio di Gilad Shalit, caporale dell’esercito sionista da due anni nelle mani di Hamas, la quale chiede in cambio il rilascio di 350 prigionieri politici palestinesi e l’apertura del valico di Rafah con l’Egitto. La tregua è indubbiamente fragile: Israele, per voce delle sue autorità politiche e militari, ha palesato la sua dubbiosità, rincarando la dose contro i "terroristi" di Hamas e prospettando un’operazione su vasta scala contro la Striscia; Hamas è riuscita nell’intento di accordare tutte le fazioni armate, che non han firmato nessun documento e alcune di queste si son dette pronte a rispondere al fuoco nell’eventualità in cui l’esercito israeliano si presentasse. Per il momento la tregua sta reggendo, non si registrano scontri e tensioni.

Questo accordo non può ovviamente non avere letture politiche: 1. se da una parte danno fiato al governo Olmert, il cui premier è immischiato in scottanti intrighi giudiziari, dall’altra parte mostrano l’inefficacia e il fallimento di Israele nei confronti della Striscia di Gaza e di Hamas, da mesi si paventa la cacciata dell’organizzazione islamica attraverso l’opzioni militare ma nei fatti accettando la tregua l’entità sionista compie un passo indietro, riconosce la non vittoria ottenuta tramite questa strategia; 2. Hamas non ha che da guadagnare da questo stop, per sfruttare il tempo a disposizione per rafforzare il suo controllo della Striscia di Gaza, per consolidare i rapporti con l’Egitto e per tentare (con un rapporto di forza rinvigorito) di raggiungere un accordo comune con Fatah; 3. indiretto sconfitto è anche Abu Mazen, presidente dell’Anp, controllore della Cisgiordania, che vede ridimensionato il suo ruolo e la sua autorità (Israele si accorda con Hamas, non con l’Anp!), figlio di una politica dei vertici che non portano a nulla (vedi Annapolis) e vittima delle continue incursioni armate di Israele e dell’espansione perpetua delle colonie sioniste in Cisgiordania.

>> ascolta l’intervista con Angela Lano, direttrice di InfoPal, fatta da Radio Onda d’Urto poco prima dell’inizio della tregua nella Striscia di Gaza

>> [da InfoPal] Intervista al premier Ismail Haniyeh

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Afghanistan _ Controffensiva delle forze d’occupazione

E’ scattata la controffensiva militare delle forze d’occupazione contro l’avanzata talebana verso Kandahar, città simbolo degli studenti coranici e sede di una delle più importanti basi militari occidentali del Paese. Le resistenza talebana, negli ultimi giorni, ha conquistato i villaggi intorno alla città, facendo da morsa rispetto alla fortezza presente nel territorio, incontrando la forza militare delle truppe canadesi e americane, dell’esercito afghano. I guerriglieri mirano a colpire i punti simbolo del governo afghano, come dimostra l’ultimo assalto al carcere di Kandahar e l’uccisione del geneale Toorjan. I combattimenti sono iniziati, PeaceReporter riporta come "Lo scontro tra l’esercito e i guerriglieri, scatenatosi nel tardo pomeriggio di ieri, è tuttora in corso, soprattutto con bombardamenti aerei perché i talebani hanno fatto saltare i ponti che attraversano il fiume Helmand isolando la cittadina".

>> ascolta l’intervista con Maso Notarianni, direttore di PeaceReporter, eseguita allo scoccare dell’offensiva occidentale contro i talebani

>> [da InfoAut] I taliban guadagnano terreno, governo ed occupanti in difficoltà

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Libano _ L’elezione del presidente Suleiman

Dopo le settimane di scontro armato tra sostenitori della maggioranza di governo e forze dell’opposizione, sembra profilarsi un’era nuova per il Libano, che attraverso l’opposizione popolare messa in campo da Hezbollah ha subito un processo politico che ha condotta all’accordo di Doha, in Qatar. Accordo nel quale sono riportati vari da fasi per percorrere: l’elezione del generale Michel Suleiman come presidente della Repubblica, la formazione di un governo di unità nazionale, la creazione di una nuova legge elettorale. Il 25 maggio il parlamento libanese ha eletto Suleiman come presidente, il quale ha poi dato l’incarico a Fouad Siniora di formare il governo. Questo è stato letto dall’opposizione come un tradimento dello spirito di unità nazionale attraverso il quale si è raggiunto l’accordo di Doha, ma non ha comunque cambiato i piani. Tuttora è in corso la formazione del nuovo governo, all’interno del quale 11 ministeri saranno di Hezbollah, che ha conquistato inoltre il veto sulle questioni riguardanti la sicurezza e la politica estera. Il processo che ha investito la società libanese va comunque a scoprirsi come fallimento della linea di Washington, dato che la sua politica, con l’ausilio dei suoi referenti politici nel paese, è stata bocciata e capovolta.

Condoleezza Rice, segretario di Stato Usa, il 15 giugno ha fatto visita al Libano, elogiando il presidente della Repubblica Suleiman e dando l’appoggio al premier Siniora, sorvolando però sul nodo Hezbollah, che, nonostante gli americani considerano terrorista, ha assunto sempre maggior importanza e peso nello scacchiero politico e sociale libanese. Qualche giorno più tardi, il 17 giugno, l’auto dell’ambasciatrice statunitense Michele Sison ha subito un lancio di pietre da parte di simpatizzanti del movimento Hezbollah, mentre la dilplomatica era riunita con un noto esponente sciita contrario ad Hezbollah. Sembrano inoltre aprirsi spiragli per un negoziato con Israele sulla controversia territoriale delle fattorie di Shebaa, che lo Stato sionista occupa dal 1967, e sullo scambio dei prigionieri dell’ultima guerra in Libano.

>> ascolta l’intervista con Michele Giorgio, inviato de Il Manifesto in Medioriente, registrata immediatamente dopo l’elezione di Suleiman

>> [da ArabNews] L’accordo di Doha, un altro capitolo nella storia di Hezbollah


Iran _ Verso una nuova guerra?

Sulla via di Teheran di Noam Chomsky

leggi l’articolo uscito su Internazionale, a firma del linguista americano Noam Chomsky

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